— Xenocrate col mentovare il primo fra tutti gli Dei, mi fa col volo

della mente percorrere i cieli, avendo a guida il grande poeta. Mirate

Venere col cinto da cui scaturiscono gl’impazienti desiri, i fuochi

dello amore, le seducenti grazie e lo incantesimo degli occhi e della

parola. E Pallade alla cui egida sono sospesi i terrori, la discordia,

la violenza e la spaventosa testa della Gorgona. Nettuno è tra gli

onnipossenti; ma gli occorre un tridente per iscuotere la terra. E

se dopo la corsa fantastica del cielo, torno a ricalpestarla, chi vi

trovo? Achille, Aiace e Diomede; i peggio temibili tra i Greci eroi.

Ma l’ultimo si ritira, rincula dinanzi l’oste troiana. Aiace non cede

che dopo averla fatta indietreggiare più volte. Achille si mostra e il

nemico dispare. —

Così Sosicles, il poeta siracusano. Ora ad Hedilo parve di dovere

interloquire per cancellare le tracce dei suoi paradossi.

— Platone disse non essere dignitoso il dolore di Achille, nè quello

di Priamo, allorchè il primo si rotola sulla polvere per la morte di

Patroclo e l’altro si umilia per ottenere il cadavere del figlio. Ma,

quale dignità può mai spegnere il sentimento?... Io lodo Homero di

aver imitato la natura che colloca la debolezza presso la forza, e

lo abisso a lato della sublimità. Lo lodo altresì per avermi palesato

il migliore dei padri nel più possente dei re e lo amico tenerissimo

nello audacissimo fra gli eroi.... Cotesti ed altri pregi però non

scusano il poeta se spesso riposa e talvolta sonnecchia. È vero che

quando si desta scaglia i fulmini al pari di Giove.... Ma _quandoque

dormitat_....

— E gli Dei non dormono essi?

— Gli Dei furono uomini. Pindaro il disse. E non possono dominare la

nostra illuminata coscienza. Un ente supremo esiste, e a lui inchiniamo

in secreto. Quelli a cui si volgono i voli della plebe umana....

Un rumor sordo, cupo, terribile chiuse la parola autorevole sulla bocca

del vecchio Nicia, di Mileto. Tutti si levarono in piedi, e le scosse

del suolo li balzarono in terra insieme coi mobili della stanza. Si

rizzarono sbalorditi e contusi ed escirono. Una grandine di sassi. Poi

cenere e lapilli da oscurare ogni luce.... Quindi.... la morte....

Alle prime ore del mattino Acilio Heliodoro, incontrando i suoi amici

nella _tonstrina_ di Glaphyro, gli aveva invitati al _prandium_ in

casa sua ch’era sulla via ampia e prolungata dell’Abbondanza, le

quale, solcando parecchi crocicchi, finiva presso lo Anfiteatro.

Era un giovane di origine greca e di nascita pompeiana. Suo padre,

arricchitosi nel commercio colle pie frodi che il traffico allor

permettea, dopo aver maritata la figlia con Anniceris, suo amico, il

rinomato vasaio in Rubi, aveva creduto lasciarlo libero dispensiero

delle accumulate dovizie alla età di trent’anni, affogandosi nel

mare un dì che vi prendeva i suoi bagni. Menava la vita paesana

in tutta la sua purezza; la quale, pari a quella dei destrieri nei

prati, consisteva nel mangiare, dormire, riprodursi, aspirar l’aria,

sbadigliare e volgere gli occhi dolcemente qua e là in busca di cavalle

e di erba migliore. La sua casa era doppia — per sè e per gli ospiti di

fuori — e quella abitata da lui, sontuosa. Belle pitture sulle pareti

— Ulisse che presenta in Scyros allo infemminito Achille le armi e lo

ravvisa pel celato figliuol di Peleo. — La frode di Giove che mutato

in cigno stringe nella spatula la lingua di Leda e la pone sul nudo

e bellissimo seno. E Amore, che è il faccendiero del luogo, il quale

sostenendo in una cassetta diversi attrezzi muliebri, ride sottecchi ed

accenna con aria furba al Nume trasformato in uccello. — La più ricca

stanza era quella del triclinio che prendeva luce dalla porta e da un

finestrino aperto nello xysto. Da un lato alberi e fiori. Dall’altro il

soave rumore di una fontana zampillante.

— Oggi non sarai sola, o Nossis. Verranno i miei amici a distrarti,

Acrio Heleno, Lucio Modiano e Narceo Flacco. — Acilio — come tu vedi

— tutto che pieno di tenerezze terrestri, ama le distrazioni del tuo

nobile cuore per poterti esprimere tratto tratto e senza annoiarti le

novelle dello amor suo.

La persona cui erano dirette quelle parole, sedicenne, snella e

spigliata, parea nata fatta per seguire i moti ardenti e graziosi di

un poledro africano. Era un’amazzone tranne nei voti. Sulla sua faccia

leggevi fierezza, intelligenza, risoluzione, generosità mista ad un

piglio che nulla avea del virile. Una malattia aveva punito leggermente

il suo volto bucherellandolo di minuto vaiuolo. Ma i suoi grandi

occhi neri e i sorrisi che da essi balenavano faceano dimenticare il

fuorviamento della natura, che un giorno colla febbre del sangue le

avea maculato la faccia. Era di Locrum ed apparteneva alla tribù delle

etère che offeriva un amabile contingente alla libera e grande tribù

dei celibatari.

— La donna ha un fiero istinto che le fa respingere la innocenza.

Lo so. Meglio il serpe che ammalia e stringe nelle sue potenti spire

di quello che il bianco giglio odoroso. Ma vi è una razza d’uomini,

ricercatori di voluttà, idoli impuri, i quali credono in ogni donna il

loro trastullo, sognano avventure, le realizzano e di ciò fanno tardo

argomento di risa e di sprezzo. Oh! Venere gli punisce! Essi terminano

la vita col confessare la onesta fede al coniugio, e gli Egisti

maliziosi ridono di quel riso che fa cadere le stelle sulla terra.

— Eccoli che vengono. Sono e non sono quali tu gli dipingi....... Qui,

amici.... nel tablino. Malgrado il caldo oppressivo della giornata, un

po’ d’aria vi circola e aiuta al respiro. —

Una tavola è nel mezzo della stanza sopra un musaico di scelti e

variopinti marmi. Sul deschetto è un vaso di murrhina con entrovi un

fascio di ordinati fiori. Ed altri fiori sono nei vasi nolani attelati

alle pareti, che coi loro vivi colori e il soave olezzo cantano l’inno

misterioso della natura. La luce è abilmente disposta. Le cortine di

Tyro sono abbassate dal lato del mezzodì. Quella clemente e dolce che

viene dall’altra parte, accorda all’ombra una ospitalità generosa, di

cui la donna, per giovanetta che sia, non sa mai dolersi.

Ricambiati i mattinali saluti, ognuno aggiunse a quel tema le

variazioni che la originalità dei caratteri sapeva fornire. Narceo

Flacco primeggiava nei paradossi; ma gli escivano così naturalmente

di bocca, che volontieri erano uditi e sovente ricerchi. Di uno in un

altro discorso, siccome suole accadere, Aerio Heleno aveva mentovato il

loro amico comune Agathemaro Vezzio, di recente morto nelle strette di

Bovianum Vetus in un conflitto coi banditi, ribelli alle leggi.

— Sì, morto inosservato e lungi da noi. Eh! il sangue umano presto

dissecca. E gli estinti rimangono vivi nel cuor delle madri e degli

amici. Una donna avrebbe dovuto piangerlo però.... La sposava!

— Chi?

— Nympha, della famiglia Nomentana. Io le recai un suo anello ed ebbi

anche il mandato di dirle quelle parole sacre che lasciano — od almeno

si spera che lascino — qualcosa di proprio nei cuori in cui era chiusa

tutta la propria terrestre felicità.

— Ed essa?

— Eh! Pianse un poco... e poi gli occhi rossi li lasciò agli schiavi

che attizzano il fuoco nel _laconicum_ delle Terme.

— Penso che non a tutte le donne tu accordi una tanta indifferenza di

cuore. La unità non è numero. —

Nossis disse quelle parole con un certo cipiglio che valeva un

rimprovero. Ed era per levarsi dalla sedia, quando l’altro riprese:

— Rimanti, ten prego e non ti offenda la mia sentenza. Tu hai nei begli

occhi fantasime che non ingannano e tenerezze caparbie che sfidano le

tenzoni di amore. Ma comunemente io non vidi negli amanti che un’ora

sola sublime, quella in cui i cuori prendono congedo tra loro. Gli

affetti eroici non li ho mai incontrati. Venere un me ne accordi, ed

io mi vi dedicherò intero. Non feci mai saggio della mia costanza. E

pure vi ho fede come se fossi nato ai tempi del misero P. Ametistio,

il crocefisso, mentre ebbi vita sedente Nerone imperatore, dopo

l’abolizione dei ludi gladiatorii nello Anfiteatro.

— Siffatta fede ti onora. Merita ed avrai la tua ricompensa. —

E voltasi ad Acilio lo guardò con tanto entusiasmo e fiducia che questi

sentì i propri affetti rinfrescati da un sentimento novello. E gli

disse:

— L’ora del pranzo è accennata dalla clessidra. Andiamo. —

E tutti mossero verso il triclinio.

Questo era splendido di pitture, di tappeti, di mobili e di vasi

di argento. In mezzo era la _mensa delphica_ colle imbandigioni. Si

coronarono di rose. Ma non si coricarono sui letti, e sedettero secondo

il costume dei Greci. Ad ognuno, dopo che si ebbe lavate le mani,

venne offerta la _mappa_, orlata come una laticlava di una frangia di

porpora.

Qual differenza dalla parca e sobria mensa degli antichi senatori di

Roma! Curio faceva cuocere i suoi _oluscula_ — i legumi dell’orto —

coltivati da lui, sul suo umile focolare. Altravolta si conservava

preziosamente il lombo salato del porco per celebrare un dì natalizio;

e si offeriva ai parenti una fetta di lardo con un po’ di carne

fresca, se mai fosse stata immolata una vittima. E a siffatto festino

vedevasi arrivare, colla zappa sulla spalla, un parente illustre

per tre volte console, o imperatore di accampamenti, o dittatore, il

quale in quel giorno abbandonava più presto del solito il rude lavoro

sul monte. Nell’epoca dei Fabi, del severo Catone, degli Scauri,

dell’onesto Fabricio, allorquando lo austero Salinatore facea tremare

il suo collega censore sulla sedia curule, nessuno aveva pensato ove

nuotassero le tartarughe, il cui dorso gaio e levigato avrebbe fatto

più splendidi i letti dei discendenti di Enea. Tale la casa. Tali i

mobili. Tali gli alimenti. Da bastare alla vita, e non al lusso ed alle

morbidezze. E quando quei ruvidi eroi — stranieri ancora alle arti

della Grecia — dopo il sacco di una città, si trovavano per le mani

una coppa cesellata di argento, la rompevano per fondere una _phalera_

da bardarne il cavallo delle battaglie, od una lupa a ricordo della

mansuefatta dal Destino, che allattò i gemini quirini sotto la rupe. Lo

argento splendeva allora soltanto sulle armi dominatrici. Le fave, i

ceci, il farro, la carne e i pesci arrosto, i frutti freschi o quelli

che nel verno avevano perduto la crudezza del loro succo componevano

il desinare, scodellato ed offerto su piatti di terra bituminosa. E

vivevano lunghi anni, e non mentivano alle leggi della dignità umana.

E col pilo e col gladio assoggettavano il mondo noto. E gli ospiti

erano accolti francamente, con abbandono, di pieno cuore, come Evandro

accolse Hercole, lo eroe di Tiryntho, seme divino, _contingens sanguine

cœlum_.

Compiuto lo asciolvere fatto coi cibi i meglio squisiti, e mangiate

le _mustacea_, paste condite di aromi che servivano a correggere dopo

il pasto le crudezze dello stomaco, Acrio Heleno propose il giuoco

dei _griphi_, cioè, problemi soliti a sciogliersi a tavola. Chi non

riesciva a deciferarli, pagava un’ammenda.

E Nossis disse:

— Indovina, o Narceo, la rete ch’io t’offero. _Io sono grandissima

nascendo. Sono pur grande invecchiando. Sono però piccolissima nel

vigor della età._ —

L’altro pensò, chiuse gli occhi, apri la bocca per dire... quindi

risolutamente rispose:

— L’ombra.

— Indovinasti. A te, Modiano. _Qual nome dài tu alle due sorelle che

non cessano di generarsi a vicenda?_ —

Anch’egli pensò, masticò parole non articolate, si diè per vinto e pagò.

— Nulla di più facile per chi lo sa: la giornata e la notte.

— Ora te, o Nossis. Mi auguro che tu lo sciolga. _Vi sono tre animali

in terra, nel mare, nel cielo._ Puoi dirne i nomi?

— Più presto di quel che non pensi, o Heliodero. — Il cane. Il serpe.

L’orsa. — Sei pago? —

Lucio Modiano, ch’era stato perdente, voleva porre gli altri nella

stessa condizione e disegnò fare il giuoco delle lettere, delle

sillabe, delle parole. Erano detti _logogriphi_ perchè reti formate

coi versi che si dovevano recitare al nuncio della prima lettera, o

di un motto che racchiudevano, o terminanti con una sillaba che veniva

indicata. Astrusaggini venute di Grecia nelle nostre contrade.

Tutti vi si provarono. Nessuno riescì. E l’afa essendo omai grave,

escirono allo aperto nello xysto. Erano pure radiosi come la speranza.

E l’ora presente inesorabile, pareva la dovesse esser madre di

ore innumeri, liete, felici.... E quegli istanti erano gli ultimi!

Passioni, dovizie, ingegno, bellezza, schiacciate e sepolte come le

vanità della vita. E le convulsioni della natura affogarono e coprirono

la casa di Acilio, racchiudendovi brevi ma disperate agonie.

I sacerdoti d’Iside banchettavano nell’ora in cui il disastro aveva

principio. Si radunarono tutti nella sala dalle cinque arcate che è

dietro la edicola della Iddia, dove si celebravano i misteri, e i soli

iniziati penetravano: Nymphiodoto Caprasio persuase gli altri a non

fuggire e a rinfrancare i cuori. Egli si prostrò dinanzi il delubro ed

orò come se i devoti fossero nel tempio e il vedessero.

E le pietre pomici piovevano sempre.

Allorchè quel furbo si avvide che i lapilli si livellavano cogli ultimi

gradini e le esalazioni di zolfo gli eccitavano la gola, indignato

proruppe:

— Tu vedi lo scompiglio, tu senti le preghiere dei tuoi, e le tue

labbra rimangono immobili? La tua bocca di marmo parli, e questo

nembo micidiale di Averno rientrerà negli abissi. E i pietosi incensi

bruciati sul tuo altare. E le vittime sacrificate. E le offerte dei

devoti tuoi. E il sacrificio della nostra castità..... sino alla

rivolta della natura..... Dunque tra la tua statua e la faccia di

Bathyllo, il pantomimo, non vi ha differenza?.... _Non movent divos

preces?_ Tutto è mendacio, fuor che l’antro tenebroso da cui sorgono

infuocate le pietre del Vesvio? Io incisi le mie scelleratezze sul

falso e per tua colpa, o iddia. —

Due orecchie umane, fatte di stucco, erano sui lati della nicchia, per

dare ad intendere plasticamente alle turbe ignoranti e bietolone come

le loro preci, mediante ricche offerte, fossero intese dai numi.

Il prete ipocrita, levando gli occhi, vide quei simboli della credulità

meridionale e di subito sdegno inalberò. Dato di piglio ad un sistro

di bronzo, pose in bricioli un orecchio. Un fulmine solcò la spessa

atmosfera e fece sgomento quel profanatore delle stesse cose di cui

sino allora avea tratto profitto. I ricoverati nella sala postica

corsero a salti in cucina; e siccome le soffitte delle stanze soprane

erano cadute, si accoccolarono sulla scala che ad esse saliva. La

mefite quivi gli colse e gli uccise di disperata agonia. Nymphiodoto

riparò ansimante nella camera vicina al refettorio. Ma siccome dal

tempio veniva un veemente ed insoffribile calore — con un fumo vibrato

ed invisibile con tenue odore di zolfo, ma più di ammoniaca, di nitro

e di vitriolo che affannava istantaneamente il respiro — egli cercò

di chiuder l’uscio come meglio; e, presa una barra di ferro, si die’

a rompere la parete ch’era di mattoni e di spume vulcaniche. Quel

disperato non avea scampo. Pria di porre il termine alla rottura, la

mefite lo prese alla gola e lo stese cadavere come i compagni.

Nel tempio di Giove pativa una quasi eguale offesa il flamine diale.

Ultimo ad escire, perchè carico degli _ex-voto_ di oro e di argento,

una delle colonne corintie del vestibolo scardinata dal tremuoto cadde

e lo schiacciò sotto il suo peso. Quella incarnazione dell’orgoglio e

della soperchieria veniva affranta a cagione del solo interesse avaro

ed egoista che avealo inspirato nella vita.

Sur uno dei piedistalli, a livello del _pulpitum_, dal lato opposto, la

statua erasi spezzata e caduta al suolo. Una creatura vivente vi sedeva

in suo luogo. Aveva le gambe penzoloni, il capo coperto dal _sagum_,

per guarentirlo dalle pomici cadenti; e le braccia al petto. Al rumore

della colonna, all’urlo soffocato del flamine, l’uomo innalzò il panno

dagli occhi e si volse.

— _Dehisce tellus. Recipe illum, dirum chaos!_ È giorno di grande

giustizia cotesto. Tutti morti!... E chi meritava vita qui?... Quando

nello Anfiteatro fui ferito sulla spalla da un colpo di gladio, quattro

donne soltanto porsero la mano aperta e gridarono: _Non habet_. I miei

occhi le fissarono e le loro soavi immagini mi si dipinsero nel cuore.

Wodan le farà salve. Le Ondine sosterranno la nave che porterà lontano

le loro lacrime per la terra dei ricordi perduta...... Lo abbietto

gladiatore non vedrà più i nativi suoi boschi e la bionda razza che

li abita..... Povero popolo di Herman!... Giù, Vesbius... inghiotti,

straripa, incendia, ruina. Racchiuderai fango in un ampio sepolcro!

Pesi la terra sull’empia stirpe latina che, mai sazia, ha assorbito le

libertà del mondo. Oerda, Werdandi, Schott, Neva, le sorelle del Fato,

stanno sul monte.... Io le sento... E mi vendicano. Ora, posso anch’io

morire.... O foreste di pini! O Astara, che vi spiri dentro l’alito

della primavera! O Freya, dea dello amore! O Wali ed Oller, miei buoni

compagni nella infanzia! O Scada, mia madre! O Norna e Rinda, sorelle

mie! Gefion prende commiato da voi e per sempre. —

Questo Gefion era un germano della famiglia gladiatoria in Pompei.

Preso da fanciullo tra i prigionieri di guerra, lo chiamarono Libero i

suoi piacevoli consorti. Era stato otto volte vincitore nei ludi. Forte

ed impavido, addestrato alla professione degli _artifices decollandi_,

aveva risguardata la vita come cosa fuggevole, misteriosa ed incerta.

Or le grazie della morte le conosce soltanto colui che passa i suoi

giorni a contemplarla. Ed era divenuta l’amica dalle cui mani attendeva

la sua libertà. In quell’ora di rivelazione inattesa, in cui tutti

fuggivano il bacio delle sue labbra gelate, egli scelse invece il luogo

dei suoi accoppiamenti con lei. Non avea più dinanzi Itatago Vale, od

Anarto Viridea, od Apsoto Jutto, od Amonio Scava, o Sceunio Sitio, o

Aptoneto Macula, od Epeo, o Sticho che gli avessero detto, _gladium

gladio copulemus_. No. L’apparizione divina eragli venuta incontro nel

Foro e gli aveva parlato al cuore le dolci parole:

— Eccomi. Apparecchiati. Quello che cercavi e che ti adora, tra poco ti

abbraccerà. —

Il bisogno fatale di quell’anima assetata fu compiuto. Lo architrave

dei tempio cadde, e il suo corpo divenne osceno cadavere.

Il Vesbio continova le sue collere. E nel mezzo del fumo e nei lati

dello stelo del pino serpeggiano saette che s’incrociano e scoppiano

con orribile strepito. Quindi dallo infiammato monte sboccano fiamme

in forma di travi e di grosse onde tempestose. E poi, guizzi come di

artifiziati fuochi rapidamente scorrenti e senza scoppio. Ed altri che

si allungano e pria di dileguarsi rintronano l’aere. Ed altri ancora

che scendono al basso e radono il suolo e bruciano gli alberi e le case

ed uccidono uomini ed animali che coi loro passi ricercano la vita omai

minacciata per ogni dove.

Cotesto avvenne alla misera Eutichia presso il postico della casa di

Sallustio. Scorgendo come la infernale bufera non si arresti, per escir

di quella agonia, dice ai tre schiavi — cui il timore riflessivo aveva

impedito di seguire i compagni postisi in salvo insieme col padrone —

di aiutarla a discendere dal muro e a scampare. Aveva chiuso nella sua

_palla_, colla quale cuoprivasi il capo, e le spalle, uno _speculum_ di

argento, tre anelli, alcune paia di orecchini, una collana di catene

d’oro e cinque braccialetti dello stesso metallo. E serbava in una

borsa trentadue monete e un suggello col nome suo. Scambiati pochi

passi, mancava ai quattro infelici il respiro e cadevano morti.

Contemporaneamente nella casa di Agatocles, ricco negoziante greco,

abitante nel pago Augusto-Felice, un liberto ed una schiava erano

nell’_æcus cyzicenes_, che interrompeva l’ambulatorio sotto il

portico che circondava il grande xysto quadrato ed aveva lo sguardo

sul maraviglioso cratere partenopeo. L’uno cacciava in fretta in

una borsa di pelle ventitre monete di bronzo alla effigie di Galba.

L’altra gittava in un paniere di vimini una moneta d’oro di Nerone,

quarantatre denari di argento, quattro orecchini a spigo d’aglio ed una

cornalina incisa. Nel correre fuori si sentirono opprimere il respiro,

si appoggiarono alla parete e caddero. Nè diversa sorte aveva avuto

l’altra schiava, corsa dispesatamente in fondo del portico a diritta

ed entrata nel gabinetto di riposo che fa fronte al larario sulla

opposta parte. Aveva un braccialetto di bronzo ed al dito lo anello

d’argento del suo _contubernalis_. Misera! Non ebbe il tempo che di

baciare quel caro pegno di fede e spirare. Ulissia — la moglie del

padrone di quella casa — avea sperato salvarsi dal tremendo flagello,

ricoverandosi nel crypto-portico, ch’era la _cella vinaria_, la quale

contornava sotterraneamente lo xysto per la lunghezza dei tre portici

soprani. Fra ciascun pilastro, a fior di terra, aprivansi spiragli

dalla forma d’imbuti. Larghe provvisioni erano adunate in un canto ed

atte a sicurare la esistenza per qualche giorni. Di anfore piene di

vino ve ne aveva dovizia. Stimando il disastro passeggero come l’altro

di sedici anni innanzi, Ulissia conducea seco giù per la scala la

sua figlia Domna, gli altri bambini minori con dodici liberte. Giunte

verso la metà della crypta, un vapore ardente e soffogante entra per

gli spiragli da dentro. Un grido solo escì da quei petti affannosi.

E tutti a precipitarsi verso la porta per la quale erano entrati.

Troppo tardi. Un alito pestifero veniva pur dalla scala. Si fermano.

Si aggruppano. Si stringono convulsivamente insieme, quasi chiedendosi

l’un l’altro soccorso. E d’istinto, avendo compreso essere quello lo

istante estremo della vita, ognuno si velò il capo colla veste in atto

rassegnato e decente. Così furono rinvenuti quegli infelici diecisette

secoli più tardi, allorchè si cominciò a strappare il funebre lenzuolo

dal cadavere pompeiano. Sulle persone e per le terre erano gemme,

monete, uno stupendo candelabro, i resti di un _mundus muliebris_, un

pettine di legno, braccialetti d’oro, spilli ed anelli. La cenere fine

del Vesbio, penetrando per gli spiragli, copriva quei morti addossatisi

al muro. L’acqua impregnò di umidità e di sali quella cenere. La

quale indurì cogli anni e conservò le parti molli fino a che i secoli

queste ridussero in polvere. Lo ammasso delle ceneri, fattosi tufo

e attaccatosi al muro, era divenuto nel 1763 la forma di tutte le

cose vive che aveva racchiuso Ma i poco zelanti scavatori — uomini di

stipendio, non di scienza — accoppiarono il cataclisma della ignoranza

al cataclisma della natura. E ruppero bestialmente le ceneri indurate.

E le posero in frantumi per estrarre di quel fango le gemme e i monili

preziosi. E trasportarono nel Museo trionfalmente una collana di

filograna d’oro, avente nel mezzo una piastra d’onde pendono catenelle

terminate da foglie di vigna, un bel braccialetto formato da due corni

di abbondanza, riuniti da una testa di leone, e due orecchini. Cotesti

oggetti d’arte avevano più e più abbellito la bella persona di Domna,

di cui la cenere conservò per secoli l’ovale del viso, la forma del

seno, delle spalle e delle braccia; non che la stoffa leggera — di

_ventus textilis_ o di _nebula_, come Petronio e Tibullo chiamarono

quel tessuto dell’isola di Cos. — Collocarono infine entro una cassa di

cristallo la forma di una mammella, il cranio e qualche osso e qualche

pezzo di tessuto nella cenere tufacea.

Agatocles dovette aver l’anima vendereccia in un cuor duro ed egoista.

Non pensò alla famiglia quel mercante greco. Egli non cura che la sua

vita e le proprie ricchezze. Laonde, seguendo la schiava che andò a

morire nel gabinetto di riposo, volse a sinistra e si fermò dinanzi

all’uscio del portico occidentale che aprivasi verso i campi ed il

mare. Ma quivi lo attendeva Venere-Libitina, dalle dita affilate e

forti. Le due chiavi dell’uscio gli caddero dalla mano, dove splendeva

un anello formato da un serpe a due teste, un _amphisbene_. Provò

uno stringimento alle fauci, la vista si oscurò, le gambe vacillarono

e ruinò per le terre. Il liberto che avealo seguito, carico di vasi

d’argento e di una grande quantità di monete imperiali e consolari

chiuse in un sacco di tela, prosciolse anch’egli le membra e si distese

sul pavimento. Una bella lanterna di bronzo rischiarò la breve loro

agonia.

Nove altri scheletri furono rinvenuti fuori della casa nella direzione

del mare. Ed altri sopra un’aia non molto lungi dalla fine del

subborgo. Forse erano anche i servi della famiglia di Agatocles.

Pompei · 第 27 / 30 段