alla consumazione del tempo.»
Tubero levò il capo raumiliato e pieno di lacrime. Aveva recitato
un inno senza dir verbo. Aveva adorato Dio senza idolatria. Aveva
intraveduto lo infinito, la potenza arcana da cui dipendiamo. E quel
fiore della fede esciva odoroso dalle ruine di una città, siccome più
tardi avrebbe germogliato sulle ruine di un mondo panteista, che anche
una volta deve morire e — giovi sperarlo — per sempre.
Pochi istanti dipoi, e la mefite penetrò colà dentro. Uno sguardo
d’ineffabile melanconia. Un sorriso di trionfante fiducia... Tubero era
morto....
E al di fuori la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Alla fine ristette. Dopo alcune ore di tremenda agonia e d’indicibili
strazi il funesto fenomeno si tranquillò, si tacque. La terra non
oscillava. Il Vesvio più non fremeva. Calma, silenzio e tenebre. Allora
i riparati nelle parti più alte delle case escirono dalle crepacciate
mura e dai tetti infranti ed aperti. E gittatisi sullo strato dei
lapilli che alzavasi per parecchie braccia sul selciato, cominciarono
a correre a precipizio verso le porte colla speranza di salvarsi a
Nuceria od a Stabia, o verso la piaggia marina. Ma, molti infelici
rimasero per via fracassati dalle pietre fuor di equilibrio che
cadevano loro addosso, od asfissiati dalla mefite che sprigionavasi dal
suolo fumante.
Nella via di Dafne, un uomo alto della persona è già in piedi. Stende
le braccia e vi accoglie la sua figliuola undicenne. La depone sulle
pomici inzuppate e livellate dalle acque e leva di nuovo le mani per
aiutare la moglie a discendere. Si cuoprono il capo, si avvolgono il
manto attorno il braccio sinistro ed il corpo per essere più liberi
nella corsa. L’uomo raccoglie una borsa di pelle ove avea chiuso un po’
di danaro, un anello e gli orecchini d’oro, dà un bacio sulla fronte
scolorata della figliuola, chiamandola,
— _Salve, o dulce pignus._ —
e s’incammina. Era in su i cinquant’anni. Grossi baffi ombreggiavano il
suo labbro superiore. I _femoralia_ cuoprivangli le cosce e le gambe.
Aveva nel mignolo della destra lo anello di ferro delle sue nozze.
Sotto i sandali allacciati erano chiodi per fare la _solea_ più forte.
Quel suo piglio risoluto e marziale lo fa supporre uno dei veterani
coloni, venuto dal Pago Felice al mercato colla sua famigliuola. Anche
la moglie ha un anello di ferro. Scambiano pochi passi. Avanzano sulla
crocevia e cadono. L’uomo, supino. Le donne, a quattro braccia di
distanza, incrociando le gambe insieme e a traverso della strada. La
madre solleva una mano increspata dall’agonia e si sdraia sul fianco
destro. La figliuola cade a sinistra ed appoggia mollemente il capo
sulle due mani ed alza la gamba ed il piede nell’ultimo moto dei
tendini.
Più in giù, verso le Terme una matrona cammina arditamente. Anch’essa
forse si gittò da un tetto sulla via. Aveva chiuso in un manto due
vasi di argento, alcune chiavi, novantuno monete, orecchini, fibule ed
altre minute cose. La mefite a lei tolse il respiro e cadde sul gomito
sinistro col capo appoggiato a diritta e colle gambe e le braccia
contratte dall’agonia. Orribili sofferenze le sue!
Siccome un liquido che bolle entro un caldaio pel soverchio del calore
sollevasi rigoglioso verso gli orli, e gl’invade, e gl’innonda, e gli
supera; così una infuocata materia cominciò a rifluire da tutte le
parti del Vesvio e rovesciò ruinosamente sulle sue spalle, pari a larga
fiumana. Frequenti baleni con terribili detonazioni squarciavano le
fitte tenebre. Ed un nembo di cenere cominciò a cader sullo spazio. E
sopra il golfo correva verso Capreas un nuvolo denso per entro il quale
vedeasi tratto tratto una gran fiamma in tutta la sua lunghezza. La
quale, ora chiarissima, ora rossa di sangue, lanciava fuori fiammelle
in varie lingue e figure, ondeggiando, balenando, tuonando, e vibrando
fulmini al cielo. Succede una terribile scossa. La terra si fende. E da
quello squarcio escono fiamme e fumo. E l’orlo si allarga, s’innalza,
si colma e prorompe. In alcune parti putrido fango esce dal suolo
aperto.
E le ceneri piovono fitte, oscure, impalpabili e continove.
Nella notte, in due tremendi scrosci parve che il globo crollasse dalle
sue basi. Era il Vesvio che scompariva tra i fulmini e il grandinar
dei macigni; e alle falde del vecchio monte spaccato ed inghiottito
sorgeva in poco tempo una nuova fucina di sassi, di pomici e di lava
che ricostruivano il Vesuvio ardente dove ora si trova. E il gorgoglio
cupo, continovo, profondo commoveva in tempesta le acque del cratere
partenopeo.
Allorchè scoppiò la grande eruzione ed il fumo assunse la forma di un
pino colossale sull’orizzonte, Plinio, che comandava la flotta romana
in Miseno, giaceva nel letto e studiava. Avvertitone dalla sorella e
dal nipote, si levò e salì sur un terrazzo elevato per osservar meglio
il prodigio. Dotto uomo, curò esaminar da vicino la strana catastrofe.
Una nave leggera è già pronta. Esce di casa colle tavolette nelle mani,
s’imbarca, quando i _classiarii_, cioè i soldati della flotta che erano
in Retina, vengono a pregarlo gli salvi dal grande pericolo. Ciò che
prima era in lui curiosità di scienziato, divenne dovere di capitano.
Fa che le quadriremi si apprestino e parte verso tutti i borghi della
costa onde dar loro soccorso. Nello accostarsi a Pompei — ove il
pericolo gli parve maggiore — le ceneri calde erano più spesse. Il mare
rifluiva dalle sponde le quali erano inaccessibili pei pezzi interi
di montagna di cui erano coperte. Il piloto il consigliava di tornare
indietro. Cui Plinio rispose,
— _Fortes fortuna juvat. Pomponianum pete._ —
Or questo Pomponiano era il comandante delle triremi che stanziavano in
Stabia. E forte impaurito del cataclisma, avea fatto trasportare i suoi
mobili sulle navi ed attendeva un vento meno contrario per levare le
ancore. Plinio lo accosta, lo abbracciagli fa cuore. E per me’ riescire
allo scopo, ordina gli apparecchino un bagno. E presolo, cena colle
apparenze della gaiezza abituale. I fuochi del monte illuminavano il
triclinio. Gli astanti tremavano, credendo al finimondo.
— Rassicuratevi, amici. Quelle grandi fiamme vengono dalle amene ville
che disertate dagli abitatori bruciano, perchè senza soccorso. —
Quindi si sdraia sul letto e dorme un sonno profondo. Ma, finalmente
la corte che dava accesso alla sua camera si empie sì fattamente di
cenere e di pomici che gli avrebbero vietato la uscita se più avesse
tardato. Lo destano. Esce. E raggiunge Pomponiano e gli altri che
aveano vegliato. Tengono consiglio. Le frequenti scosse del suolo
scardinavano la casa dalle fondamenta. Fuori, la pioggia dei sassi,
quantunque leggeri e disseccati dal fuoco, era a temersi. Bilanciati i
due pericoli, fu deciso di rimanere nella rasa campagna.
Tutti escono dalla casa. Cuoprono il capo di guanciali, tenuti fermi
sul mento con legami. Albeggiava. Ma, nel posto ov’erano continuava
la notte profonda e la più scura di tutte le notti, schiarata solo
da un gran numero di fiaccole e da altri lumi. Si stimò prudente lo
accostarsi alla riva per esaminare da presso il mare. Le onde erano
furiose ed agitate dal vento contrario.
Plinio chiese dell’acqua e bevve due volte. Fece distendere un tappeto
per terra e vi si assise. Le fiamme si accrebbero. E l’odore di zolfo,
annunciando il loro avvicinarsi, fece che tutti se la dessero a gambe.
L’uomo dotto avrebbe voluto studiare quello sconvolgimento della
natura. Non lo potè fare. Ordinò a due servi il sollevassero; chè,
obeso era di corpo ed asmatico. Ricambia qualche passi. Ma, non può
correre. Gli esorta dunque a partire e salvarsi. Egli si curva e muore.
Una nube di zolfo circondandolo, lo avea soffocato.
E la cenere copiosa, sottile ed oscura cadeva sempre.
Molti pompeiani si erano salvati dirigendo i passi in sul primo
scoppiar del flagello verso il porto e le sue adiacenze. Quando le
acque assorbite dalla forza dell’igne che saliva dal centro della terra
prosciugarono le sponde, ed il mare rifluì impetuosamente lontano, le
triremi e le piccole barche si curvarono sui fianchi nell’arena. Ognuno
incoraggiato dall’altro corse sul canale a piede asciutto e come meglio
potè, si cacciò sulle navi. Oh! la confusione di quello istante! L’uomo
nei grandi pericoli è egoista. Vi furono padri che disputarono ai
figli la corda per salir su! Vi furono madri coi lattanti sul braccio
che niegarono aiuto ai più adulti per salvare l’ultimo nato dalle loro
viscere! E vecchi cadenti rifiutati! E amanti sbracciarsi per far salva
la idoleggiata dal loro cuore colla perdita dei propri parenti! E donne
stendere un remo e tirar su con forza non pria creduta lo eroe dei cari
entusiasmi, il sorriso delle gioie più intime! A ciascuno pareva di
avere innanzi a sè alcuni secoli a vivere e ne accaparrava le delizie
ed i redditi. Eh!... Dei secoli avevano sulla persona e sulle vesti la
polvere che in forma di sottilissima cenere pioveva, pioveva sempre!
Ecco il mare respinto che torna impetuosamente nei suoi dominii. I
marosi urtano, spingono tutto che trovano sulla loro via, uomini e
cose. La folla ancor sul canale annega e si straccia sotto le carene
irrompenti. Alcune barche si sfasciano. E le onde feroci nel loro
riflusso trascinano confusamente la facile preda. — La ferocia del mare
è una verità! È la passione alle prese colle sue vittime. Vedi montagne
mobili e colline di acqua che si urtano insieme e si spezzano con alto
fracasso. Ora i cavalloni spumosi e fosforeggianti levavano i triremi,
i rottami e i cadaveri sull’erta di un’Alpe. Ora scaraventavano tutto
per la china nella valle profonda. Ora nello ascendere accadeva uno
scontro; e tra gli spruzzi e le ondate sonore, il misero schifo
affondava nello abisso e la più grossa nave trovava la via dello
scampo. E dentro?... Oh! Dentro poi, musica e agrume di vomiti, membra
infrante ed uomini balzati nelle onde, grida di marinai e pianti
miaulati di donne, sordi urli del vento, muggiti, fischi, spettacolo di
morte!
Alcuni che si avviavano al porto, alla vista di quello esterminio
rischiarato dalle grandi fiamme del monte, se ne ritrassero impauriti e
corsero a salvarsi sulla collina ove si costruiva un tempio dedicato ad
Augusto.
Il vecchio Svedio era nel numero. I servi, i clienti, gli adulatori
nello istante del supremo pericolo lo avevano lasciato solo. Adiposo
e grave, aiutato da qualche passante superò gli ostacoli sulla larga
via delle fontane di Pallade e dell’Abbondanza. Riprese fiato sotto
la volta della porta della Marina. E poi, in su cogli altri. Pensava
fra sè che i suoi giorni erano contati e che ben presto il suo cuore
cesserebbe di tormentarlo. Si assise dietro un muro sul capitello
di una colonna ed attese i decreti del Fato. Corsi alcuni momenti,
gli accenti desolati di una fanciulla lo volsero alla parte d’onde
venivano. La chiamò e la invitò a sedergli accanto.
— O chiunque tu sia, ho paura.... Tieni, dammi la promessa di non
farmi morir sola. I miei, morti, o salvati. Era con essi.... e
disparvero. —
E piangeva e singhiozzava disperatamente.
— Infelice! Non morrai. Dove io andrò, e tu verrai, o misera.
— Ma nell’Erebo no, sai? I miei genitori dicevano che colà vi è qualche
cosa migliore della vita. Ma... in questo istante supremo in cui
lo spirito trionfa, il sangue mi dice di non andare, la gioventù mi
ritiene.... la partenza dal mondo mi sembra sinistra.... E poi colà
abitano i numi.... crudeli... spietati.
— Gli dei ti ascoltano ed avranno pietà di una innocente. Io
ebbi aspirazioni diverse da quelle che or provo. Ora io desidero
semplicemente, sinceramente di vivere per aiutarti. Cessa dal piangere
i tuoi. Tu diverrai la mia figliuola, la consolazione del vecchio
Svedio nell’Urbe, se....
Uno scroscio immenso gli troncò le affettuose parole sul labbro. La
bambina si chiuse nelle sue braccia e mormorò sull’ampio suo petto:
— Ecco, ecco la morte.... colla sua falce assetata!.... O madre mia!
— Quei che t’amano.... o che ti amarono ti raggiungeranno.... o ci
accoglieranno negli Elisi. —
Un’onda di cenere li circondò, li coprì, li tolse dallo sguardo
dei fulmini che solcavano l’aria. E il dialogo di due cuori, l’uno
sconosciuto e l’altro illustre, fu rotto per sempre.
Poco discosto dal gran giustiziero avea trovato mezz’ora innanzi
rifugio Quinto Lepta, lo antico amante di Byrrhia, la vedova consolata
del duumviro Aulo Vezio. Appoggialo al muro laterale della Basilica,
teneva stretta sul petto una donna cui baciava convulsivamente la
fronte e i capelli. Tra i dolci nomi ch’ei proferiva nel suo dolore
udivasi mormorare Amaredia.... E Byrrhia? La soave creatura aveva
vissuto la stagion delle rose, ed un giorno partì per riabbracciare
nel Tartaro l’ombra tradita del coniuge suo. — Le tristezze dell’animo
non duravano a lungo in Pompei. Lepta era in su i quarant’anni. E
contemplando con una tal quale curiosità in uno _speculum_ di argento
brunito quel personaggio misterioso ed ignoto per ciascuno di noi che
addimandasi sè stesso, vide alcune rughe ed alcuni fili d’argento che
facevano ingiuria alle nere sue chiome. Lo amore è la fede. Conveniva
legar l’uno e l’altra e non perderli. Diede ai suoi occhi quella serie
di espressioni animate, desiose, attente cui la psiche risponde. E
Amaredia, della famiglia Rufa, ignara della scienza della vita, si
avviluppò di quella passione ch’era una _stola_ per lei, e lo sposò.
Erano allora illuminati dal languido chiarore della prima luna....
Quella luce serena doveva ben presto offuscarsi! Dopo alcune ore
passate in trepidanti smanie, in imminenti pericoli, in cui i dolci
ricordi si arruffavano colle incertezze dello avvenire, Lepta potè
trarre in salvo la donna, per cui sentiva cara la vita. Ma da una
varietà di sciagura era caduto in un’altra. Ambedue coi piedi sepolti
nei lapilli e coperti a metà dalle ceneri che cadevano loro sul capo,
attendevano in un estremo bacio la morte.
— _Tecum vivere amen. Tecum obeam libens._
E la bella dai capelli non lucidi e dalle pallide gote accorse allo
invito. Ed il raggio dello amore immortale gl’irradiò coll’aureola dei
martiri.
Il ridestarsi del vulcano dal sopore dei lunghi secoli, compiendo
l’ultima rovina della mia gentile Pompei, accomunò le istesse sorti
agli oppidi, ai borghi e alla grande artistica città di Herculanum che
componevano una graziosa ghirlanda ai piedi del Vesvio. Da per tutto il
suolo traballò come baccante briaco. I sopravvissuti si salvarono per
mare verso Surrentum, Capreas, Neapolis e Misenum. Il maggior numero
che prese le vie di terra, le trovò aperte ed eruttanti putrido fango;
od interrotte in tutte le direzioni dai torrenti di acqua assorbita
e vomitata dal monte e da alti incendii e da vastissime fiamme che in
molti punti del vulcano splendevano. E tutti morirono. Herculanum restò
sepolto sino al tetto dei secondi piani dei suoi nobili edifizi da un
cumulo di acqua e di ceneri, or divenuto tufo assai duro, e poi, per
una assai maggiore altezza dalla pioggia ulteriore delle ceneri, dei
sassi e delle pomici sciolte.
Plinio il giovane, nipote dello ammiraglio, ch’era rimasto colla
madre in Misenum per ordine dello zio, descrisse a Cornelio Tacito
ciò che avveniva nel luogo ov’era, il dì poi della catastrofe. Cotesto
frammento di lettera s’innesta di per sè sulle pagine precedenti.
«.... Era la prima ora del giorno, e ancor non appariva che un debole
chiarore, pari al crepuscolo. Allora le case furono disordinate
da sì forti scosse che non fu più sicuro lo stare in un luogo per
verità scoperto, ma molto stretto. Risolvemmo di lasciar l’oppido;
il popolo spaventato ci siegue in folla, ci attornia, ci spinge. E
scambiando la paura in prudenza, ciascuno modella la propria sicurezza
su quella degli altri. Esciti dallo abitato, ci fermiamo. E là, nuovi
prodigi, nuovi sgomenti. I veicoli che avevamo con noi erano ad ogni
istante agitati, quantunque in rasa campagna; e non si poteva neppure
collo aiuto di grosse pietre fermarli nel posto. Il mare, parea, si
rovesciasse sopra sè stesso, come fosse cacciato via dalla sponda dal
moto della terra. E nel vero, la riva erasi fatta più larga, e sulle
sabbie erano diversi pesci rimasti a secco. D’altro lato, una nugola
nera ed orribile, squarciata da fuochi che si slanciavano serpeggiando,
mettea fuori lunghi razzi simili a lampi, ma di questi più grandi.
Nell’atto un amico di mio zio, venuto allora allora di Spagna, tornò
per la seconda volta ad insistere:
» — Se il fratel vostro, se il vostro zio è ancor vivo, si augura
al certo che voi vi salviate. Se gli è morto, volle che a lui
sopravviviate. Che più attendete? Perchè non scampate? —
»Noi gli rispondemmo;
» — Non possiamo pensare alla nostra salute finchè saremo mal certi
della sorte di Plinio. —
» Lo Spagnuolo senza ritardo cercò lo scampo in una fuga precipitata.
Quasi subito la nube cade a terra e cuopre il mare. Ci nasconde l’isola
di Capreas che avviluppava e ci fa perdere di vista il promontorio di
Misenum. Mia madre mi prega, mi scongiura, mi ordina di salvarmi come
che sia. Io il posso alla mia età. Non essa, carica d’anni com’è e
grave di forme. La morrebbe contenta se non mi fosse cagione di morte.
Or io le dichiaro che non v’ha salute per me senza lei. Le prendo
la mano e la forzo ad accompagnarmi. Lo fa con pena e si rimprovera
di ritardare i miei passi. La cenere ci cadeva addosso quantunque in
piccola quantità. Volgo il capo e veggo dietro di noi uno spesso fumo
che ci segue e si spande sulla terra come un torrente. Dico a mia
madre:
» — Finchè luce, lasciamo la grande strada per tema che la folla
inseguente non ci soffoghi nelle tenebre. —
»A mala pena eravamci scostati, la oscurità divenne sì fitta, come
non già in una notte fosca e senza luna, ma in una camera ove tutte
le lampade fossero spente. Non avresti udito che lamenti di donne,
gemiti di fanciulli, grida di uomini. L’uno chiamava il padre. L’altro
il figliuolo. L’altro, la donna sua. E non si riconoscevano che dalle
voci. Quale deplorava la sua disgrazia. Quale, la sorte dei suoi
parenti. Ve n’erano persino a cui il timor della morte faceva invocare
la morte. Molti imploravano il soccorso degli dei. E molti credevano
non ve ne avesse più. E quella l’ultima ed eterna notte in cui il mondo
sarebbe sepolto. Eranvene altresì di quelli che aumentavano il timore
ragionevole e giusto con paure immaginarie e chimeriche. E dicevano che
in Misenum questo è caduto e quello arde. E lo sgomento dava peso alle
loro menzogne.
» Apparve alla fine un bagliore che annunciava — non il giorno — ma lo
approssimarsi del fuoco che ci minacciava; si arrestò pertanto lungi da
noi. Reddiva la oscurità e la pioggia di cenere ricomincia più forte e
più spessa. Eravamo ridotti a levarci di tempo in tempo e scuotere le
vesti; senza ciò ci avrebbe coperti e inghiottiti. Posso menar vanto
che in mezzo a tali pericoli, non dissi verbo, non mostrai debolezza.
Era sostenuto da quella consolazione poco ragionevole — quantunque
abituale nell’uomo — il credere che tutto lo universo perisse con
me. Finalmente lo spesso e nero vapore si dissipò, e a poco a poco si
perdette come fumo o come nuvola. E poi apparve il giorno ed anche il
sole, giallognolo però come in una ecclissi.
» Tutto ci parve cangio. E nulla era se non coperto sotto monti di
cenere come di verno sotto la neve. Torniamo a Misenum. Ciascuno vi
si aggiusta come può. E noi vi passiamo una notte tra il timore e la
speranza — lo spavento però usurpando la parte maggiore. — Imperocchè
il tremuoto continovava sempre. Non si vedevano che genti impaurite
coltivare il proprio sgomento e quello degli altri, con sinistri
presagi. Non ci venne mai però il pensiero di ritirarci finchè non
avessimo avuto le novelle dello zio, malgrado che fossimo ancora in
attenzione di un pericolo così tremendo, visto sì da vicino.»
La catastrofe durò tre giorni. La cenere corse largo spazio. Si legge
fosse volata in Africa. Certo, i Romani l’ebbero sui sette colli e
temettero il disordine nei pianeti; cioè, che il sole cadesse sulla
terra per spegnersi; e la terra salisse nel vuoto per incendiarsi.
Quando la natura si acquetò, ed il mare si fece più calmo, e il
disco raggiante potè mostrare il suo eterno sorriso a queste desolate
contrade, Pomponiano tornò su quel posto ove il suo capitano era morto.
Plinio era disteso sul tappeto in attitudine d’uom che dormisse.
Gli scampati da Pompei tornarono sul suolo della terra natia. Ma, come
diversa da quella che era! Una grave mora di lapilli e di cenere!
Una collina grigiastra d’onde tratto tratto sorgeva una colonna
infranta, un capitello, un muro sporgente e senza forma.... i segni
di un cimitero immenso!... Morte! Morte parziale però, e meglio una
nascita che una morte. Il passaggio di larva a crisalide, un seguito
di metamorfosi al servizio della vita generale. Rapidità. Fissità.
Eternità. Il fil verde sotto le nevi cadute. — Oh! le lacrime! Oh! gli
omei di quei miseri! Indarno cercavano su quel piano le dimore ov’erano
nati, ove giacevano sepolti i cari congiunti, ov’erano celati gli
oggetti più preziosi e più cari. Alcuni disperati grattavano le pomici
colle unghie, sperando calmare lo schianto dell’anima nel riveder le
sembianze morte, quale dei figli, qual dell’amante. E nella impotenza
si carpivano i capelli, si dilaniavano il volto, si stracciavano le
vesti. Miseri! ahi, miseri!
I più ricchi, calmata la prima passione, vennero con schiavi compri a
praticare alcuni pozzi, sostenuti da tavole puntellate, per riavere
i loro marmi, le loro statue, le loro gemme, i loro denari. Cotesto
fatto creò una industria di disseppellitori, i quali rubarono quanto
trovarono. Ed in una casa in riparazione nell’atto del cataclisma,
piena di marmi pregevoli da collocarsi, aggiunsero persin lo epigramma,
scrivendo colla punta ΔΟΥΜΜΟC ΠΕΡΤΟΥCΑ presso l’uscio, dopo averla
forata per ogni verso. Quel mestiero da talpe fu proficuo a parecchi;
chè, ogni casa fu visitata; e particolarmente quelle delle agiate
famiglie e le botteghe, ove supponevasi fosse rimasto il peculio. E
fu ad altri letale. I ladri isolati, chiusi dalle facili frane dei
lapilli, perdettero il respiro e la vita ed il sepolcro servì loro di
carcere.
Tito Vespasiano trasse per sorte dal numero dei cittadini consolari
i procuratori per dar ordine agli inconvenienti occorsi e con molta
pecunia soccorrere le popolazioni del littorale, prive delle loro
case e dei loro campi. Nella mente di Cesare era il pensiero di
sgomberare lo abitato e di ricostruirlo come in antico; ed i beni di
quelli ch’erano stati oppressi dallo straordinario incendio e dal più
straordinario seppellimento — dei quali non si ritrovassero gli eredi
legittimi — fossero assegnati al rifacimento delle cose guaste e delle
genti afflitte. Ma, i dignitarii, esaminati i luoghi sotto il vulcano
che potea un dì o l’altro ricominciar la catastrofe, stimarono che la
ingente spesa la sarebbe perduta. Lo imperatore non vi pensò su più che
tanto. Le erbe ben presto germinarono sulla collina che copriva Pompei.
Le vigne e gli alberi ne usurparono il posto a contrasto. Sursero sopra
le case dei villici. Ai secoli successero i secoli. E le generazioni
perdettero per sino il ricordo che il suolo dal loro aratro solcato era
il coperchio di una nobile tomba.
L’uomo è fatto così. Facilmente è distratto ed oblia.
Aveva dieciotto anni quando venni la prima volta a visitare la
dissepolta città. Vi tornai più tardi per Garibaldi e con Garibaldi. Il
suo aspetto ebbe sempre per me qualche cosa di attraente, di fuggevole,
di misterioso che attizza potentemente le fiamme del cuore. A furia di
contemplare con riverente affetto le dirute cose io finii per disvelare
secreti che i molti non vedono. E qui provo rivelazioni inattese e
faccio conoscenze gradite che tanto piacciono all’anima mia.