Morto Popidio Celsino, la eredità di Plilia fu venduta, ed essa colla

sorella tornossene in Grecia, dove da lento morbo consunta morì. La

casa venne compera da Flavio Ceppysiodoro, liberto di Flavio Licinio

Romano, arricchito dal commercio dei marmi. Avendo vissuto a contatto

di tre diverse civiltà — molto in Egitto, un po’ nell’Urbe ed in Sycion

ov’era nato, e per sopra ciò schiavo — aveva elevato a religione la

teoria del tornaconto; e il re del suo Olimpo per lui era Mercurio che

per sua propria devozione aveva mandato a nozze colla Malafede e faceva

adultero coll’Astuzia, colla Menzogna e colla Viltà. A cotesti soli

iddei egli dava incensi ed onori. Gli altri numi ei li lasciava tutti

alla gente sciocca e gocciolona che non s’intendeva di affari. Per gli

uomini arricchiti, di tal conio, la virtù in quei tempi era la virtù

in questi che corrono — vano nome. — I nummi rappresentavano molte cose

manchevoli, necessarie e richieste. Come oggi!...

Aveva sposato da alcuni anni Perennia, la figliuola di un’altro liberto

ricchissimo, suo coetaneo, il quale era morto per un’apoplessia che

lo colse nelle braccia di una donna. Un terapeuta corse in suo aiuto.

Ma il brav’uomo era già nel Tartaro, attendendo che i _pollinctores_

gli lavassero e gli profumassero il cadavere e facendo voti che i

_vespillones_ non gli togliessero di bocca la moneta per pagare il

navicellaio Caronte. Come sempre, senza mercede non si passava in quel

mondo che anche oggi si spera e si dice migliore.

Perennia era giovane e bella. Nè amava. Nè stimava il marito. Ma, molle

e licenziosa, lo conduceva a suo modo. La sua faccia agl’indifferenti

non diceva verbo e pareva una Sfinge. I giovani a modo però e che a lei

piacessero vi leggevano quello che nel verno, appoggiati i piedi sugli

alari di un camino, noi vediamo sui capricciosi disegni delle fiamme e

del fumo. Val quanto dire ciò ch’essi volevano e desideravano.

Nel secondo atrio adorno di bel pavimento a musaico e che ha un

recipiente rettangolare nel mezzo per raccorvi l’acqua piovana del

tetto, sono molte donne che tessono e filano con quella rilasciatezza

con cui lavorano le genti comprate, cui i rimproveri e lo staffile

sono incitamento alle opere. Ed il caldo soverchio sin dalle prime

ore del giorno — quell’afa sì straordinaria, in tal mese autunnale

— avrebbe loro fornito le proprietà sonnifere del papavero, se non

avessero dato alcun riposo alle mani e molta libertà alle ali del

pensiero. Una sola aveva un viso misterioso. E, poggiati i gomiti sulle

ginocchia, lo sosteneva sulle palme aperte delle mani. Clysma, nata in

un paese dell’Asia, era poco loquace per abito, e parea che, prestando

l’orecchio alle armonie della sua mente, si confortasse della schiavitù

e della durezza di quello stato con consolanti e fatidiche apparizioni.

Perennia che dormiva in una stanza vicina ruppe con un grande urlo

il cicaleccio delle sue schiave. Alcune accorrono nel cubicolo. Poco

stante essa giunge pallida in volto, si asside e si terge il sudor

della fronte. E tutte ansiose a domandarle che fosse.

— Ah! Io feci un sogno tremendo. E mi destai affannosa e fradicia

tutta. —

E Scaura, e Maronia, e Giulia, ed Angipta, ed Auga, e Tanablea le

ripetevano la domanda.

— Pareami di essere in un paese pieno di strepito e di lamenti. Era in

Pompei? Non so dirlo. Ma nessuno io scorgeva intorno di me. Volti gli

occhi in aria vidi Nemesi irata lanciar sulla terra gruppi di serpi

lividi e schifosi. Tento uscir dallo xysto e riparare in casa, quando

odo un urlo straziante.... e inorridita veggo il piccolo Cæsariano coi

capelli irti sulla fronte correre a me e precipitarmisi nel grembo. Un

di quegli aspidi lo mordea sulla nuca e le sue spire strette al collo

glielo serravano a soffocarlo. Pallida, tremante, fuori di me dallo

spavento, mi provo a discioglierlo da quel laccio. Ma.... le forze mi

mancano, le dita s’irrigidiscono, grido.... alfine mi desto.

— Terribile sogno! Clysma? Esci dai tuoi abituali silenzi.... Soccorri

alla nostra padrona colla tua prescienza e la calma.

— Maronia.... E che dirò? Voci giulive non mi esciranno dal labbro. È

il sogno men chiuso che Perennia abbia mai fatto. —

E Scaura;

— Orsù. Toglici dall’ambascia. Apri gli arcani del sogno. —

La Egiziana allora guardò tutte in viso una per una, e si levò dalla

postura in cui erasi per ore tenuta. E per quella facoltà dello

spirito la quale nelle sofferenze morali, fa che la creatura dai nervi

sensibilissimi presagisca gli avvenimenti o, nella esaltazione del

cervello, li vegga svolgere in luoghi discosti, Clysma continovò:

— Osiris, lo sposo della sorella Isis.... Typhon, suo fratello, lo è

di Nephtis. Questi ha trovato la corona fraterna sul letto nuziale

presso la moglie addormentata e stanca... Mirate lo scoppio della

gelosia!... Le acque invece di fecondare distruggeranno. Le terre

aride colmeranno le terre piene di vita e di germinazione. La nimphæa

nelumbo impallidisce e muore su suo verde stelo.... La felicità morta!

Le dovizie morte! Lo amor morto!... Tutto morrà in questa contrada che

ha dilaniato a lento morso i miei verdi anni e il mio misero cuore!...

Amset, Hapi, Satmouf, Mamses — i geni di Amenthi — non accoglieranno

col natrum le nostre viscere nel loro grembo. L’orecchio di Retiset

è già chiuso ai vostri lamenti.... Apparecchiatevi. Apparecchiamoci

tutti.

— Io ti farò battere _usque ad necem_, o nera maliarda. È l’acre

vendetta della vile anima tua che a te suggerisce....

— Nè padroni. Nè schiavi. Tutti eguali innanzi all’ira di Typhon.

Le sue collere tu le hai vedute. Esse si spanderanno su te.... Era

l’agonia che ti troncava i polsi e ti vietava di salvar Cæsariano....

Dì! Non vedesti il monte nel sogno?... No?.... E pure dal monte Typhon

verrà. —

Ciò detto, Clysma tornò a sedere per terra, appoggiando le guancie

sulle sue mani. E le altre più impaurite che mai. E Perennia divenne

livida come se l’alito della morte le avesse sfiorato la fronte. Ma,

cambiata idea, replicò:

— Io ti ho comprato _gypsatis pedibus et auribus perforatis_; ed eri

una _vernacula_ nata in casa di un cittadino romano in Babylon. Ti feci

istruire _in artibus ingenuis_ e fosti _pædagoga_ del mio Cæsariano.

Eri considerata la Perennipora qui. Così tu ricambi la bontà del mio

cuore?

— Accorciando lo stame della mia vita tu non allunghi il tuo. Io tel

ripeto... Typhon si agita per febbre ardente nel monte. Credi tu che

le tue verghe solcanti il mio corpo possano fare ch’egli non ne esca

fuori? E pensi che se tu dicessi al pretore:

— _Hanc fœminam liberam esse volo jure Quiritum._ —

cotesta affrancazione salverebbe la città dall’ultimo esterminio?

— Oh! Questa schiava coi suoi delirii m’insulta. Chiudetela nello

ergastolo, e questa sera deciderò della sua sorte.

— Presumente!.... Non sarai in tempo fra un’ora. Un’ora?... Ecco. Trema

la terra... Ah!... Lo scoppio!

Tutte balzarono qua e là, tenendosi alle vacillanti pareti. L’orribile

scroscio rintronò nei cuori già preparati dalla paura. La gragnuola

delle pietre incomincia. Un tetto è sfondato. Cæsariano ferito nel

collo corre barcollante e piangendo in cerca della madre e la giunge.

Auga, Maronia entrano nelle stanze e raccolgono anelli, armille e

monili d’oro, utensili di argento e una copia grande di monete. Riedono

presso la padrona e la persuadono alla fuga.

Ma dove e come? La pioggia delle pomici ha oscurato l’aria e ricuopre

il suolo. Tentano a tastoni, a lato del tablino, di penetrare pel

piccolo uscio nel sotterraneo e salvarsi dal triclinio a terreno per la

pianura. Scambiati pochi passi un’aria pestilenziale e non respirabile

ne le caccia indietro.

— Salvaci, o tu, che lo puoi. Le dovizie di mio marito per te!...

Affida alle braccia del tuo Dio questo frutto almeno delle mie

viscere. —

E stringeva al petto il bambino e lo baciava coll’amor passionato di

una madre. E stendendolo a Clysma, cadde stramazzoni, sui lapilli,

affogata dalla mefite. E tutte caddero morte nell’atto stesso.

E le pietre pomici piovevano sempre!

Sino dal giorno innanzi Tito Plasilio Aliano, figliuolo dello

affrancato Timagène era tornato dal _Pontus Euxinus_, sur una delle

navi paterne. Disceso e abbracciata la famiglia e tutti gli amici

che ben presto gli furono d’intorno, die’ ordine di scaricare la

_caudicaria_ che aveva guidato nel porto. Il dì poi chi passava

trovavalo laggiù e gli stringeva la mano e festosamente lo baciava.

Era un bravo uomo, tutto inteso all’ora presente e felice nei ghirigori

della vita. L’anima sua e le cose esterne nel vagabondar che faceva mai

trovavano il chiodo fastidioso della fermata. Nomade nel deserto dei

mari, le sue corse erano come i raggi del sole i quali splendono per

tutti; e non sentiva gli accessi melanconici della poesia solitaria,

figliuola allo egoismo. Giunto laddove gli affari del traffico paterno

il menavano, vendeva, cambiava, comperava. Ed intanto provvedevasi

di uno alloggio e di un’anima che non fosse tirannica, permettentesi

senza donarsi. Talvolta erano doni di Numi. Tale altra merci lucrose.

Sempre passeggere felicità, incarnate e colorite da un vivido sangue;

il quale, al pari del liquore dei grappoli d’uva, forniva ebbrezze

subitanee ed accessibili a tutti.

Giovanetto e col padre erasi dato al mestiere del nauta. Aveva visto

molte contrade, e il suo intelletto erasi sviluppato al contatto dei

diversi popoli che avea bazzicato. Sapeva la storia dei Greci, suoi

compatrioti di origine. Conosceva i loro usi, i loro spettacoli.

Erasi maravigliato dei monumenti del vecchio Egitto e delle pitture di

vivi colori — mezzo decorativo, recondita storia. — Tende — Armenti

— Deserti — Vaste solitudini — Città incivilite. E il lago immenso

detto il _Palus Maeotis_. E Panticapea, dalla cui altezza scorgevasi la

imboccatura dello stretto del Bosforo Cimmerio che congiunge il lago al

_Pontus Euxinus_.

Begli anni vaganti e bene spesi, perchè proficui al suo commercio

e allo addottrinamento del cuore. Tornato in paese, gli pareva

ringiovanire. Emozioni, sorrisi, riposo. E quelle maghe graziose dello

spirito, che aleggiano attorno e dicono il dolce incanto a chi ritorna

dopo una non breve assenza nel loco natio.

— Sii il ben giunto, o Plasilio, nella nostra città. Che io ti abbracci

e mi gratuli teco della fiorente sanità che gli Dei ti conservano.

— Sei sempre il mio amico, o Porcinio Rodio, fin da quando Verna ci

forzava ad apprendere a furia di nerbate. Sia pace ai suoi Mani. Ma

aveva il braccio assai grave. Che fai costì nel porto?

— Seppi il tuo arrivo ieri nell’Odeon dagli amici Umbricio Bifurco e

Karminio Hyccario. E venni a vederti, poichè immaginai come nelle tue

case fosse vano il trovarti. D’onde vieni?...

— Dalla costa orientale del Chersoneso Taurico.

— Quali le merci trasportate qui?

— Molta parte del carico è il frumento che gli schiavi e i saccari

ammonticano dinanzi il magazzino, là in fondo. Or che la Sardinia e la

Sicilia ne fanno desiderare, stimai affare migliore comperarne nella

Tauride che ne produce in abbondanza. La terra, solcata appena dallo

aratro, ne dà trenta per uno. E l’affluenza da qualche anno è siffatta

che hanno aperto di recente in Theodosia un porto capace di almen cento

navi. Giunio Sequestro, il pompeiano, e lo ateniese Hyphidamas sono

andati a Panticapea. Il grano quivi è più caro. Ma lo caricano subito

senza attendere il turno, e per una nuova legge non vi si paga diritto

nè di entrata nè di escita.

— Anche di quel porto dicono maraviglie.

— E a ragione. E l’arsenale? E il castro? E la città? E le case dei

particolari? E le taberne? E le fabbriche? Tutto grande quello che qui

è piccino. Al ricordo le mie sensazioni si ravvivano e....

— E più se rammenti le creature che furono parte animata delle tue

felicità, eh?

— Eh!... Gli è pur così.... E molte volte io chieggo a me stesso se il

lago Maeotis non sia il più vasto dei mari e Panticapea la più bella e

vaga ed ospitaliera città dello universo.

— A trent’anni... e sempre eguale come a diciotto quando lo spettacolo

del mare t’inteneriva sino alle lacrime.

— T’inganni, o Porcinio. Così fosse?... Il molto vedere ha strozzato la

sorpresa innanzi i miei occhi e di tal guisa svanirono i molti piaceri

di cui essa è la madre. La esperienza a poco a poco si è rivestita

delle spoglie che appartennero alle sensazioni defunte e rimango quasi

insensibile a ciò che una volta m’illuminava tutto.

— Il solo Ponto opera però il miracolo!

— Vorrei veder te in faccia a quello immenso bacino, circondato quasi

per ogni dove da montagne che più o meno si sollevano dalle sue rive

ed in cui quaranta fiumi versano le loro acque, provenienti dall’Asia e

dalla Europa. La sua lunghezza è di undici mila stadi. La sua maggiore

ampiezza, di tremila e trecento. Differenti nazioni sono disseminate

sui margini suoi, di diversa lingua, di varia origine, di più svariati

costumi. Vi siedono città fondate da quei di Mileto, di Megara, di

Athenes. A levante è la Colchide, celebre pel viaggio degli Argonauti.

— Dicono che nel verno Eolo vi abbia il suo trono.

— Grande verità! Gli è perciò che prevedendo le nebbie le quali

oscurano la sua superficie, io drizzai la prora al ritorno. Hannovi nel

verno terribili tempeste e naufragi numerosi. Ma quai pesci eccellenti!

E quanta abbondanza! Il fango e le sostanze vegetali che i fiumi vi

scaricano gl’ingrossano e gl’ingrassano. Si vive sulle sue coste a

ruba. Immagina! Un bue di prima qualità pel nutrimento dei rematori te

lo danno per ottanta dramme. Un montone per sedici. Un agnello per due.

Un manovale costa per giorno tre oboli. Vi ho comperato mantelli di

lana per venti dramme e delle scarpe per sei.

— Verrò da te ad approvigionarmi al bisogno. Per ora la temperatura

non lo richiede, e cotesta è una grande stranezza del nostro clima in

questo anno.

— E sì, che anch’io ieri nello imboccar nel cratere me ne avvidi e ne

stupii forte. Ænonao, il protosaccario di mio padre, ha chiesto doppia

razione di _posca_ per ognuno dei facchini da scarico.

— Nè basta, o padrone. Ci pare di aver lo stomaco di ferro rovente. Più

se ne beve e maggiore è la sete. —

Era Cantrio che ripassava dopo aver gittato il suo sacco sul cumulo.

— Lavorate animosi e ne avrete.... Ehi! Santapila, tu che vai carico

verso il fondaco, di’ ad Ænoao che addoppi il buono che con tanta

facilità traspirate. Ma in tre dì voglio sgombera la nave per caricarla

d’olio in Capreas. —

Presumente! Parlava di avvenire in una città condannata e sopra un

selciato, mobile e vacillante quanto la tolda della sua nave!

I due amici si trassero di là e per la porta della Marina si avviarono

verso Pompei. Dinanzi la nicchia di Minerva sotto l’arco, incontrarono

Hera Nevia, Appia Callista e Terzia Turpedia, giovanette in preda

a febbri d’artificio che lo amore condanna e le cui fiamme sono

incerte ed effimere. Erano seguite da Abiginio Albulato, da Sesto

Eppio, da Afrenio Helvino, giovani sfaccendati che uccidevano la noia

logorante delle dodici ore luminose nella tonstrina, nei termopoli,

nelle Terme e le altre dodici nelle orgie. Un ricambio di sorrisi.

Strette di mano cordiali, ed innanzi. Giunti presso la Basilica,

il suolo traballa, le mura crepitano, le colonne piegano in volta.

E poi un rumor sotterraneo. Quindi lo scoppio sul Vesbio. Corrono

barcollanti nel Foro. Una colonna di fumo. Una grandine di sassi. Si

cacciano a precipizio sotto il portico e fuggono.... Fuggono. E lo

spavento cammina loro dinanzi colla testa imprecante agli Dei. E sono

abbracciati dalla morte che gli attendeva come certa sua preda.

Agato Vaio — il quale reggeva una _Caupona_ nella via Domizia, che

Giulio Polybio, il mercante di grani e duumviro, fattosi suo collega,

avevalo aiutato ad edificare — escì di casa difendendo il capo

dalle pomici con un cesto di vimini, corse forsennatamente verso il

_Ponderarium_ — officina del pubblico peso, che ora direbbesi Dogana —

urtò in un ciuco che la stranezza degli avvenimenti lasciava indeciso

nella fuga e che le voci interne del capriccio e..... dell’asineria

— spesso ascoltate dalle sue lunghe orecchie — lasciavano allora

impensierito ed immoto, lo gittò disperato da un canto e per una porta

di contro discese a saltelloni nel porto. Colà può afferrare una barca,

vi si caccia dentro e voga in salvo. — Era stato meglio _Cauponius_

che _Caupo_ in altri tempi; cioè, arnese di osteria piuttosto che

reggitore e padrone. Allora faceva versi. E quelli _exodia_, specie

di farse oscene, atte a dissipare in teatro le impressioni tristi

della tragedia, cui succedevano. Erane adunque _actor et auctor_. E

conservava i diritti di cittadino. E potea servire nello esercito, —

due prerogative che non godevano gli attori seri i quali recitavano le

commedie di Nevio, di Plauto, di Cœcilio, di Afranio, di Terenzio. Ma

tanto le _fabellæ atellanæ_ come il _carmen togatum_ — od incontrassero

plausi o fischiate — non gli facevano afferrare le chiome della

Fortuna. Laonde Agato erasi dato a più profittevole esercizio.....

Eh! La più bella Musa dell’Olympo non sa nudrire il suo povero amante.

Conviene far propria — secondo il gusto — una di quelle nove fanciulle

e risguardarla come una ganza. Esso non possono dare altro che ore di

compiacenza, fumi di gloria, nebbie di vanità, pecunia mai..... almeno

in Italia, dove la supina ignoranza delle plebi non le conosce, nè

stima.

Il sole è alla metà del suo corso. Una brigata di uomini in gran

parte canuti seggono in una sala decorata di bei dipinti, tra i quali

rifulge la splendida pagina murale che presenta lo episodio poetico

di Virgilio, il _pio_ Ænea che parte di Cartagine a furia di remi e

lascia sulla riva Didone costernata ed in lacrime fra i suoi attoniti

cortigiani. Intorno sono raffigurati il crotalo, il sisifo, la tromba,

i flauti, le tibie pari e lo scabillo, quello istrumento pneumatico,

come i nostri organi, che i tibicini suonavano coi pedali di legno o

di ferro per accordare i tuoni dello strumento da fato. Sono per la

stanza supellettili di bronzo e di vetro elegantissime con un vaso

di alabastro di graziosa forma. E nel mezzo è una tavola di porfido

con suvvi una piccola statua, simulante un giovane appoggiato sul dio

Termine. Il più provetto, Nicia di Mileto, continova la discussione che

animava gli occhi ed il gesto dei convenuti:

— No! Non ammetto con Hedilo che il divino poeta, dalla fantasia facile

e la meglio feconda, siasi servito per costruire i suoi versi di una

lingua strana e bizzarra. Mi sembra più naturale il pensiero ch’egli

abbia voluto fare suo pro della lingua volgare dei tempi suoi. E nel

vero. Dugento anni pria che nascesse, i Jonii condotti da Neleo vennero

a stabilirsi sulle coste dell’Asia-Minore. Ma con essi erano i Tebani,

quei della Focide e di altri paesi della Grecia. I loro idiomi misti

a quelli degli Eolii dovettero formare la lingua nuova, parlata, di

cui Homero si servì. I dialetti, limitati ad alcune città, presero un

carattere distinto in progresso. Ma la stessa varietà testimoniava

l’antica confusione. Le medesime lettere anche ai dì nostri non

hanno forse in più luoghi pronuncia diversa? E quante le parole che

in Athenes indicano un significato ed un altro presso un popolo che

variamente le termina? Homero, aiutato dallo strano suo genio, spigolò

il buono di tutti i dialetti e creò la lingua monumentale che noi

parliamo.

— E gli è cotesto ch’io non ammetto. La poesia era assai coltivata

dai lirici dei tempi suoi. La lingua era già abbondante e piena

d’immagini. Due grandi avvenimenti, la guerra di Thebes e quella di

Troas esercitavano gl’ingegni. E di ogni parte i rapsodi colla lira

annunciavano al popolo le gesta dei loro antichi guerrieri.

Rhiano anch’egli divideva tale opinione e aggiungeva:

— Ed Orpheo? E Lino e Museo? Ed altri, le cui opere andarono smarrite?

Ed Hesiodo, il suo contemporaneo, che in uno stile pieno di soavità

e di armonia descrisse la genealogia degli Dei, i lavori campestri ed

altri interessanti argomenti? Homero trovò dunque la lingua e l’arte

già adulte. Trovò un emulo altresì. Ma s’ei primeggiò, non posso per

questo consentire che Nicia lo proclami genio creatore.

— Parlerete ambedue sino alla restituzione della libertà popolare

in Grecia ed in Italia, vantando Orpheo, Lino ed Hesiodo, ed io

crederò che la Iliade e la Odissea sieno la disperazione dei poeti

che furono, che sono e che saranno. Cosa fece il divino Homero? Nello

assedio decennale scelse uno episodio — Achille si crede insultato da

Agamennone per la ritolta amante e si ritira nei suoi accampamenti.

I Troiani, incuorati, escono dalle mura; e più volte vittoriosi,

appiccano lo incendio alle navi nemiche. Patroclo, lo amasio di

Achille, si veste delle sue armi, combatte e muore per le mani di

Hettore. L’offeso ritorna colle armi nel campo, vendica lo amato

cadavere e cede, per riscatto, a Priamo le spoglie del prode figliuolo

che ha trascinato più volte dietro il suo carro intorno alle mura

nemiche a ludibrio. — Era una storia. Per abbellirla finse che l’Olympo

parteggiasse pei due popoli duellanti. E perchè il racconto poetico

assumesse interesse maggiore, usò artificio non usato dianzi, e i suoi

eroi parlarono ed agirono. — Nel decennale viaggio di Ulisse adoperò

gli stessi spedienti per ottenere un eguale successo. — Il figliuolo

Telemaco dopo un lungo attendere, si parte da Ithaca per interrogare

Nestore e Menelao sulle sorti del padre. Gente ingorda dissipa i suoi

beni. I Proci aspiravano alle nozze della madre desolata. Nel punto

Ulisse partiva dall’isola di Calipso e approdava naufrago in un’isola

presso alla sua. Chi ve lo accolse ospitale volle udir di sua bocca i

maravigliosi eventi, i mali sofferti. Ed in premio, avendo ottenuto

soccorsi, parte per Ithaca, arripa, si fa riconoscere e si vendica

dei propri nemici. — Cotesto poema pare opera senile. Il vegliardo

ripete il già detto su Troas arsa e distrutta; fa mostra di maggiori

cognizioni geografiche; dà caratteri più miti ai suoi personaggi; ed

in tutto il dramma circola un tiepido calore pari a quello del sole al

tramonto.

Tutti avevano udito la dotta e pur semplice analisi che Leonida di

Tarentum, avea fatto dei due poemi. Alexis, di Thurium, plaudendolo

aggiunse:

— Tacesti sulle nobili sentenze che chiare risultano dai due poemi, e

che Homero lasciò alle meditazioni del suo secolo che pure ad altro

tendeva. — I popoli sono sempre la vittima delle contese di chi gli

guida. — La prudenza e il coraggio trionfano tosto o tardi dei maggiori

ostacoli. — Uomo sublime!

Un vecchio presso la tavola, il quale appoggiava il bianco capo sulla

palma della mano diritta, il poeta Xenocrate, di Locrum, pieno di

entusiasmo prese a dire:

— E il genio dell’uomo sublime parlò al genio del grande legislatore!

Lycurgo copiò i due poemi e persuase gl’istrioni a declamarne i

frammenti nei teatri. Solone ordinò a quei rapsodi di non distaccarne

i brani a talento; ma riuniti, che l’uno seguisse il racconto dove

l’altro aveva finito. Ma siccome la purezza del testo venivasi

alterando sulle bocche ignoranti dei ripetitori, Pisistrato ed Hipparco

— padre e figliuolo tiranni in Athenes — aiutati da abili grammatici,

ripurgarono dalle errata i due quadri istorici della Grecia e li

fecero cantare alla festa delle Panathenee, processione votiva a

Minerva, e poi alla memoria di Harmodio e di Aristogitone, regicidi. Io

proclamo con Nicia, di Mileto, Homero non solo creatore della lingua,

ma eziandio della greca nazionalità. Noi tutto dobbiamo a quell’uomo

divino. Leggi — Gloria — Costumi. L’ammirazione è in ogni cuore. Il

suo nome in ogni mente. La sua immagine da per tutto. Se vi furono

città contendentisi l’onore di avergli dato la culla, quante le città

che gli sacrarono un tempio? Eschilo, Sophocle, Archiloco, Herodoto,

Demosthene, Platone seminarono i loro scritti dei fiori raccolti nello

inesauribile giardino del balio a noi tutti. E da quelle cantiche

sublimi Phidias e il pittore Euphranor attinsero il tipo che degnamente

rappresentasse le fattezze maestose di Giove Olympico. Homero era

cieco. E doveva esserlo! il suo sguardo assorbito dalla luce divina

della poesia, che splendevagli nella mente e nel cuore, disdegnava il

lume del sole, luce più debole, gran cosa per gli altri.

Pompei · 第 26 / 30 段