Nella strada che rade il fianco del tempio della Fortuna ha lo ingresso

principale una casa sontuosa cui tre altre vie rendono isolata. La

grandine dei basalti ha sfondato il suo tetto, crepacciato i suoi muri,

crollato le sue pareti. Le lamine di piombo conficcate con chiodi di

ferro spessissimi su di esse — per allontanar dallo intonaco sparsovi

sopra la umidità della recente costruzione — pendono schiantate e

rotte. Nei vasti atrii, nello xysto fiorito e pesto, nei peristilii

corrono creature umane esterrefatte, a tastoni, urlando, piangendo

e cadendo. La soffitta del tablino poggiante su rosse colonne erasi

sprofondata sul più prezioso monumento dell’arte antica, il mosaico,

rappresentante la grande battaglia di Arbelle, in cui Alessandro, a

capo dei suoi cavalieri, si slancia verso il vinto Dario per farlo

prigione. La terra, scuotendosi e sollevandosi, crepacciava i pavimenti

di marmo, gonfiava i mosaici e le opere signine che tanta fatica

avevano costato ai nobili artisti, miseri schiavi. Le pomici tutto

ricuoprono.... anche una bella fanciulla, la piccola Irimilla, che

atterrita e dissennata correva spinta dal genio della morte a salvarsi

tra le fredde sue braccia. Il padre Mevio Apulo che la seguia per

salvarla, stramazzato a terra da una colonna, perdette anch’egli colla

vita le molte ricchezze che lo esteso commercio dei vini gli avea

procurato. Al cominciar dello inesplicabile disastro egli avea detto a

Caio, il suo figliuol primogenito.

— Va’ colla tua giovane sposa! Va’, corri e non volgerti indietro.

I fulmini rischiaran la via. Profitta di quel lume di Averno per

riconoscere e sfuggire lo estremo pericolo. — Abbracciami! O io salvo

gli averi e ti raggiungo. O là... negli Elisi! —

I due amanti e sposi, convulsivamante stretti l’un l’altro, correndo a

riprese sul nuovo suolo delle vie formato dai basalti, dai lapilli di

pomice e dai muri caduti, livellato dalle ceneri fangose per l’acqua

bollente, molti ne videro dannati dal feroce loro destino impaltenarsi,

cadere, escire dalle profonde pozzanghere e ricadere anche una volta

feriti, trafelati e presi per non sorgere mai più. Essi potettero

giungere sino alla spiaggia, sostenuti dalla forza che lo spavento

ministra e che addoppia lo amore. Nella oscurità si cacciano in una

barca apprestata per lo edile M. Epidio Sabino dal liberto Hedysio, e

fatti salvi dallo equivoco, col cuor sollevato si allontanarono dalla

riva di tutti i dolori e di tante morti svariate. Allo scroscio delle

folgori, al fulgore delle fiamme, al fracasso dei muri cadenti, le urla

strazianti di un popolo e il ricordo dei cari lasciati non commuove più

il loro cuore. La terra diviene per quei fuggitivi una visione svanita.

Il solo mare ribollente, agitato risponde ai loro attoniti sguardi. Gli

è che fra il cielo ottenebrato dalle ceneri, invisibile come il fato,

e i flutti oscuri e tumultuosi una potenza unica, lo amor ricambiato

ed egoista, aveva loro accavigliato l’anima a non permetterle più le

sensazioni al di fuori.

Intanto nel gineceo delle donne, Mesionia, la moglie di Alleio,

adunava gli oggetti preziosi ch’erano nelle camere. Braccialetti

d’oro, fibbie, anelli, orecchini venivano da lei chiusi in fretta

in una tunica. Alcune schiave, urtandosi, piangendo, gesticolando

e pallide dallo spavento, trasportavano vasi di bronzo, tazze di

argento e pitture di pareti; e incontrandosi lasciavano coteste cose

per terra, piangevano, si abbracciavano, svenivano. Una bambina ed un

giovanetto, curvi sul pavimento, ponevano in un cesto di vimini i loro

_crepundia_, la bambola, un piccolo specchio di argento e una statuetta

della Speranza. Creature infelici, non commoveste la natura col vano

augurio! Un vecchio servo, Amiantho, togliea sulle braccia un’ara di

marmo portatile colla iscrizione osca [Illustrazione: lettere osche]

— Flousai, cioè Flora — che doveva essere la dea protettrice della sua

sventurata padrona, — Tutti morirono. E lutto lasciarono!

Dirimpetto la entrata principale dello anfiteatro era un triclinio,

dove solea darsi ai gladiatori un pubblico pasto, detto libero.

Colà presso era un ricinto murato che accoglieva gli accoltellanti

per vestirsi e per attender lo istante di scendere nell’arena.

Quivi l’_editor_ portava le vesti, le armi, le reti per fornirne ai

_secutores, retiarii, mirmillones, samnites, hoplomachi, dimachæri,

essedarii, andabatæ, fiscales, subdilitii, catervarii, meridiani,

postulatitii, laquearii_. Cotesti i nomi che distinguevano nella loro

fatale professione i miseri operai dei trastulli romani. — Nei due

luoghi, alcuni ragionavano, cioncavano e ridevano allorchè accadde il

grande scoppio, nunciator del disastro.

Trulla e Naso erano giovani cui la passione della libertà caduta avea

ritolto lo amor della vita. Ambedue da qualche anni, in epoca diversa,

eransi ascritti alla famiglia del lanista C. Aellio Astragalo. E

giurando _uri, vinciri, verberari, ferroque necari_, ricevevano il

salario _auctoramentum_, perchè volontari e non _ad gladium_, oppure

_ad ludum damnati_. Lo esercizio della ferocia parea che lor facesse

obliare i gravi pensieri del proprio cuore. E gli austeri ardori dello

isolamento e del pericolo sembrava che tranquillassero la loro fantasia

ferita. Uno era _laquearius_. E toccando familiarmente, con certa

spavalderia, la corda dal nodo scorsoio che gli cingea la persona,

provava la immorale felicità di dar morte allo infelice avversario che

il capriccio del lanista avrebbegli dato nello steccato. Vestiva una

tunica corta di colore scarlatto. L’altro apparteneva alla categoria

dei cavalieri e vestito di maglia — _clausis oculis andabatarum more

pugnabat_ — e rischiava la vita, o uccideva senza vedere il suo bendato

competitore.

I discorsi furono dimezzati, e per la prima volta quegli audaci

fuggirono dinanzi il pericolo. Vaccula, il dapifero, e tre dei suoi

schiavi corsero anch’essi smarriti verso lo anfiteatro. Uno fu ucciso

da un basalto presso lo ingresso sotto la statua di C. Cuspio Pansa

pontefice. Gli altri si cacciarono alla rinfusa nei corridoi; allo

infuori di uno che nella furia e nella oscurità discese nell’arena

e cadde nell’_euripo_ — canale pieno di acqua scavato attorno il

_podium_, pur cinto di un _ferreus clathrus_ — le due difese che gli

spettatori avessero dalle irruzioni disperate delle bestie feroci.

Sull’orlo di quel parapetto si veggono in Pompei i buchi dove erano

conficcati i graticci di ferro che Plinio chiamò reti per la forma che

presentavano.

Nel catabolo erano due leoni. Uno, ruggendo cupamente si accovacciò

aspirando l’aria umida nell’angolo della cella. L’altro fuggì rompendo

le sbarre del carcere; urtò Trulla; lo azzannò e lo stracciò colle

unghie come un impedimento alla fuga ed uscì fuori per morir soffocato

dalla mefite non molto lontano.

Vaccula accese una lampada e con essa schiarò alquanto le tenebre.

Gli altri si raccolsero attorno di lui. Pareano fantasime o quei

malati che vedi errare nel paese delle febbri. Alcuni piangevano.

Alcuni bestemmiavano il nome degli dei. Naso intravide la sua sorte

con segreta rassegnazione. A quei cui il sangue rivela alcuna delle

grandezze della vita, il pericolo delle battaglie, le sofferenze

del dolore, le tristezze del carcere, lo aspetto della morte offrono

splendidi e misteriosi orizzonti che le nature volgari non veggono.

Afferrò animoso la nuova situazione quale gli dei glie la componevano.

Si assise per terra lungi dagli altri; chiuse il capo nel _sagum_;

gittò ai piedi un pezzo di catena d’oro, un anello ed alcune monete;

si appoggiò colle spalle al muro del _vomitorium_; ed attese nella

pienezza delle sue facoltà la visita dell’amica che aveva sempre

creduto la venisse a lui armata di gladio.... La non tardò molto a

venire. E le giovanili ambizioni, e le vanità della forza muscolare, e

le irrequietezze del cuore, e i giorni di piena felicità, e le gioie

grossolane dei sensi, e le aspirazioni di una gloria migliore, ed i

palpiti della libertà, tutto fu consumato in un istante in quell’oscuro

calvario di ben altri e più cuocenti dolori.

Nella via Domizia, sulla linea dirimpetto alla casa di C. Giulio

Polybio, era la dimora dèi chirurgo Hemos, allievo di Bucchio di

Tanagre, interprete in Cos della dottrina del grande Hippocrate. Il

quale quivi era nato nel primo anno della quarta Olimpiade, e quivi

fondò la sua celebre scuola. Questo nobile rampollo degli Asclepiadi

— famiglia conservatrice per secoli delle teorie del sommo Esculapio

— profittando delle discussioni dei filosofi che si occupavano del

sistema generale della natura e della esperienza dei suoi — e più

di quella del suo padre Heraclide — sulle vicissitudini patite dal

corpo umano, concepì la splendida idea che fissa un’epoca alla istoria

del genio — rischiarare la esperienza col ragionamento — rettificare

la teoria eolia pratica — considerare i diversi fenomeni presentali

dall’organismo animale nei suoi rapporti di malattia e di salute —

L’arte siffattamente elevata alla dignità di scienza, camminò di piè

fermo sulla nuova via che un alto ingegno le aveva dischiuso. E tre

scuole si aprirono ben presto, in Rhodum, in Cnidum, in Cos. Lo spasimo

venne curato secondo le regole confermate dalle numerose guarigioni e

le tre scuole si allietarono di molte eccellenti scoperte.

Non lo amor del guadagno, nè il desio di celebrità avevano condotto

Hemos dalla Grecia in Pompei. Demophilo ve lo invitava. Il sollievo

dei malati ve lo facea rimanere. Creatore di una nuova scuola

conservatrice, registrava i risultati della esperienza propria e degli

altri, dettava i doveri di un medico e notava con pari franchezza le

guarigioni e le morti. Una volta accadde che a lui portassero sur una

scala un _tignarius_ che, caduto nel restauro delle mura presso la

porta di Herculanum, aveva ricevuto parecchi sassi sulla persona. Il

sofferente era tramortito. I _lecticarii_ non seppero rispondere alle

sue domande. Ed egli non si avvide che gli era mestieri ricorrere al

trapano. Funesti segni lo avvertirono dell’oblio. Dopo quindici dì

fece la operazione. Ma il muratore morì lo indomani. Ed egli, il sommo

maestro, confessò pubblicamente il suo fallo. Imperocchè, superiore

ad un fallace amor proprio, volle che anche gli errori servissero di

lezione. Sono corsi parecchi secoli e cotesta sincerità in luogo di

accrescersi, è di troppo diminuita nei curatori delle malattie umane.

La casa aprivasi sullo impluvio ed in fondo era lo xysto. Ai lati,

lunghe camere abbellite di graziose pitture, ed una di straordinaria

grandezza e schiarata da parecchie finestre. Era la sala anatomica e la

scuola.

Un letto di quercia in pendìo è nel mezzo. Sopra il letto è un

cadavere. Ai piedi del cadavere sul pavimento è un vaso di terra per

accogliere i liquidi che potrebbero scolare dal letto che finisce

come una gronda. A lato del cadavere sta in piedi Hemos parlante ai

discepoli, tutt’occhi ed orecchi in udirlo.

Quel saggio ha le linee regolari di una statua, illuminate da uno

sguardo che un misterioso splendore anima ed avviva. La fronte è calva

e i capelli imbiancano. È piccolo di persona, un po’ stanca, quasi

emaciata. Di sobrie parole, ha il gesto concitato e di slancio, perchè

ricco di sensibilità meravigliosa. Quelli che lo veggono grave allo

esterno malamente lo giudicano. Le sensazioni delicate e profonde del

cuor suo sono come quelle piante energiche e sottili che si veggono

sospese agli scogli, a picco sul mare, nell’isola ove nacque. I venti

impetuosi che spirano dal golfo Ceramicus le agitano in tutti i sensi

nelle tempeste di autunno, e d’inverno; ma non valgono a sradicarle

dove germogliano.

— La vita è breve e l’arte che noi esercitammo domanda lunghi studi e

vocazione decisa. — Giudizio sano. Pronto discernimento. Carattere pien

di fermezza e di dolcezza insieme. Amore alle cose oneste e al lavoro.

E se l’anima s’intenerisce sui mali della umanità, certo che chiunque

fra voi n’è dotato si passionerà per un’arte che insegna a guarirli....

Operate — e non vi stancate mai di operare — col taglio sul cadavere.

Percorrete il cerchio delle scienze. La fisica dice la influenza dei

climi su questa bene ordinata matassa di muscoli, di nervi, di vene,

di fibre. E fatti dotti, viaggiate, osservate la situazione dei luoghi,

le variazioni dell’aria, le acque che si bevono. Gli alimenti di cui il

popolo si nudre, tutte le cause che guastano lo assetto della economia

animale. —

E toccando colla mano il cadavere, seguitò:

— Le brevi e ricise massime scolpite nella nostra memoria guidano ma

non illuminano abbastanza. Conviene applicare i principii generali

ai casi particolari e interrogare la natura per non ingannarsi. E

— ciò che è più difficile — attendere la sua risposta. Di celato

io feci portare qui da un vespillone il cadavere di uno schiavo. Il

pregiudizio non vorrebbe che quale è coperto dalle ombre della morte

giovi al soccorso della vita in pericolo. Le leggi si oppongono. Ma le

leggi permettono il macello dei sani nelle battaglie. E il pregiudizio

applaude al carnaio nello anfiteatro.... La scienza è sovrana. E se ha

doveri, ha pure i suoi diritti.

E preso il coltello di rame temprato — lo _scalpellum_ dei latini, lo

σμιλιον dei greci — lo appuntò con tutta sicurezza sul disteso cadavere

nella parte destra laterale del torace, là ove le costole ossee si

articolano colle cartilaginee. Ma, infisso lo strumento, fermossi di un

tratto come per arrestare una idea ch’eraglisi affacciata alla mente. E

levando in alto il coltello con un gesto atto ad imprimere con maggior

forza i suoi detti negli ascoltanti continovò:

— L’uomo di cui qui vedete i laceri avanzi era nato in Coronea nella

Boeotia, condotto schiavo in Pompei e venduto a C. Pumidio Dipilo. Ora

che con ribrezzo ne mirate le spoglie, mi avveggo com’egli differisca

da noi, uomini vivi e liberi. Ma, allorchè quegli occhi opachi

fulgevano, e quelle smorte labbra articolavano parole di vita, e quelle

mani assottigliate e nodose erano validi strumenti per effettuare le

idee, io non vedeva lo schiavo in quell’uomo. No!... Elette le forme.

Vivace ed acuto lo intelletto. Impetuoso lo ardir giovanile. Nobile

l’anima. E di squisito e commovente sentire il cuor suo!... Ben più

libero ei mi sembrava di Sirico che lo aveva venduto e di C. Pumidio

Dipilo, ricco di pecunia e d’immagini avite, che lo aveva comprato.

Crixsos era il nome dello infelice. Io, famigliare di Caio, ebbi

campo di studiare le fasi corporee e morali di questo estinto. Col

_liber_ di quella pianta palustre di Syracosion, il quale rotolato si

chiama _volumen_ — invenzione dovuta ad Eumenes di Pergamus — egli

scriveva i βύβλος dei miei trattati sulla salute, i διφθερα che voi

meditate. L’arte del pennello era pure la sua. E varie case in Pompei

sono abbellite dai suoi colori. Amò perdutamente Sfinge, la schiava

di Calepio Secario, di cui si fece il _contubernalis_, e ne fu amato

con eguale ardore. Dopo poco però i favori di Venere assottigliarono

lo stame delle due esistenze. La giovanotta morì di arsione. Egli,

consunto e accasciato dal dolore di tanta perdita. Eccolo qui disteso

dalla Phtysi o Phtoe, che fa pallido, debole, tossicoloso, emaciato.

E volti gli occhi ai discepoli, dopo aver rimirato il cadavere:

— Ora, uditemi attentamente.... I mali spiriti del mondo esterno

sovente investono il nostro corpo, e suscitano una lotta coi loro

poteri distruttori, cui la medicatrice natura si oppone coi suoi

conati salutari. Allora l’uomo che sente in sè cotesto certame si fa

tristo; e il terapeuta chiamalo egroto. Se la natura medicatrice ha

tanta forza da affrontare la maligna natura e la respinge, lo egroto

risana e si rassecura. Ma se l’impeto distruttore prevalse, la materia

del corpo nostro più o meno lentamente si guasta, i pori si allargano,

la contestura delle viscere si corrode e sopraggiunge la morte a dar

l’ultimo crollo alla ruinosa economia. Allorchè siffatti guasti si

stanno operando, il paziente è assalito da un calore urente che lo

divora dentro e gli produce l’ambascia, lo anelito, che io chiamo

_dispnea_, la prostrazione e la colliquazione. Or mirate come a tal

penosissimo sentire corrisponda la spaventosa trasformazione del corpo.

Ciò detto, si approssimava al letto e accennava col tatto le parti del

cadavere di cui faceva menzione.

— Mirate! — I muscoli impiccioliti e tabidi. Le unghie adunche. Rugoso

il polpaccio. Le narici acuminate e gracili. Incavati gli occhi dentro

le scatole ossee. Le labbra sottili che stringonsi ai denti. Prominente

la mandibola. Sul petto voi potete contare le costole. Nello addome

scorgete una cavità che va sino alla spina. Qui, sulle spalle, le

scapole elevate e nude che paiono ali di uccello. Le nocche articolari

delle ginocchia tanto prominenti da sembrare la estremità di una

mazza.... Voi inorridite, o miei? Ma voi dovete pugnare contro la morte

e conoscere la fisonomia della orribile Iddia in tutti i particolari

suoi atteggiamenti. Altrimenti, come combatterla e vincerla?...

Appressati, Albucio.... Che?... Turi il naso colle dita?... E sputi

sul terreno come un profano?... Così non faceva Hippocrate, il padre

nostro. Ed io vidi Buccino, da giovanetto, in Cos, rivoltolare colle

mani gl’intestini di un morto che tale un sito fastidioso tramandavano

da far recere parecchi tironi.... Ma tu sei bianco come un cadavere....

Ebbene! Vien qua, Menomaco. Tu sei più provetto cultor di Esculapio

ch’egli non sia. Sostieni il braccio destro di questa materia inerte,

perchè io possa col coltello aprire la cassa delle nobili viscere.

Il discepolo senza ripugnanza ubbidisce. Ed Hemos con due tagli

regolari nel torace ed uno per traverso alla estremità delle costole

ove ha principio lo addome, lo apre, ne squarcia le pleure e,

rovesciandone il coperchio sopra la faccia, riprese:

— Ah! Il prevedea. I polmoni disuguali, rattratti, maculati qua di

rosso, là di nero, su di olivastro.... Ecco la phtoe polmonare. Ecco

il guasto di una lotta per quanto lunga, altrettanto straziante.

Voi, Parato, Aquano, Faventino, Marcello, Paquio, Callisto e....

tu pure o Albucio,... vedete lo interno dei bronchi e della trachea

che ho aperto. La empiema, o la purulenza, ha quasi ostruito questi

condotti che portano ai polmoni e dai polmoni al cuore l’aria vitale

refrigerante. Quindi, il cuore che qui è rosso e più grosso del mio

pugno non essendo temprato da bastevole frigorico, tanto calore emanava

nei visceri nobili e specialmente nei polmoni, da distruggerli quasi e

ridurli alla forma che in voi desta ribrezzo....

Marcello interrompe:

— Ma il cuore, o maestro, come sviluppa il vitale calore sì necessario

alla esistenza? Gli è l’organo da cui hanno scaturigine i nostri

affetti, le nostre passioni. Dunque gli affetti e le passioni avrebbero

una qualche simiglianza al calore che ci anima?

— Ben parli, o giovane sacerdote della umanità. Gli amori, le ardenze

passionate commuovono le fibre di quest’organo che sta fra i polmoni.

Quindi è che tu lo senti battere entro te stesso. E più tu desideri,

più vibrati sono i colpi di questo martello. Le vibrazioni producono

calore siccome il ferro percosso sulla incudine del fabbro. E il

calore quindi regola la vita.... Questo schiavo amò potentemente.

Il suo povero cuore picchiò forte e generò grande calore. I polmoni

ne rimasero offesi. L’aria non valse a temperarne l’arsione ed il

misero....

La parola della scienza fu tronca da uno scoppio terribile che mandò

in minuzzoli i vetri della finestra e fece vacillare le pareti ed

il suolo. Gli occhi dei discepoli fissarono esterrefatti quelli

del terapeuta, e quai prigionieri dietro le sbarre facevano segni

passionati e di grande sgomento. Il tonfo dei sassi sullo impluvio

persuase alcuni ad escire da quella specie di letargo pauroso e correre

allo aperto. Al traballare successivo e continovato della terra gli

altri più provetti, che pure avevano le abitudini dei dolori e delle

sciagure umane, a due, a tre volsero i talloni alla camera ov’era

lo spettacolo della morte distesa, senza riflettere che anche fuori

Libitina mieteva in vario modo le esistenze, come il villico colla

falce l’erba dei prati.

Ed Hemos?... Hemos sentì qualcosa di strano infiltrarsi e correre

per tutta la sua persona. Le gocciole di sudore cadevano dalla sua

fronte, la quale aveva preso la pallidezza del marmo. Nella mente

incerta volava uno sciame di figure alate che, urtandosi a furia, gli

scendevano dal cervello nel cuore. Un supremo sforzo... e la psiche

immortale aveva atterrato nella lotta la carne peritura che geme,

e piange, e si agita convulsa nella strettoia delle avversità e del

dolore.

— È l’ultimo giorno! E il novissimo istante! Da parecchi dì gli strani

fenomeni che occorrevano e lo affannoso mutismo degli animali bruti mi

facevano prevedere il danno di questa contrada.

Sale una scala di legno, traversa le _cœnacula_, si fa sul terrazzo

sfondato in un angolo da un basalto e vede il Vesvio ardente ed

eruttante in mezzo a turbini di fumo sassi e cose che di travi accesi

aveano sembianza. Chiude il capo tra le mani e pacatamente discende.

Ridottosi di nuovo nella sala anatomica, rimane alquanto pensieroso. E

poi mormora:

— Urli disperati al di fuori. Il silenzio qui. I servi disertarono

là casa. Ed io resto come un milite a guardia di una pubblica ruina.

Rassegnato alla volontà degli Dei, attenderò con calma l’ora del mio

passaggio. Abbellii l’anima di ornamenti suoi propri, la giustizia, la

temperanza, la carità, la famiglia intera della virtù. Non feci male ad

alcuno. Sento la loro voce che mi chiama e mi avvio.

L’aria erasi fatta soffocante ed oscura. La mefite serpeggiava sol

suolo. Hemos chiuse il capo nella toga e si adagiò sul mosaico.

— _Fata vocant, conditque natantia lumina somnus_.... Qui, sul letto

drizzato nelle tenebre. Esculapio, Hippocrate, Galeno.... io vi

raggiungo.....

Per qualche istanti parea che due cadaveri fossero in quella sala,

l’uno ignudo, l’altro coperto. Ma un piccolo moto convulso, succeduto

da un lungo sospiro, pareggiò ambedue all’occhio dello invisibile.

Hemos era morto!

Allorchè nel 1771 si sgomberarono i lapilli e le ceneri ammonticchiate

in quella camera, vi si rinvenne sparso sul pavimento quanto l’arte

chirurgica aveva inventato a sollievo della misera umanità. Vi erano le

_cocurbitulæ_, ventose di metallo a foggia di ampolle con quattro buchi

che si turavano colla creta e poi si sturavano perchè lo strumento si

staccasse della epidermide. E l’ordigno per saldare le vene del capo. E

gli scalpelli escisori a guisa di piccole punte di lancia e nell’altra

estremità il _malleum_ per rompere le ossa. E le _spatulæ_ di varie

forme. E gli specilli concavi da un lato e dall’altro come un’oliva. E

un catetero forato colla sua mobile guaina. Ed un _unco_ per estrarre

il feto già morto. Ed infiniti ami ed aghi chirurgici. E le _forfices

dentariæ_, come le nostre tanaglie. E i _circines_, le _volsellæ_ e

le tente urinarie ricurve. E le lancette di rame temprato assai duro.

E le siringhe auricolarie, le seghe, i coltelli da taglio. Altri

strumenti pur v’erano di uso e di nomi ignoti, racchiusi entro astucci

di bronzo, di bosso e di avorio. E lo _speculum_, e le _ligulæ_ e il

_pareuniterium_ pur troppo noti.

Nel vicolo poco discosto s’odono molte voci rauche, confuse e concitate

in una volta. È Tito Atullio, il fabbricante dei _camini portatiles_,

dei _foculi_, degl’_ignitabula_, delle _escharæ_ di bronzo — tanto

in uso nelle Terme e nelle case degli agiati in Pompei — il quale

riunito alla madre, alla sorella, al figliuolo Istacinio ed ai servi,

nello escire ha perduto la moglie. I parenti ristanno nella oscurità

e nella pioggia dei lapilli, curando le cose di pregio salvate —

quattro orecchini d’oro, una collana, dei braccialetti, molte monete.

— Il bambino ha una lucerna di bronzo che la bufera subito spense.

Dopo molto errare presso le mura, eccolo ei torna, avendo tra le

braccia Cœsia Prima, la cui bellezza era il sogno di un artista. Una

capigliatura aerea e dorata si distaccava in anelli sul suo collo

di cigno. Le rose delle ardenti voluttà eransi schiacciate sulle sue

labbra. Ora sono pallide come i gigli e si fa trascinar dal marito come

cosa morta. Procedono innanzi a stento... si arrestano.... piangono....

cadono.... e, tutti stretti, abbracciati, muoiono.

E le pietre pomici piovevano sempre!

Pompei · 第 25 / 30 段