civili col corredo del livore e della ferocia. La guerra servile
col legittimo spregio all’autorità. La rivolta sociale collo inutile
carnaio e col rammarico della ingiusta disfatta. La idea riscossa da
quegli avvenimenti non pienamente acquetata. L’oblio che ferisce e
dentro rode. Le perdite patite. Le ambizioni in trionfo. Lo intrigo in
auge. Le schifose brutture imperiali. Il piacere dei sensi abbeverato
di sangue e di lacrime. L’adorazione della libertà defunta. Ed un idolo
sconosciuto ancora, ma pur fremente nella coscienza degli uomini. Tutte
queste cose — cagioni ed effetti di molti mali senza rimedio — avevano
prodotto un ibridume vergognoso — i parassiti, i pedanti, gli epuloni,
le sciupate, i poetastri, i buffoni, gl’ignavi e i viventi di pubbliche
e di private limosine. — Le dimore dei ricchi erano ogni mattina in
sull’alba assiepate da gente stracciata che trascinava seco figliuoli
sparuti, sudici e seminudi e persino donne languenti e prossime al
parto. Le sante delicatezze dell’anima erano tutte morte... Ma non si
erano consumate sulla croce del Golgota. E verrebbe il giorno in cui
sarebbero risorte per far cangio lo aspetto delle generazioni a venire.
Gl’inquieti escirono dalla casa del giustiziere imperiale col ghigno
sul labbro, colle maledizioni nel loro pensiero.
— Kale, ho inteso parlare degl’infortuni di Ulisse ch’errò per venti
anni lungi dall’isola natale. Ben di lui più infelice, io mi smarrii
qui dove nacqui e d’onde mai partirò.
— Non so trovare, o Priscilla, un’acqua abbastanza sporca per gittarla
sul viso di quell’impuro egoista! Briccone! Egli ha i suoi redditi.
E non pensa che noi non ne abbiamo. Ogni cosa aumenta di prezzo.
Ieri, Scapula, con cui lamentava lo accresciuto valor del suo lardo,
mi mostrò i pesi di piombo, sui quali era in rilievo ALVMVR-CAVE.
Magistrati cani!
— Lo udiste, eh! lo uccellaccio di cattivo augurio! Quali occhi di
gufo. Già, per noi poveretti non vi è che la croce! Cotesti ricchi sono
tutti pirati e non risparmiano alcuno.
— Tu poi non puoi lagnarti, o Thessalo. In una casa il pesce. In
un’altra un po’ di pecunia. E per sopra ciò hai così acconci i denti
come le mani.
— Sì, non mi reputo tra i grandi infelici. E prego sempre Laverna che
mi offra il destro di esercitar le mie dita.
— Ho udito ragionare da Spetillo, or or tornato dall’Urbe, come Cesare
sia affettuoso e benefico a non lasciare alcuno partirsi da lui senza
beneficio, od alcuna speranza. E soler dire: mai nessuno debb’essere
del principe malcontento. E una sera cenando, risovvenendosi non aver
fatto servigio ad alcuno, dicesse malinconoso agli amici, come quel
giorno fosse un giorno perduto. Eh! Qual differenza tra lui e questi
che qui lo adombra!
— Odo rumor di voci di gente riunita dietro le Terme. E suon di flauti
con esse. Andiamo, Papyria, e inganneremo la fame cibando gli sguardi.
— Molti pur vanno da quella parte. Corriamo. —
Nè si erano ingannati. Al di sopra, al di sotto ed in faccia alla
caupona di Svezzio, dalla insegna dello Elefante, era grande la folla,
chiamatavi dal piacere dello spettacolo. Sur un triangolo avevano
posato un canapo e distesolo sur un altro simigliante a dieci passi di
distanza; un uomo con un grosso chiodo lo assicurava tra le commessure
del selciato. Altri uomini in figura di Fauni mostravansi coperti di
anassiridi verdi, rosse, gialle e turchine. Un tirso nella mano, una
pelle di capro sul braccio, un fiocco di crini in arco sull’osso sacro.
Una voce grida;
— Abbastanza suonarono le tube, i flauti ed i cembali. Che tardate? Il
circo è pronto. Gli spettatori sono impazienti.
— E le spettatrici? Ohe, Phæbo, sei tu che proibisci alle tue clienti
di mostrarsi sul davanzale del _solarium_?
— O che tu dici, Hypsæo. Non son le mie schiave. —
Ma un funambulo è già sulla corda. Ha il corpo vestito di rosso e le
chiome, la coda e la lira gialla. Con una gamba piegata ed un’altra
distesa suona con ambe le mani la cetra, tenendo tutto il peso del
corpo poggiato sulla punta del piede destro e sulla estremità del
tallone sinistro. Guai se spianasse il piè sulla corda. I fischi
lo assordirebbero. Debbono reggersi in equilibrio sulla punta o sul
tallone.
— Sante vestali, al verone. Bene! Vivano i _rorarii_ della truppa
leggera.
— Eccoci.
— Fuori gli _adcensi_. Voi siete i _triarii_ della riserva. Oh! Le
belle affrancate del piacere! Dite: Salve, o Libertà! —
Il terrazzo sporgente sulla doppia via erasi a poco a poco guarnito
di donne. Erano le Veneri plebee, le degradate che pagavano caro le
infamie della loro vita. Giudicate indegne di protezione, non hanno
tutori, e perciò non possono compiere verun atto legale. E acciocchè
ognuno le riconosca, hanno rasi i capelli, coperti da una _picta mitra_
a diversi colori ed indossano la toga maschile. Erano o affrancate,
o straniere, taluna bella di forme, tale altra bella per la vivacità
dello ingegno, sino a maritare la voce agli accordi della lira, e a
spiegare le loro grazie nelle danze le più seducenti. Dilettavano gli
ozi dei marinari, dei poetastri — che sotto infinti nomi cantavano i
loro vezzi — e dei gladiatori.
Un altro funambulo è sulla corda tesa. Questi è tutto verde. Salta e
poi, stendendo ambe le braccia, si curva per mostrare ch’ei sa mantener
lo equilibrio della persona in quella difficile postura. Gli gittano
un _rhyton_, cioè, un bicchiere a forma di corno, che tiene sollevato
nella destra e versa il vino in un cratere a due manichi che ha nella
sinistra, abbassandola di modo che lo sprillo del liquido con arduo
giuoco gli faccia arco sopra la testa. Quel bicchiere, detto anche
_fluens_, dal rapido scorrere del vino, valeva a ricordare come di
corna forate fossero i primi bicchieri nei rozzi banchetti degli uomini
che cominciarono a coltivare le nostre contrade.
— A che più guardi, o Epeo, alla corda, o alle corde che ti allacciano
i sensi? Quella bruna procace, la terza a diritta, che ti guarda e
sorride, scrisse un suo vanto sulla parete. Vincitore nello Anfiteatro,
tu da lei fosti vinto. VICTRIX VICTORIS. CONTICVERE.
— _Ita me bene amet_, non era dessa il mio dolce mele, il piacer di mia
vita. Sticho mi rubò la mia Fimie, quella che poggia le belle braccia
sulla balaustra. Oh! Per Antippe non darei nè anche il _ciccum_, la
pelle bianca che cuopre gli acini di questa melagrana. —
Altri danzanti si succedono sul canapo. Saltano col tirso. Suonano le
tibie od eseguono con destrezza giuochi di simil fatta. E la gente
lo applaudisce e paga piccola moneta allo editore di quel popolare
sollazzo.
— _Cape hoc flabellum_, Eris. Rinfrescati la faccia con esso e scaccia
le mosche villane.
— Lo accetto, Annio Lucifero. Ma tu non guardare in alto; perchè
opereresti follie indegne della tua età e dei capelli bianchi.
— _Deos compreco_ perchè ti tolgano questa pazza gelosia dal cuore....
Però, quella fanciulla lassù, che ride e sghignazza sguaiatamente, è
bella.
— Non mi chiamare _febris querquera, aut tussis_. Ma, se non stesse
in quel posto, anche tu, Kleopatra, _salubritas mea_, siffatta la
troveresti. —
La moglie a questi detti si inorcò più che per natura nol fosse. Lo
trasse a sè per andar via e die’ in questa espressione di spregio.
— _Butu batta!_ Trista razza d’uomo. Valea meglio affogarsi che darmiti
sposa! —
Partirono brontolando e gesticolando. Desiderava la cosa impossibile,
la fedeltà a tutta prova in Pompei.
— Dimmi, o bella Armonia, mi lascerai seder sullo altare, presso di te,
che ammiro ed amo?
— E chi può negarti, o bel Sosio, quello che tu chiedi con tanta
modestia? Entra, o alimento del cuore, ed espierò i miei torti nelle
tue braccia.
— Sosio ha troppo bevuto, o Lycio. Sieguilo. Noi dobbiamo profittare di
questo filo di vento propizio e partire per Rhegium.
— Oh! il mio giocondo compagno tornerà presto. Ma, poichè il vuoi,
entrerò anch’io nel tempio e ne lo trarrò fuori.
— Come il corvo, voli al fiuto della carogna. Bada! In fede di
Autolyco, se non vieni presto, farò disegnare sulle vostre spalle il
nome che le madri vi diedero. —
Un altro funambulo, con anassiride turchina, è sulla punta dei piedi; e
danza e suona ad un tempo le tibie. Il popolo plaudisce. Le donne del
verone si abbandonano ai loro lazzi abituali e parlano a voce alta e
chiassona delle solo cose che loro son familiari.
Quando di un tratto s’ode un rumor sotterraneo, come di un carro
ruotato il quale strepitosamente corresse tra le fondamenta della
città. Poi, uno scoppio terribile.
Era la settima ora; cioè, il tocco dopo il mezzodì.
Le mura delle case traballano. Alcune crepitano. Altre ruinano.
Le pietre del selciato si sollevano in più luoghi. Il funambulo
cade dalla corda, batte la tempia e muore. Tutti fuggono, urlano,
piangono, incespicano, corrono smarriti senza saper dove. I muggiti
della natura continuano, e un denso e nero fumo, a foggia di pino
mostruoso, si leva dal Vesvio che gorgoglia, rugge e lancia folgori al
cielo. Grossi basalti infuocati briccolano sulle strade, sui tetti. I
colpiti muoiono. Le cose inerti si spezzano, sbalzano, si sfasciano e
prorompono al piano con ripetuto fracasso. La gente impaurita scappa
ove può.
Ecco altro nembo furioso. Una gragnuola di piccole pietre porose,
leggiere, infuocate oscura l’aria, cade e saltella sur uno spazio
immenso. Gli usci si chiudono. Le travi che non reggono il peso che sui
tetti si aduna, crollano e schiacciano gli uomini riparati e le cose.
Oh! i gemiti, la disperazione, le grida, le smanie, lo smarrimento del
popolo! Ed il turbine continova. E le orride detonazioni continovano.
Ed i fulmini saettano l’aria. E vivi baleni tentano di penetrare
la oscurità, la tingono per poco di luce corusca, poi la tenebra si
addensa e tutto chiude allo sguardo.
Qua e là nelle vie, uomini audaci, rischiarandosi colle torce
impegolate, procedono come possono sul nuovo suolo composto dalle
pomici infrante. I passi si ricambiano a stento; chè, il piede infossa,
si seppellisce tra i lapilli che scalfiscono e bruciano la pelle. I
cani anch’essi cercano da tanta confusione uno scampo. I buoi, le
capre, gli asini dei _pistores_ si affannano ad escire illesi dal
tremendo flagello e col loro correre disordinato impediscono la fuga
alle genti, le pestano e le feriscono.
Un fulmine solca l’aere tenebrosa ed illumina una scena di dolore.
Presso le Terme, due framezzano gli ultimi gemiti coi baci. Un uomo
col capo coperto è seduto sulle pomici che innondano il suolo di una
bottega. Stringe al petto e tiene sulle gambe una giovane donna. Le sue
labbra si posano sulla fronte pallida della ferita a morte che sanguina
per le membra offese. I di lei occhi hanno lo sguardo estatico,
incurante le sofferenze della carne. L’uno, sembrava fare e l’altra
ricevere la confidenza estrema di quel segreto che è il fomite di tutte
le grandi tristezze e di tutte le grandi speranze del cuor giovanile.
Parea che l’uno dicesse:
— Il mio cuore sul tuo, o adorata. Giammai uniti quaggiù. O _mors
amoris_, nel tuo grembo la pace delle mie ossa contristate. —
E l’altra coll’occhio fisso, quasi invetrato, parea ripetesse:
— Una sola speme. Fu vana. Muoio almeno fra le tue braccia. —
E la morente esalò in un bacio l’anima sua e sorrise. Ed il giovane
si curvò, prosciolse le membra e cadde riverso sul corpo di lei. Erano
morti, l’una di ferite, l’altro di schianto.
E le pietre pomici piovevano sempre.
Una bianca colomba errava alitando per l’aere caliginoso e nero. Offesa
dalle pomici, grida, si asconde in un’apertura fatta dal tremuoto,
vola, cade sbattuta sul suolo e, rialzata dal disio, sorvola e vola
sempre. Alla fine si posa sur un antefisso di un impluvio, guarda
smaniosa allo intorno, emette un grido di piacer passionato e si caccia
nella buca di un muro. Altri gridi brevi, febbrili rispondono al suo.
È coi figli. Si accoccola su di essi, gli bacia col becco, li ricuopre
colle sue ali e dolcemente li garrisce.... Povera madre! Ebbe almeno il
conforto di morire coi nati dalle sue uova!
In un luogo remoto, al di là dell’atrio, presso un piccolo xysto,
sono appoggiati alle pareti di una stanza da lavoro trapezoidi
finiti, e abbozzati e massi di marmo: e qua e là, per le terre, o
sui cavalletti, grossi pali di ferro per levar pietre e volgerle a
talento, varie seghe — una ancor conficcata nel solco operato sul sasso
— martelli, mazzuole, lime e scalpelli con compassi retti e ricurvi.
La casa è spaziosa, a due piani, che una scala di legno accomuna. Il
silenzio delle voci è per tutto. Chi vi abitava, chi vi martellava,
chi vi segava, chi digrossava i ruvidi pezzi di tufo e di marmo, al
primo tremendo scoppio, seguito dalla commozione del suolo, fuggiva
esterrefatto per far salva la vita a lui cara. Un uomo solo vi era
rimasto impassibile e tetragono in tanta ruina di pubbliche cose.
Suliodes ha il martello in una mano. Ha lo scalpello nell’altra. È
dinanzi a una statua di marmo, nuda, di artistica bellezza, di un
ideale ammirevole, coi segni impressi della voluttà e dello amore.
Breve della persona, ha il volto greco cui la grandezza romana aggiugne
qualcosa di suo. Gli occhi ha neri, grandi, estatici. I capelli crespi
e ondulati si rizzano sull’ampia fronte. — L’aria si oscura. Sul
selciato della via battono tonfi le pietre ardenti. Sulla terra soffice
dello xysto si affondano e si ammonticano. Ed egli che sino dalla
prima sua gioventù era stato reputato un vile, uno schiavo; egli che
passava i suoi giorni evocando dal paese delle ombre, collo accento
della fantasia degna di Orfeo, le Veneri, le Baccanti, le Muse, il divo
Apollo e Mercurio, e le ninfe dei boschi e delle fontane; in quello
istante di supremo disastro, egli contemplava l’ultima opera sua e non
sapea distaccarsene. Nobile artista!
L’ora sublime degli affetti è quella della separazione; chè, nello
abbandonare l’oggetto amato l’uom parte pregno degli effluvi di un
eroico amore. E Suliodes, preveggendo il danno estremo, gittò le
braccia al collo della sua statua e proruppe:
— Tu sei la donna dei miei pensieri. Sei la nata del mio cuore
d’artista.... Che io muoia! E tu resta! Resta intatto, o marmo, a
testimoniare ch’io ti diedi i palpiti della vita. — Ah!... —
Fu un grido straziante. Aprì le braccia e cadde stramazzone sul suolo,
rigandolo di una larga striscia di sangue. Il soffitto, spezzato e
affondato dai basalti se gli rovesciò addosso, spaccandogli il cranio e
spezzandogli le membra. E la statua cadde sopra il suo osceno cadavere.
Suliodes era tal’uomo dall’anima semplice, diritta, sensibilissima,
febbrile, smaniosa, martirizzata, non appagata mai, collo istinto di
tutti i segreti della vita. Macilento, dalle gote infossate, le precoci
rughe dicevano com’egli dentro soffrisse di quel male logorante che il
volgo degli uomini non intende, nè scusa, di cui non si muore e che dà
la esistenza eterna, quella del genio. La statua nello impluvio della
casa di Cneo Vibio, raffigurante la psiche umana, era sua. I trapezoidi
in quella di Cornelio Rufo, pur suoi. Da un anno lo schiavo aveva
ricomprato dallo avaro padrone Aulo Castricio Scauro la sua libertà....
Il nobile artista era morto!...
E le pietre pomici piovevano sempre!
Sulla via che a diritta declina alla porta di Stabia e seguitandola
mette alla porta di Nola, i carri tratti dai buoi, dai cavalli, dai
muli, da man d’uomo s’incrociano con gente che fugge per diversioni
svariate. Sopra una tavola alcuni trasportano una donna scolorata colle
braccia pendenti, grondante sangue. Un’altra donna più giovane la segue
ed è seguita da due piccoli figli attaccati colle manine alle vesti
di lei e piangono ed urlano che è tutto uno strazio. Un uomo arresta
i portatori di quel corpo esanime, si gitta sul selciato ingombro di
rottami e di pietre e singhiozza.
— Mentre ei piange la madre ed obblia sè, la moglie e i suoi nati,
lasciamolo al suo dolore e fuggiamo.
— Bene dici, o Volusio. E tanto più che ci pagò la mercede. —
E ratti si dileguarono.
I margini si fanno sempre più ingombri di feriti e di morti. I
gelosi delle loro robe preziose e più care; quei che nel disordine
delle idee non fuggirono presto dalle case che crollano, colpiti dai
sassi e da un muro che, perduto lo equilibrio ruina, hanno rotto le
membra o franto il cranio sulla soglia che pur dianzi era il pensiero
della loro salute. E quasi non bastasse lo immenso orrore, coi danni
irreparabili che veniva adunando, schiavi abbrutiti e nefarii — i
quali, disonestamente trattati, non avevano alcuna nozione di ciò che
onesto e verecondo fosse — afferravano bestialmente la occasione che
loro forniva la irritata natura, per derubare, per uccidere e per dare
ampio sfogo alle loro infami libidini. Uno si fa largo col coltello
tra i denti, spoglia il vicino, ferisce e corre. Quale ruba una gentile
ed innocente vergine dalle braccia dei propri parenti e, bestemmiando
parole di dileggio e da trivio, sen fugge. Terrore. Emozioni. Grida di
schianto. Brevi e disperate zuffe. Dolori che uccidono. Sguardi che
imprecano. Ansietà impossibili a dirsi. Eroismo di amore. Brutalità
da dannati. Ecco la multiplice scena offerta sulla lunga via che
dallo sbocco della consolare, passando a lato del tempio della
Fortuna-Augusta, menava alla porta. La quale gli Oschi costruirono
di tufo, scolpendo sulla chiave dell’arco la protoma di Venere,
l’affettuosa iddia che in quel giorno — al pari dei santi patroni, cui
le bigotte, irriflessive, superstiziose, timorate e bietolone coscienze
sogliono rivolgersi nei dì del pericolo colle novene e coi voti — non
seppe difendere la città che in lei avea piena fede.
Apro Aulio Rufo — quegli i cui pilastri dell’uscio presentano i bei
capitelli con una baccante e due piccoli putti in alto rilievo — aveva
tratto per tempo, sui cocchi, nelle lettighe ed a piedi Celsa, Heria,
Ada; e il giovanetto Cerio, ed il piccolo Valente, e la bellissima
nelle sue grazie infantili, la Cumbennia, natagli da tre anni, l’olezzo
del cuor suo, alla quale avea dato il nome della tribù antica cui era
ascritta la sua doviziosa famiglia. Ma il cisiario Diofante invade con
una ruota il margine e rovescia. Fallox e Nasso che seguono nella quasi
oscurità il primo carro, pestano i caduti colle zampe de’ loro cavalli.
I quali, impauriti dalle grida di dolore, sferzati da chi gli menava
e sospinti dalla gente che fuggiva, inalberano rompono i ritegni,
spezzano il timone, urtano, schiacciano e fuggono a furia sul declivio
della via suburbana. Ada muore mentovando la madre. Celsa, che ha rotta
la spina dorsale pel solco che suvvi fece una ruota, si volse al suono
dell’amata voce, fruga amorosamente cogli occhi la tenebre e spira.
Oh! i funebri pensieri dei rimasti per terra, feriti e senza soccorso!
Tutti invocano la morte; perchè la morte sola ha un sorriso per
essi!... E la viene, colorata di sangue ed infuocata delle fiamme del
Vesbio.
Il misero Rufo marito e padre, accorre fra quei morti e morenti,
istupidito dall’ambascia. Un’unica speranza.... la salvezza della
bambina che aveva stretta al suo petto. Parole dissennate escono
dalla sua bocca.... Fugge e lascia coi cari estinti le collane, i
pendenti, le perle, le monete d’oro, le patere, le tazze, i vasi di
argento, tutto che in fretta aveva potuto rammassar nella fuga.... Dove
morirono?!...
Un cisiario, per nome Felicissimo, ed un altro, Erosala, sferzano
maladettamente i loro cavalli. Vengono dalla via di Mercurio ed
avanzano malgrado gl’inciampi. Molta gente erasi riparata sotto
le volte della porta di Stabia. I cavalli e le ruote traversano
quell’ostacolo vivente e passano oltre. Vibio e Melissæa tengono
abbracciati in sul carro i due loro bambini, di sei anni e di quattro.
Nel successivo sono due liberti con ciò che di più prezioso si potette
adunare nei sacchi. Giungono in faccia allo scoglio di Ercole, sulle
saline, dove Cassinio poco mancò non fosse sorpreso da Spartaco nel
bagno. Colà gemiti, urli, parole da lacerare il cuore.
Un padre che, fuggendo, avea smarrita la sua cara figliuola ed era
tornato indietro due volte per rintracciarla ed erasi quivi ridotto
per far salva almeno la sua vita, piangeva, si stracciava le vesti e
parlava,
— O natura, forza imperiosa del sangue, ridammi viva la nata dalle mie
vene.
E cuoprivasi il capo, si cacciava per terra e piangeva.
Un altro che aveva ritirato la moglie di sotto una parete ch’eralesi
rovinata addosso e sulle spalle l’aveva trasportata fin là —
discaricandola ed adagiandola mollemente sul suolo, disperato ed in
lacrime le diceva,
— Pannixis, ti sposai da due mesi, sei lo amor mio, svegliati. Non mi
abbandonare. Senti i miei baci? Vedi le mie carezze?... Qua... una
face... O iniquo Giove! Scaglia su di me le tue folgori! Morta!...
Morta!... Povera donna mia!... Qual nuovo Sinis, qual novello Procuste,
pose in brandelli le tue misere carni! _Heu me!_ Che sono divenute
le grazie del tuo viso e quegli occhi che splendevano come le stelle?
_Exanimis jaces!_... Almeno, nume crudele, infame, fa’ ch’io la segua
sulle onde di Styge e a traverso il torrente infiammato del Tartaro!...
Che! Neppur le bestemmie ti muovono?... Ti proclamo inutile in questa
ora estrema!
— Cessa dal tuo dir forsennato, o Salvio Curzio.
— Ahi sei qui, _machinator fraudis_? Disertasti l’ara di Mercurio e di
Maia, o Memore Istacidio? Non gioirai a lungo dei dolori degli uomini.
Giù nei gorghi del mare e con me.
E lo ghermì per le reni, lo sollevò di peso, lo trasse nelle onde. Il
sacerdote si dimenava, lo mordea sulla spalla, gridava lo aiutassero.
In tanta confusione un solo si mosse. Fu Felice Helvio, il suo collega
nelle imposture.
— Anche tu, scellerato. Riderà Minosse in vedervi.
Il mare si aperse e si chiuse gorgogliante e spumoso. La natura li
cancellò ben presto dal numero dei viventi.
Una face apparisce sulle onde. È una barca che si avvicina. Due uomini
ne discendono, approdano, chiamano ad alta voce e procedono. I due
bambini vanno loro incontro; essi li portano via. Cneo Vibio prende
la cara donna nelle sue braccia, entra nelle onde, la consegna nelle
mani smaniose, convulse di Demophilo e la vede in piedi tra i figli.
È per salir dentro, quando un rumore immenso s’ode lungo la spiaggia
da Stabia ad Herculanum. Il mare si ritira furiosamente e ribolle.
Vibio e la barca sono sbalzati lontano. La barca sbattuta dalle onde,
galleggia. Vibio... non è più. Il soffio di Dio erasi ritirato dalla
sua bocca e lo aveva lasciato livido ed inerte cadavere.
Poco di poi, cessato il grandinar delle pietre, ecco un rovescio
immenso di pioggia sul suolo. Le acque del Sarno e delle sorgenti
dei pozzi, assorbite nei giorni innanzi dalle materie candenti
ch’eransi sviluppate nel Vesvio, avevano servito di alimento al
fuoco e, convertitesi in vapore, datogli la forza di scaraventare in
aria i basalti, le grosse pietre e le pomici addenti. Ora, aspirando
dai sotterranei meati le onde saline, le rigettava a torrenti sui
sottoposti piani, compiva la ruina delle case e livellava i lapilli
poco innanzi caduti. Al cessare della forza aspirante, il mare tornò
impetuosamente a mordere le sponde. E tanti erano i fuggiaschi nelle
Saline, tanti abbracciò nelle sue spire spumose e li trasse con sè
negli abissi.
Demophilo, coi servi e colle ricchezze scampate, tornò indietro,
malgrado i grandi pericoli, colà dove tutti speravano con ansia
trovarvi Vibio, la doppia vita di Melissæa, la vita di quel cuore da
cui tante dolcezze eransi rovesciate su dì lei cuore amoroso. Inutili
ricerche! Ogni esistenza era scomparsa sul suolo lavato dalle onde
furiose. La misera pianse, si strappò i capelli e pensò ove mai avrebbe
portato le amare sue lacrime... Ma, tutto si cancella nel mondo, anche
la esistenza ideale che è l’ultima requie della speranza! Tutto si
raffredda, anche il pensiero.... E ciò che or or parea vivo, forse è
già morto!