— Mira. Non uso preamboli. Vi hanno cose che emergono come le verità

dai pozzi, perchè sono gli ospiti invisibili delle nostre coscienze.

Una voce autorevole, avvezza a scrutinare i misteri, vibra; i veli

cadono; e le menti si aprono alla luce di un nuovo orizzonte. Epicuro

meditò e scoprì che la natura si compose _ab æterno_ e si completò a

seconda della necessità in tutte le parti dello universo. La ignoranza

degli uomini creò gli dei invisibili a tranquillità delle loro visibili

paure e gl’identificò negli uomini chiari degli evi anteriori, quasi

per iscusa delle proprie debolezze e passioni. I legislatori persuasero

le società alla credenza di siffatte menzogne. I tiranni le imposero

per consacrare le loro inique malvagità. —

Così affermava Nivillio ai suoi tempi. Ed io dico nei miei come la

religione sia una passione della umana natura, che assume il colorito

dell’epoca, dei costumi, delle leggi, delle contrarietà, del clima,

della maggiore o minore intelligenza degl’individui. I quali, dopo

aver nutricato quella passione di futilità, di paure, di ferocia,

di avarizia, di libidini e di egoismo la esprimono fuori del cuore

immedesimata delle virtù e dei difetti del loro carattere peculiare.

Laonde, ai tempi andati come nei nostri potevasi e si può essere

religiosissimi idolatri, israeliti, cristiani, islamiti, bramini,

cattolici, anche papisti,... e vivere vita lussuriosa, palesarsi

usurai, ubbriacarsi, macchiarsi di sangue, ordinare macelli d’uomini,

parlare di pietà, temere Iddio ed offerirsi alla storia sotto il nome

di David, di Elagabalo, di Filippo II, di Luigi XI, di Cromvello, di

Borgia, di Calvino e dei Borbonidi. Le temperie dell’aria, il calore

del sangue, le ragioni di Stato sono elementi acconci a sanare di molte

rotture ed a lenire qualche rimorso. Nè giovano riforme a rimedio di

epoche rilasciate. Chè una religione troppo assottigliata dallo staccio

della ragione cessa di essere una fede. Ed una fede imposta senza

il consentimento della ragione è una cieca stupidezza ed una solenne

bestialità.

Or ecco come C. Vibrio Saturnino rispondeva alle sentenze del suo

compaesano C. Nivillio, lo epicureo:

— Ma Epicuro disse si onorassero gli Dei a cagione della eccellente

loro natura.

— Lo disse, ma non lo credette. Poichè pur disse com’egli non

attendesse alcun bene, nè temesse verun male da essi. Di fatti, non

gridarono pei crocicchi i perversi suoi oppositori ch’egli rovesciava

colle sue dottrine la osservanza agli dei? Nè voleva il culto

mercenario? E se dicea si onorasse e si rispettasse ciò che è grande

e perfetto, non era cotesto un temperare le sue arditezze con un giro

di frasi che lo salvavano dalla morte? La ragione parlava per la sua

bocca. Ai secoli la sentenza!

— Ma chi calmerà i rimorsi dell’uomo colpevole? Chi darà la forza alle

virtù ignorate di continovare quando tutti i falli nascosti saranno

scusabili ed impuniti? Le vostre dottrine limitano la esistenza ai

brevi istanti di questa vita. E al di là l’uomo decoroso di virtù avrà

la stessa sorte dello scellerato e dell’empio? Ah! io sarei veramente

addolorato se avessi a perdere la fiducia in un soggiorno di delizie o

di pene dopo la morte.

— Se tu togliessi per te il fastidio di pensare, proveresti lo stesso

rammarico che senti allorchè ti desti il mattino dopo un sogno felice.

— Ma se tu dissipi cotesto sogno, non togli tu allo infelice le soavità

che sospendevano i suoi mali?

— No. Il mio maestro elevò l’anima e fortificò la ragione. E insegnò

che il vero coraggio sta nello affidarsi alla necessità.... In

Jerusalem una setta perversa, quella dei Farisei, si sbracciò per

accusare un filosofo di Galilea appo i Romani. E lo calunniarono

dinanzi le leggi. E lo resero odioso al popolo. E gavazzarono allorchè

lo videro sospeso sulla croce dei ladri e degli assassini. Pure quel

crocefisso — lo udii anche dai circoncisi che sono qui — predicava una

fede che a tutti doveva piacere: «Ogni uomo nato di donna è figliuolo

di Dio onnipossente — Ognuno per conseguenza è eguale all’altro

in faccia alla bontà divina.» Ed il pernio della sua dottrina era

conchiuso in cotesta formola: «Non fare altrui quello che non vorresti

che a te facessero.» Ebbene! Gli stoici, che sono i Farisei del

panteismo, dicono di Epicuro le abbominazioni delle maladizioni perchè

professò che la felicità dell’uomo consiste nel piacere....

— E ti par questa la teoria di una sana morale?

— Nel piacere che risulta dalla pratica delle virtù. E nessuno tra i

tuoi brontoloni potette mai accusare nè Epicuro, nè i suoi adepti di

sensuali pecche. Il popolo invece vede voi nè casti, nè temperanti, nè

frugali.

— Ci sa religiosissimi.

— Ipocriti, frequentate i templi. Crapulosi, aiutate alla crapula dei

sacerdoti e gli satollate di ricchezze e di prestigio. Se magistrati,

vendete la giustizia. Se privati, cittadini, ponete allo incanto la

bilancia di Temi. I legami sociali voi li rompete ognidì. I rimorsi

nel cuor vostro assumono le sembianze di pregiudizi infantili; e gli

dissipate coll’offerire una melagrana a Venere, un montone a Giunone,

un voto a Giove, un’anfora di vino antico al dio Bacco. Arricchite

colle usure?... Che monta! Una parte al flamine di Mercurio, lo incenso

al comodo nume, il resto per voi. E vi beccate il nome di _boni viri_,

di _verecundi_, di _religiosi_, di _integri_, di _innocui_, di _frugi_,

di _omni bono meriti_, di _dignissimi Reipublicæ_.

— Non tutti così.... In ogni modo val meglio aspirare a leggi pure,

solide, di facile esercizio e consolanti, di quello che ad una sterile

virtù stabilita dalla opinione mobile degli uomini. E ve n’ha già di

parecchi sistemi. E ne diviene imbarazzante la scelta.

— Ma quando la morale — che tu riconosci per tale al pari di me — non

può più accordarsi con una religione malsana che corrompe i costumi e

che riverisce ed incensa iddii ingiusti, dissoluti e crudeli, e non val

meglio negare la loro esistenza piuttosto che degradarsi dinanzi a quei

rivenduglioli di antiche frottole che di soppiatto si smascellano dalle

risa della vostra melonaggine?... Ah! Voi siete gli empi davvero!...

— Io penso che tu rammenti come nella nostra prima gioventù, presi

ambedue da una grande simpatia l’uno per l’altro, risolvemmo di

consultare la iddia Iside sulle sorti che ci attendevano. Me la

curiostà spingeva, a ver dire. Te una credulità superstiziosa. Andammo

nel tempio. Affidammo al jerofante le due pergamene rotolate che

contenevano le nostre domande e attendemmo prostrati a’ piè della

edicola. Un sacerdote triste, pallido, abbattuto, cinto il capo di

bende e di una corona di alloro, allumò sullo altare un fascetto di

erbe aromatiche, masticò alcune foglie della corona, gittò questa nel

fuoco insieme con una pugnata di farina d’orzo e annusò a piene narici

le crepitanti fiamme. Quell’uomo lo dicono stretto al celibato; e le

frizioni di cicuta par lo accomodino egregiamente ad osservare una

strana legge contraria alla natura. Assistito da due sacerdoti che

aveano nelle mani gli attributi del Sole e della Luna, passarono dietro

la edicola.

— Rammento, o Nivillio, che due altri ci purificarono coll’acqua santa

nell’atto che i vittimari scannavano i due vitelli bianchi di Surrentum

che noi avevamo offerto alla iddia per renderla a noi propizia.

— Io tutto vidi, o credulo amico. E allorchè chiesi la ragione perchè

al tuo vitello fecero mangiare la farina che gli presentavano; e

perchè pittarono acqua fredda sulle aperte viscere del mio — il quale

d’immobile ch’era divenuto, agitossi — nessuno di quegl’impostori

rispose. Avvegnachè più le cose sieno inesplicabili e dure a ingoiarsi,

più inspirano fede al volgo bietolone e ignorante. Un soave odore si

sparse a noi d’intorno. Tu lo credesti prodigio. A me parve grossolano

abuso della mia ragione. D’un tratto dietro il nume vedemmo sorgere

una nube di fumo olezzante. E poi una voce cupa gutturale pronunciare

parole sconnesse, ignote alcune, altre di nostra lingua — che non

avevano senso veruno. Eh! era giovane allora e il mendicare un responso

alla Iddia, se mi fece oltraggio alla mente, pur mi parlò di pericoli

ch’era follia lo sfidare. Socrate morì di veleno. Diogene fu salvo

della sua miscredenza per la nomea di strano filosofo. Tacqui. E

siccome ambedue, senza dircelo, avevamo chiesto se avremmo patito il

dolore di sopravvivere allo amico del cuore, il sacerdote portò a noi

in una sola pergamena il responso deciferato. Qual’era che tu morresti

colpito dalla folgore, ed io strangolato. Baie!

— Tu stracciasti, o profano, l’oracolo, e mal te ne coglierà.

— Morrò. Sei immortale tu forse?... Ho meditato lunghi anni su quella

scempiaggine della mia gioventù; e nel segreto sentii gli orrori

cagionati ai popoli e agl’individui dalle pitonesse, dai misteri

di Cerere, dalle soperchierie di Delphi, dai responsi degl’ipocriti

sacerdoti e dagli oracoli degli egiziani che vendono le loro frottole

in nome d’Iside, qui. Una parola dettata da quei corrotti e mai

satolli del proprio egoismo, suscitò guerre sanguinose in antico,

portò desolazioni in una repubblica, ridusse in cattività gli abitanti

di un intero paese, creò lo eccidio di una famiglia, troncò la vita

di una creatura innocente. Giacchè mentovai i ciurmadori del tempio

di Delphi, vo’ ricordarti quello che fecero al popolo di Cyrra, nella

Phocide, correndo la LXXIII Olimpiade, quattro anni dopo che Euripides,

il grande tragedo della Grecia, nacque in Athenæ. Gli abitanti di

Cyrra, nel seno Crissæo, possessori della valle che si stende dal monte

Cirphis al Parnaso, imponevano balzelli sui greci che sbarcavano nel

loro porto per andare a consultare in Delphi il vantato oracolo. Ma

nuocevano alla turpe officina. E l’oracolo, richiesto, rispose che i

colpevoli meritavano il supplizio, cioè, che ogni cittadino di Cyrra

dovesse esser perseguitato di giorno e di notte come cane idrofobo;

si saccheggiasse il paese; e le donne stuprate; e i bambini ridotti a

schiavitù. Parecchie nazioni si levarono in armi. La città fu rasa,

il porto colmato, gli abitanti morti od in ferri, e i ricchi campi

sacrati al tempio di Delphi. Una colonna fu rizzata sulla vasta pianura

a ricordo del fatto. E col sangue delle migliaia di vittime eravi

scritto: _Chiunque osi rompere cotesto giuramento sia esecrato agli

occhi di Apollo e delle altre divinità di Delphi. Che le loro terre non

portino più frutto. Che le loro donne e i loro greggi producano mostri.

Che perano nei combattimenti. Che falliscano in ogni loro impresa.

Che la loro razza si spenga. Che per tutto il periodo della loro vita

Apollo e le altre deità di Delphi rigettino con orrore i loro voti e

i loro sacrificii._ Questi i tuoi sacerdoti, avari, ingordi, mendaci,

ladri, impudichi, arpie, mai satolle di dominio e di sangue. E l’empia

sentenza correrà tradotta in ogni lingua nei secoli avvenire.

— Lo ammetto, ed ammetto altresì i vizi e le passioni umane

identificate nei Numi. Ma se noi pervenissimo a purificare il culto

delle superstizioni accumulate dai secoli, saprebbero gli Epicurei

rendere omaggio alla Divinità rinnovata?

— Sei pure il dabben’uomo, o Vibrio Saturnino. Tu infradici i numi nel

brago e poi gli correggi e gli lavi nel ranno a posta tua. Dunque,

o buoni, o pessimi, sono l’opera delle vostre mani. Provami un po’

meglio la loro esistenza. Guarentiscimi con testimonianze irrefragabili

ch’essi prendono cura di noi, ed io mi prosternerò ai loro altari.

— Sei tu che devi provarmi la loro nullità. Perchè sei tu che zappi

le fondamenta ad un domma che i popoli osservano per lungo periodo di

secoli. Ma un monumento che attesti la esistenza dei Numi pur vi è,

e tu il vedi e il calpesti. Il sole, le stelle, la terra, l’organismo

dei corpi, la differenza degli esseri, il petalo dei fiori, la polvere

dorata delle farfalle, lo istinto degli animali, la nostra ragione.

La natura sin dallo aprile è stata in un rapido movimento finqui. Ora

si acconcia al riposo. Dunque vi è un primo motore. Cotesta azione è

soggetta ad un ordine costante. Questo ordine esige una intelligenza

suprema. Qui la mia mente si arresta. Se tu, o Nivillio, procedi

innanzi, io dubiterò della mia esistenza e della tua.

— Coteste prove non arrestarono mai i filosofi sulla via della ragione.

— Voi siete presumenti.

— Noi siamo ragionevoli. E pensiamo colla nostra testa piuttosto che

per quella di Aristotile e di Numa Pompilio. Leggi Timeo di Locrum,

Anassagora, Platone, Pythagora, Antisthene, Epicuro, Socrate; e verrai

facilmente alla soluzione del misterioso problema: «Molte sono le

divinità adorate dagli uomini. Ma la natura ne indica una sola. Tutti

hanno considerato lo universo come uno esercito mosso dal genio del suo

generale, o come una vasta monarchia, in cui la pienezza dello imperio

risiede nel principe.» Se Dio fosse, lo insetto, la lucertola, il

rospo, il lombrico, il coccodrillo, la talpa, l’erba che non è albero,

la scimmia che non è uomo, non dovrebbero lagnarsi delle imperfezioni

loro prodigate? Ma son essi cogli altri i componenti del tutto e i

perpetuatori del tutto, e non havvi ragione a lamento.

— Tu mi persuadi ed io fuggo. Oh! la illusione dei Campi-Elisi! _Vale._

— Ho speso fruttuosamente la mia giornata. _Faustum, felicemque._ —

Intanto che i filosofi si avviavano alle loro case ed una parte di

popolo vagava per le sue faccende o si trastullava, le donne e i

bigotti muovevano verso i templi alle preci votive a cui li invitavano

i magistrati. Le stranezze che occorrevano erano insolite cose. Il

maraviglioso mena al maraviglioso. La paura e la impotenza legano

la credulità al carro dello ignoto cui si chieggono favori, aiuti,

riparo e conforti. E tutti i superstiziosi e gli sgomentati corsero ai

sacerdoti per offerir loro _ex-voto_, monili, pecunia e commestibili

onde pregassero i numi a far cessare le minacce misteriose o patenti

che pesavano sulla pubblica coscienza dei Pompeiani. I fani di Giove,

di Mercurio, di Venere e dell’Augusteum, di Esculapio, di Cerere, di

Nettuno e di altri iddii si affollarono di gente. E più quello d’Iside,

deità di non remota instituzione e di moda. Grato Arrio, Amphio Serapa,

Puccio Chilo, Messio Inventus, Merulino, Nimphiodoto Caprasio e gli

altri loro consorti in ipocrisie accettarono la mèsse che la ignoranza

impensierita loro forniva; ed ognuno — secondo il rituale del proprio

culto — sacrificò, libò ed orò il meglio che seppe. Perchè, a ver dire,

un po’ di spavento aveva pur scosso quei pubblici ladri e profittevoli

ingannatori. Persino dalla parte più ignobile della città, verso il

Sarno, accorsero gli ebrei, negozianti e schiavi venuti dalla loro

distrutta città. Non avendo più tempio, nè potendo creare in terra

straniera il loro _sanhedrin_, cercavano in tanto pericolo il dio unico

dove poteva discendere, richiamatovi dagli incensi e dalle preghiere.

Eliachim Verpa, il ricco mercatante, ne ritenne ben pochi e furono

quelli tra i quali spandeva la buona novella e col loro mezzo faceva

proseliti e propugnava di soppiatto negli schiavi la notizia della

redenzione.

Sur un’ampia via che dal Foro, traversando quella che mena alla

porta di Stabia, conduce direttamente allo Anfiteatro, è a sinistra

una casa, il cui uscio apresi subito dopo un terrazzo lungo quanto

l’abitazione precedente, guarnito di una balaustrata di ferro. Numerosi

cittadini, solleciti liberti, procuratori officiosi, chiedoni di

ogni genere sono sul selciato, assaltano l’uscio, empiono l’atrio.

La diversità delle vesti, le varie persone che parlano di affari che

la mobile fisonomia traduce a chi finamente le osserva, la magnifica

architettura dello edificio sono indizi che colà dentro dimori un uomo

di alta considerazione. Ed una voce ecco che l’indica. Nessuno degli

annunciatori ha parlato. Laonde, tutti gli occhi si volgono sorridenti

ad una gabbia di legno dorato sospesa ad una verga di ferro che

traversa lo impluvio. La voce ripete il suo verso e dice:

— _Svedius Clemens, sanctissimus judex._ —

Era uno Ψίττακός verde, dal capo giallo e dalla coda rossa, cui avevano

dato il nome di Catina, ch’erano le sole tre sillabe che pronunciasse

pria che i servi altre glie ne apprendessero. Alle parole di

quell’uccello, credutele escite dalla bocca del _nomenclator_, la calca

si fece più innanzi nell’atrio.

— Isocriso Fortunato, qual cura qui ti conduce? Fatti in qua ed

eviterai di aver pesti i piedi.

— Sì, o Claudio Espedito, meglio è serbar sane le costole e non esser

dei primi.... E poi è un’afa che uccide. Qualcuno di quei solleciti, là

nella schiaccia, perderà il respiro. Mira L. Pullio Mactoriano, corso

in tanta fretta da non avere ancora allacciato le corregge dei calzari.

— E che dici di M. Epidio Sabino che pur sbadiglia ed ha la cispa negli

occhi. La vanità gli vieta il sonno. E si fa spingere qui grosso e

rubicondo per sollecitare dal sommo giudice imperiale la ratifica dei

suffragi del vicinato per le prossime elezioni. _Habebimus ædilem trium

cannearum!_

— Qual vita! Nei tempi antichi, pria che Silla legasse le ruote

del nostro carro municipale, eh! amministrare il paese era un fatto

onorevole ed onorato. Ma ora.... l’ombra e nulla più! Il magistrato

è servo dei capricci dell’Urbe.... Ne avemmo di mostri a patire!...

Vespasiano non ebbe nè grandi vizi, nè grandi virtù. Era alquanto

dozzinale e plebeo, e di parole licenziose e brutte. Di lui, vecchio,

massiccio, colle membra annodate e sode, e colla faccia rappresa che

parea che ponzasse, innamorò Petronia, poi che fu morta la Cenide

sua. La fe’ passare nel bagno, e ordinò al dispensatore di darle

dugencinquanta nummi d’oro. Or, questi domandandogli in qual modo

quella partita si avesse ad acconciar nei suoi conti, rispose: «Metti

a uscita Vespasiano, di cui le donne invaghiscono.» Il figliuol suo,

Tito, lo amore e la delizia dell’uman genere, per ora.... Durerà?

— Eh!... Amministrando lo impero insieme col padre, fu poco civile e

molto crudele. Rammenta tra gli altri, Aulo Cecinna, uom consolare,

pria convitato a cena e poi fuor del triclinio per suo ordine

pugnalato. Si disse di una congiura di militi apparecchiatagli contro e

che il pericolo lo forzasse. Le leggi erano. Poteva por mano ad esse ed

evitare il biasimo grande.

— E quel suo mangiare e bere cogli amici e familiari i peggio

vituperosi e disutili? E la folla di giovanetti sbarbati, dotti nella

danza ed in libidinose posture? E gli amori colla regina Berenice? E

il mercato di uffizi? E il riceverne mance e premi?... Vero è che,

ottenuto il principato, si palesò uomo diverso. E non si mostrò al

pubblico, ove tutta Roma plaudiva i suoi giovani e graziosi istrioni.

E mandò fuori dell’Urbe l’amata e piangente regina. Nè tolse più cosa

alcuna ai cittadini. E consacrò lo anfiteatro, e nelle Terme edificate

colà presso ordinò con bellissimo apparecchio il magnifico spettacolo

dei gladiatori. Parmi dunque, o Espedito, ch’ei....

— Farà prospera la repubblica, se non lo guastano colle adulazioni e

colle abbiettezze.... o non lo uccidono. — Veh! lo sguardo sdegnoso

e venale dei portinai come trasceglie nella folla dei clienti che gli

assediano quelli che per pecunia faranno passare i primi! La venalità

è il pessimo veleno che omai filtra per tutto. — Non mi hai ancor detto

che ti mena da Svedio.

— Quando ei fu inviato da Cesare nella nostra Colonia, io era in

Lutezia dei Parisi. Un mio vicino di campagna prese per sè la parte di

terreno che mi veniva restituita, ed ora vo’ chiedergli giustizia senza

aver che fare con quei sollecitatori che vendono a sì caro prezzo le

loro parole. —

Cotesto insigne giureconsulto, per nome Tito Svedio Clemente,

tribuno, era stato nel vero inviato in Pompei da Flavio Vespasiano per

delimitare i confini del territorio della Repubblica Romana, occupato

nel Pago Felice-Augusto dalle tre coorti dei veterani. Da che Silla

gli dispose qui come corpo di osservazione, quegli uomini arroganti

e spavaldi, perchè armati, commisero insolenze contro i cittadini.

Avvegnachè, sentendosi essi il principale sostegno della politica

dittatoriale, stimavano che gli altri fossero di un ordine inferiore.

Divennero i tiranni della città. Commisero violenze e brutalità di ogni

maniera. Il selciato pompeiano fu insanguinato. Publio, loro generale,

pretendeva che i suoi soldati venissero riconosciuti come i liberi

cittadini della Colonia. I magistrati, gelosi dei popolani privilegi,

fermamente si opposero a quella imperiosa volontà; e ricorsero al

senato nell’Urbe. Cicerone, pauroso di Silla, difese il nipote,

quantunque in cuor suo lo accusasse. E Publio assoluto. E surrogato

da Ninnio Mulo. E i veterani ebbero un vasto terreno, in proprio, da

coltivarsi e da trasmettersi ai figli. Nella distribuzione dei campi

furono però usurpate le proprietà dei cittadini. Laonde, litigi,

ingiurie, busse e macelli. Bastava muovere doglianza contro un soldato,

per veder sorgere la centuria e colle centurie le coorti, onde chiedere

riparo col gladio al coltello. Svedio compose le liti insorte e i

decurioni elevarono la sua statua sur un piedestallo, proprio sul posto

dei diritti acquetati e riconosciuti, presso la strada dopo lo emiciclo

di Mamia e sull’angolo della via che menava alla villa di Cicerone.

La iscrizione diceva:

EX AVCTORITATE

IMP · CAESARIS

VESPASIANI AVG·

LOCA PVBLICA A PRIVATIS

POSSESSA T. SVEDIVS CLEMENS

TRIBVNVS CAVSIS COGNITIS ET

MENSVRIS FACTIS REI

PVBLICAE POMPEIANORVM

RESTITVIT.

Un subito moto, come onde di mare che si seguono e si accavalcano,

dinotò l’apparizione del magistrato imperiale nell’atrio. E la turba

degli ossequiosi si spinse verso quella parte. Erano i _salutatores_

che volevano solo complirlo. E i _deductores_ che intendevano

accompagnarlo se mai fosse escito. E gli _assectatores_ che in pubblico

desideravano farsi vedere al suo fianco.

Di mediana statura, vigoroso, solido, dalle braccia e dalle gambe

scultorie, sotto quella fronte larga e possente si disegnavano due

occhi neri e fermi, di cui era difficile sostenere lo sguardo. La sua

fisonomia aperta e ruvida palesava la energia del carattere. Lo aspetto

complessivo della persona lo testimoniava.

E quel suo aspetto spirava un’adusta vecchiezza, quella beltà non più

materiale, che è il canto dell’anima dopo la vittoria riportata sui

sensi.

Il tablino, ove si mostrò ai clienti, era ornato di pitture bellissime.

Sulla parete sinistra, tra’ lavori architettonici, vedesi ancora un

Ermafrodito itifallico sedente, il quale colla manca acciuffa la barba

di Sileno che è dietro le sue spalle, e colla destra si scuopre la

persona. Una baccante ha nelle mani una coppa ed un tirso. Tutto il

fondo del quadro è turchino, sormontato da un cortinaggio rosso con

frange, i cui lembi d’ambo i lati scendono bellamente sopra lo zoccolo.

Svedio si presentò portando la mano dritta alla bocca e curvando

il corpo a sinistra. Offerì quindi la destra ai più vicini che il

nomenclatore gli presentava. Chiese della salute di tutti. Lamentò

il caldo insolito, soffogante; ed il tanfo che sorgea dalle cantine

e dai pozzi a far recere i mulattieri. Ascoltò le ragioni d’Isocriso

Fortunato e chiese documenti per giudicarle. Si assise e terse il

sudore della faccia. Rivolse la parola alle persone che riconosceva

nella folla. Ed accolse benignamente le petizioni che gli venivano

offerte. Cessato quel còmpito, e notando nel fondo dell’atrio la

folla compatta degli accattoni, che invilivano la cosa immortale per

provvedere senza fatica e coll’abbiettezza del limosinare ai loro

giornalieri bisogni, aggrottando le ciglia gridò con voce sonora:

— Quei famelici clienti, quei chiedoni di _sportulæ_ non vo’ vederli

io qui. Vadano all’Annona. Cesare mi mandava a rendere la giustizia

sui piati straordinari e non a provvedere i fannulloni e gli stomachi

vuoti. —

Ed accigliato rientrava nelle interne stanze.

Pompei · 第 23 / 30 段