La vasta pianura che da Cuma e da Capua — le antiche e grandi città

della Campania — distendendosi verso levante, abbraccia e circonda il

cratere partenopeo, era il loco ove i Greci, venuti dalla Macedonia e

dalla Tessaglia, credettero che, come nelle loro contrade, anche quivi

i giganti avessero combattuta la fiera battaglia contro gli Dei. E quei

campi dissero Flegrei, da φλὲγω — ardo — per le tracce dello zolfo e

delle lave sparse su quel terreno. Gli è certo che Ercole, visitando il

bel paese sorriso da tutti i numi celesti e vedendolo corso e devastato

da uomini di fiero e selvaggio costume, avrà voluto purgarnelo per

incivilirlo. E l’atto benemerito per le genti salve, e la fondazione

di una città che tolse il nome da lui, e le altre opere verso il mare

aperto intorno il lago d’Averno, coronarono di una poesia maravigliosa

il vincente semideo, i mostri vinti da lui ed i campi, teatro delle sue

gesta. Su di essi elevavasi un monte isolato dai tempi primordiali. Era

cinto di fertili campagne, e verdeggiava da lungi per le erbe e per

gli alberi, tranne in sul culmine che sembrava coperto di cenere, di

sassi fuliginosi ed arsi dal fuoco. Malagevole era lo ascendervi. Una

e difficile l’angusta strada su quelle scorie tra rupi, caverne e punte

aguzze sporgenti al di fuori. Nel 682 di Roma Spartaco, dopo aver fatto

un carnaio nello Anfiteatro di Capua, riparava su quelle balze con

sessantaquattro dei suoi compagni nella rivolta. Ma seguito d’appresso

e accerchiato da Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, pensò di

tessere corde coi tralci delle viti salvatiche di lambrusco, le legò

forte alle rocce e se ne servì di scala per discendere coi suoi sino

alla pianura. Il pretore che lo aveva fatto rinculare in uno spazio

ristretto, di una sola escita, di cui i suoi soldati tenevano la

chiave, non credette ai suoi occhi quando quell’audacissimo lo assalì

con tanto vigore da disfare il grosso delle sue ordinanze e porre in

iscompiglio il campo.

Tale era il Vesvio nel primo anno del regno di Tito imperatore,

allorchè — come scrisse Stazio — piacque al sommo Giove strappare

dal profondo le sue viscere, sollevarle sino al cielo e scaraventarle

lontano sur alcune sventurate città.

Era il nono giorno delle calende di decembre — 23 novembre dell’anno 79

di nostra êra.

Il canto dei galli annunciava l’aurora. I molossi abbaiavano nello

udire lo strèpito de’ passi sui margini delle vie. I salutatori,

i chiedoni, i saccari, i rivenduglioli ambulanti, i mercanti delle

botteghe, i viaggiatori che partono, i littori, gli schiavi animano

il selciato. I gladiatori escono con reti e panieri dal loro quartiere

e, accompagnati dal lanista C. Aelio Astragalo, vanno a far provvista

di viveri per la famiglia. Tutti gli artigiani sono in moto verso il

loro destino. E in breve ora, quale mura ed intonaca le pareti già

apparecchiate dal cemento sparso a striscie come spini di pesce, quale

sfilza una per una le tavole dallo incavo longitudinale della soglia di

pietra della bottega e le pone in un canto perchè non lo imbarazzino

nelle trattazioni degli affari, quale apre il suo _thermopolium_ e

canta o getta briosi frizzi ed inviti a chi passa. — Il venditore di

pani e di piccole focacce, dopo avere attelato la sua merce a spicchi

una sull’altra; e, spiegando i panieri sull’_oculiferium_, mostrando

il _pollen_ del suo fior di farina; gli _speustici_, stiacciate cotte

sotto le ceneri; gli _ortolagani_ composti col vino, col pepe, col

latte e coll’olio; gli _ostrearii_, che si mangiavano coll’ostriche, e

i pani disegnati a quadrelli, conditi di anici, di cacio e di grasso,

grida — esagerandoli — i meriti dei suoi prodotti. — Il carraio espone

sulla porta il _cisium_ che costruisce e la _traha_ senza ruote che

mena su e giù nel selciato dinanzi il villico che la contratta, mentre

i suoi operai lavorano attorno ad un _birotum_ per ultimarlo. Parecchie

carriuole — dette _unarota_ — sono ammonticchiate nel fondo. — I

_fullones_, cioè, i lavandai e gli smacchiatori, spandono le loro umide

stoffe sulla via a certi bastoni sostenuti da travicelli sporgenti sul

muro; e così, nell’atto che richiamano l’attenzione di chi passa sulla

loro industria, usano di uno spazio che pure al pubblico è riserbato.

Gli edili avevano un bel difendere la libertà delle strade, dei trivi

e dei portici con piccole e gravi ammende a quel popolo accaparratore

di ogni spazio che il proprio non fosse. Lo interno della bottega o

della casa pareva uggioso ad ognuno. Tutti erano lieti quando potevano

starsene al lavoro sull’uscio, sul margine, alla luce. La parola _via

publica_ veniva interpretata alla lettera. E purchè lo ingombro dei

due margini lasciasse libero sulla strada l’adito ad un carro, nessuno

potea venir condannato per offesa alla legge. E ove non fossero cadute

gocciole di acqua dalle preteste, dalle toghe e dalle vesti donnesche,

certo quella mostra variopinta abbelliva la doppia via di Mercurio e

la parallela al di dietro, dove i fulloni avevano il loro laboratorio.

Era quella la meglio importante tra le industrie pompeiane. Nel 354 i

due consoli C. Flaminio e L. Æmilio, reggendo un popolo che vestiva di

lana e dormiva ignudo tra coperte di lana, avevano decretato il modo

di trattare e di tergere quelle stoffe. E prescrissero, si laverebbero

i panni con terra di Sardinia disciolta; indi si affumigherebbero

collo zolfo, e poi si purgherebbero con terra cimolia di buon colore.

Avvegnachè questa ravvivasse le tinte sbiadite dallo zolfo. E per le

vesti bianche, dopo inzolfate, dissero convenevole la terra chiamata

sasso, la quale però era dannosa alle colorite.

I magistrati — i quali, creati dal popolo per occuparsi dei suoi

affari, rientravano in casa al cadere del sole, allorchè i pubblici

lavori cessavano — preceduti dai littori vanno gravemente ai loro

uffici. Alcuni uomini — vestiti di una tunica stretta senza maniche,

di colore oscuro, detta _exomis_, o _diphthera_, col _cucullus_ per

coprire il capo in caso di pioggia e continovare il lavoro — procedono

dal vico storto in una strada a perpendicolo su quella che mena alla

porta di Stabia. Avevano sulla spalla una lunga e stretta lamina di

acciaio, senza denti, terminato con due manichi di legno. E nella mano

un sacchetto di sabbia di Etiopia. Erano segatori di marmo che andavano

a ridurre in lastre per impiallacciature e per pavimenti le tavole di

serpentino, di fior di persico, di alabastro egizio, e di verde antico

che attendevano l’opera loro nella prossima casa. Ed altra gente dalle

sembianze pallide e triste che or si fermano presso i ragionatori, or

guardano dalla parte opposta ove l’orecchio tendeva, si veggono in sui

canti, per entro i templi, nel Foro. Erano le spie di Roma, adoperate

la prima volta da Cicerone ai tempi catilinari; mantenute da Cesare;

moltiplicate da Tiberio, da Nerone e dai pessimi che vennero poi, a

tutela delle imperiali paure. Razza perversa che disponeva della vita

e delle sostanze dei cittadini e viveva lautamente a carico degli alti

e dei bassi timori. Sulle mani, invece dei chiodi portavano anelli

da cavaliere; e sul collo in luogo del nodo scorsoio splendeva il

medaglione di onore.

Il cielo era nuvoloso e fosco. E quantunque albeggiasse appena, il

calore era eccessivo e l’aria grave e affannosa.

Una donna viene da un vicolo per attinger acqua alla fontana del

quatrivio dell’Aquila che ghermisce una lepre. Vi trova un suo

conoscente che beve al cannello.

— Abbi lontano dal capo la collera di Bacco, o Venerio. I

_meditrinalia_ — le feste del vin nuovo come rimedio utile alla salute

— corrono dal primo allo undecimo delle calende di ottobre. Non lo

rammenti?... Il bianco di Surrentum è confortevole a venticinque anni.

Cotesto novellino del Sarno ti guasterà lo stomaco.

— L’ho bello e guasto, o Tataia, dal molto berne e dal gran sudare che

fo. Mira! Abbiamo il fuoco nell’aria. Mai il calore di questo anno. E

le fontane gocciolano, non fluiscono. Gli _ænopoles_ mi brinerebbero i

lucri.

— Davvero! Eppure da due lune cadono frequenti e copiose pioggie. Che

il fiume siasi prosciugato alla foce? —

Una donna, che avea la _taverna vinaria_ dietro la fontana, si

approssima a quei due ed aggiunge:

— Quasi. Cominciò a mancare da tre dì. Ed ora vien giù a centellini.

E siccome un beone di vin cotto alla mirra mi accusò di aver aperto

nel mio cuore uno spaccio di bibite calde, io mandai alla fontana più

in su per averne acqua fresca; e dopo lungo attendere n’ebbi. Ma la fu

attinta dalla pubblica cisterna, colà presso, dove due littori vegliano

dì e notte per la custodia e la distribuzione di quell’acqua piovana.

— L’anno del terremoto — se tel rammenti, o Fortunata — avvenne pure

così. Le acque diminuirono. —

Il _seplasiarius_, che aveva la sua farmacia poco discosto, viene

anch’egli a verificare il misero stato della fontana. E Fortunata a

lui:

— L’arte della Seplasia che dà credito alle erbe amarissime e alle

pillole disgustose, trae anche Flavio Fimbria alle manchevoli linfe. O,

che il tuo pozzo è turato?

— Peggio. Dapprima diminuì la sorgente. E la rimasta ha un sensibile

grado di calore ed un gusto acidulo e disgustoso al palato. — Che! Non

ve n’ha più costì? —

Tataia gli addita il cannello di ferro che sgocciola a mala pena, e

s’incammina ver la pubblica cisterna. Quivi era un pettegolezzo, un

accapigliarsi, un bere a furia, tumulto che i littori acquetavano a

dura prova. Ognuno il primo a gittare giù il secchio. E le donne le

peggio ardite e linguacciute.

— Sii _formosa, decens, dives, fecunda_, o Pannikide. Concedimi il tuo

posto. Se tardo — e sono qui da un’ora — la mia crudele padrona mi farà

dare dieci vergate sulle spalle.

— _Esto beata_, Heracla. Ma le busse che ti risparmio, le busco per me;

Lisistrata di Neptunale è una gorgona.

— Fuori la intrusa. Io vengo poi. O bel littore, fa rispettare la tua

autorità e il mio diritto.

— Vedi chi parla di dritto! Januaria, di padre incerto e che ha securo

amante nella casa dov’abita.

— Frena quella linguaccia di serpe. O mi forzerai, Melitta, a darti lo

aggettivo che i tuoi casti ardori nelle _popinæ_ ti meritarono, quello

di lurida _pellax_ — .... e anche peggio, di _porna_.

— Che ho a rispondere ad una donna _cujus ne spiritus purus est_? —

Allora Ianuaria più infuria e con voce maggiore e con gesti vibrati

si slancia verso uno dei littori che per calmare quel tafferuglio,

distendeva la mano onde separare le due litigiose e quelli che già

prendevano partito.

— Ah! Vuoi anche tu ch’io mi muoia di sete, o difensore di male

femmine? Fai bene a darle compenso, poichè con donne di garbo tu pugnar

più non puoi.

— Le tue chiacchiere, o sguaiata, sono più inutili di _vitrea fracta

et somniorum interpretamenta_. Inutili discordie! Ognuno avrà l’acqua

a suo tempo senza motti villani e senza che abbiate a comperarvi un

_galerum_ e porvelo come un elmo di chiome sul capo invece dei capelli

che vorreste strapparvi.

— Ha ragione Nupeo. Si quieti la tentigine di queste piche parlanti e

la destrezza prevalga. —

Così Nilodoro. Il quale, schiavo di un tintore presso la fontana dalla

testa di Giunone, era venuto alla cisterna per compiacere alle voglie

della leggiadra padrona che coll’audacia dello sguardo spiegava la

segreta sua simpatia, eloquente però nei soppiatti incontri. Allora

uno scoppio di risa ed un battere di mani. Anche le trecchiere

dissimularono lo sdegno con finta ilarità. Ma le voci e gli alterchi

ricominciarono ben presto a logorar la pazienza ai littori addetti a

quel disgustoso ufficio.

Per quanto ognuno il vedesse, nessuno sapeva spiegarsi cotesta

deficienza di acqua nel Sarno, cotesto ringoiamento delle sorgenti

nella terra e quel sapore acidulo e puzzolente nelle acque che

rimanevano ancora nei pozzi.

Due uomini passano per quella strada. Sono Solonas, il mattonaio ed

Elio Gemino, il carradore. Si arrestano, ridono ed infilzano molte

parole su quelle femmine che qua e là scorrevano, arrovellandosi.

— _Picæ pulvinares._ Gazze da mercato. Le trovi sempre pessime lingue e

a gridare di piena notte che è mezzodì. — Manca l’acqua? Vi è il vino!

Bacco ne spremette molto l’altro anno. Ce ne darà copiosamente anche in

questo.

— Ma la baccante non è massaia. Ed io stimo la _eupatria qui providet

omnia_. E poi cotesta stranezza non è a prendersi a gabbo, o Salonas. È

nelle cantine un certo aere maligno che uccide gli animali che dentro

penetrano. Due gatti del mio vicino, là sotto le mura che guardano

verso Nuceria, furono trovati morti.

— E due facchini di Polibio, nel penetrare nel fondachi di quel

ricco, presso il porto, prima ebbero spente le lampade e poi caddero

stecchiti. Un altro che andava a soccorrerli, nel curvarsi sentì

mancare il respiro e le idee vacillare. Escì fuori in tempo e potè

riaversi sulla scala, alitando l’aria al di fuori. I cadaveri furono

tratti su cogli uncini e non avevano un graffio sulla persona. Dunque

la dea Mephite tolse loro il respiro.

— Ben dici, o Epietetos. Strano paese divenne il nostro da che Marco

Herennio, decurione, venne a sol diffuso, a cielo sereno colpito dal

fulmine nel Foro. — Dove di presente tu pingi?

— In una casa, quasi in fondo della strada che ha la fontana dal

bacino arrotondato, presso il bello Edone, vinaio. Sai? Dove talvolta,

o Pistosxenos, ti ho visto bere di tarda sera con Floro e Frutto,

festevoli compagni, allorchè ti eri sbarazzato del carico di figulina

che avevi portato da Nola. —

I quattro continuano a scendere per la via consolare.

— Veh! qual processione votiva! Come se fosse il sedicesimo delle

calende di aprile, all’epoca delle _liberalia_, per le feste di Bacco,

nell’assunzione della toga virile. Oh! il calore è eccessivo.... Guarda

i due batavi di Capito come soffiano in sull’uscio! Il nostro clima ad

essi deve parere l’alito di un forno acceso.

— E che dici di quel succoso che ti passava vicino? La felicità lo die’

a balia presso la Fortuna. E se suda, ha ben molte tuniche da cambiare.

È Clodio Alypo, liberto di Calvisio; il quale, comperati i montoni a

Tarentum, dopo il tremuoto e la gran morìa delle bestie, e ridottili

in mandra, divenne mercante di lane e di proprio ha sei tintorie.

Dicono possegga i suoi ottocento talenti. E in sua casa la borra dei

suoi origlieri è tinta di porpora e di scarlatto. Sul suo desco _apros

gautupatos, opera pistoria_ e vini squisiti.

— Come! Mangia i cinghiali cotti nella loro pelle? Allora gli spiriti

incubi gli diedero il loro cappello perchè trovasse il tesoro.

— Egli felice che non suda al tornio facendo vasi ed orciuoli!

— Nè cuocendo mattoni al pari di me.

— Oh! parlaste a proposito degli effetti del caldo. Ho la gola

arsiccia. Entriamo nella _taberna vinaria_, e beviamo del buono

aromatizzato che spegne la sete.

— Savio il consiglio di Gemino. Il vino generoso e melato e mirrino,

se supplisce ai panni nel verno, ingagliarda e sostiene il corpo in

estate.

— Sì, se nol fai salire al cervello ad ondate; imperocchè allora

vacilli e cadi.

— Io per me amo più i termopolii che la fullonica. _Aqua dentes habet,

et cor nostrum quotidie liquescit._ Ma quando ho un _pultarium_, di

quello che ha la _schedula_ sulla pancia e non si vergogna come le

donne di dire la sua età, le squadro a tutti io. E Pistosxenos lo sa,

il buon compagnone.

— Concediam libero il dire al figliuolo di Semele, lo allegratore degli

uomini.... Ohe! Bubbio. Abbi Venere ritrosa se mai facesti galileo il

vino che ti chiediamo. Del _calenum_.... e di quel _dominicum_, il vino

che bevono i padroni di casa; e non sia concinnato con pepe o con erbe

aromatiche. Non son del gusto di Gemino io.

— O Epictetos, tu devi andare al lavoro, rammentalo, e il pennello

delira, se lo stomaco bolle. E la vedova di Alessandro Citus....

— Oh! per Ercole! Valeria Eupraxia non applicherà le sue labbra sulle

mie per fiutare il _cadus Aliphanis_ che mia madre aiutata mi compose

nel petto. Erano gli uomini che ai tempi dei re baciavano le mogli

sulla bocca — e il dilettoso costume perdura — per conoscere dal loro

alito s’esse avevano bevuto del vino. — Attento... Il vinaio mesce. E

Solonas brinda.

— _Mihi, Tibi.... Vobis!_ Ah! Gli è pur buono.... Arianna tutto

obbliava quando trovò un tal conforto dell’animo.... Ehi! Athicto

Sinna, non passar oltre senza bere con noi. O che hai con quel viso da

funerale?

— _Mulier, mulvinum genus._ È un nibbio. Non conviene usar bene con

alcuna, perchè gli è come gittare il bene in un pozzo. Se giovane,

è lo abbandono di se stessa, è la noia, la solitudine, lo ideale che

arde nel suo cuore di una vampa bugiarda. Se matura, è un carcere, un

imbarazzo.

— Sentenzia come Cicerone da vivo. — È amaro ricordo. Addolcialo con

questo _vetustate edentulum_. Tradito a ponente, volgiti a levante.

— Conosci, o Gemino, il nome di quel tristo suo disinganno?

— Sì, Solonas lo diceva ora all’orecchio di Pistosxenos. La giovane

Kallisto, figlia di Narcissio Moscho, presso le proprietà degli eredi

di Giulia Felice.

— Veramente bella, grassoccia, al punto. La vidi di sera nel tempio

di Venere; e la sua veste bianca si staccava dalla semi-oscurità come

raggio di luna.

— Athicto, non piangere. Bevi piuttosto.

— Lascia ch’io mi beva le lacrime. L’amava come non aveva amato mai.

Diceva appartenermi intera, senza riserva. _Semper et ubique_. —

— Ed ecco le parole cui tu non dovevi fare a fidanza. È lo stesso che

attendersi inerzia da una farfalla. Ma non dubitare. Andrà lontano.

Troverà la fiaccola che le arderà le ali.

— E che fa egli costì contro il muro?

— Poichè l’oro mi si fe’ piombo fra mano, scrivo con Ovidio:

Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas

Fustibus et lumbis debilitare bene.

Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus,

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quos ego non possem caput illud frangere fuste.

— La donna, amico, è come la coda del vitello, _retroversus crescit_.

Appicca quindinnanzi il voto a ogni immagine, e sarai vendicato.

— Ma io l’amo e non posso. E così passerà la mia vita. —

Epictetos si appressa all’orecchio di Pistosxenos e susurra:

— Dì.... parla da senno Athicto.... e così.... in Pompei?

— Anch’io vi pensava su..., e comincio a temere che Plutone abbia

respirato troppo vicino a quel suo delicato cervello.

— Orsù, fratelli, l’ultima alzata di gomito. E beviamo alla tua pace,

o Sinna. E perchè ne profitti, ricordati che lo amore è la sfinge, la

quale divora chiunque la interroga.

Quegli amici seguitarono la via e volsero pel vico storto, piegarono a

sinistra presso la fonte del quatrivio, e discesero in giù. Un _vale_

incrociato; ed ognuno pei fatti suoi.

Il pittore Castresio, cui avevano dato il soprannome di κάλος, era

già al lavoro. Sulle pareti del _cavædium_, tinte in nero, dipingeva

baccanti abbracciate o sostenute da fauni festosi e danzanti. Erano i

devoti seguaci del giocondo iddio che prometteva per non spinoso calle

i piaceri di una vita beata. A’ suoi piedi era la tavolozza di granito

egizio, posta sopra un braciere. I suoi rotondi incavi contenevano i

colori di cui allora servivasi. Cosenzio abbelliva una scala. Vetidio,

un _œcus_. Succidio Epitinka, lo xysto. Damisio restaurava un cubicolo.

Poche altre pennellate, e tutto il lavoro sarebbe compito. Cantavano

canzoni del loro paese. Lo amico che vide entrare Pistosxenos,

scherzosamente il garrisce:

— Ti dai bel tempo, per tutte le muse eh? Hai ragione. L’aria è sì

grave che spossa i nervi e le facoltà dell’occhio. E qui cantiamo come

cicale di Rhegium. Ma indovino chi ti trattenne. _Colubra restem non

parit._ Di serpi non si fanno corde, e tu saresti capace _resecare

ungues_ allo avvoltoio che vola.

— A che miri con questo dir da sibilla?

— Penso che tu, _iterum et feliciter_, ti trattieni sotto coltri non

tue e non ti fai sorprendere dal geloso. Bada! Cornelio Vitale or’è più

di un anno _dispensatorem suum ad bestias dedit_. I duumviri glie lo

accordarono ad esempio.

Vetidio entra a dire:

— Misero! Qual colpa in lui, se forzato a fare? Qual colpa in lei,

s’egli bruttissimo?

— Eh! legge di taglione! Finire straziato dal toro! _amasiuncule mi_,

smetti o ci capiti. — Dipingi qui e non in casa. Farai fortuna. Valeria

Eupraxia ha ammirato il tuo Narcisso e la tua Danae col Perseo salvato

nelle braccia. E parlò _libentissime_ di te e del valor tuo a Memore

Istacidio, il sacerdote di Mercurio e di Maia. Pare voglia ridipingere

il tempio e dare a te quel lavoro. Mio padre mel dicea sempre; _Literæ

thesaurum est; et artificium nunquam moritur._

— Ti so grado, o bel Castresio, del sermone e delle liete novelle. Con

siffatti stimoli vado a compire il lavoro. Ma non Klimenes me rattenne

come tu ti piacesti pensare. Ma è disordine e sgomento nella città per

l’acqua che manca. Ed Ælio Gemino, il carraio, con altri buontemponi mi

trassero alla taverna.

Dopo un’ora le pitture erano ultimate per tutto. Nel cavedio mancava

il _podium_, cioè lo zoccolo. Ma Castresio lo segnò, perchè, i

_cementarii_ sapessero il punto dove avrebbero incastrato le tavole di

marmo di Luna. Ed in punto, ecco Edone, il vicino vinaio che così tutti

rimbecca:

— Come! Quando lo scirocco pesa talmente a soffocare il respiro e si

suda solo pensando, e voi, beoni che mi sapete alla distanza della

voce, vi state costì ansimanti qual mantice e non chiedete soccorso a

chi ha tal merce che rinfranca ed allieta?

— Ti sieno propizi gli dei, o bellissimo Edone. Possa tu versarmi il

vino sul capo se io manco al tuo invito. E non solo ceci e lupini; ma

un po’ di _scriblita frigida_, di quella torta eccellente di ieri, se

pur te ne avanza. Condita col mele caldo, berremo come Anacreonte, e tu

sarai lieto di noi.

— Se tu paghi lo scotto, o bel Castresio, permetti al tuo Pistosxenos

di aggiungere il cacio molle e rape con senape. Consenti?

— Costui mi vuol Trimalcione. E sia! V’ha tra noi Succidio e Damisio

che nell’atto chiederanno fegato nei bacini, busecca di bue ed uova

pileate. Non somigliano punto a Vetidio, del quale ebbi a scrivere ieri

sul muro; _Ubi perna cocta est, si convivæ apponitur non gustat pernam,

ligit ollam aut caccabum._

— No, saremo discreti. Non dubitarne. Ove mai tu imbandissi un

prosciutto cotto, lo mangeremo tutto, e sii certo che non leccheremo

l’unto della pignatta. —

E Pistosxenos, preso uno spillo, graffì sulla nera parete la sentenza

che segue:

— _Invicte Castresi, habeas propiteas deas tuas tres. Ite et qui leges,

calos Edone, valeat qui legerit_. Cotesto è il voto pel nostro caro

anfitrione. Ma più che Giunone e Minerva io so che Venere lo prese per

gli occhi. E ad essa il pomo.

— In fede di Edone, gli è un suo devoto e dei più passionati. E gli

bisogna mangiar caldo e ber freddo. Or permettete ch’io pur graffisca

qualcosa a mia volta?

— Eccoti lo spillo e scrivi.

Il vinaio pensò e poi stese la mano sulla parete.

— _Edone dicit. Assibus hic bibitur dipondium. Si dederis meliora,

bibes conditus. Si dederis mina I, XL urna bib_....

— Orsù, a me lo spillo e traccerò il mio nome a conferma.

E graffì,

— _Calos Castresi_.

— Oh! Andiamo. Venere è losca. Perciò più bella. Diverrebbe irata se

più qui tardassimo. E imbruttirebbe. Allora tutti gli dei contro di

noi, ed avremmo pane pei nostri denti.

E gli allegri pittori seguirono Edone nella sua _taberna vinaria._

Per le vie sono mercanti di carne che portano sur un _cesticillus_

pezzi di trippe e di fegato, ed urlano i meriti della loro merce a buon

mercato.

E _dendrophores,_ che tagliano, spaccano, segano e portano il legname

da ardere a chi vuol comprarlo. E carbonai che spingono innanzi i loro

asini pazienti e carichi, che a posta loro dirigono, ed arrestano per

la coda. E venditori di fuscellini inzolfati che cercano di ricambiare

coi rottami di vetri e con tibie di bue già mangiato. E ciechi che

suonano nei flauti per buscare la vita. E saltimbanchi che imitano i

giuochi del Circo. E prestigidatori. E robusti uomini che sollevano

fanciulli sulla testa e sulle braccia, d’onde ricadono in piedi per le

terre senza farsi alcun male. E uccellatori che si fanno ubbidire dai

piccioni o dalle passere ad ogni loro cenno. Havvene uno finanche che

presenta al suo cerchio di curiosi e di sfaccendati un bel ciuco, dalla

testa maestosa e dalle orecchie ancor più, il quale indovina per un

_triens_ quale del crocchio sia il meglio amato, il peggio infingardo,

il più.... mariuolo. E le grosse risa quantunque volte la culta plebe e

gl’incliti gladiatori credono che lo indovino abbia colto nel segno.

Uno che passava dà una occhiata di spregio alla folla, vi scorge un

conoscente, lo tocca piacevolmente sulla spalla e gli dice:

— Che fai costì ritto, o C. Vibrio Saturnino! Studi per trovare un

nuovo Dio in quell’asino addottrinato?

— La parola dello epicureo è sempre mordace. Credo, o mio Caio

Nivillio, che tu sedotto da pochi anni dalla falsa dottrina,

l’abiurerai pel nessuno interesse di sostenerla.

— Non è cotesto il luogo da tali ragionamenti. Vien meco nel Foro

triangolare. Sederemo nella _exedra_, e correggerò le tue false idee

sulla filosofia del grand’uomo di Gargettium, la saggezza e il luminare

dell’Attica e quasi l’idolo degli Ateniesi. —

Un cielo caliginoso ma con estive temperie; strade piene di popolo gaio

e incurante; la eterna bellezza di una contrada che dalle prime ore

del mondo sembra voglia rivelare agli uomini un grande secreto, tutto

cotesto impressionava i due amici sempre pronti, siccome meridionali,

ad ogni specie di emozioni.

Nel passare sulla cantonata dinanzi la bottega del musaicista, Nivillio

salutò Morultronio, intento al lavoro di genio e di pazienza. Era la

copia di un musaico già fatto in una casa dinanzi le Terme del Foro,

operato con minute pietre e scelte pastiglie di vetro.

— Bravo! Rinnuovi lo stesso genio bacchico di altra volta? Chi lo

desidera?

— C. Calvenzio Quieto. Tu sai che ama il bere. E vuole che nel

triclinio io collochi Acrato, l’antica personificazione del _vinum

merum_.

— La sua coscienza val meglio di mille testimoni. _Vale_.

— _Valete_. —

Giunti presso il tempio di Nettuno e sedutisi, Nivillio cominciò:

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