XVII EIDIBVS JVNI. Era giorno fasto. Lungo l’anno venivano deposte in

un vicolo chiuso presso il tempio di Vesta le ceneri del fuoco sacro

che si ritiravano dallo altare. La porta di quel chiassuolo, detto

_janua stercoraria_, si apriva dal pontefice Massimo e le ceneri erano

gittate nel Sarno. Quel giorno rispondeva a’ dì quindici giugno del

nostro calendario, fissato già per le nozze religiose di Cneo Vibio e

di Melissæa.

Gran folla era nella via Domizia. L’atrio, pieno di amici delle due

famiglie che univano il loro sangue. Ve n’erano di prima e di seconda

ammessione. E qua e là i clienti e gli affrancati in faccende.

Ma il grande affare trattavasi nella camera della sposa. Le _cosmetes_,

le _ciniflones_, le _calamistæ_, le _psecæ_, le _vestificæ_, cioè le

schiave che pettinavano, che acconciavano i capelli e vi soffiavano

su una polvere che ne faceva risaltare il colore; che li arricciavano

co’ ferri caldi; che davano l’ultimo assetto alla pettinatura; e le

sarte che vestivano la giovanetta erano tutte attorno di lei. Escita

appena dal bagno e asciugata, Scaphion gittò sul bellissimo ignudo

corpo il _supparum_ di lino egizio, ch’era pur detto _sindon_, o

_vestis byssina_, simile per la forma ad una camicia, senza maniche

e sparata sul petto; e chiusi i piccoli piedi nei _calcei purpurei_.

Sur una tavola era la _narthekia_, il mobile più prezioso allo assetto

delle donne. Era una scatola di legno odoroso, guarnita di cornici e di

fasce di avorio in rilievo. Conteneva unguentari di cristallo scolpito;

fibule d’oro; piccoli arnesi di argento per le unghie, per le orecchie

e pei denti; fiale di sardonica; e vasettini di alabastro, contenenti

essenze profumate venute di Antiochia e di Alessandria. Fabricio

ci ha serbato i nomi di venticinque di esse; nomi nuovi e svariati

di raffinamenti e modificazioni impercettibili, con cui i mercanti

spacciavano gli stessi odori che avevano tutti per base la radice di un

arbusto chiamato _costum_, o le foglie aromatiche dello _spicanardus_.

Melissæa è seduta. Delphia tiene a lei dinanzi uno specchio di argento

lucidissimo, di forma rotonda, chiuso in una cornice dorata, di

quelli che si fabbricavano in Brundusium. Nape la pettina, _rutilabat

comam_, la profumava, _crispabat calido ferro_, adattava i ricci onde

la fronte apparisse bassa, giusta la esigenza della moda romana, e

intrecciava a quei suoi capelli d’oro fili di perle, di pietre preziose

e le _crinales vitiæ_, cioè fasce e nastri di vario colore. Erotia e

Scapha animarono una discussione importante. L’una dicea che i capelli

della sposa conveniva separarli col ferro di una lancia intrisa nel

sangue di un gladiatore morto nello Anfiteatro. E poi dividerli in

sei trecce a foggia di quelle delle Vestali. L’altra — e Nape era con

lei — non volea saperne della lancia. Coraggiosi figliuoli sarebbero

sempre nati da così nobile seme. E piuttosto che separare i capelli in

sull’occipite in sei ciocche, valea meglio, così arricciati ed ondulosi

com’erano, racchiuderli nel _reticulum auratum_ e farli cadere copiosi

sulle spalle. Avrebbero dato maggior risalto alla sua testa divina.

— La mia padrona non abbisogna che si pettini a tuo senno per essere

ancor degna di alimentare il sacro fuoco. Tu sì che commetteresti

sacrilegio se ti facessi foggiare in tal guisa.

— Impudica! Pria di dirmi insolenze, avresti dovuto non confidare

alcuna cosa ad Eulalia ed alla tua memoria.

— Sibili come una serpe. Scapha sa — e tu non lo ignori — che la lancia

che hai costì nelle mani non è gladiatoria nè mai fu bagnata di umano

sangue. Bando alle ciurmerie.

— Via. Chetatevi. Perchè Erotia non si affligga in questo giorno

felice, dividete i capelli col ferro della lancia. Involgi, o Nape, le

chiome nella leggera vesica. Poni sul capo la corona di verbene, che

io stessa ho raccolto e tessuto, e ricuoprila col _luteum flammeum qui

debebit me nubere viro meo_. —

Così fu fatto. Le posero nel foro delle orecchie pendenti d’oro,

simulanti foglie di edera, ed una face accesa la cui estremità finiva

in una perla. Quei pendenti, l’uno distaccato dall’altro, si chiamavano

_crotalia_, perchè risuonavano urtandosi. — E la face dinotava le

fiamme del cuore. E l’edera lo attaccamento della sposa all’uomo suo.

Cypassis, la bruna schiava di Memphis — che aveva un affetto

particolare per la sua gentile padrona — volle incaricarsi dello

affare il meglio importante; e tanto più che facea contrasto colla

fosca sua carnagione. Aggiustato il capo, affibbiati gli ori e il

_segmentum_, stretta la persona nello _strophium_, essa la vestì della

_tunica recta_, tutta bianca, amplissima, ornata di bende. E la cinse

col _cingulum laneum_, sostenuto dal _nodus Herculeus_, che il marito

avrebbe poi sciolto. Gli è perciò che diceasi _zonam solvere_ per

esprimere l’ultimo grado di domestichezza tra l’uomo e la donna.

Melissæa, meglio che ordinare, permise che le affettuose sue schiave

acconciassero sulla sua persona le vesti nuziali che accrescerebbero

di tanto la sua naturale avvenenza. La mente era presa da una

involontaria inquietudine. Sentiva dentro la commozione nuova che

fa provare la vicinanza di un gran cambiamento, per quanto esso si

creda felice. Amava suo padre. N’era teneramente riamata. Sorgevano

altri doveri. Passava dal certo allo ignoto. Si distaccava da una

sollecitudine devota, andava in braccio ad una sollecitudine più

intima e confidenziale. E quando le sue amiche, Giulia, Emilia e

Maria, le sorelle del duumviro Pontico, entrarono per avvertirla che

il Flamine-Diale era già nel sacrarium della casa; e lo sposo, e i

dieci testimoni, e gli amici, e i parenti l’attendevano per la sacra

ceremonia, essa si gittò tremante al collo di quelle sue fide compagne

e pianse. Le lacrime sono contagiose. E più, perchè destavano nelle

sopravvenute un certo tal qual turbamento, di cui sarebbero anch’esse

colpite fra non molto per la circostanza medesima.

Melissæa apparisce nell’atrio. Il vestibolo è aperto ai curiosi, ed il

portico, il peristilio, lo xysto sono gremiti di gente.

Gli sposi siedono sur una _sella jugata_, coperta di una pelle di

pecora. Il sacerdote di Giove prende la mano destra della giovanetta e

la pone nella mano destra di Vibio e pronuncia:

— _Hanc tibi in manum do._ —

Con altre parole sacramentali e solenni dichiara che la donna dovrà

partecipare ai beni del coniuge suo siccome ad ogni altra santa cosa.

Liba a Giunone. Compie la _confarreatio_. E fa che la sposa ponga

nel dito mignolo dell’uomo il cerchio d’oro formato da una verghetta

incrociata, terminante in due piccoli globi, riuniti da una fune cui

era sopraposto un rubino dalla immagine di Ercole in rilievo, chiusa

in una cornice d’oro. Era la antico nodo che prima fu cingolo alla

persona, poi monile al collo, armilla al polso della sposa ed anello al

dito degli sposi.

Vibio, commosso, le prese con ambe le mani la fronte e la baciò. E

amorosamente guardandola, le disse:

— Un dio è in te, o Melissæa..... Qual dio? Lo ignoro. Ma, vi è un

dio! —

E cavato dalle pieghe della tunica uno _spinther_, ossia cerchio d’oro,

aperto e terminante in due teste di serpe, lo adattò sullo avambraccio

di lei. Eravi sopra scritto: SPERATA. PACTA. SPONSA. NUPTA.

Nello uscir del sacrario le due famiglie e i testimoni entrarono negli

_æci_ per occuparsi del primo pagamento della dote fissata. La folla

andò via lentamente di casa per soffermarsi sulla via.

Demophilo, presa per la mano Melissæa, l’accompagnò sino al

_prothyrum_. Quivi alcuni giovani la presero sulle braccia come per

costringerla ad abbandonare per forza le paterne dimore ed incontrar

con dolore lo allontanamento delle persone legate con lei dallo affetto

e dalle abitudini. Cotesta finta violenza richiamava alla memoria il

ratto delle donne sabine. Vibio aveva mandato cinque dei suoi liberti

presso la casa degli Edili per accendervi le torce nuziali che doveano

precedere la processione. Essi tornati, il corteo si pose in cammino.

Tre fanciulli vestiti di pretesta si presentarono. Uno andò innanzi,

squassando un ramo di albospino acceso per ovviare il mal’occhio.

Gli altri due condussero la sposa per le mani. Dietro era una schiava

colla conocchia guarnita di lana ed un fuso. E con lei, un giovanetto,

detto _camillus_, che in un cesto di vimini portava i _crepundia_, i

giuocherelli, le pupazzole con cui Melissæa erasi baloccata. Venivano

poi quattro statue sorrette sulle stanghe dorate da sedici schiavi. —

Iugatino, il dio che aggioga; — Domiduco, che presiede alla processione

nuziale verso la casa dello sposo; — Domicio, che introduce la

sposa nella nuova dimora; — Manturna, mercè la cui protezione essa

soggiornerà sino alla morte col marito suo. — Poi venivano lo sposo,

i testimoni, gli amici e la folla. E questa, accompagnando la voce al

suono delle _sarranæ_, cioè alle armonie di un doppio flauto lungo e

breve, cantava un inno a Talassio, uno dei banditi accorso al richiamo

di Romolo, che rubando la sua sabina, ebbe con essa lunga e fortunata

unione.

Giunta la sposa sul margine della via di Mercurio, dinanzi la porta

principale della casa nuziale — tutta adorna di ghirlande di mortella

e di rose, e parata di una stoffa di lana bianca — Melissæa vi appese

alcune bende unte di grasso di lupo, onde allontanare i sortilegi,

soggetto di terrore per quella razza d’uomini che pur di nulla temeva.

— E la folla cantava l’inno a Talassio.

Vibio allor si fece sul margine; e fingendo ignorare il nome della

fanciulla biancovestita, le chiese:

— _Quis es?_

— _Ubi tu Caius, ibi ego Caia._ —

Cioè a dire: — dove tu sei signore e padre di famiglia, ed io sarò

signora e madre. — Avvegnachè fosse di suo diritto il dichiarargli

ch’essa contava vivere secolui con patto di eguaglianza e pur

compirebbe esattamente i doveri di moglie e di massaia, ad esempio

della nuora di Tarquinio, Caia Cæcilia Tanaquilla che lasciò nome

di un’abile lanifica e di una virtuosa sposa. Due bambini le fecero

toccare la torcia accesa e l’acqua, per significarle che quind’innanzi

avrebbe comune col marito la vita, cioè, l’acqua ed il fuoco.

L’uscio si aprì. E Giulia, Emilia e Maria la sollevarono di terra e la

deposero mollemente nell’atrio, senza che i suoi piedi toccassero la

soglia. Questa era sacra a Vesta; e sarebbe stata una profanazione e

un funesto presagio, se colei che avea rinunciato agli attributi della

dea — tutela ai grandi destini del mondo romano — l’avesse toccata coi

piedi.

Nell’atrio era distesa una pelle di montone dai lunghi velli. Su

di essa le amiche la posarono, quasi per ricordarle le sue prossime

occupazioni. E Vibio le presentò colla sinistra le chiavi della casa

raccolte in un medesimo anello e coll’altra una patera di argento con

alcuni nummi d’oro, premio alla sua compiacenza. Quindi i due felici

gittavano l’uno manciate di noci, l’altra i suoi _crepundia_, per

testimoniare com’essi da quel momento davano bando alle futilità, e non

si sarebbero occupati che delle gravi cure della famiglia.

Per solennizzare la festa Vibio offerse una sontuosa _cœna nuptialis_

ai parenti, agli amici ed agli altri invitati. Gli schiavi tirarono

le cortine del _tablinum_. La lunga pergola ed il giardino erano

illuminati. Tutti mossero; e volgendo a diritta, entrarono nel

triclinio, decorato di marmi africani e orientali, rossi, gialli e

sanguigni, con bella architettura innestati da fasce di alabastro

egiziano. Invece dei tre letti, eravene uno solo semi-circolare

ed oblungo, rispondente alla forma della stanza assai vasta. La

illuminazione era splendida. Il _convivium_ anche più. Giovani schiave

riccamente vestite, giovani succinti, liberti e curiosi erano sotto

le colonne della pergola, tutt’occhi allo spettacolo che pel loro

divertimento si stava apparecchiando.

Dal _posticum_ — ch’è nella viuzza parallela a quella spaziosa

dalla fontana di Mercurio — era entrata nello xysto una truppa di

orchestredi, giocolieri che di Creta mostraronsi in Atene, e di

Syracosion si propagarono nelle nostre contrade. Ippoclide onorò la

cibistesi, allorchè per ottenere la figliuola di Clistene in isposa,

pose in mostra la sua destrezza, imitando il giro della ruota della

Fortuna, e così rendersi benevola la iddia capricciosa. Ed al padre

sdegnato che a lui rifiutava il possesso della nata di lui, lo ateniese

die’ la famosa risposta: — Οὐ φροντίς Ἱπποκλεὶδη — È l’unico pensiero

d’Ippoclide — che passò tra i Greci in proverbio. In Pompei chiamavano

quelle acrobate coi nomi di _cernuatores_ e _petauristæ_. Erano belle

giovanette di Gnathia e di Rubi, condotte da un uomo che traeva pro

della loro bravura, egli suonando le _sarranæ_ ed un fanciullo la

cetra. Allorchè fu distesa per terra una tavola ov’erano a determinate

distanze confitti tre gladii, una di esse, cacciata giù la _lacerna_

— specie di largo mantello col _cucullus_ col quale erasi coperta —

mostrossi nuda, avendo soltanto i capelli tenuti in freno da una benda

ed i fianchi cinti da un grembiule, fascia che i greci chiamavano

περὶζωμα e i latini _subligaculum_. Aveva le armille ai polsi e la

periscelide sul destro malleolo. Colle mani aperte, gittatasi a capo

rovescio, rimase per poco colle gambe in aria; quindi si capovolse

sulle spade con mirabile prestezza, senza rimanerne offesa. Dopo

parecchie prove, l’_editor_ collocò in fine della tavola, in alto,

un cerchio entro il quale erano pur confitti altri pugnali; e la

taumatopia colla medesima destrezza capitombolò sui gladii, penetrò

colle gambe nel cerchio e piegando il corpo come un verde fuscello,

saltò fuori sui piedi ed illesa.

— _Terror et metus nudis insultant gladiis._ —

— Nè il terror, nè il timore saltano con lei, o Grumio. La cibistetere

si volge con spigliata sicurezza come i pesci rossi saettano a capo in

giù nel vivaio del mio padrone in Puteoli.

— Maraviglia! Non ha molto, o Syra, vidi delfini guizzare sulle onde

del nostro cratere e rituffarsi con movimenti meno leggiadri e punto

pericolosi.

— Oh! mira quest’altra, Dorippe. L’_editor_ siede, suonando i flauti.

La scleropecta è in piedi sulle sue ginocchia.... afferra colle mani

la spalliera.... si lancia in aria e volgendosi su se medesima, a lui

poggia i piedi nudi sul capo.

— Oh! Curiosa cosa! Mira il cagnolino che ne prese il posto. E drizzasi

sulle zampe deretane.

— Apparecchiano una tavola, o Loto. O, cosa è?... Ah! Una patera piena

di vino e due aranci.... Ecco la più bella che salta.

— Cotesto sì, o Elpinike, io non vidi mai. Come! Nessun tremolìo sul

deschetto! Nessuna gocciola del liquido fuori del vaso! E gli aranci

afferrati, lanciati in aria e raccolti nelle aperte palme ora che è in

piedi sul suolo! In _Pæstum_, per le feste di Nettuno, erano abilissimi

taumaturghi. Ma Cneo Vibio soltanto sa offerire simiglianti difficili

giuochi. —

Il giovanetto Loto aveva col braccio sul collo stretto a sè la persona

della sua interlocutrice. E le baciò la tempia amorosamente.

Carion ch’era loro da presso, vide l’atto ed aggiunse:

— Caldi vi avviticchiate come la pianta di Bacco. Bada! È una vergogna

in Pompei _non continere libidinem suam_. Fratello, sarò costretto a

chiamarti, _Canis_. —

Loto era per rispondere alla ingiuria, quantunque detta col sorriso

sul labbro. Ma un altro spettacolo richiamò la sua attenzione. Un’altra

fanciulla, coperta dalle anassiridi listate di rosso e di nero — come

le maglie strette dei nostri giuocolieri — camminando sulle mani,

ricevette da un bambino sulle piante dei piedi un bicchiere di terra

detto _cyathus_, ed un’anfora _figlina_ e breve, sulla cui pancia

era il _pittacium_ in pergamena colla scritta, _Setinum annorum

decem_. Destramente dalla diota mescè il vino nella _lingula_ e con

un movimento rapido delle reni trovossi sulle sue gambe, avendo in

una mano l’anfora e appressando alle labbra il bicchiere che aveva

raccolto. E nel vuoto, neanche una gocciola venne rovesciata per terra.

— Per Ercole! — _Piper, non fœmina._ — Ormai per la munificenza di

questi sposi ci abitueremo alle cose impossibili. E non maraviglierò se

un dì o l’altro vedrò grugnirmi attorno i porci belli e cotti.

— Oh! questo sì che è un giuoco, o Curculio. Ben altro di quello

offertoci nel corso inverno da Pilonino Rufo, coi suoi gladiatori

pezzenti e decrepiti che cadeano ad un soffio. Meno vili quelli esposti

alle fiere.

— E il combattimento a piedi a lume di fiaccole? Per Giove tonante,

parean pollastrelli. L’uno snello come un gatto di marmo. L’altro

_loripes_, coi piedi torti, come te, o Camurio. Il terzo, il quarto, il

quinto che si finsero feriti per cessare dalla fraudolenta commedia.

— Oh! La bella cibistetere che è quella che viene! E ben fece a velare

le parti ghiotte che Postverta ad essa compose. Che Volupia si accordi

con Morfeo ed ambedue me la conducano in sogno. Pel Panteon riunito! Mi

crederei di più che Vespasiano imperatore. —

Nell’atto che Phosphoro cacciava al vento così inutili esclamazioni,

la bellissima ignuda — chè il velo nulla copriva — postasi coi piedi

in aria e poggiantesi per terra sui gomiti e sulle braccia distese,

infilzò l’arco con due frecce nel grosso dito del piede sinistro,

incoccò un giavellotto e mirò il bersaglio colla testa rilevata. Il

piccolo citarista si era posto a dieci passi di distanza e con ambe

le mani tenea sul suo capo ricciuto una tavoletta imbiancata avente un

segno rosso nel mezzo. La _petaurista_ strinse la corda colle dita del

piede destro, la tirò a sè e vibrò il colpo. La saetta erasi conficcata

nel centro. — Gli applausi, il picchiar delle mani, le frenesie furono

vivissime. La fanciulla venne baciata, abbracciata, brancicata.

Il rientrare dei convitati nel tablino ruppe il filo alla meridionale

baldoria. E tutti a gridare colle braccia alte:

— Vivano gli sposi! Vesta pianga, ma Venere rida! —

Caddero le cortine di Tyro d’ambe la fauci della stanza, e due

donne maritate che aveano sulle chiome una corona di bianche rose,

profittarono di quello istante di confusione per condurre Melissæa al

letto nuziale. La camera da ciò era a lato del triclinio ed in fondo

allo xysto, adorna di maschere bacchiche e di un quadro che rappresenta

Giove presso la vacca Io, e di un altro che mostra Adone affaticato al

reddir della caccia, attorniato da amorini e da ninfe. Il toro geniale

splendeva di oro e di porpora. Il Genio — la divinità del coniugio

— _quia genitos tuebatur_ — sacrando il letto, questo venne chiamato

_talamus genialis_. Ghirlande di mirto, disposte con vago artifizio,

gli danno le apparenze di un trono, degno di accogliere la dea eterna

del cuore. Le gravi pronube spogliano colle loro mani la sposa, la

pongono a letto e si ritirano dopo averle dato gli avvertimenti che la

loro esperienza giudicava opportuni.

Nel tablino si beve. Sotto la pergola si beve. Nello xysto si beve.

Nell’atrio si beve. Da per tutto si beve. Il falerno, il massico, il

caleno, il cæcubo, il surrentino, il lesbio, il mamertino, il mæonio

empie le _ampullæ_, i _cyathi_, i _calices_, i _pocula_, i _tortiles_ e

sono bentosto vuotati, dopo aver propinato colle parole,

— _Bene illis — Bene mihi — Bene vobis._ —

Bacco aveva usurpato di un tratto un incenso che non doveva bruciare

per lui. Eravi però chi non avea lasciato il culto di Venere

nell’oblio. E quando i libatori si accorsero che lo sposo gli avea

disertati, gridarono a coro:

— _Talassius! Talassius!_

Allora, un concerto di flauti accompagnò le voci dei giovani e delle

fanciulle che cantarono nel cavedio l’inno che segue.

Biondo figliuol di Venere,

Nume dei casti amori,

Tu che di mirto e d’edera

Il crine in ciel t’infiori,

Signor dell’Elicona,

Odi la tua canzona,

E scendi in queste arene,

Scendi, invocato Imene.

Di Melissæa e di Vibio

Sorridi ai primi amplessi.

Ricco di lieti auspicii,

Stendi il tuo vel sovr’essi.

Sull’ali del mistero

Siati il pudor foriero

E scendi in queste arene,

Scendi, invocato Imene.

Voi, pudibonde vergini,

Cui simil gaudio attende,

Voi ricingete il talamo

Di profumate bende.

Turbar di amor gli arcani

Non osino i profani,

Oggi che in queste arene

Scende invocato Imene.

Ed ei già vien! — Già pronuba

Venere a lui si accoppia.

Già la cortina mistica

Cela l’ansante coppia.

Spenta ogni face sia....

Cessi ogni melodia....

Insino al dì che viene

Solo qui regni Imene.

Cotesto Imeneo era stato in tempi remoti un giovane di Argos, il

quale avea reso alla loro patria le fanciulle di Athenes rubate dai

pirati. Qual premio al suo valore ottenne a sposa una delle captive

che amava teneramente riamato. E da quell’epoca i Greci e i Latini, da

essi inciviliti, deificando il giovane zelante e dabbene come celeste

progenie, non contrattavano matrimonio senza rammentare il suo nome nei

canti nuziali.

Al cessare delle note armoniose i parenti e gli amici libarono anche

una volta. E ripeterono a coro,

— _Talassius! Talassius!_ —

Era tempo di dare alcuna requie ai congiunti dalle nozze. I magistrati

e gli amici riaccompagnarono Demophilo alla sua dimora. Il quale pria

di partirsi dal luogo ove lasciava la metà del suo cuore, volgendo gli

occhi al cielo disse nella sua lingua:

— Θυμαρην βιοτας ολβον εχοιεν αει.

— Godano essi sempre una soddisfacente felicità di vita. —

Gli altri, chi di qua, chi di là tornarono alle case loro.

Ma i convitati della sera erano i convitati dello indomani. Nei

_repotia_ si beveva di nuovo alla felicità degli sposi. — E si bevve e

si cantò. E Melissæa, appoggiata familiarmente alla spalla di Vibio,

ricevette dai parenti, dagli amici doni e congratulazioni che nel

tumulto inevitabile e nello scivolar via dalla folla bene a proposito,

non avevano potuto offerire la sera innanzi.

Solitudine e amore!... Una strada aperta, di soavi ombre, che mena alla

felicità. Oh! Come leggero, vivo, misterioso, divino lo affetto che

innonda l’anima, quando la graziosa persona è da presso, vi consola,

vi esalta, vi indìa! La non è già della vostra carne. No! — Essa è la

parte più delicata, più pura della cosa immortale che freme in voi. È

il pensiero che parla. È lo sguardo che sa. — La primavera ha i suoi

fiori. Il giorno, la luce. L’aurora, la rugiada. La donna ha i profumi

che aduna o che spande sullo eletto dal suo poetico cuore. — Alcuni

lamentano il dialogo dei primi parenti sotto l’albero della vita, e la

cacciata inesorabile dall’Eden, e il frutto amaro della ingordigia —

la morte. — Essi s’ingannano! La esistenza beata è in questo esiglio

eterno — ma con lei che sente e porta nel seno i sublimi e ricambiati

amori della umanità.

IL CATACLISMA.

SCENE DEL NOVISSIMO GIORNO.

=Anni di Roma 832 — Anni del Cristo 79.=

AL VECCHIO VESVIUS.

X.

Pompei · 第 21 / 30 段