— Che manca a Cennia Augusta, l’amica dell’anima mia?

— Ho il bene supremo con te.... Avrei Venere irata se mi dolessi.

Mi ami e mi dài continove prove di affetto. Ma una goccia di pioggia

turbinosa mi è caduta sul cuore. E i dragoni, le arpie, le chimere,

tutti i mostri di Acheronte non m’impaurano come il pensiero che da

qualche istante mi assedia. —

Allora lo amante ansioso si levò dalla _cathedra_; e abbracciandola,

cercò consolarla:

— Se tu mi ami riamata, qual fuoco incendia le ali della tua psiche

divina?... Tu guardi confusa sulle tue mani?... Sei stanca delle

gemme incise da Phrygillo, da Tamyro, da Apollonide, da Tryphone, da

Dioscoride? Preferisci ornar le tue dita di smeraldi, di granati, di

ametiste, di niccoli lavorati da Aquilas, da Quintillo, da Rufo, i

migliori tra gli artefici del giorno? Dillo ed avrai....

— No, caro ed amato Porcio.

— Tu arrossi confusa? Ah! comprendo ciò che da me ti divide. Rivedesti

nell’Odeon Q. Pompeo Amethysto che un giorno sospirava ai tuoi piedi.

Ha un fascino il suo sguardo. Parecchie donne mi han detto che i suoi

occhi dimoiano più facilmente le reticenze del cuore, di quello che il

sole la neve.

— Tu evochi periglioso ricordo. Che la memoria solletica più

furiosamente dell’atto. E lo invisibile dà una scossa dolorosa e di

tutte delizie alla fibra delicata di certi cuori... Ma, non temere. Non

è l’ombra che viene ad assalirmi.... Bene, una cosa reale. —

E lo chiuse tra le sue braccia e lo baciò colle labbra smaniose. E

poi, mirandolo fisso per meglio immedesimarselo — era sentimento?

era artificio? chi comprese mai il vero sullo sguardo delle anime

innamorate? — proseguì:

— Se io ti oblio, o Marco, che Venere mi oblii. Il mio amore per te

è la saviezza del cuore. Io mi voto a te con tutta la tenerezza della

creatura composta di nervi e di sangue.

— Ma dunque, parla. Che è mai?

— Perdona. Noi — fragili cose — siamo l’orgoglio, la curiosità, il

capriccio, lo interesse vanitoso del sesso più forte. Una _crotocula_

io vidi del colore ora in moda. Tamno l’ha venduta ad Horania, donna

del tuo amico Sirico.

— Ma Tamno altre ne avrà.

— No. Sol’una ed è quella. Lungo è il tragitto da Tyro. Breve

dall’Urbe. Toglimi da questa malattia del cuore. Ed avrai tra le tue

braccia la donna scherzosa come un epigramma e passionata come una

elegia. Vuoi?

— Il sole ha mille aspetti commoventi, e tu sei come il sole, o mia. Mi

facesti tremare pur dianzi. Or mi sollevi dal profondo ove la fantasia

incerta non trovava la strada per tornar su. Sì, o amore, sarai

consolata. —

Chi descrive il sorriso di Cennia Augusta a quei detti? Non io.

Sulla sua faccia splendeva qualche cosa di fuggitivo, d’indistinto,

di misterioso che fornisce nuovi alimenti alle vampe che allumano il

nostro sangue. Quegli che sa le grazie della donna, e che passò la

sua gioventù a contemplarla, e che apprese a vivere contemplandola,

comprenderà e delineerà il sorriso di quella bellissima creatura

appagata.

— Lo giuro a Venere sacra, e l’avrai. —

Partì. E quel giuramento della volontà fu un di quei pochi che il vento

mal fido non osò portar via.

Horania — la giovane donna invidiata pel possesso della _crotocula_

— era allora in una sua villa sul versante meridionale del Vesbio. La

strada che vi conduceva — praticabile dai cavalli e non da alcun carro

— era abbellita di alberi e di fiori, e di utili culture. Le quali

venivano qua e là interrotte da enormi massi grigiastri che facevano

pensare ai combattimenti misteriosi tra esseri di una forza sopraumana

ed altri la cui natura il senso religioso tentava spiegare. Su quei

massi non una pianta; qualche arido stelo sulle crepacce. Pareva la

preda offerta agli ardori divoranti del sole. La casa era grande e

di forme svariate. Torri — porticati a colonne — piscine elittiche —

atrii con camere da letto, sale, bagni, e fauci che il tutto riuniva,

esponendo ad un cielo di zaffiro le sue mura bianche ed incontaminate.

Il padrone di quel luogo sontuoso era assente. Sirico — che in città

possedeva la casa prossima alle Terme, dal triclinio il più ricco

di pitture che sia in Pompei, dal protiro che saluta il lucro quale

la divinità del suo cuore, e che sul muro di contro aveva fatto

pingere ad encausto i serpi simbolici contro il mal’occhio colla

iscrizione: HOTIOSIS LOCUS HIC NON EST PROCEDE MORATOR — era un uomo

di speculazioni arrischiate che i costumi depravati ammettevano.

Provvedeva di cinedi e di fanciulle i fastosi del paese e di fuori,

e faceva mercato di schiavi da lui comperati in Europa e nell’Asia.

Da due mesi trattenevasi nell’Urbe a cagione del suo turpe commercio.

Horania era stata a sedici anni da lui acquistata in Pale, dell’isola

di Cephallenia che con Ithaca prospetta il promontorio greco

dell’Acarnania. Più che quarantenne, avevane fatto la compagna della

sua esistenza; impadronendosi di una giovane vita — non del suo cuore —

e sommettendola ai suoi capricci. Il lusso, i vini delicati, i ricchi

mobili, le più ricche vesti, i monili d’oro, le gemme, le perle, il

codazzo dei servi, la casa di città e di campagna sono lo accessorio

della felicità per l’anima giovanile della donna; ma non la felicità

piena. Laonde la si era incaricata un giorno di secondar la fortuna, la

quale talvolta tradiva il commerciante nei traffici suoi.

Giovinezza e bellezza non sono di frequente sinonimi. Vi ha donne, non

giovani, bellissime. Vi ha giovani incompiutamente belle. Se il volto

è appassito, il corpo è un fiore sul gambo. Se il viso è fiorente, la

persona non è ancor ritondata. La donna dai venticinque ai trenta anni

è la vera madre della grazia, della bontà per tutti, delizie ch’essa

rivela cogli occhi ricchi di pietà, di gentilezza e di amore.

Ed Horania era, quale io la veggo nei miei pensieri, di una bellezza

antica. Con un elmo greco sulla testa e il torace coperto da squame

d’oro avrebbe raffigurato Minerva in quei tempi della carne glorificata

e dei divini ardori. Le sue narici mobili e graziose posavano sur una

bocca rosea, umida e sempre aperta al sorriso. Quando parlava pareva un

uccello. Quando taceva sembrava un fiore. Due grandi occhi, del colore

delle viole mammole, si disegnavano sotto una fronte diritta, adorna

di capelli abbondanti, che in onde oscure le s’inanellavano sulle

spalle, ritenuti da una rete di fili d’oro. I piedi, le braccia, le

mani impensierivano i cultori dell’arte imitatrice. Da tutta la persona

snella e leggiadra venivano allo sguardo emanazioni sottili, invisibili

di fascino e di voluttà.

Un giorno Catullo Messalino, tornando da una ispezione alla colonia dei

veterani, la incontrò colle sue schiave in una via solitaria del monte.

L’uomo e la donna si guardarono a vicenda. Ed ambedue compresero dai

battiti del cuore lo arcano che la natura compone nel sangue e rivela

quando che sia.

Il giovane centurione era siculo. Aveva l’anima di fuoco. E la pelle

che coprìa le sue carni era pure bronzata dai raggi del sole natìo.

Non era bello di quel tipo che Phidias, Gorgias, Pithagora di Rhegium,

Patroclo di Crotone, Hypatodoro e Aristomede di Thebes avevano fissato

con linee convenzionali. Di statura mediocre. Di forme proporzionate.

Un misto di tristezza e di grande energia. Se sul campo contrastato

avesse avuto la fortuna a rovescio e i militi fuggenti, come Arrio

Secondo avrebbe strappato l’aquila dalle mani del vessillifero e,

gittatala in mezzo alle falangi nemiche, detto cogli occhi:

— Io corro al pericolo in nome di Roma eterna. Seguitemi e riprendete

la gloriosa insegna! —

Molti uomini, presi dal fulmine di quegli occhi, sarebbero tornati i

vincitori del campo. Nessuna donna — almeno per un istante — avrebbe

potuto restarsi muta allo appello.

Quei due esseri si amarono e ardentemente si amarono. Messalino passava

alcune ore deliziose della sua giornata con lei. Sulle di lei labbra

gli sembravano più belle le parole della lingua natale. Le frasi si

dipingevano di un candor virginale e di certe delicatezze che pareano

innocenza. Egli coglieva per essa le più belle rose e i più bei frutti

del luogo. Ed Horania, sdraiata ai suoi piedi sur una pelle di tigre,

accennando alle ridenti piagge di Surrentum, di Capreas e di Pithecusa

che chiudevano il cratere partenopeo, addolciava la vita di poetici

pensieri, sollevati dalla immagine estatica ed amante che aveva

dinanzi. Una subita e terribile fatalità poteva troncare il filo di

quei sogni dai quali quegli spensierati si faceano cullare.

La passione è il vino delle grandi ebbrezze, o è l’acqua di Lete — vino

ed acqua che hanno la potenza di annuvolare i cervelli.

— Amore! tu mi hai ritolto da una vita di noie e di secreti lamenti e

mi portasti sulle tue braccia in paesi ignorati. Ciò che tu m’inspiri

lo sapeva io pria di vederti? I tuoi baci sono profumati come il mele

d’Hymetto. Il tuo amplesso mi ha creato il cuore. — Sirico.... Oh!

Sirico non era da tanto! —

Messalino si rammentò di un uso antico della sicula gente che meglio

avrebbe risposto allo incantesimo di quelle parole. Prese dalla corona

di rose che a lei cingeva le tempia un bottone rossissimo di Mileto che

parea fior di granato. Lo sfogliò in una coppa di murrhina ripiena di

falerno e la vuotò in onore di lei e della sua idoleggiata bellezza.

Questa era la vita che furtivamente, o per caso infinto, o per meditato

convenio menavano da due mesi quelle creature felici sotto il cielo

ardente della Campania e nella invocazione di Venere protettrice. Le

ore lietissime sono siffattamente fugaci da eludere il taglio dello

scalpello, il graffito della penna, il plagio del colorito. Lo spettro,

che è cosa morta, non può riprodurre la scena del cuore, che è cosa

viva. Non posso però ritrarmi dal pingere la sofferenza che straccia e

dilania le viscere di quegli amanti sorpresi nel grembo di una svagata

sicurtà.

Catullo Messalino, attraversato un bosco di lauri, entra in uno xysto,

penetra nell’æcus e si ferma. Quale inno cantavano i begli occhi neri e

radianti dello eroico centurione? Era un’ode. I ricordi, la speranza,

la gioia illuminavano gli sguardi ricercatori. Ma Horania non vi è.

Esce e nel sollevare la cortina che abbuiava la luce di una camera,

la donna dell’anima sua si leva dal lettuccio e gittandosi nelle sue

braccia, pallida ed in lacrime, chiude il viso sul collo di lui.

— Domani.... forse oggi.... egli qui! —

Siffatto caso, sì preveduto, e tante volte meditato, parve ad ambedue

una inattesa sventura. Messalino non rispose e più ardentemente la

baciò. Quindi:

— Horania.... egli venga e trovi vuoto il cubicolo tuo.... Abbandona

queste equivoche dovizie, sparse di lacrime e sporche di fango....

Vieni meco.... Dovunque sarò e tu sarai.... Posso omai vivere senza

te?... E non morresti tu lontana dal leone del cuor tuo? —

La donna era così sprofondata nel suo cupo dolore, che lo udiva

trasognata e levava gli occhi lucidi al cielo quasi per incontrarvi una

idea consolatrice. Ma vi sono momenti nella vita in cui le illusioni

fanno paura a sè stesse e non osano entrare nelle menti desolate dalle

passioni, poi che la innocenza le ha disertate per sempre. E comunque

una idea di affetto le fosse discesa dal cielo o venuta su dal cuore,

la bellissima greca l’avrebbe sfatata. Il centurione era lo avvenire

incerto, l’uomo del gladio, il padrone del braccio, la lotta dello

indomani, la vita dei continovi pericoli. Sirico era il focolare

domestico senza dignità, senza stima nè amore, sì. Ma il focolare che

riscalda, che ha il domani. Era la carezza del lusso, l’abbondanza

dei profumi. Era la età matura sui cuscini di porpora e sul rispetto

degli schiavi prostrati. Era la prosa della Danae abituata alle visite

metalliche di Giove che allontanava da sè la poesia dei ricordi i quali

si facevano ognor più velati. Gittò un sospiro profondo, lo strinse

forte al suo petto, lo baciò furiosamente e poi parlò.

— Tu sei il bene supremo. Tu sei la esistenza.... La mia sarà omai

breve, lo so. Ma.... la mia vita non poteva confondersi colla tua.

Separiamoci. Il Fato vuole così. Allontanati prima ch’ei giunga. —

Il siciliano comprese. Ma l’amava. Ed ogni suo nume era in lei. La

guardò fiso per qualche istanti. La baciò sulla bocca, sulla fronte,

sugli occhi e sì febbrilmente da dar vita con quei baci di fuoco a una

morta. E partì.

Partì. E lo xysto, ed il lago, e la fontana, e gli alberi e la foresta

di lauri ebbero i suoi sguardi sfiduciati e il vale estremo. Se lo

imperatore lo avesse chiamato a combattere, il suo braccio avrebbe

commesso miracoli di virtù in tale istante. Desiderava in tanto dolore

la morte utile agli altri — refrigerio al suo cuore — la morte eroica

del centurione romano sotto lo sguardo dei Dioscuri protettori.

Corse al mare e si cacciò nelle onde agitate e spumanti. Nuotò per

un’ora onde raccattare un po’ di distrazione e qualche stanchezza. Ma

il sangue bolliva, i nervi erano tesi. — Inforcò un cavallo e di corsa

verso Neapolis. Ma, non appena giuntovi, indietro a slascio, attratto

dalla memoria di lei. — Si racchiuse nel suo cubicolo e passò la notte

in ismanie e mordendo le coltri. Oh! i disegni della sua mente delira!

— I seguaci di Romolo, le Sabine!... Senza quel ratto l’Urbe non

sarebbe sorta potente.... E qual Sabina la Horania mia! Mia?...

D’altri.... non mia! Di mio non ho che il dolore di averla perduta....

la memoria di un limitato possesso!... Ecco, io mi slancio alla testa

dei miei veterani, brucio, ruino la casa del mio rivale e rubo la

donna, la sola nata agli occhi del mio cuor travagliato. —

Cotesto vano trionfo di un istante inebbriava per poco il suo cervello

che ardeva. Ma le leggi del dovere cui era abituato lo tranquillavano

ben presto e gli facevano disprezzare le stravaganti avventure che pur

dianzi lo avevano solleticato.

Barcollante tra pensieri diversi, uno alla perfino seppe accettarne. E

corso al tribuno dei militi, che aveva il comando delle tre coorti di

stazione nell’agro pompeiano, chiese ed ottenne il permesso di andare

nell’Urbe col pretesto di faccende a lui care.

Io scrivo sulle agitazioni di un povero spirito, immerso in un pelago

d’idee tumultuose quali esse sono, non quali la convenzione adottata

sui tempi eroici a noi le trasmise nelle pagine istoriche e nei

monumenti. L’uomo nato di donna è sempre uomo. La vita pubblica e il

campo di battaglia possono trasumanarlo; e in questo istante solenne

il cuore si divinizza, la frase diviene sublime e l’atto non è più cosa

mortale.

Or uno schiavo entra nell’atrio e chiede di M. Catullo Messaline.

Questi esce, svolge una pergamena che gli vien pôrta: e,

— «Sono ancor sola e libera. E brucio di amore. Vieni.» —

Corse allo invito e rientrò nella felicità come se riprendesse il filo

di un sogno beato dopo breve vegliare.

Ore piene! Ore deliziose! Ore che qualche lettore ricorderà.

A notte tarda riprese la via del ritorno. Era più consolato. Sentiva

ancor sulle labbra il fremito delle labbra non sue. Sentiva quasi sul

petto il contatto di lei. Quando, giunto presso un burrone profondo,

vide nella oscurità escire un’ombra da un masso di lava e venirgli

incontro in atto di minaccia. Dai battiti del cuore di quel fantasma

comprese chi fosse.

Sirico avea tutto saputo da uno schiavo fedele. Volea vendicarsi. E

aveva in mano il coltello da ciò. La sfida mortale. Il luogo scelto era

adatto.

La lama aguzza aduna il poco chiarore dell’aria e scintilla in alto

nelle tenebre. Messalino dà indietro, sguaina il brando e ferisce con

impeto. Un urlo disperato e il tonfo di un corpo pesante che precipita

a sbalzi in fondo al burrone compirono la tragedia.

Tornò sui suoi passi e destò la giovane addormentata.

— L’ho ucciso. — Or mi appartieni.

— Ma è sangue oltraggiato quello che hai sparso!

— Egli uccideva me. Vieni. Mi salvo e ti salvo. —

Ricoverarono nell’Urbe un delitto di più.

Delitto?... Eh! baie!... Gli era il prodotto di un funesto amore

dell’anima umana, fiore sanguigno sbocciato in tempi assai diversi

dai nostri, cresciuto nella esaltazione, anaffiato dalla gelosia,

colto dalla minaccia e che sentiva lo aroma di una natura aspra e

gagliarda.... Uomini di tal tempra non permettevano a piedi stranieri

di calpestare con insulto la sacra terra dov’erano nati! Coteste parole

servano a Messalino di scusa presso coloro che coi _se_ e coi _ma_

si addormentano placidamente ogni sera sulla coltrice delle nazionali

vergogne!

Siccome gli sguardi, esistono nei lessici di tutte le lingue parole

di doppia vitalità — quella del cuore d’onde escono — quella del cuore

che le riceve. — E spesso in una di esse si annicchia la genesi di una

battaglia, la trasformazione di una esistenza, il rifugio di una grande

speranza, una resurrezione piena di dolcezza.

Herculanilla era la rarissima tra quelle creature che i poeti

covano nella mente come la più intima, la più cara, la più completa

espressione della grazia, del candore, della intelligenza, della

beltà. Il suo merito supremo consisteva nell’esser lei, non altra

che lei. Nè i pennelli, nè la penna possono fare il suo ritratto. La

donna immensamente amata non si tratteggia, non ha chi le somigli,

è quella! Così Herculanilla era incisa e scolpita nel cuore di

Lucio Vitelio Hycca, colla sua capigliatura ardente e impregnata di

amorosa elettricità, colla sua voce fine, carezzevole, colorata, col

suo pudico sorriso che diceva promesse e la unione del cuore. Egli

aveva combattuto in Giudea; e, nella ostinata e rabbiosa difesa del

tempio in Jerusalem, aveva avuto la fronte solcata dal gladio e il

petto scalfitto da un colpo di lancia. Il primo allo assalto. Il

primo a penetrare colà dentro. Avrebbe dovuto ricevere la _corona

aurea vallaris_, o _castrensis_, perchè quello era un baluardo del

campo nemico. Gli fu data invece la _corona muralis_, perchè si volle

considerare il muro del tempio come il muro di una città. E Flavio

Vespasiano imperatore la offeriva a lui ferito e disteso in faccia

alle legioni vittoriose. E quando egli andava a’ teatri, nel Pecile,

nella Basilica, nelle Curie, in ogni pubblico spettacolo, il suo posto

era dopo quello dei magistrati; e i decurioni in segno di rispetto si

levavano in piedi.

Aveva in quei giorni arringato a pro di Septumio Clycone, giovane

amante, il quale — non gradito qual genero da T. Uliteo Satanio,

prefetto dei vigili, ed insultato pubblicamente da un di lui liberto —

erasi obbliato sino a batterlo con grave _injuria_ sulla persona. La

rottura di un braccio indicava l’ammenda di trecento assi o libre di

rame. Lo eroe del dramma era un giovane ben noto. La eroina era Vereia

— nome che in Osco volea dire repubblica, forma di reggimento sempre

cara ai Pompeiani — che parea volesse morirne di dolore, mentr’egli

minacciava di uccidersi sul di lei cadavere. La cronachetta era corsa

nella bocca di ognuno. Il bisticcio colpevole. — Lo amore infelice. —

La potenza della parola che aveva tutti commosso nella Basilica, sino

ad ottenere dal padre irritato che l’accusa cessasse pel _dijudicium

intra parietes_. — Gli sponsali accaduti. — Era siffatto trionfo da

annuvolare la mente del debolissimo sesso, il quale per sopraciò non

sa reggere e s’intenerisce alla vista di un uomo generoso, crismato dal

valore e coronato dalla vittoria.

Vitelio narrava di cotesto suo recente trionfo nella casa di Alphinio

Secondo. Herculanilla, la sua figliuola, parlando, lo interrogava cogli

occhi inspirati da segrete intenzioni. E il valente soldato fu ferito

anche una volta nel cuore. Impigliato nel glutine dello entusiasmo

ideale, comprese; ed ambedue si amarono sin da quel giorno. E se la

fanciulla dopo pochi mesi pensava che la vita spesa senza vederlo, nè

udirlo, non era vita vissuta per lei, egli non sapeva comprendere a che

servissero le ore non irradiate dallo sguardo adorato di quella Venere

terrena, cugina alla Iddia.

Quanti sutterfugi! Quali lotte! Quanti andirivieni! Quali scuse per un

ritrovo; per una visita; per allontanare un importuno; per celare ad un

indiscreto un prezioso istante della vita; ed esser soli; e goder soli

di quello scoppio di felicità che invade due cuori amanti; e dirsi l’un

l’altro quella parola che non invecchia mai col consumo dei secoli e

sarà ripetuta sino allo istante supremo in cui per lo esaurimento del

calorico terrestre il mondo cesserà dal germogliare e morrà.

Un giorno che il piacere spensierato, la innocenza sorridente, la

bellezza di bianco vestita irruppe nella camera ove Vitelio attendevela

per secreto messaggio, egli gravemente le disse:

— Herculanilla! Amore! Soavità della mia vita! Noi siamo dannati a

separarci.

— Come!.... E da chi?

— Dal dovere. La mia legione, l’_antiqua_ ritorna in Galilea. _Evocatus

sum._ Non son sacerdote. Non son magistrato. _Beneficium non habeo_

dai decurioni e dal popolo, quella dispensa che mi darebbe legittima

esenzione dallo esercito.

— _Heu, me misera!_ Amore degli occhi miei, mi abbandoni così?

— Non piangere! _Vexilla sublata sunt in Capitolium_, il rosso per la

evocazione dei fanti, lo azzurro pei cavalli. Tito gli chiede ed io ho

già detto il mio sacramento. —

Herculanilla gitta un piccolo grido, si copre il viso e piange a

dirotto. Vi sono dolori di privilegio che abbelliscono. E quelle

lacrime amare, che tremano come gioielli sulle ciglia, divinizzano la

donna idolatrata.

— Lascia ch’io beva quelle stille di pianto. Consolati. Tornerò. E

sarai mia... E allora, teco per sempre!

— Rispetta il mio dolore. Sarà compagno della mia corsa felicità. Sarà

il mio custode nella tua assenza.... E se tu morissi?

— E se io morissi!... Non dilaniare il tuo cuore con tristi presagi. Io

sono _centurio primipilus_, e porterò l’aquila della legione. Perciò,

col consolo e coi tribuni. Roma vincerà i suoi ribelli, ed io tornerò

al tuo fianco a narrarti il secondo trionfo dei nostri sul più testardo

e feroce dei popoli domi.

— Va, nuovo Promoteo. Ubriacato dalla gloria, che tu non possa sentire

lo strazio del tuo fegato roso dal vulture crudele! Oh! la immensa

giornata di lacrime e di angoscia del mio cuor vedovato!

— Tra le mie braccia, o soave delizia di questo istante. —

E sollevatala di peso, se la premette sul cuore semisvenuta.

E la baciò a furia, febbrilmente, senza dir verbo. Il dire distrae.

E l’anima era piena di lei e del suo crudo destino. Ma d’un tratto si

staccò di forza e bruscamente partì. Una voce, dolce come una carezza

e lamentosa come un vale estremo, piangeva in un angolo della stanza e

mormorava:

— Lucio.... a me anche una volta.... poi alla tua Patria! —

Tornò. E le due teste si collarono per un istante come fossero una

sola. E quel luogo pieno di tanto amore rimase pieno di lutto, di

singhiozzi e di amare memorie.

Il grande spettacolo della guerra calma ed acqueta le fantasticaggini

della mente e a poco a poco il soverchio calore del cuore. Chiuso nei

nuovi suoi obblighi, Vitelio vi trovò il migliore dei rifugi contro

tutti i disgusti e le tristezze dell’animo. La ferita ben presto

marginò. Tratto tratto la divina credulità delle grandi passioni lo

spingeva dall’Asia in Europa per riassaporare le felici ore godute e

il ricambio delle affettuose cure. E colle preoccupazioni di ciascun

giorno i viaggi dello spirito si fecero meno frequenti. Quando la

morte è attiva e militante, e colla falce delle battaglie miete sul

campo desolato, e distende sotterra l’uomo pria ch’egli abbia consunto

l’opera sua, quello spettacolo riconcentra l’anima svagata e la fissa

al suo grave compito. I Giudei che stimavano la forza ostile non

superabile, fecero il gran giuro e fermarono morire prima che sostenere

la schiavitù della patria. In Tarichea, non più pane per le donne, non

più pei figliuoli; e già tutti, d’una voglia sola, sacrati alla morte.

Un rogo s’innalza. Vi ha chi tronca la vita e chi gitta con mano libera

ancora i cadaveri sulla catasta. E ciascheduno attendendo lo istante di

ardervi colle persone più caramente dilette, grida:

— Meglio morire che veder morto il nido natio! La morte non è un

morire; ma gli è un vivere col Dio di Moises e dei profeti. —

Ed Herculanilla in lacrime attendeva sempre nel suo amore immortale il

ritorno di Lucio Vitelio Hycca vittorioso e fedele.

Pompei · 第 20 / 30 段