Cneo Vibio aveva voluto disporre e rinnovare lo aspetto interno della

casa pel ricevimento della sua sperata. I migliori pittori vennero a

decorarla coi loro pennelli. Ordinò vasi fittili in Nola. I bronzi, nel

paese. I trapezoidi e le statue di marmo, in Herculanum.

Si lavorava. Gli artisti davano l’ultima mano alle pitture. Gli schiavi

avevano lustrato col piombo i pavimenti. I fonditori consegnavano i

candelabri; il letto nuziale e le _sellæ jugatæ_, con quel meandro che

noi chiamiamo _greco_ e i Romani dicevano _lacunar_ ed i Greci φάτνωμα,

da φάτνη, alveolo, specie d’intarsia di argento sopra una fascia di

rame sul bronzo; le lampade; gli arnesi molteplici al servizio delle

imbandigioni e dei delicati mangiari. Nel tablino — il cui piano era

di mosaico bianco inquadrato da un filetto nero; e le pareti, dipinte

da Alectryon, rappresentavano le muse Talia, Euterpe e Melpomene,

gruppi di baccanti e di fauni, Ganimede rapito dall’aquila di Giove, la

collera di Achille, Ulisse che con una gherminella gli rivela i maschi

istinti, e il mendicante re d’Ithaca che chiede soccorso ad Eumeo —

erano stati deposti sui banchi e sul mosaico i vasi, le tazze di vetro

egizio scolpito, una statua di bronzo ed una di marmo.

L’uscio di strada era aperto. Uomini eleganti, o svagati che occupavano

il loro tempo nel girandolare, nel domandare e nel ricambiarsi le

novellucce del giorno, nel ber fresco o condito in ogni termopolio, nel

rilevare i vizi e le ridicolaggini dei particolari — tutte cose nate

dalla attività dello spirito e dalla oziosaggine della vita — scorgono

colà dentro il padrone della casa ed entrano, siccom’erano già entrati

in ogni bottega di profumiere e di orificeria per far compre per sè o

per le loro amanti.

Alleio Nigidio fu il primo a salutare e a stringer la mano allo edile

ch’era loro venuto incontro nel _prothyrum_.

— I tuoi dioscuri sono bellissimi, o Vibio. Chi gli ha dipinti?

— Poseidonio.... — Ehi!... vien qua per udir la critica sul tuo lavoro.

— Mi pare però ch’egli abbia reso questo ingresso uno dei più splendidi

di Pompei. —

Il pittore che stava dando gli ultimi tocchi nell’atrio ad una Venere

celeste coronata, vestita di azzurro con stelle d’oro e appoggiantesi

sur un timone di nave, presso il quale Amore è in piedi sur un

piedistallo, si fece innanzi sorridente e sicuro. Aveva un berretto

frigio sul capo. Una tunica rossa sulla persona. La fronte alta. La

barba grigia. Il naso breve e ammassato. Gli occhi rotondi, scrutatori,

memori, pieni d’immagini e di scoperte ingegnose. Quella sua figura

parlante affascinò i curiosi in sull’uscio.

— Ho seguito la tradizione di Apollodoro. Polluce, immortale, figliuolo

di Giove. Castore, generato la notte di poi da Pindaro, mortale. Il

consorzio di un novilunio, pria di vedere la luce, teneramente gli

affratellò. E quando il geloso Ida rese vedova la rapita Ilaira, e quei

solenni domatori di cavalli divennero costellazioni....

— Tu credesti acconcia cosa il ritrarre i due nati di Leda allo

ingresso della casa del nostro edile, come curatori e patroni delle

sue prossime felicità. Bene facesti nel presentarli in atto di camminar

lentamente, reggendo ciascuno pel freno il cavallo. — Nobile e divina

movenza! —

Così Giunio Semplice. Ma a Milio Maio non piaceva che i due

affettuosissimi procedessero sulle opposte pareti a rovescio.

Simiglianti di volto, di persona, di arnesi, d’intendimenti, avrebber

dovuto, secondo lui, camminar di concerto. Laonde, il pittore a lui

replicò:

— Siccome Giove permise che l’un rinascesse ogni semestre per consolare

il gemello immortale, così l’una stella sorge e l’altra tramonta; ed io

diedi all’uno la direzione opposta dell’altro.

— E quel pileo costellato il ponesti sui ricciuti loro capi per

dinotarli nati di un uovo?

— Plozio Svellio potrebbe non ingannarsi. Luciano pur dice così. Ma io

credo con Festo Pompeo che il pileo fosse dato a Castore e a Polluce

perchè spartani, i quali avevano il costume di combattere pileati. E

la clamide la posi sugli omeri _insidentem_, come Aliano il decise. Ed

_ambo hastile gerunt_, siccome Stazio ha notato. Non trascurai veruna

particolarità. —

Il capannello erasi accresciuto. E tra gli altri, fattasi innanzi

Laconies, una schiava addetta alla tessitura delle tele, volle

anch’essa dire il suo verbo.

— E al ver ti apponi. Orazio dice nelle satire,

_Castor gaudet equis, ovo prognatus eodem_

_Pugnis_....

Dunque se Castore fu detto _equorum domitor_ e distinto nei giuochi

delle corse, Polluce si palesò valente pugillatore e patrono agli

atleti:

— Al duro accento ti riconosco spartana. E mal comprendo come tu abbia

sì presto obbliato i tuoi conterranei, i quali mai si dipartono dai

loro cavalli, doppia forza al guerriero. E ti aggiungerò qualmente la

voce della tradizione faccia Giunone donatrice ai Dioscuri di generosi

destrieri; laonde sempre, o sopra, od a lato di essi, ritraggonsi sui

bassorilievi, sulle medaglie, sulle gemme, sui vasi e sul marmo. Se

non vuoi ammettermi queste ragioni, concedi ad un pittore il seguir la

legge della euritmìa, e torna al tuo mestiere di Aracne. —

Risero gli amici alla confusione di Laconies che andò via borbottando.

Ma prese a difenderla Vibio.

— In una città qual’è la nostra, a poche miglia di Herculanum, presso

Neapolis e Nola, non lungi da Baiæ e da Cuma, ove ad ogni piè sospinto

si rizzano dal suolo edifici eleganti; ove di statue son prodighi il

Foro, i teatri ed i templi; ove l’occhio di tutti viene educato al

vero ed al bello ideale; ove i portici delle case private si animano e

parlano agli occhi di chi attento riguarda; ove la vita, dopo il breve

lavoro manovale, si passa in letture, o in racconti, od in poetiche

rapsodie, non è maraviglia che anche la mia povera schiava abbia potuto

emettere il suo giudizio e non aver torto. Nell’Urbe il Campidoglio

si abbella di Dioscuri colossali a lato dei loro cavalli. E ricordo i

versi del poeta che pur dice:

_Puerosque Ledæ,_

_Hunc equis, illum superare pugnis_

_Nobilem_....

Ma, udite il tafferuglio delle mie genti nel tablino! Mirano e

sentenziano. Andiamo a vedere il Meleagro, la Baccante, la Venere

celeste ed un Marte, or or condotti dal nostro valente Poseidonio.

Quindi esamineremo i dipinti di Atheneo, di Charicles e di

Astynoos. —

E di fatto, non eran chete le gazze. Rhodope e Primigenia avevano per

le mani due specchi; il disco del primo, di argento, era sostenuto da

una figura ignuda che ha elevato le mani e poggia i piedi sopra una

tartaruga; il secondo aveva un capriccioso manico ricurvo, terminante

con una testa d’oca, quasi per appenderlo; ed il disco era afferrato

dalla bocca di un ariete che colle prolungate corna pur lo fermava.

— Mercurio, nipote di Atlante, sostiene convenevolmente la immagine di

una donna, ch’è il pernio del mondo. La testuggine, simbolo del facondo

dio, indica il voto che la bellezza sia lenta a sparire. Ma le serpi,

le ali, la borsa perchè qui obliati?

— Chiedi stranezze, o Rhodope. Le corna sì, in questo che ho nelle

mani, sono di troppo.... Oh! Mira il bel vaso che fa Lochiades

opponente da Batracho. Quel giovane che ha l’asfodelo nel pugno è in

vero manchevole nella persona.

— Sì, quel torso non fa onore al pennello di Echeclos. Potea

risparmiarsi di graffiarvi καλος. La giovanetta nuda è meglio

trattata. Le linee s’intrecciano armoniose, con grazia e con eleganza

d’invenzione.

— Di’ sino a domani. Ma il Nolano sa quello che fa. E chiudi la bocca

dinanzi l’altro fittile che presenta la leggiadra donna che ha nella

destra lo scettro della bellezza, e porge colla manca una coppa piena

di gioielli a quel giovane che accetta il dono e ne toglie di sorpresa

una grossa perla. Gli è il simbolo delle nozze di Vibio. La perla del

dolore. Il premio alla virtù.... Oh! lui beato!

— Veh! Epogato il bel vase di bronzo dal solo manico che finisce con

due colli d’oca e dalle foglie di acanto che accompagnano i tre piedi

con gentili incisioni.

— Ricorda, o Polydemo, i bei versi di Virgilio:

_Et nobis idem Alcimedon duo pocula fecit,_

_Et molli circum est ansas amplexus acantho;_

_Orpheaque in medio posuit_......

— E vedi nel manico la testina di Orfeo che da Alcimedonte fu posta nel

mezzo del vaso cennato dal Mantovano. Meglio interessante questa diota

col gruppo formato dal puttino alato e dal tigre sui due manichi.

— _Butu Batta!_ Cotesti κακαβοι, o come qui gli chiamano, _akena_,

faranno brontolare il _coquus_ Elesiade di Messana. Più eleganti le

_sartagines_ da friggere, le _pelves_ da cuocervi dentro le carni e

le _patellæ_, quelle tegghie da pesce. Eccolo che viene, o Lucidea.

Scommetto approverà lo _ahenum_, di forma elegante, che ha il manico

del coperchio simulante un delfino.

— V’ingannate, o Abacino, o Issa, o Hagyo e Certa. I cacabi da

appendere o da poggiare sui tripodi gli amo meglio semplici e senza

ornamenti. La dea Fornax nè sa qualcosa quando gli schiavi gli

nettano. Le casseruole le avrei volute fornite di bei manichi — una

testa di lepre — un capo d’aglio — un ariete. — V’è solo il buco per

appenderli. La patella per cuocer le uova a riverbero nei loro gusci

onora l’artefice. Cotesta sì, è una sorpresa, e debb’essere Mutraio

Quirinale, il fabbro che ha bottega sulla via Domizia. Liberò alla sua

salute stasera dal vinaio Spiritus. E poi, come tutto è bene stagnato

nello interno, secondo il recente sistema dei Galli Biturigi, sì che

pare inargentato come pria si faceva.

— E che dici, o sapiente manipolatore, di quella fornacella di ferro,

contenente il vaso per le opere tue?

— Non la lodava, o Certa, perchè _pars maxima in ea_. Ne dissi il

congegno a Saturnio, il puteolano; ho assistito alla sua fattura, e

me ne servirò per tenervi calde le salse con pochissimo fuoco, chiuso

com’è di ogni parte. Ma i tre manichi ch’egli vi aggiunse, uno pel

coperchio e gli altri per trasportar la fornace ove piaccia — quelle

statuette di donne giacenti — sono proprio una maraviglia.

— Berrai anche per lui, o Elesiade, eh?

— E berrò triplo, o Abacino, se tu mi secondi. — E berrò decuplo

come Anacreonte, se Certa non disdegna il contatto delle mie labbra e

l’autocrazia sulle vampe del mio cuore.

— Salve, o imperatrice dei cacabi!

— Eh! dicesse da senno.... accetterei. —

Due ragionavano tra loro in mezzo agli sguaiati parlari. E miravano

due statue di perfetto lavoro. Quella di bronzo posava sur un globo

guarnito dalla fascia zodiacale. Era da collocarsi nello impluvio,

dinanzi lo ingresso della casa. L’altra di marmo aveva un occhio di

bronzo nelle reni per collocarla sospesa in aria tra le tettoie della

seconda corte e sopra lo xysto. Erano veramente due capi d’opera.

— Mira, o Aurelio Postumio. Le chiome cadenti sugli omeri, il seno

ricolmo, il peplo che dal capo va giù in lunghe pieghe, la rotondità

delle forme la testimonierebbero donna, se l’artista l’avesse tutta

coperta. La destra rialzata sulla spalla per rilevare l’unica veste e

il flabello che stringe colla sinistra sono pur muliebri atteggiamenti.

Quel figliuolo di Mercurio e di Venere nel cui corpo la passionata

Salmace si compenetrò, servì all’allegoria di cui sono scuole perpetue

le antiche iniziazioni.

— Come, o Vepinio, l’ermafrodismo non è dunque nella natura, e le son

favole quelle che troviamo nei papiri?

— Sono e non sono. Ma la statua che Vibio commise allo artista

ercolanese dice tutt’altra cosa. Cotesto accozzamento delle parti

maschili e delle forme femminee che posa i piedi sul globo terrestre è

il genio della natura che s’immedesima nei due sessi.

— Che ammirate di bello?

— Ammiravamo, o Giunio Semplice, l’allegoria ch’è in quella statua di

bronzo e.... Vibio, tu fosti servito a dovere. Il Fauno, il Narciso, il

Sileno, il Bacco, ed altre poche scolture in Pompei possono gareggiare

in siffatto confronto. Ti costa molto?

— Aurei nummi!

— Bene spesi!... E lo stesso artista fe’ pure la statuetta di marmo?

— Mai no. — Una è di Apollonio, figlio di Archias. L’altra è di

Suliodes, lo ateniese. Rappresenta l’anima umana che allargando

mollemente le braccia e spingendo lo intero corpo vaghissimo nello

spazio, cerca, ricerca, urta, cade, si risolleva e vola nelle ondulanti

spire dell’aria.

— O maraviglia!

— E perchè nel destro polso la sottile armilla? —

Un uomo ch’era stato ad udire colle braccia in croce dietro le spalle,

e tutt’occhi guardava la statua posta sur un tappeto di lana per terra,

non potè a meno di dire:

— È il legame della psiche immortale col suo velo corporeo quaggiù.

— Bravo! è un uom di genio costui!

— Merita del vino _diffusum consule capillato_.

— No. Se ne avessi sarebbe dolciume. Darò a Peloro di quello _mecum

natum consule antiquo_.

— Io rimango estatico, o Giunio, dinanzi quella scultura. La rivedrò

messa al posto. Come la gioventù diffondesi per tutte le membra, e

colla gioventù la bellezza!

— La correzione del disegno, o Vepinio, la grazia dello atteggiamento

sono un insieme che rapisce ed incanta. —

Nell’atto entravano per l’uscio di strada Hermio e Macerio. Erano due

schiavi dello edile. Uno richiamò la di lui attenzione su due briglie

che avea per le mani — una semplice — una più adorna. — Erano di

bronzo.

— Mira, o padrone. Questa a sinistra non la desidero. Nessun ornamento.

Lo artefice però ha aggiunto al _prostomis_ la bella catena, la

_psellion_, per sedurmi. Sfibbierò l’altra e la ficcherò pei due

anelletti laterali, ne’ quali va il freno, e la passerò sotto il labbro

inferiore del tuo nobile africano, perchè non apra la bocca. Consenti?

— Tu hai gusto, vecchio Hermio. La equilia è il tuo regno e disponine a

modo tuo.

— È buono il signor nostro. Sappiano tutti gli dei ascoltare i miei

voti. — Comperai anche un _prometopides_, da porsi sul fronte del

cavallo. È di bronzo, intarsiato di argento con bella maestria. Mira!

In mezzo havvi un dischetto ove appariscono in basso rilievo due uomini

seminudi che si tengono per mano, pigiando le uve sotto una pergola.

— E tu, Macerio, che rechi?

— Una lanterna, o padrone. La luce fumosa della fune impegolata,

nottetempo ti offende. — I due sostegni sono di metallo a getto. Per

dar passaggio alla luce interna ho preferito il corno, sottile più del

vetro e più forte. La comperai da Tiburzio Cato; nè ho a dir altro.

— Sono contento dell’opera vostra. Andate. —

Quei giovani s’intrattennero anche alcun tempo collo edile, ragionando

di arte, aspirandone per la retina degli occhi e traspirandone per ogni

poro.

E chi non era artista in Pompei? Scuole, siccome noi or le intendiamo,

non esistevano. Ma tutto e tutti ne fornivano continuo i modelli, dalla

natura animata alla natura palpitante. I pesci nel mare, le triremi

sul Sarno, i begli alberi carichi di frutta sul piano, le case di

campagna sul versante del Vesvio, i monumenti nella città, i bambini

ignudi, le donne non molto coperte — di belle linee fornite e di facile

consorzio — il culto professato largamente alla iddia del cuore dalla

pubertà sino al possibile, ecco gli educatori allo sguardo per la

scienza della forma, per la leggiadria delle movenze, per la magia dei

colori, per l’armonia dei gruppi. Io veggo graffite sui muri caricature

delineate col sentimento dell’arte. Nello ambulatorio addetto alla

famiglia degli accoltellanti erano immagini di giostre, di uccisioni

e di cacce che nessun soldato oggi saprebbe segnare colla baionetta. I

mosaici presentano una varietà di disegni ed uno accoppiamento di marmi

ammirevole. Non un quadro copia di un altro. Se raffigurante lo stesso

soggetto, diversa la posizione delle figure. E ve ne ha di quella che

Raffaello e Michelangelo avrebbero testimoniato co’ loro nomi.

Io credo che ai monelli — dopo aver macinato i colori e visto il

metodo di adoperarli — prendesse sovente la fantasia dello imbratto e

riescissero. E incoraggiati e plauditi, continovassero. Quell’_anch’io

son pittore_ debb’essere di antica data. Ed è certo di origine italiota

dai secoli lontani.

Gli amici si salutarono e si strinsero le mani.

— Quando le nozze? —

— Appena, o miei, avrò posto in assetto queste domestiche cose.... Nei

giorni fausti del quinto mese. — Fra poco. —

— Augurii lieti, felici. —

Tutti partirono. Andarono di concerto sino all’arco a trionfo. Quindi

ognun prese il suo cammino, quale verso il Foro, quale alle sue case.

Un d’essi, Marco Porcio, avviossi colà d’onde esciva la luce che

irraggiava in quei giorni il suo cuore. E camminando diceva a sè stesso

con quel gesto animato dei meridionali.

— La mia chimera è svelta come Diana cacciatrice. La donna breve, più

che uno sproposito, è una inavvedutezza di Vitunno che dà il soffio

della vita ai mortali. L’amo bianca, perchè il giglio è bianco. I poeti

per velare gli orrori della pelle bruna la dicono dorata dai baci del

sole. Quell’oro è rame brunito; è una epidermide di assi. Ho qualche

sospetto però sul colore dei suoi capelli. Ma così qual’è, anima e

corpo sono un invidiabile possesso. —

Cennia Augusta — della famiglia Procula — che l’occupava sì da veder

lei in ogni cosa nella quale imbattevasi, lo riamava; ma di quello

affetto di donna giovane e svagata che vien dopo la idolatria di sè

stessa. Quanta giovinezza! Quali occhi! Oh! come purissimi i suoi

contorni! Tre anni innanzi, in aprile, aveva compito dodici anni. E

se lo spirito avea progredito, anche la natura aveva sviluppato su

di lei le sue forme svariate. Già nella notte un ribollimento del

sangue aveva sollevato i suoi sensi nel calore del riposo ed operata

una gradevole epurazione che avevala agitata e commossa tutta. E nel

maggio, la natura fiorì in lei d’un tratto e senza sforzo, siccome una

rosa vivace e fresca che sbocci al bacio possente dei raggi di un sole

di primavera. Non poteva uom vederla senza sentirsene punto dentro. In

quell’ora la era discesa dal letto di avorio per andare nel domestico

bagno. Quivi:

_Effulgent camerae, vario fastigia vitro_

_In species animosque nitent:_

E la giovane etèra baloccavasi nel tino di bronzo, lucido e terso come

oro, e udiva la cronaca scandolosa del giorno che Feda, la sua venerea,

le andava narrando, intanto che la _flabellifera_ le teneva lontane le

mosche dal capo. Dopo un lungo cicaleccio su molti svariati propositi,

Giulia interruppe:

— Oh! Tutto concedo ad Horania di M. Alleio Sirico. — Il lusso di

cui non abbisogno — lo amore che mi circonda — gli affetti di Porcio

dipendenti dal mio sorriso — le di lei ville sontuose in Capreas e sul

Vesbio — tutto — tranne quella _crotocula_ dal colore di zafferano,

tanto ora in moda.... Ahimè!.... Tamno; il mercante nella via Popidiana

che mena alla porta di Nola, mi assicura non averne più di tal

tinta. —

— Eh!... l’avrà. E vorrà fartela pagar nummi d’oro. Phrygia — la tua

nudrice — udì lo sproloquio che Tamno facea con Ebelana e con Lusia

al proposito di quella stoffa egizia. Certo, par cosa maravigliosa.

Sai?... Egli riceve dal paese che crea ogni portento tessuti bianchi,

ma apparecchiati da industri artefici in Tyro. Gli tuffa nella

caldaia ove bolle un mordente, e le stoffe impregnate escono fuori di

colore diverso, cui nè l’uso impallidisce, nè l’acqua della fullonica

lava. —

— In verità, di quella tinta io non vidi mai alcuna veste. E la voglio.

E l’avrò. —

Odesi un leggero rumore di passi sul molle tappeto della stanza vicina.

Una mano solleva la portiera. Ed ecco due giovani e belle schiave,

vestite di lunghe tuniche bianche, le quali penetrano nel misterioso

asilo di Venere e delle Grazie.

— Marco Porcio, o padrona, è venuto e chiede vederti. —

— Mercurio, o Feda, a me propizio lo manda. Sacrificherò a quel divino

nel mio larario. —

E sì dicendo si sollevò dal tino. E dal suo bellissimo e ignudo corpo

discese a goccioloni, come pioggia di perle, l’acqua profumata da

asiatiche essenze. Le schiave denudaronsi anch’esse le braccia e il

petto rigonfio per essere più libere nei loro movimenti. E carezzarono

con minuziosa cura la dermide delicata della padrona mercè sottili

spugne tinte di porpora. E presi gli strigili di avorio, con essi

mollemente la tersero. E la nettarono colle pomici. E la dipelarono

col _lutum venetum_ — miscela di terra di Cypras e di aceto. — E

l’asciugarono a modo colle pelli del petto dei cigni.

Quando in seguito la Cennia fu innondata di aromi i meglio preziosi

dell’Assiria e dell’India, chiuse la seducente persona in una di quelle

tuniche di lana che Varrone chiamava stoffe di vetro per la somma loro

leggerezza: calzò i piedini in eleganti _soleæ_ scarlatte, adorne di

ricami d’oro e di granati. E appoggiata sulle spalle delle schiave, si

trascinò in una stanza bene illuminata, dove le donne di quella tempra

_dum comuntur, dum moliuntur_ spendevano un anno di vita.

Finchè durarono le prime cure nessun occhio indiscreto potè penetrare

in quello asilo, come se quivi si fossero celebrati i misteri della

Buona Iddia. Fra lo _speculum_ di argento e la persona è sulla tavola

tutto un _mundus muliebris_ — spilloni, stili, lime per le unghie,

spazzolini pei denti, pennelli pel liscio, mollette per strappare i

peli del mento, vasi di avorio, di alabastro, di argento, di vetro, di

terra di Nola, di murrhina, contenenti i cosmetici i più svariati e le

essenze preziose. — Vi erano le pomate di Cosmos, e di Marcelliano.

E i profumi d’Iris di Corinthum. E gli olii estratti dalle rose di

Pæstum, di Præneste, dallo zafferano di Rhodum, dalla maggiorana di

Cos. Nè tra gli aromi mancava quello delle mandorle amare di Mendes; e

del cinnamomo che costava venticinque denari la fiala; e il così detto

_regalis_, perchè composto pei re dei Parti, il quale odore era il più

stimato e ricerco per la ragione che gli era il peggio costoso degli

altri.

Dopo avere annerito i sopracigli e le palpebre con uno spillo esposto

alla fiaccola della lucerna e rosate le gote col belletto — sì che

gli sguardi doventassero vivaci e lo incarnato attraente — una nuova

schiava, Hellen, sparse sulle chiome di Cennia un’acqua il cui secreto

era dovuto ai Germani, il popolo suo. Quei capelli, poc’anzi neri

come ala di corvo, presero presto lo splendore dell’oro, ardente qual

fuoco. Dappoi che Nerone avea celebrato coi suoi pessimi versi il

biondo arrischiato della sua consorte Poppæa — cui egli diè il nome

di saccinum, fossile combustibile, bituminoso di un giallo rossiccio

come il giacinto — le eleganti avevano sdegnato le nere capigliature

che ornavano la fronte delle figliuole del popolo italiota e, o si

adattavano sul capo i capelli tessuti delle bianche donne nate sulle

rive del Reno, o li tingevano del colore dell’ambra per non parere

creature volgari.

Allorchè la _coma_ fu _calamistrata et crispata calido ferro_, e gli

aghi crinali la tennero in quell’ordine di anelli che la moda imponeva,

lo amante poteva entrare ed assistere al compimento dell’acconciatura.

I veli del mistero non avevano altro a coprire dinanzi al suo sguardo.

— Venere physica e Mercurio abbiano lo altare giuncato di fiori.

Poi sacrificherò io in secreto alle divinità favorite. Intendi, o

venerea? Ora, introduci qui il giovane Porcio.... Prima però dammi la

_calthula_.... eccola là... quella leggera, azzurra, che si accorda

coi miei capelli ora biondi. Mi avvilupperò in essa per quanto

occorra. —

Marco venne accolto con una di quelle frasi che danno al colloquio

della prima ora lo incanto e la dolcezza della intimità profonda.

Cennia gli stese la piccola mano, gemmata in ogni falange, che l’altro

passionatamente baciò. Non so se i pochi lettori, che le cure nazionali

e le depauperate fortune mi economizzano, abbiano mai riflettuto al

rapporto misterioso che esiste tra la mano e la bocca di una donna

amata. Parmi che in quelle dita, su quelle labbra arda una qualche

fiamma che bruci il sangue. Sono i due punti da cui scaturisce il

filtro che crea le grandi ubriachezze del mondo.

Erano soli e senza alcun sospetto. Non io narrerò la conversazione

del cuore ch’ebbero insieme. Un profumo divino era racchiuso in ogni

loro pensiero. Un mistico fiore fu colto, assaporato, goduto. Quando

il dialogo — interrotto talvolta da eloquenti silenzi e riattaccato da

frasi velate che dicono tutte le cose della terrà e del cielo — ebbe

fine, la donna dominata da una idea cardinale che l’agitava da tempo,

discese dallo empireo dei sensi e così prese a dire:

— Io sono ciò che hai voluto.... Mi sento tua. E ne son lieta.... Sì,

tu mi fai la donna felice quaggiù. Ma....

Pompei · 第 19 / 30 段