— Levina è una Venere mendace, e senza aiuti commette adulterio. —

Lucio Adirano sorge anch’egli e dice:

— Cotesto forse quando frequentava i bagni di Stabia e i paesani. Ma,

Penelope a Baiæ nell’anno decorso, ti accerto che Elena ne esciva.

— E qual nume operava il prodigio? Per Ercole! Non parea pompeiana e

civile.

— Il divo Apollo si piacque discendere nella tunica di Mario Venicio, e

Cupido addoppiò lo splendore delle sue faci. Lo amico nostro passò lo

inverno con lei in Neapolis. Ora sono qui, ed essa brucia alle vampe

del suo cuore.

— _Ita me bene ament numina excripta_ che ho dipinti nell’atrio della

mia casa e che veggono le buone e le villane mie azioni! Davvero che

men compiaccio e correggo il mio errore. — E il marito?

— Cosconio Classico _strabo est, pætus et ocella_. Con siffatti malanni

negli occhi si veggono le paglie nelle altrui case e non le travi nella

propria. E poi in gioventù ne die’ ad usura. Or glie ne rendono.

— Mathone, ecco Cneo Apro ch’esce dalla stanza. Se vuoi farti azzimare,

entra. —

Il giovane seguì il consiglio del _tonsor_. La cameruccia era piccina,

ma elegantissima. Sopra una tavola di legno nero e dorato nelle cornici

erano capsule di vetro, bombyli, bilbini, paropsidi, unguentari, ambici

e tazze piene di quelle paste, di quelle resine, di quelle pomate, di

quelle polveri, atte a sbarbarsi, a tingersi il pelo, a far liscia la

pelle e ad imbellettarla.

Una fanciulla ventenne — coperta da una tunica senza maniche che

giungeva sino ai ginocchi e avente sul capo ricciuto un berretto

frigio le cui alette scendeano bellamente sulle spalle e sul petto — lo

attendeva sorridente e graziosa. Era una delle _tonstrices_.

Pria di sedersi il giovane — dopo averla attentamente mirata — le disse:

— Non di qui. — Giunta di fresco? — Quale il tuo nome?

— _Mica vocor._ — Siracusana. — Da due anni.

— Ben ti chiamarono pagliucola d’oro. Splendi come raggio di sole. Or

fammi degno di colei per cui arde il mio sangue.

— Eccomi. — Ambidue sembrate.... la unione preziosa del cinnamo e del

nardo. La felice miscela del massico col melo d’Egitto. Venere dispensa

a te i suoi favori. Il tempo passi e.... e non si accorga di lei.

— La conosci?

— Mi è nota. Tutto si sa qui. — Poni i piedi sul _suppedaneum_. — La

_novacula_ ti par bene affilata?

— Risuona. Ma scorre sulla dermide a maraviglia.

— Ti vidi entrare un dì nella _tonstrina_ di Glaphyro. E ne provai

fugace dolore. E la notte successiva la passai vegliando.

— Perchè?

— Val meglio patire una operazione dal chirurgo Hemos che farsi

radere da Glaphyro e dai suoi Poserio, Spicolo e Chœria. Pei cinici

e per gli stoici, eh! sono adatti. Le facce stimmatizzate del paese

non appartengono già a vecchi atleti, nè a mariti di donne gelose.

No. Ma subirono sfregi dalla mano scellerata di Chœria. E Prometeo

ridomanderebbe a Giove il becco dello avvoltoio se Glaphyro accennasse

di carezzarlo coi suoi rasoi di bronzo.

— Veh! che or mi dirai che le capre serbano il fiocco di peli per tema

di lui... o di lei! — Gelosia di mestiere!

— Ti accerto che Baccara — or mia compagna — lasciò la bottega, sulla

via di Mercurio, per l’orrore del sangue. — Io temeva per te una

soppiatta vendetta!

— Di lui?

— Di lui.... e di Nata. Ti ripeto, noi sappiam tutto qui. —

Il giovane si volse e la guardò fiso. La fanciulla siracusana sostenne

lo sguardo.

— Parli tu cogli aruspici? Nata, di Cornelio Rufo, è bella sì, di

vivaci occhi, di portamento leggiadro, di lusinghiero accento: ma

è donna di marmo. A contatto, la crederesti assente. Io l’amai da

forsennato.... E l’amo ancora.... Non essa me.

— Ti amo di vertigine per mesi. Alcune teorie del dovere le calmarono

il cuore. Ti ama pur di memoria e di gelosia per sè, non per te.

Capricciosa donna!... Tortura, non tortore!...

— Ma come tu sai sì recondite cose?

— I miei, di Egitto in Corinto e di là a Syracosion. Leggo nelle stelle

e negli occhi — altre stelle che rifrangono il lume dentro e dicono

alla nostra gente ascosi arcani. Ne vuoi esempio?... A Glaucia piace

il tuo nome e il trionfo sulla tua fresca età. È leggiadra, nol nego.

Ma.... piacevolmente si vendica in te del brutto tribuno, il quale è

sì magro che par minacci rientrare un dì o l’altro per sempre d’onde la

prima volta escì fuori. —

La mano di Mica era tremante. La voce tremava. Lucio Mathone respirò

nel vederla posar la _novacula_. Si asciugò la faccia, sedette di nuovo

per farsi ungere i ricciuti capelli e soggiunse:

— Calmati, o soave. Non temerò vendette di ferro, poichè a te mi

affido. Tu sarai la mia tonstrice per sempre.

— Sì.... Ma abbandona Glaucia, che non ti merita, al suo diafano

marito. Lascia pure a Cornelio Rufo, _ancilloriolus_, le vendette tue

sulla fredda e calcolatrice Nata. Un altro cuore si appoggi su quello

di Lucio, e la dea pompeiana gli sarà propizia. —

Mathone si levò, prese colle due mani la testa della fanciulla

siracusana e le baciò gli occhi ripetutamente. Erano umidi e

luccicavano come pianeti. Mica lo abbracciò con ardore e dentro

era convulsa. Si separarono colla promessa di rivedersi la sera. E,

ribaciandosi anche una volta, dissero in coro quella parola spensierata

ch’è sulle labbra di tutti, sì breve, sì fuggevole, sì mal fida:

— Sempre. —

Allorchè Lucio rientrò nelle sale verdi, dove poc’anzi avea lasciato

i suoi amici, questi non v’erano più. Altri gli avevano surrogati.

Quinzio Volcano e Postumio Afra lo salutarono tra l’onda fumosa che

i caldi _calamistri_ sprigionavano dai loro capelli. Ateio Capito a

lui mestamente sorrise. Misizio Cotilo e Claudio Pudente narravano

aneddoti di famiglie che eccitavano le risa della briosa brigata.

Antonio Saturnino diceva i pregi di due bei cavalli africani che avea

comperato, i quali anteponeva alla coppia di schiavi sicambri, di

recente acquistati da Capito nel mercato di Herculanum nella occasione

del _Regifugium_, alle none di febbraio, per cui si solennizzavano

nei grandi centri del vasto impero la cacciata dei Tarquini e lo

affrancamento del popolo romano. Fabullo Nucerio vantava la bellezza

e le grazie di Phlogis e di Chione, tonstrici della bottega della

via Jovia di Antioco. Astonio con molto rispetto celebrò le sue Mica,

Marmerion e Nicidion, abilissime nel mestiere e di gentile aspetto.

Nell’atto si udì uno strepito nella via che troncò ogni discorso. Nella

Palestra di contro _discus crepuebat_. Era il segno che le botteghe

dovevano chiudersi, e le terme si aprivano al popolo. I lavori della

giornata erano finiti.

I giovani pagarono Astonio delle sue eleganti fatiche e partirono.

Alcuni entrarono nel pubblico edificio, ove la folla già conveniva.

Ateio Capito, accompagnato dal bellissimo Lucio, andò per la via delle

fontane di Pallade e dell’Abbondanza verso il Foro, dove si separarono.

E Mathone piegò a manca e l’altro a diritta per reddire nelle loro

case. L’ultimo avea la morte nel cuore. E appena solo, mormorò

dolorosamente:

— Il più giovane dei miei giovani affetti, la fresca alba del mio

mattino, il lume che schiarava la mia fantasia è partito.... ritorna

nell’Urbe. Essa qui resta amaro e pur delizioso ricordo — un idilio che

ancor commuove il cuore. Ne cerco macchinalmente la mano colla mia e

la ritraggo a me vuota. Fui lo schiavo di molte maghe. Ma l’ultima....

Aveva fatto di questo asilo un Eliso.... Oh! le splendide illusioni!

fugate come le foglie secche del bosco! —

Queste parole, a se stesso, in una stanza buia e riccamente addobbata

della casa ch’è di contro alle Terme presso il Foro e proprio innanzi

allo ingresso praticato dalle donne.

Era disteso sur un lettuccio, prostrato, avvilito. Sentiva nel profondo

il fremito dei pensieri alati che corrono ardenti, che volano verso

quelli che si amano e che poi tornano monchi, desolati e soli. Era

passato a traverso di tutte le gioie, di tutti i disgusti, di tutti i

disinganni, di tutte le tristezze, di tutti i peccati del mondo. Il

mistero aveva gittato ogni velo alla sua presenza. L’anima era giù

nello abisso. Molti nel suo caso in Roma si segavano le vene, o si

facevano uccidere da un liberto. Levossi, scoppiettò colle dita, uscì

dal cubicolo, e s’avviò verso il triclinio, ove bene spesso aveva fatto

gioiosi mangiari. Due giovanetti biondi e cincinnati, i più belli che

fossero in Pompei, Belder e Hado, vestiti succintamente di un tessuto

di lino egizio, apportarono entro ricco paniere frutti gustosi — pane

e idromele — un’anfora di vino di Chio ed un vaso di argento d’onde

esciva il vapore della acqua bollente. Due piccole tazze dorate erano

sul desco. In una mescevasi il _merum vetus_ e nell’altra più larga e

profonda l’acqua che riscaldasse il vino. Archigenes, giovane medico

in voga, prescriveva — giusta il dettato di Heraclide di Tarentum — e

raccomandava l’uso del vino caldo mangiando i fichi.

Ateio Capito si trovò solo su quei cuscini, premuti altra volta da

figure animate e graziose. Un raggio di sole pallido e tristo guizzando

tra le foglie degli aranci e tra i cespi di rose dello xysto, entrava

sul limitare della stanza e rischiarava pareti abbellite da squisite

pitture. — Leda che presenta a Tindaro i suoi figli Castore, Polluce

ed Elena in un nido — Amore che si lagna colla madre del disprezzo di

Diana — Teseo che abbandona Arianna. — Mangiò e bevve sbadatamente.

Ombre invisibili lo circondavano e seguivano i suoi movimenti distratti

coi loro lunghi sguardi.

Si ritolse di quivi smanioso. Offerse frutti ai penati nella edicola in

fondo al giardino e andò a ricacciarsi sul letto. Avea le vertigini.

Nulla amava in tal momento...... neppure la donna — malgrado che

sì seducente fosse e che avesse voluto di proprio moto partire —

Nikopolis, la bella greca, aveva trastullato la sua mente — vi aveva

lasciato un vuoto — ma non si era impadronita del suo cuore.

Hado leva la tenda spessa di panno e con accento gutturale sicambro

pronuncia:

— Padrone, una giovane donna manda a te questa epistola. —

Ateio ruppe il filo che legava il rotolato papiro, staccò il nodo col

suggello di cera; e lesse:

«_Chrysis A. Capito suo._

«So le tue cure. Verrò. _Deos obsecro ut te conservent._»

Nella corsa state erasi imbattuto in Baiæ con una etera sedicenne, di

una rara bellezza. — Bruna. — I capelli come ala di corvo coi riflessi

turchini. — Ciglia nere e lunghe. — Naso profilato e formante una linea

retta dalla fronte alla base — Ovale divino. — Sorrideva come altre

mai. — E parlava coi suoi labruzzi di corallo con una volubilità, con

una grazia da incanto. — Nè grande, nè piccola. — Un bello ideale di

donna, di quell’essere incompreso ed incomprensibile; Angiolo decaduto,

sulla cui fronte sembra che Iddio lasciasse piovere un raggio della sua

divinità, e il cui sangue conserva sempre i ricordi dell’Eden perduto

insieme col fomite dell’antica smania curiosa. Nata ai piedi di un

vulcano, ne aveva le furie, il calore, la bellezza e il mistero. Da

essa potevasi attendere tutto. Gioie di paradiso, annegazione completa,

disperazione da dannato.

— Venere me la manda, e pare la faccia prendere dal malizioso suo

figlio. Chrysis è _oro che si vende per oro_. E Nikopolis cosa era? Lo

ardore dei sensi velato da un ingenuo civettismo che pur valea aurei

nummi. La _bastarna_ che la porta nell’Urbe non soffra nè la pioggia

nè il vento; e le mule che la trascinano non la ribaltino per via.

Rifabbricando sui ruderi i ricordi estivi, ricompongo i miei giorni

felici. — Sì, _suavissima mea_, vieni e ti amerò. —

Levossi di letto, stirò le braccia, sbadigliò e riprese;

— Sciocco che io era. Stava soffiando una burrasca in un simpulo.

Tutte eguali! Diverse soltanto dalla voce e dello incarnato! Essa

verrà, e colle dita di rosa raggiusterà il mio rotto cuore e lo renderà

sensitivo e profumato. Stravaganza insensata l’ostinarsi negli affetti

sentiti e di altri tempi! I miei padri colla virtù della mente e delle

braccia conquistarono il mondo. Quirino lo disse, e noi cel godiamo.

È il diritto degli eredi. L’uomo antico è spogliato. La pellicola

vetere cadde; e chi la conserva, la infradicia nella carcere Mamertina

o soffre la grande o la piccola diminuzione del capo — la morte —

o l’esilio. — Venga Chrysis e sdimenticherò la noia e quel ridicolo

rammarico per l’assenza dell’Ateniese, pessima cicuta che già scorreva

col sangue nelle mie vene. Farei vergogna al mio nome e al gentil seme

latino che regge l’orbe a capo della nostra possente repubblica. —

Gli attenti lettori di questi miei studi di risurrezione non taccino

di anacronismo le ultime parole di Ateio Capito. Quel degradato

Quirite visse e morì credendosi repubblicano. Non dobbiamo attribuire

agli antichi le distinzioni delle nostre parti politiche. È lo stesso

sproposito dello scultore che pose la _lorica_, il _sagum_ militare,

la _solea_ coi _vincula_ che legavano i sandali sulle gambe di

Scipione l’Africano alle statue equestri dei due Ferdinandi della casa

Borbone, e la _toga pura_ colla _tunica_ a quella in piedi di Leopoldo

di Lorena. Nel mondo romano non potevasi fare una distinzione tra

repubblica e monarchia, perchè l’una era la forma dell’altra. Quando

Giulio Cesare ammodernò il reggimento, dicendo che era necessario

tranquillizzare i cittadini col moderare la pubblica cosa e porre un

freno alla licenza e alla dissennatezza omai generale, le istituzioni

rimasero, e nulla fu cangio. Il potere era stato spesso nelle mani di

un solo. E i troppi avevano plaudito alla dittatura. Sì, che sursero

sentenze a suo pro. — _Nulla regni societas. — Insociabile est regnum.

— Nulla fides regni sociis._ — E allorchè succedaneamente un solo

governò lo impero della repubblica, nessuno si die’ a lamentarlo perchè

pareva acconcio che un sì vasto dominio avesse ad essere retto da un

solo capo. Tacito — il giustissimo e severo giudice delle peccata dei

suoi tempi — apre il libro quarto dei suoi annali con queste parole:

_Caio Asinio, Caio Antistio Coss. nonus Tiberio annus erat compositæ

Reipublicæ florentis domus_ — cioè — Sendo Consoli Caio Asinio e Caio

Antistio, volgea per Tiberio il nono anno di racchetata repubblica e di

fiorente famiglia. —

Al tempo di cui narro gli avvenimenti in Pompei nessuno pensava a

rovesciare la forma del governo. Ma tutti avrebbero amato di non

trepidare sulla cara vita e sulle acquisite fortune. Trasea, Tacito,

Persio, i fieri patrizi, i filosofi malcontenti aveano lamentato i

vecchi costumi di Roma e gli antichi usi politici non incompatibili

collo impero. Chiedevano che il principe non nominasse i senatori, nè

li radesse a capriccio od a seconda della mala sua voglia. Nè salisse i

liberti ai primi gradi del governo. Laonde i virtuosi e i pochi onesti

non alla Repubblica erano devoti, ma alla cosa pubblica.

— Odo rumore di voce. È dessa. Viene. —

Ed Ateio non s’ingannava. Trasse a sè la cortina e Chrysis gli apparve

dinanzi come una visione mattinale.

— Eccomi a te, _dulcissime animæ meæ_. —

E gli cadde tra le braccia. L’altro la baciò sul viso e colle due mani

quasi la cinse. Era un’ape; e infantile, sorridente e appassionata

nell’atto stesso. L’uomo ebbe baci di ricambio e sentì un filtro soave

penetrare lentamente per tutte le parti del suo essere. Era così noiato

poc’anzi. Allora, qual cambiamento!

— Sono venuta a guarirti. Ti porto un miracoloso amore sul quale,

o ingrato, non sapevi contare. Eppure io so che soffiavi nei lunghi

flauti, affannandoti per una donna il cui cuore paga i devoti alle

calende della sua patria. Credilo. Ti ostinavi a porre il basto sulla

schiena di un bove.

— E chi è colui che vestì la _toga prætexta_ per le funzioni di edile

senza aver bisogno dei miei suffragi?

— Epidico Rufo, il tuo amico _a teneris annis_.

— Può crepar gli occhi alla cornacchia, poichè ha lo sguardo che va sì

lontano. Ciò che v’ha di vero è cotesto. Io ti amo, o Chrysis. E ti

dovrò le grazie maggiori se per qualche giorni — per quanto tempo ti

parrà — mi farai qui menare la vita che vivevamo in Baiæ, quella vita

che lascia corredo di sogni per la età a venire. Prometti?

— Lo giuro per la gentile patrona della nostra Colonia.

— Mira! Tu se’ giunta in tempo. Il sole cade. Farò venire Epidico e

Cæsonio. Con essi le amanti loro. Va nello xysto ad intesserti la

corona di rose. Poi ceneremo lietamente e lungamente. Thespio, il

tricliniarcha, ti aprirà i cubicoli qui, o sopra e sceglierai. Se temi

i tremuoti, meglio stare a terreno. Comunque tu opini, io sarò presso

di te. E morire tra le tue braccia, o Chrysis, è un desiarsi in grembo

a Venere celeste. —

La fanciulla di Neapolis non era una vestale. Nè per quella vita

claustrata avea vocazioni. Le frasi di amore l’erano ben familiari. Ma

dette così — e da lui — le fecero uno strano effetto. Grosse lacrime

le velarono le pupille. Impallidì. Masticò per qualche istanti il

proprio silenzio. Gli prese la testa fra le mani. Vi pigiò su le labbra

convulse e andò via. Quelle lacrime, quel pallore, quel bacio valevano

bene un lungo discorso.

Ateio si lavò; si profumò; vestì la _synthesis_ che Nerone fece

adottare col proprio esempio; la strinse ai fianchi col _cingulum_ di

seta, le cui estremità pendenti servivano di _crumena_ da riporvi il

danaro; vi appese il _sudarium_; pose ai piedi le _phæcasiæ_, specie

di calzatura posta in moda recente dai Greci; adattò al collo una

_catenula_ composta di anelli d’oro; ed aperta la _dactylotheca_,

trasse da quello astuccio alcuni cerchi di diamanti, di rubino e di

sardonica che aggiunse al _symbolus_ che serviva di sicurtà ai suoi

contratti. E così andò incontro agli amici nel peristilio e di là al

luogo della festevole _comissatio_.

Cotesto scioperato era assai giovane. Ventitrè anni. E velava di

esagerato scetticismo l’albospino fiorito della età sua per dinotare

come le illusioni le avesse cacciate lontano. Schiavo del piacere,

credeva in esso il solo sovrano possibile, mai esautorato, della umana

stirpe. Talvolta, in mezzo alle orgie — donde nascea la follia, lo

epigramma, il cozzo dei bicchieri e il tumultuar delle voci — s’isolava

in un capriccio, si racchiudeva in un sogno, volava ad un pensiero che

lo togliea dalla crapula ove gli altri si degradavano. E ciò lo rendea

caro alla fanciulla napolitana la quale lo avrebbe voluto sempre così.

Allora si sentivano di una carne, di uno spirito solo; e le delicatezze

più sacre erano quelle che si ricambiavano. In quella sera egli le

prese furtivamente la mano e la baciò con un rispetto che lo rendeva

felice.

Tra i fumi del vino che invadevano i cervelli e gli scabrosi parlari,

Ateio si curvò verso l’orecchio di Chrysis e le disse sommessamente:

— Sai comprendermi tu? Io ti amo di tutta l’anima mia.... come se non

avessi amato giammai.... come non pensai fin qui che avrei amato alcuna

donna nella vita.

— Oh! non parlarmi così, luce di sole...... Da qualche tempo ti guardo

e non mi sembri più umano.

— E che rispondi a questo grido del cuore?

— Mi abbia Venere irata se la passione m’inganna... Ma io perdutamente

ti riamo.

— Che io viva, o ch’io muoia, io rivaleggio coi numi. —

La bella fanciulla aveva avuto il suo amante improvvisato in Baiæ,

offertole dal capriccio dei passi. E pur d’improvviso la era apparsa

ad Ateio quando men l’attendeva. Abitavano ambidue la contrada poco

acconcia al viver casto e pudico. Avevano appartenuto al capriccio,

di cui il nome ed il viso potevano cambiarsi, ma le esigenze sì

per lei, come per lui non cambiavano mai. Amarezze sdegnose, inique

collere, sterili gelosie i miei padri non le conobbero. Rispettavano il

passato come sacro mistero. Ora lo affetto bollente erasi fatto sangue

impetuoso e carne trionfante. — I beoni vedevano triplo. Le donne

avevano il volto acceso e stralunato. — E nessuno di essi notò quando

il _pater convivii_ e la sua amante si levarono dal _textile stragulum_

per andar via. Essi corsero a celarsi nello Eliso della voluttà e dello

amore.

La luna risplende in Pompei come non vidi mai altrove. Sembra ch’essa

corra amorosa per ogni via in cerca del bello Endimione, di cui tanti

i dipinti sulle pareti degli atrii e dei cubicoli. In quella sera

navigava per l’aere azzurro nella sua pienezza.

Belder era appoggiato al muro sul margine della strada. Pensava alle

sue verdi lande popolate di buoi. Alla indipendenza della sua razza

indomabile. Alla obbrobriosa sua schiavitù. Egli, libero già come

l’usignuolo delle sue native foreste, ora abbandonato dai suoi rapitori

poichè il vendettero, disperava di più rivedere i ruvidi altari,

le funebri collinette di sabbia sotto le quali posavano calcinate

dal fuoco le ossa dei padri e i ripari di terra dietro cui si erano

trincerati i Kanine-faten per difendere dalla ingorda prepotenza dei

Romani i nati del proprio sangue e le pelli — letto, veste, coperta,

difesa, lusso della loro esordiente civiltà.... E sospirava!

Alto e ben fatto della persona, ventenne, biondi capelli inanellati

gli cadeano sulle spalle — poichè era _acersecomes_, cioè, intonso — e

una leggera lanuggine gli adombrava il labbro ed il mento. Aveva uno

di quegli ingenui sorrisi che sembrano tutto comprendere; e tale era

lo sguardo racchiuso nella sua glauca pupilla, a ricordare i disegni

capricciosi delle torbe accese nella capanna ov’era nato, in cui da

bambino pareagli notare i gigli dei laghi, i cespi fioriti delle eriche

e i gruppi dei pini agitati dal vento e guizzanti come onde oscure di

fumo nella spessa ed umida atmosfera.

Un gruppo di giovanette escì parlando e gesticolando e ridendo dalla

porta delle Terme. Erano le liberte e le schiave di C. Cuspio Pansa

che rientravano dopo il bagno dirimpetto, nella casa vicina. Una delle

fanciulle vide più in giù a diritta il sicambro. La luna lo illuminava

tutto. E con una grazia quasi infantile, che le parole non sanno

dipingere, corse a lui ed aperto gli disse:

— Da che ti vidi mi sembrasti Adone. E quando ricordo il bacio che in

Milo la madre mi dava al destarmi, desidero ardentemente che tu mel dia

in questa terra straniera. Vuoi tu riscaldarmi l’anima con tanto bene?

Senti tu gli affetti siccome noi li sentiamo? —

Il giovane distese la sinistra sul capo di lei, le volse la faccia

verso la luna ed aggiunse:

— Sei bella, quantunque le Nornen — le sorelle del Fato — ti abbiano

abbronzato la pelle ed acceso il fuoco negli occhi. Wodan — il

terribile iddio — bacia le stelle negli spazi del cielo. Io bacerò la

tua bocca. Ma io non amo mettere da parte l’anima mia nelle felicità

dei miei sensi. —

Phanisco gli fissò gli occhi addosso con una espressione di soave

languore. Lo sguardo fiero e più la parola austera del selvaggio

figliuolo dei boschi la penetrarono.

— Qui, nei nostri cuori una comunione eterna di gioie, di pensieri, di

pene. Vuoi tu amarmi? Puoi tu cementare la unione divina di due cose

immortali che si confondono? —

— Dammi la mano — Freya ti spinse ver me per alleviar le mie pene...

Quando avrai bisogno di un uomo che si faccia uccidere per salvarti,

non correre lungi, io sarò qui. —

La donna, nervosa e passionata, debole e pure dominatrice, si slanciò

nelle sue braccia senza rispondere. Trionfava dell’uomo che da parecchi

mesi spesso incontrava e subito amò. Era il papiro su cui voleva

scrivere la pagina gentile della sua vita. L’avarizia non potette mai

appressare le labbra livide sulla sua fronte. Nè i doni, nè i rigori di

Pansa valsero a vincere l’ostinato rifiuto. Le sensazioni deliziose che

ora provava erano la sua ricompensa.

Fra i due giovani nati in sì diverse contrade — l’una bagnata dalle

nebbie, l’altra calcinata dal sole — che forse incontrandosi per la

prima volta si erano ritrovati — seguì per qualche tempo un dialogo che

chi legge ricorderà senza che io il dica. Nel separarsi si promisero

un più discreto ritrovo. Diana è patrona agli amanti circospetti e

pudichi. Ma, se inverecondi, gli svela.

— Oh! l’oro fluttuante sul capo tuo! Quante volte sognai di carezzarlo

colle mie mani!

— _Geif my een zun. Faruel._ —

Phanisco gli accordò di gran cuore il bacio che l’atto delle labbra

protese — e non la frase sicambra — le parve volesse significare e andò

via. Ambedue, rientrati nelle dimore dei loro padroni, si coricarono

sui velli di montone che servivano loro di letto. Non una parola, non

un sospiro, per tema che l’ospite divino, penetrato nel cuore, offeso

da distrazioni, fuggisse.

Pompei · 第 18 / 30 段