Gli Oschi — i primi abitatori di questa contrada — sapeano per

tradizione come il monte soprastante al golfo avesse bruciato da tempi

immemorabili. E perciò lo chiamarono _Vesbius_, che valea quanto dire

_fuoco estinto_. L’ultimo suo incendio però era ignoto ad ogni poesia.

Solo supponevasi che in tale circostanza fosse stato colmato il vasto

e lungo golfo che per lo stretto dell’antica Marcina si congiungeva

al mare di Salernum, dando così origine alla immensa pianura di Nola,

di Nuceria e di Sarnus. Corsero secoli, e il monte si cinse per ogni

lato di fertili campi, di verdi pampini, il cui frutto generoso empiva

del suo succo le anfore. Sui pianori, sul pendìo delle sue amene

colline erano sontuose ville coi terrazzi, colle torri per godere

lontane vedute, coi giardini creati dagli schiavi _topiarii_, adorni

di statue, cinti da piante fronzute e verdeggianti ed intersecati da

ruscelli e da laghi. Un giorno, ai tempi della congiura di Catilina,

Marco Herennio, decurione di Pompei, cadde morto nel Foro, colpito dal

fulmine. Il cielo era sereno. Il sole, raggiante. Cicerone compose su

quel fatto strano due pessimi versi ridicoleggiati da Crispo Sallustio.

E nessuno seppe indagare la causa di quel fatale avvenimento. In vero,

la folgore dovette provenire dal soverchio elettricismo adunatosi

nel monte. Nell’anno 803 di Roma — pari al 50 dell’êra nostra — i

tremuoti cominciarono ad affliggere la Campania. E nel 63 — due lustri

prima dei casi che narro in coteste pagine — la scossa del suolo fu

terribile, continovata e fatale. Nerone imperatore trovavasi nel teatro

di Neapolis, canterellando colla chioccia voce un’aria sua favorita.

In lui potè più l’arte mal coltivata che la vigliaccheria d’istinto. E

quantunque il _visorium_ pieno zeppo di spettatori ed il _proscenium_

traballassero, non volle imitare quelli che escivano a furia, finchè

non ebbe terminato il suo trillo. Erano le none di febbraio, cioè il

dì cinque di quel mese, quando le città e gli oppidi sedenti sulle

rive, che formano col loro incurvamento il ridente cratere partenopeo,

furono maltrattati dal violento flagello. Una parte di Herculanum venne

distrutta; un’altra screpolata e guasta. La colonia di Nuceria, se

non rovinata, malconcia. Neapolis soffrì perdite piuttosto particolari

che pubbliche. Molte case di campagna risentirono scosse senza gravi

effetti. Stabia ed Oplonti ruinarono. Pompei fu devastata. Le statue

del Foro caddero dai loro piedistalli. La morìa degli abitanti sommò a

parecchie migliaia. Un gregge di seicento pecore fu schiacciato sotto

le macìe. E i campi vicini si videro funestati da gente errante priva

di conoscenza e di sensi. La misera città rimase per qualche giorni

deserta. Quindi risorse a poco a poco più bella dalle rovine. Alcune

case si ampliarono; giunsero decoratori di ogni parte; il commercio

straniero rifiorì più che mai. La pietà dei congiunti surrogò le

cornici e le tavole di marmo agli ornamenti di tufo, o di stucco dei

sepolcreti. Il bigottismo di Nonnio Popidio Celsino fece ricostruire

di proprio il tempio d’Iside. I devoti ripararono il portico del Fano

di Venere protettrice, cangiandone l’ordine in un corintio di fantasia;

il fregio dorico fu ricoperto di stucco; una statua nuova rimpiazzò la

spezzata; e nuove pitture dai vivi colori, rappresentanti paesaggi,

ville sontuose — come l’Isola Bella sul Lago Verbano — interni con

figure alle quali l’artista die’ teste d’uomini a corpi di fanciulli —

riabbellirono le pareti del porticato. I duumviri Sepunio Sandiliano ed

Herennio Epidiano sul lato della gradinata che mena alla edicola fecero

collocare a loro spese una colonna ionica di cipollino sormontata da

un quadrante solare. Il tempio greco nel Foro _Hecatonstylon_, il più

puro degli edifici pubblici in Pompei, venne completamente restaurato

dai commercianti e dedicato a Nettuno, il dio che favoriva i loro

grossi guadagni. Le Terme furono riparate per le prime dai munifici

cittadini. Ed il tremuoto avendo assai danneggiato il tempio di Giove e

il colonnato del Foro, i duumviri ordinarono che le colonne doriche del

portico ch’erano di tufo si ricostruissero di pietra calcarea, e pur

di travertino si selciasse il parallelogrammo dell’area. Le statue che

decoravano i piedestalli furono provvisoriamente serbate in un vasto

pubblico edificio.

Nel periodo di quasi tre lustri molte erano state le novità incresciose

e consolanti nel mondo romano. Laodicea, grossa città dell’Asia, erasi

rovinata per tremuoti, al pari di Pompei e di Herculanum, e di proprio

rifatta. Puteoli, terra antica, rinomata da Nerone, poi che colonia. In

Tarentum ed in Anctium, posti a guardia vecchi soldati per ripopolarle

coi lor maritaggi, furono diserte da quei raccogliticci, insofferenti

di famigliari cure. Nerone, stanco di Ottavia, aveva sposato la

concubina Poppæa, sposa ad Ottone, che amandola, mal suo grado glie la

concesse. Ma l’ira del popolo lo incitò ad un ripiego. E chiamato a sè

Aniceto:

— Tu mi campasti dalla madre insidiatrice. Fammi minore servigio.

Levami dinnanzi la odiata moglie. Nè mani. Nè ferro. Testimonia

averlati goduta. —

Il dirotto in mal fare confessò il vitupero. N’ebbe a premio dovizie

e confino in Sardinia. E la casta donna, lacrimosa più che per mille

morti, partì per la Pandataria. Aveva venti anni. E colà i soldati

le segarono le vene. Nell’816 nacque dalle nuove nozze una figlia in

Anctium, e questa dopo quattro mesi morì. Furono chiamate Auguste

ambedue. E le pazzie pei natali e pel lutto, sì di Cesare che del

senato, furono fatali ai dignitosi ed onesti. Egli, per consolarsi,

cantava vestito da Apollo, o da femmina. E forzava gli applausi. E

cominciò i mangiari in pubblico. Fra due colli era il lago di Agrippa;

e sulle acque fe’ costruire un tavolato, mobile, ove pose il convito,

tirato da triremi, commesso d’oro e di avorio. Remavano cinedi, maestri

in libidine. Erano tende rizzate sulle rive con matrone e sciupate

ignude. Cessata la imbandigione e venuta la notte, i boschetti e le

case dei colli risuonarono di canti; e i falò illuminarono la scena.

Aocchiato uno stallone in quella mandra vituperata, lo volle marito. E

Pitagora fu lo sposo di Cesare per le ceremonie di uso. E lo imperatore

del mondo coprì il capo di velo giallo. Udì gli augurii. Si decretò

la dote. E i torchi scacciarono le tenebre attorno il letto geniale.

Per frode del principe Roma bruciò. Fra il monte Palatino ed il Celio

le botteghe piene di merci furono esca alle case. La vecchia viuzza,

i torti quatrivi, preda alle fiamme sui colli e sul piano. Grande la

morìa. Ma gli scampati ricoverò nei palagi e nei templi. Fece venir

masserizie da Ostia e rinvilì il prezzo del grano. Rifece il palazzo

imperiale, di miracolo, per opera degli architetti Severo e Celere,

con selve allo intorno, laghi e bellezze sopra natura. E surse l’Urbe

nuova. E non più a vanvera come era dapprima. Ma larghe strade con

traverse fatte a misura, con più larghe piazze. E per distrarre le

ire popolari contro lo autor dello incendio — ignoto a veruno — furono

stranamente puniti quali rei del delitto i palesi credenti alle parole

del Cristo; i quali ne’ tormenti altri molti ne nominarono; — i preti

avranno santificato anche questi? — e tutti furono uccisi in modo vario

e spietato, quali nemici al genere umano.

Una vasta congiura minacciò i giorni del mostro imperiale. Spillata

la cosa e fatta certa, Caio Pisone, e i suoi amici, e gli affidati,

e gl’insofferenti l’onta del nome romano empirono l’Urbe di mortori

e il Campidoglio di vittime. — Una sera, tornato dal teatro, ove

aveva cantato i suoi versi e chiesto in ginocchio, a mani giunte,

le battute ed i plausi dal popolo, Nerone, crucciatosi con Poppæa,

le die’ un calcio nel ventre pregno e la uccise. Ne fu dolente a suo

modo. E salito in ringhiera, ne lodò alla folla le belle membra, non

la virtù. — Tempeste e pestilenza desolarono Italia. Ma il signore

del mondo era più grave di ogni malanno. E un bel dì i pretoriani

stanchi lo abbandonarono solo nel palagio. Ond’egli impaurito fuggiva;

e sentendosi inseguito, si appiatta dietro il muro di un orto, cerca

trafiggersi, ma al grande omicida delle migliaia manca il cuore di

spingere il ferro nelle viscere. Epafrodito, scrittor di memoriali, lo

aiuta a morire. E il citaredo non lamenta lo impero, sì l’arte che in

lui perde il migliore tra i suoi cultori.

L’allegrezza nell’universale fu grande. La plebe coi cappelli in testa

andò a zonzo per la città quasi di schiava fatta libera.

Livio Ocellare, di Fondi, che poi si chiamò Sergio Sulpizio Galba,

settuagenario e gottoso, proclamato imperatore da Vindice e dai suoi

legionari, venne d’Iberia in Roma non molto gradito dal popolo,

perchè vecchio, rigido, modesto, schiavo dei liberti, stretto di

mano e brutto; nè accetto ai pretoriani, alle neroniane largizioni

avvezzi, i quali più amavano i vizi che le virtù dei principi. Adottò

a figliuolo e nominò Cesare Pisone Frugi Liciniano, giovane nobile

e valoroso. E presentandolo alla folla e alle milizie, disse secco

secco: — _Vir virum legit_ — cioè, con alquanta boria, espresse come

un prode eleggesse un prode. E non parlò di donativo, nè di feste, nè

di spettacoli, nè di baldorie. Quelle sue grinze accompagnate da tanto

rigore antico non erano più di stagione.

Ma Silvio Othone — compagno negli stravizi al morto principe, marito di

Poppæa Sabina ceduta ed amata, sì che Nerone geloso l’ebbe a sbandire

dall’Urbe e un distico famoso sentenziò Othone adultero della propria

consorte — comperò l’animo dei soldati colla promessa di riserbare per

sè quella pecunia che da essi fossegli conceduta. E tre dì poi dalla

proclamazione di Pisone, questi e Galba morirono scannati nel Foro

presso la voragine, ove M. Curzio erasi gittato in antico col cavallo

ed in armi.

La plebe corrotta, non capendo in sè dalla gioia, il salutò col nome

di Nerone. E le prime epistole ai governatori delle provincie le

sottoscrisse con siffatto cognome aggiunto al proprio. Ma già Aulo

Vitellio — l’uom dalle prodighe cure — era proclamato imperatore

dallo esercito di Germania. Othone se gli offre compagno e genero.

Nemico egli era alle guerre civili e punto sanguinario. Pure dovette

ire incontro coi suoi alle genti che Vitellio mandava innanzi. Fabio

Valente coll’aquila della quinta legione per le Alpi Cozie; Cecina

colla ventunesima pei monti pennini. Le due osti si azzuffarono.

Scaramucciano in Cremona, in Brescello; ma la giornata fu grande

presso Bebriaco in favore di Vitellio. Othone poteva ritentare la prova

atroce, lacrimevole, dubbia coll’arrischiata virtù dei suoi. Non volle.

Giudicassero di lui i secoli. Bevve acqua fresca. Tenne aperto l’uscio

della casa. Dormì placidamente tutta notte. E in sull’alba ridesto,

tastò la punta di due pugnali, ne scelse uno e se lo infilzò sul cuore.

Fu arso e sotterrato incontanente dalla pietà dei soldati presso a

Veliternum. Dopo 95 giorni d’impero morì a 37 anni, con fama di virtù,

di molti vizi, e di aver promosso la morte di Galba, non per sete di

signoria, ma per restituire la libertà perduta ai Romani.

Il nuovo era uomo di ventre. Fu a vitupero chiamato lo Spintria,

quando cogli altri giovani s’intrattenne nella corte di Tiberio in

Capreas. E ligio a Caligola, a Claudio e a Nerone, ottenne magistrature

e consolati, e da Galba il comando della Germania inferiore. Era

sua gloria la gozzoviglia, e compartiva i suoi pasti in asciolvere,

desinare, cenare e pusignare. E imponeva ai grandi di convitarlo. Ed

ogni apparecchio non costava meno di cinquanta mila denari. È famosa

la cena imbanditagli, dal fratello il dì del suo ingresso nell’Urbe.

Vi consacrò un piatto, — il quale per la smisurata ampiezza ei chiamò

lo scudo di Minerva — ov’erano mescolati fegati di scaro, cervella di

fagiano, lingue di psittaci, latte di murene. E vi furono consumati

duemila pesci elettissimi e settemila uccelli. Nè men fu crudele che

ghiotto. I possibilmente rivali, avvelenati, ed alcun di sua mano.

I creditori e gli usurai suoi, uccisi alla sua presenza per pascer

l’occhio — ei diceva — ed esser certo di averli saldati.

Dopo otto mesi di tale imperio gli eserciti della Mesia, della

Schiavonia, quel di Giudea e di Sorìa si ribellarono, obbligando la

fede a Flavio Vespasiano. Vitellio ne impaurì. Tentò un’abdicazione

a pro di ogni scelta, e comperò la salute da Flavio Sabino e dai suoi

Reatini. A tradimento condottili al Campidoglio, gli arse nel tempio

di Giove, nell’atto ch’ei banchettava nel prossimo palazzo di Tiberio.

Approssimantisi le coorti, mandò loro innanzi le vestali per chiamar

pace. Intanto fuggì per la campagna in compagnia del cuoco e del

suo pistore. E tornato in casa sulla voce della vita consentitagli,

abbandonato da tutti, rubacchiò in furia un po’ di oro, lo chiuse

in una cintola e si fortificò nella stanza dell’ostiario. Colà lo

trovò l’antiguardo e, lui piagnucolante trascinarono con una cavezza

alla gola e, mezzo ignudo, giù per la Via Sacra, tra i dileggi della

plebaglia che gli gittava sulla persona sterco e fango e lo chiamava

incendiario e lecca-piatti. Finalmente, lancettato, pizzicato, urtato,

ferito di lancia e di gladio, cadde morto a piè delle scale Gemonie.

E trascinatala con un uncino, quella cosa sozza la scaraventarono nel

Tevere.

Come le materie da incendio accrescono le arsioni, così il nuncio

della sua morte infellonì vie peggio la plebe. Le vie piene di

cadaveri. I templi, di sangue. Per la scusa di trar fuori i nascosti,

rovistati i palagi, frugati i ripostigli. E chi si opponeva ai soldati,

ucciso. E la canaglia morta di fame, sfondava, bruciava, e gavazzava

nell’insolente disordine, nello spietato carnaio.

Il senato decretò a Vespasiano gli onori usati ai principi, e chiamò

il nuovo imperatore Consolo insieme con Tito. L’altro figliuolo,

Domiziano, fece pretore con podestà consolare. Flavio scrisse con

modestia di sè, con magnificenza della repubblica.

L’Urbe per le frequenti arsioni e rovine — ristorata un po’ da Nerone —

era sformata, e guasta. Laonde, Flavio ordinò che i padroni dell’area

vuota non edificando, chi volesse la riempisse di casamenti. Egli

restituì il Campidoglio, e fu il primo a portar via sulle spalle

corbellate di calcinacci, di cui ingombro era il luogo. E vi rifece

tremila tavole di rame — già logore e quasi fuse dal fuoco — sui

modelli e sulle scritture antiche di quelle. Non che uno inventario

delle cose pubbliche dai tempi remoti, nel quale si contenevano le

deliberazioni del senato, i plebisciti, le confederazioni pattovite, e

i privilegi conceduti a chiunque, dall’evo romuleo sino allora. Rizzò

il tempio della Pace sulla piazza; lo anfiteatro, secondo il modello

ideato da Augusto; e il monumento al divo Claudio, incominciato da

Agrippina e disfatto dal suo figliuolo parricida. Ridusse l’ordine dei

cavalieri e dei senatori allo splendore antico e gli portò al solito

numero, radendone le persone vili ed ignobili, e posti ne’ loro stalli

uomini dabbene d’Italia e di fuori. Ed, occorse aspre parole tra un

senatore ed un cavaliere, sentenziò, brutta cosa fare atto d’ingiuria

ad uom del senato; ma rispondere ingiuriosamente a quelle ingiurie

essere cosa lecita e civile.

Mai dissimulò la bassezza dei suoi natali. Permise a tutti la libertà

del dire, e fu tollerante verso chi malediceva di lui. Obliò di gran

cuore le offese; nè temette le inimicizie o tolse via la usanza di far

cercare coloro che venivano a salutarlo, se essi avesser armi nascoste,

costume durato fin dai tempi della guerra civile.

Si palesò però avaro ed ingordo. Addoppiò i tributi e si die’ a

negozi da vergogna, quando anche fosse stato uomo privato. E’ pare

che cotal difetto lo avesse di natura come quelli che arricchiscono

dopo umiliante povertà e lunga. Laonde un vecchio bifolco — che a lui

chiedeva lo affrancamento ed egli rifiutoglielo senza denari — rampognò

lo imperatore col dirgli:

— «La volpe muta il pelo e non il costume.» —

Malgrado ciò, largamente pagò i maestri di retorica greci e latini,

formò la sua corte di uomini dotti ed eccellenti nelle lettere e

nelle arti, restituì i giuochi e le recitazioni antiche, premiò poeti,

tragedi e citaristi.

E in Falacrine, suo luogo natale, lasciò la casa che prima vi era, per

soddisfare ai suoi occhi e ricordarsi con modesto orgoglio dell’antica

dimora.

Quinto Lepta, ancora commosso dalle miserie del popolo, entrò in

una casa piena di melodia. Dal fondo, presso lo xysto, uscivano da

una cetra i sospiri di un’anima stanca dalle ricerche delle gioie

terrestri, gli accordi di una tristezza passionata, gli accenti di un

amor combattuto, tempesta che ancor tramanda i profumi delle rose e

delle viole sbattute ed infrante. A lato dell’uscio chiuso, ad altezza

d’uomo era un foro rotondo coperto da un vetro. Da quel buco vedevasi

per di dietro una donna assisa, in su i trent’anni, evocando il coro

de’ suoi pensieri colle sue dita di sibilla.

— O divina creatura! La donna appartiene allo amore come l’erba dei

prati allo armento. Byrrhia con quei capelli accesi dai sensuali

ardori, con quello aspetto di grappolo indorato dal sole, mi brucia

l’anima e il corpo. —

E senz’altro, rotto il filo ai pensieri che gli si arruffavano, spinse

la porta ed entrò. La donna, nel volgersi, emise un raggio luminoso dai

suoi occhi vivaci e neri, velati da una nube di tenerezza e da un mesto

sorriso. Le loro bocche s’incontrarono.

— _Suavia et iterum suavia._ Io sono lieta che tu mi desideri con

ardore.

— Sì, altri baci ancora, o dolcissima tra le cose. Io te desidero ed

amo.... La celeste armonia mi penetrò nel profondo.

— Era un’ode di Sapho di una singolare potenza, disordinata come la

passione, lamentosa come il dolore. Misera! Quanto soffrì. La sola

Morte colle sue dita affilate può medicare una ferita pari alla sua...

Ma tu non mi spingerai allo scoglio d’Ercole per chiedere l’oblio ai

gorghi del mare.

— _Unum habeo solatium in te_, o Byrrhia. Arrida ad entrambi la bella

dea Pompeiana.

— E arriderà! Ha spesso i miei doni e le mie preci ferventi. Oh!

Abbracciami, Quinto. Il tuo affetto è la pietra che ricuopre il mio

cuore. Ebbene! sii custode di questo sepolcro ove riposa la innamorata

anima mia, e nessuno saprà penetrarvi. —

La stanzuccia, ove i due felici si trovavano soli, aveva sulle pareti

gioconde pitture, per terra un tappeto discreto, una _cathedra_ —

specie di lettuccio di legno dorato e coperto di un materasso purpureo

di piume — un tavolino leggero con sopra due vasi di _mourrhina_,

e dallo xysto vi entrava il profumo dei fiori che riscuote come la

musica, ed ammalia come lo sguardo. Le più fredde virtù si sarebbero

fuse sotto quei raggi d’oro della eleganza e dello amore.

La indolenza è una felicità. E la felicità è orizzontale.

Lachesis poteva rompere lo stame di quelle due vite. Esse avrebbero

veduto nel Tartaro con occhio eterno le prospettive magiche di quei

novissimi istanti!

O Amore! giocondissimo iddio, tu non puoi rendere la creatura

continuamente felice col medesimo oggetto, a dispetto di ogni promessa

e malgrado le più seducenti speranze. Bambino, non prendi persona, nè

invecchi. Muori e rinasci. Da secoli infiniti le tue vampe si allumano

e si spengono nel cuore istesso. E se vi hanno anime le quali bruciano

senza farsi mai cange, esse usurpano il tuo nome, o Amore, e calunniano

la tua nobile ed infedele esistenza. Sono caparbi — indifferenti — rosi

dalla noia — impigriti dalle abitudini — dimezzati dal disgusto. — Sono

ipocriti od imbecilli, che natura diseredava.... ed io li so, ed ognun

che mi legge li nomina della sua mente.

Nella _fauces_ presso l’atrio di quella casa erano seduti per le

terre Chresto e Methe Cominiæs, due schiavi, l’uno di dieciotto,

l’altra di sedici anni. Giuocavano cogli astragoli. Gli gittavano in

aria sul dorso della mano a uno, a due, a tre, a quattro, a cinque

e li raccoglievano sulla palma. Bisognava esser destri e prestarvi

attenzione. La fanciulla vinceva. — Chresto badava più ai di lei occhi

che ai _tari_.

— Tu fai sempre il colpo del carro, o il colpo dello avvoltoio. Di’, a

che pensi così distratto?

— Penso.... penso al nostro padrone Aulo Vezio, il quale mangiava le

sue allegre cene sui piatti della bilancia di Temi ed ora Byrrhia le

digerisce per lui.

— Vuoi che intisichisca per dolore?

— Mai no. La sua disonestà non la inghiotto nè sputo. Ma cacciare il

chiodo sì presto nel muro!

— Per ribadir l’altro.... Gli è perciò che tu....

Il giovinetto drizzò lo sguardo nuovamente sul viso pallido, sulle

linee delicate e fine, su tutta la persona appetitosa che avea dinanzi,

e quello sguardo acuto impedì che la frase si terminasse. Ma ei la

compì, pronunciando per sè medesimo:

— Perchè non mi promette una serie di giorni felici!... La donna qui

è tra la terra ed il cielo. La poesia la esalta lassù nelle nubi. Chi

passa la ghermisce e l’ha.... _Res fragilis!_ O spettro di Vezio, quali

corone tu aduni in questi giorni nell’urna delle tue ceneri!

— Chi deve.... prometterti felicità, o Chresto?

— Chi?... Una fanciulla che da parecchie notti mi vieta il sonno e

che forse si destina ad uomo che val meno di me. Apparterrà ad un

imbecille, all’_atriensis_, allo _structor_, che apparecchia il desco,

od al _coquus_, quello animalaccio venuto di Sicilia, il quale ruba la

riputazione che gli danno.... Ed io l’amo e la merito, per Ercole!

— Nel mentre, o Chresto, tu ristai melanconico e dubbioso dinanzi

all’_ostium_, non ti avvedi che la desiderata ritira i _pessuli_

dall’uscio ed attende che tu lo spinga!... Io sono nella luna di mele

del tuo e mio primo amore e provo in ascoltarti e in vederti delizie

ineffabili.

— È egli vero? Vuoi tu essere la mia _contubernalis_?

— Ma che chieggo io a Venere sacra dal dì in cui venisti sul mio

sentiero?

— Vieni tra le mie braccia, _lux mea_. Non essa oggi la sola felice.

Anche noi! —

Salirono al piano superiore ed assaporarono l’ora presente coll’audacia

di chi non teme i tradimenti dello avvenire ed obliarono le tristezze

cuocenti del giorno svanito. — La felicità è di gaio umore; non può

star chiusa; è meridionale; esce di casa e va via ciarlando. Gli è

perciò che dieciotto secoli più tardi, interrogando i muri della mia

offesa Pompei, vi lessi cotesto graffito indiscreto.

_Methe Cominiæs, Atellana, amat Chrestum corde. Sit utreisque Venus

Pompeiana propitia. Et semper concordes veivant._

Presso queste anime piacevolmente innamorate — che dedicavano il

loro tempo alla iddia sorridente e gioconda — altre erano in Pompei

allegre e chiassone, il cui punto di riunione, pria delle Terme,

erano le _tonstrinæ_, luoghi di perdi-giorni, di novellieri e di

ricchi fannulloni. Siccome i Greci avevano il costume di tagliarsi i

capelli e di farsi radere, di Sicilia cotesta moda risalì il littorale

peninsulare e nel 454 di Roma l’uso divenne quasi comune nel mondo

all’Urbe soggetto. Nella età di quarant’anni Scipione Africano si

fe’ radere tutti i giorni, e non fu persona distinta in Italia che

in seguito non lo imitasse. In Pompei la industria dei tonsores fu

dapprima in pien’aria finchè contarono tra i loro clienti i marinai

e la plebe. Allorchè la comoda usanza venne adottata dalla grande

maggioranza dei Quiriti, tornando indietro nobilitata, richiese

eleganti botteghe e stanzucce appartate nei migliori quartieri della

città; graziosi musaici e grandi specchi; _camini portatiles, foculi,

ignitabula, escharæ_, cioè bracieri di varie forme per riscaldarvi

i _calamistri_; piccoli rasoi, adatti allo scopo, detti _novacula_;

larghe e brevi cesoie che addimandavansi _axiciæ_; e sottili mollette,

nominate _volsellæ_. Avvegnachè, in quelle botteghe uno potesse _barbam

ponere_, se volea farsi radere, o _tondere forfice_, se preferiva

corti i capelli; o _pillos vellere_, se piacevasi di quella effeminata

abitudine di farsi carpire i peli colle pinzette sul mento, sotto le

ascelle e in altre parti della persona. Alcune schiave — _ustriculæ_

— erano addette a cotesto ufficio. Altre dette — _tonstrices_ —

spargevano sul mento una specie di pomata che avea nome _psilothrum_

o _dropax_; oppure lo imbrattavano con certa pasta veneta, o resina

calda; che Giovenale chiama _calidi fascia visci_ e quindi coi

_novacula_, estratti dalla _theca_ ricurva, mondavano la epidermide. I

più delicati e schizzignosi si nettavano il corpo dai peli col farli

bruciare dalla fiamma di un guscio di noce, e poi vi facean passar

sopra la pietra pomice.

La _tonstrina_ dinanzi la Palestra delle Terme, dipendente dalla casa

di Olconio Prisco, aveva due botteghe sul margine della via dalle

fontane di Pallade e dell’Abbondanza, e una stanza di retro. Era

affollata. Vi erano giovani che avevano fatto arricciare i loro capelli

coi ferri caldi e si miravano nello specchio per osservare se gli

anelli fossero tutti eguali. Altri erano _inter pectinem speculumque

occupati_. Altri _uno digito caput scalpebant_.

Un giovane che veniva dal Foro, si appressa al primo uscio e s’imbatte

con un cinquantenne che ne esciva ringiovanito per la patina esterna. E

scherzando gli dice:

— _Dispeream!_ Philomuso, se potea riconoscerti. Ti aveva incontrato

cigno stamane nella _salutatio_ presso Pansa ed or ti ravviso corvo.

Ah! Ah!... Credi tu d’ingannare Proserpina? La fuligginosa iddia ti

strapperà la maschera. _Cave!_

— Seguo la moda che in Roma trionfa. Sembra che la canizie debba essere

abolita. Ed io l’abolisco. — Ma, avviso per avviso, o Mathone. E tu non

giuocare con Glaucia presso il gladio di suo marito tribuno. — _Cave!_

— E che ho io a temere?

— La pena degli adolescenti.

— Oh! Il taglio è vietato or dalle leggi.

— È forse permesso quel che tu fai?

— E anch’io un avviso, se lo consenti. Non appressare la face d’amore

alla lucerna fumosa di Clancia, la vedova di dugento mariti. — Buschi

nomèa di avaro e nol sei. —

— Rientro nella vita comune e seguo il tuo esempio. _Vale._ —

Philomuso andò via, e Mathone entrò nella _tonstrina_. Uno che si era

fatto radere ed allora si faceva arricciare i capelli, ricurvo sotto

l’azione del calamistro, dice:

— Salve, o amico. Che diceati la sciupata di quel buontempone?

— Vuoi parlare della sua amante, o Tongilio?

— No, della sua lingua che taglia e fende.

— _Nugæ._ Astonio lo ha ringiovanito che sembra un risorto. Mio padre

il conobbe biondo. O perchè il festi nero, o Astonio miracoloso?

— È la tinta in favore per gli uomini. Per le donne il rosso ardente.

Vedesti Levina di Bleso, per la festa delle _Palilies_, alle none

di aprile? Per lo anniversario della fondazione di Roma essa adottò

il nuovo colore. Durante il giuoco troiano — che il giovane Ascanio

creò in Alba a ricordo della patria distrutta — i cavalieri che si

avanzavano nel Foro in ordine di battaglia non miravano che a lei

bellissima e, pel color dei capelli, innovata. Le donne ne ingelosirono

e la imitarono. Nei teatri e nei templi omai non vedi che chiome

ardenti. — Torneranno brune al cader della moda.

Vacerra — un ch’era nella bottega — già sbarbato e terso, si leva dal

seggio ed aggiunge:

Pompei · 第 17 / 30 段