dall’anima la melanconia sospettosa che invischia i pensieri di chi ama
potentemente e teme. Lungo il tragitto, tutti lo salutavano. Egli però
alcuno non vide. Nè anche il selciato pareagli più quello che con passi
indifferenti tante volte aveva calcato. Tutto prendeva un’anima. Tutto
si trasformava al suo sguardo. Perchè dietro quelle mura che cingevano
il tempio e fra quelle colonne di stucco era la donna che sola a lui
donna sembrava, eravi il cuore per cui notte e dì il suo pur palpitava.
Nel varcare la soglia, ei la vide seduta sur un banco sotto il portico
a sinistra. Nell’atto che vèr lei corse, essa levossi. E in tutta la
sua gentile persona era una gaiezza serena, luminosa, infantile come la
speranza, rischiarata dal suo sguardo azzurro e profondo.
— Ebbene, ζωη και ψυκη, dolcissimo amore, qual nuova?... Che rispose
tuo padre a Babinio?.... E tu, richiesta, che a lui?... Ei, cittadino
romano,... tu mia eguale.... sai?... —
La bellissima fanciulla distese la piccola mano affilata e bianca che
risplendette come una perla sulla mano bruna di Vibio. Quindi:
— Tutto so, o mio... Il padre lieto, e io lieta.... Ciò venni a
dirti.... Oh! I nostri cuori sono le due ali che sollevano un’anima
sola sino al trono di Venere Urania che a noi arride propizia. —
Quella soave creatura era tale da avvinghiare immediatamente un cuore,
e più e più quello che allor batteva dinanzi a lei i segni della vita
e della felicità piena. Ella era in una età in cui le impressioni sono
vertigini. Aveva biondi i capelli — non di quel colore rossastro od
ardente che venne alla moda dopo il conquisto delle rive del Reno e
che procurò ricco mercato a chi portò in Roma, in Capua, in Herculanum,
in Pompei le capigliature dorate delle donne dei Catti, dei Sicambri e
dei Germani. — Le sue chiome erano un’aureola che rivelava inquietanti
delizie alle bocche che vi si sarebbero posate. I suoi occhi cilestri,
da cui veniva un così dolce lume e tanta soavità di sguardo, erano
carichi di carezze, di amplessi, di baci. Il naso piccolo e un po’
sollevato aveva un sorriso come l’hanno le labbra; ed anche queste,
spiranti nella breve curva la innocenza e il candore; ed il collo
svelto ed alabastrino; e la persona spigliata; e le proporzioni delle
statue di Fidia; e la grazia decente dello incesso trasportavano
l’anima nelle regioni armoniose dove si obliano tutte le amarezze della
vita.
Pompei era invero la città del mondo in cui la grande divinità pagana
— che ogni culto posteriore non seppe mai disertare — era adorata con
entusiasmo maggiore. Vibio anch’esso nella età prima aveva sacrificato
alla onnipotente iddia. Ma la sua sviluppata intelligenza e il suo
fine criterio avevano calmato le irrequiete smanie e dettogli che pur
erano nella vita migliori problemi da sciogliere. La religione antica
l’ebbe tra i suoi miscredenti. Le sensazioni del cuore gli aprirono un
più largo orizzonte. Studiò i principii della fede novella. Sfatò ciò
che gli parve vaporosa illusione e fanatismo di neofiti. Pur l’uomo per
lui rimase uomo, e di tutti gli dei compose un solo dio — dio clemente,
misericordioso, benefattore.
Or, un giorno lo amore — il quale non ha poi nel turcasso quei dardi
avvelenati che i poeti melanconici vi hanno immaginato — usò una delle
sue solite ribalderie, e fece passare dinanzi i suoi sguardi la bella
ed innocente Melissæa. Stimava molto Demophilo. Ed ei carezzò quel suo
fiore bellamente sbocciato nella solitudine della sua mente. A poco a
poco una passione profonda germogliò in quel cuore meridionale. Essa
divenne il suo dio. Essa, la sua Venere celeste. — Giovanezza — beltà
— grazia infantile. — Tutto il fascino di un amore che non costava
nulla alla virtù. — E poi egli amava la donna per intuizione, e il
matrimonio per istinto. Melissæa era bionda, ed il bruno eragli odioso.
— E nel vero cosa è il bruno? È l’ombra. È la negazione della luce.
È una tinta, e nessun colore. Venere era bionda. È biondo l’oro. La
fanciullezza e ciò che scintilla e che allegra son biondi. — La rivide
tra i fiori dello xysto. La seguì una sera nel Pago Felice come si
segue febbrilmente il filo di un sogno dorato. E assaporando un dolce
avvenire; ebbe orrore della tenebra che il circondava. Un violento
slancio dell’anima interrompeva l’ordine del tempo e gli mostrava
le ore ancora velate della sua esistenza. Un giorno nell’Odeon cadde
dalle mani di Melissæa una rosa di Pœstum, bella ed odorosa come il suo
cuore. Ei la raccolse e la chiuse nelle pieghe della sua veste. L’atto
non isfuggì alla fanciulla, e i loro occhi dissero a vicenda come in
tal momento il nodo della vita allacciasse due disparati destini.
Cneo Vibio, alto della persona, di piacevole aspetto, non pativa
tristezza di cuore. Quelle del cervello non le aveva conosciute mai.
E nei suoi occhi scintillava una dolce magia, un certo lume sorridente
— dono del fato, o dono degli atti, che attira le anime piacevolmente
e trasforma i casi che occorrono in nuvole leggere. — E per dir tutto,
era nella età felice per gli uomini pubblici e per gli artisti, in cui
il sole della vita rischiara il sommo dell’uomo — la fronte — siccome
in quella ora del giorno illumina di luce più concentrata ed attraente
l’alta cima dei monti.
— Tu sei la mia iddia, o soave amore. Felice il mio tetto che ti avrà
padrona e signora. Vedi! Non è gocciola del mio sangue che non mi parli
di te. Non una idea delle mia mente che non irraggi della passione che
mi arde.... Dicono che un dio nascesse — imperante Ottaviano Augusto —
in un povero presepe in Galilea. E che le stelle il sapessero. E che le
foreste il salutassero. Ebbene! Quanto or mi circonda è ai piedi dello
amor ch’io ti giuro.
— Le parole che tu mi dici, e che dentro io bacio e ribacio
segretamente, sono le perle della corona che il tuo cuore pose sulla
mia testa, e che mi rende fiera e felice. Io guardo gli altri con
un’aria di regina... il titolo che la tua mente mi diede.
— E lo avrai sempre, o amante e presto sposa. Quest’ora beata non
dovrebbe volare. Afferriamone le ali, che sono i ricordi. Più tardi li
premeremo sui nostri cuori come la mano purissima che a me porgi, patto
di felicità durevole oltre la tomba.
— _Vale_, o mio. Gli dei della patria ti sieno propizi. —
Ed ambedue, colla espressione della gioia sul volto, ripresero la via
delle loro case.
C. Helvio Babinio trovò lo amico consapevole e nella gioia maggiore.
Combinarono che la domanda si farebbe per lettera, e che un’assemblea
di parenti e di fedeli andrebbe ad offerirla a Demophilo e fisserebbe
gli articoli del contratto sopra le _tabellæ legitimæ_, quelle
tavolette che essi avrebbero poi suggellato coi loro _symboli_, come
marchio di guarentigia.
I Digesti riconoscevano _justum matrimonium_ la unione legale composta
in tre diverse maniere. La prima dicevasi _usus_ — per abitudine o
per prescrizione — allorchè una donna col consenso dei suoi parenti
conviveva con un uomo per un anno intero _matrimonii causa_. E se
questi non fosse assente per tre notti da lei, essa diveniva la sposa
legittima e dicevasi _usu capta fuit_. Ma se avveniva il _trinoctium_,
la prescrizione era interrotta, la donna era dichiarata libera perchè
_usurpatio est usucapionis interruptio_. — L’altra addimandavasi
_confarreatio_, cioè consacrazione, allorchè il diale di Giove
benediceva al matrimonio, in presenza almeno di dieci testimoni,
prendendo il frumento dalle mani della sposa — _far_ — impastandolo
coll’acqua piovana e formandone una focaccia, cotta sotto le ceneri
dello altare. Quel _panis farreus_ o _farreum libum_ era assaggiato
dal sacerdote, lo divideva tra gli sposi, esprimendo con questo sacro e
comun cibo come omai tutto dovesse essere mutuo fra essi, amaritudini e
gioie. Le libazioni si facevano di vino melato e di latte. S’immolava
quindi un montone, avendo cura di gittar via il fiele della vittima,
a significare che ogni agrezza dovesse essere bandita nel coniugio.
Siffatta specie di unioni era però principalmente in uso fra i ministri
degli dei, sì perchè gl’ipocriti non ammettevano innovazioni nei
costumi antichi — rotta una maglia, ei dicevano e dicono in tutte le
lingue, addio rete per accalappiare i gianfrulli — sì perchè era la
sola unione che sapesse dare alle mogli loro il diritto di esser socii
al loro ministerio e di partecipare ai profittevoli riti. Dicevasi
_defarreatio_ il divorzio. Se il marito moriva senza figliuoli e
senza far testamento, la donna ereditava i suoi beni quasi propria
figlia. Altrimenti coi nati suoi prendeva parte in eguale divisione.
Nel caso di mancanze, il marito la giudicava in presenza dei parenti
di lei. Se condannata dalle leggi, veniva pubblicamente abbandonata
al castigo della famiglia. I nati da siffatta unione potevano essere
scelti flamini di Giove e vestali. Ed erano detti _patrimi_ i bambini
che avessero vivente il solo padre, e _matrimi_ quelli che la madre
soltanto. Ed assumeva il nome di _pater patrimus_ quel cittadino che
avesse contentamento di figli durante la vita del proprio genitore. —
La _coemptio_ era una maniera di unirsi per reciproco contratto. L’uomo
e la donna si presentavano al magistrato insieme con cinque testimoni,
cittadini romani e puberi e il pesatore delle monete che assisteva a
tutte le vendite — il _libripens_. — Essi ricambiavano un asse — sei
centesimi di lira — e lo _speratus_ diceva alla sua _sperata_:
— _An mihi mater familias esse velis?_
— _Me velle._ —
La donna faceva all’uomo una simile domanda; la _venditio_ era compita.
La _sponsa_ acquistava sul suo sposo i diritti di figlia, e quegli
tenevale luogo di padre. Laonde cominciava a chiamarsi per esempio
HERENNIA EPIDIANI — SABINA BIBULI — DELPHIA AGATHEMERI. E riconoscendo
il marito per padrone, chiamavalo _dominus_. Se aveva un patrimonio
oltre la dote, quei _bona paraphernalia_ li rimetteva al suo signore.
Ma questi erano poca cosa nei primi tempi; poichè il senato all’orfana
di Scipione Africano diede per dote undici mila assi di rame, pari a L.
852.50 di nostra moneta.
La sposa talvolta _in usum suum reservabat_ una porzione della dote
ed uno schiavo — _servus receptitius_, sul quale lo sposo perdeva la
potestà.
Oltre questo matrimonio plebeo — _pro emptione_ — che poi divenne
la unione generalmente in uso — un padrone coniugato poteva avere la
_concubina_, cioè la donna da lui amata, la donna di mezzo matrimonio
che le leggi riconoscevano. Però, a mal suo grado, essa aveva il
libito di sposare un altro, ove cotesto le convenisse. — Gli schiavi
si univano per promessa reciproca, detta _contubernium_. I liberti
chiamavano _pellam_ la donna che con essi viveva. E le congiunte
per _confarreatio_ erano dette _matronæ_. Quelle per _coemptio_ si
gloriavano di essere _matres familias_.
È festa nella casa di Demophilo. Cneo Vibio e gli amici vi sono
convenuti alla prima ora del giorno che rende gli sponsali migliori e
più favorevoli. Il duumviro _jure dicundo_ L. Giulio Pontico presiede
all’atto solenne. Uno scriba redige il contratto. Il padre concede alla
sua cara figliuola la dote di _decies centena_, cioè, un milione di
_sestertia_ — pari a L. 193,749 — da pagarsi in tre periodi, il primo
dei quali avrebbe luogo il giorno del matrimonio. Demophilo aveva fatto
inoltre un ricco presente a Melissæa di vesti, di pietre incise e di
monili d’oro.
Già da lungo tempo gli auguri avevano cessato di combattere la volontà
degli uomini in nome della divinità. Quegli impostori non erano più
curati da alcuno. Ma, sfacciati e impudichi, non mancavano di far
gli auspicii per conoscere la volontà suprema, allorchè trattavasi di
ricchi sponsali. E Thelestis si presentò, facendo smorfie ed inchini
e dicendo avere il giorno innanzi sacrificato al cielo e alla terra
— come ai primi sposi; — ed a Minerva, la iddia della verginità; ed a
Giunone propizia ai casti connubi. Egli aveva veduto nel cielo i segni
favorevoli. E poichè nessuno ne lo consultava, stimavasi fortunato nel
poterli nunciare. Gli era un di quei luridi frati dei tempi nostri
che la melonaggine dei ricchi peccatori e delle vecchie adultere
ingrassa insieme col popolo ignorante e supino. Quale la differenza
tra gli antichi e i moderni? Questi borbottano finanche le stesse frasi
latine. — Demophilo in tanta domestica gioia, voleva dargli il buon da
scialare. Vibio non lo permise, e il fe’ cacciar via dai littori.
Allora Giulio Pontico chiese all’herus della casa se consentiva
_despondere filiam suam_. L’altro, annuendo ai voti per quelle nozze,
aggiunse:
— _Quæ dii bene vertant._ —
E il primo gravemente riprese:
— _Sponsalia et nuptiæ_ non si contraggono che col libero assentimento
delle due parti. Ed una fanciulla può resistere alla paterna volontà
nel caso che il padre le offra a suo sperato, e sposo un uomo notato
d’infamia o che meni una riprovevole vita.... Hai tu, o Melissæa, a
muover lamento di tal fatta?... Poichè non rispondi, e non ti rifiuti
alle nozze, è segno che tu consenti. —
E richiese partitamente ad ambedue:
— _An spondes?_ —
E quei felici replicarono colla favella del cuore:
— _Spondeo_. —
Era la formula della stipulazione che tutti fissavano sulla pergamena
col loro suggello. Vibio trasse dalla sua veste un anello d’oro
massiccio, ottangolare, traforato a giorno con sottile artificio che
nel mezzo di una linea ovale aveva cotesta leggenda in greco:
ΑΦΡΟΔ
ΓΕΝΕΤ
ΔΟΣ
Melissæa accettò quella garanzia del suo amore, quel segno che
moralmente li faceva un essere solo; e subito lo pose nel dito
mignolo della mano destra, perchè credevasi che vi fosse un nervo
corrispondente da quel dito al cuore. Quel semplice dono dovea sempre
precedere il matrimonio.
Convenne fissare il giorno delle nozze. Il calendario romano aveva
segnato col nero i dì infausti — le calende — le none — gl’idi —
quelli che immediatamente li seguivano — i parentali che ricordavano
i funerali paterni — e in generale tutto il mese di maggio. Bisognava
adunque far correre tutto quel mese e la metà del seguente, ch’era
dichiarata l’epoca più felice. — Nello intervallo gli _sponsi_ potevano
_infirmare sponsalia_, cioè rompere i fatti accordi collo scrivere
coteste parole: _Conditione tua non utor_. Era il _repudium_ che
annullava ogni promessa. Ma Vibio e Melissæa non sarebbero stati capaci
di dir quella frase. Il loro sguardo ed il loro sorriso favellavano
le promesse immortali; avvegnachè il vecchio monarca di questo mondo,
ricciuto, rosso per belletto e azzimato, padre alla menzogna ed allo
egoismo, non li avesse mai ammaliati e sedotti. La sposa trasse dal
seno una piccola _bombilia_ di cristallo di roccia, piena di essenza
odorosa e la offerse al re del suo cuore. Ei l’annusò e fe’ un cenno
cogli occhi. Erano uno. Poteva ringraziare sè stesso? Aveva sentito su
pel cervello le carezze senza rimorsi delle ninfe espansive racchiuse
nel prezioso dono della sua gentile regina. Tutti escirono con lui.
— Mio caro collega, se ogni fanciulla somigliasse a quella alla quale
tu desti la fede, lo imperatore non avrebbe bisogno di promulgar leggi
per costringere la gente togata a menar moglie.
— Giulio Pontico, ben dici. Ma tu hai tre sorelle che rassembrano le
cugine di Venere e di Minerva. Nè occorrono editti per toglierle dallo
stato smanioso della nubilità. E so che non passeranno lunghi mesi
e saranno le spose. Hanno parenti raccomandati dalla virtù. E la tua
famiglia è tale a fornir ricche doti.
— Lo penso. E ciò mi toccava il cuore quando pronunciava le parole
formali. Vedi! lo amor di famiglia nel cuore delle fanciulle è come una
gocciola. Scuotila e cade.... Dev’essere così!! —
Manio Acilio, soffermandosi alquanto dinanzi la bottega del farmacista
— occupante uno degli angoli della insula triangolare della via Domizia
— disse con voce bassa a Quinto Lepta — suo socio nella testimonianza
degli sponsali — in modo che chi camminava non lo sentisse:
— Parlano a maraviglia, l’uno perchè non ha sorelle, e l’altro perchè
il padre riccamente le dota. Certo, grossi partiti non mancheranno.
Or si negozia nel menar moglie come per la compera di una casa, di un
podere, o di due cavalli africani. I _sestertia_ sono le principali,
anzi le sole virtù che si cercano in una donna.
— Guai.... oh! guai per colui che le sposa ricche. _Dotata regit
virum._ Il loro orgoglio, le loro esigenze sono una catena pesante
a tirare. Vespasiano come dà il grano alle famiglie, dovrebbe pur
dar le doti. Allora l’amore matrimoniale riprenderebbe il disopra,
e la cospirazione della saviezza celibataria cesserebbe, e tutti
tornerebbero egualmente a pagare cotesta patriotica gabella. Ma gli
è avaro ed ingordo. Compera e rivende. Nè si vergogna di far pagare i
magistrati a chi li chiede e le assoluzioni ai ricchi colpevoli. De’
rapaci proconsoli fa uso di spugna; risecchi gli manda ai migliori
uffizi perchè si bagnino bene e — quando ripieni — gli strizza a suo
pro.
— Che! Tu a torto lo ingiuri. Dovette angariare i popoli per necessità.
Dovette punire i ladri per dovere. Fatto imperatore e trovato il fisco
e lo erario povero e vòto, volle ridurre la repubblica nello stato
di prima e fare che la rimanesse in piedi. E dei denari ingiustamente
presi fece ottimo uso. Non sostentò i bisognosi cittadini consolari,
dando loro un annua provvigione? Non rifece le mura e gli edifizi
di molte città, guaste dal tremuoto e dalle arsioni? E qui ne hai la
prova.
— Sia che vuolsi. Eh! non basta. Saria d’uopo che il pontefice massimo
— sì buono e pio come tu pensi — ottenesse almeno da Venere fisica il
favore speciale e perpetuo per le genti latine che tutte le giovanette
fossero belle. Allora sì che lo Stato avrebbe ragione di confiscare le
successioni devolute ai celibi ostinati.
— Bando agli scherzi. Nel disordine generale dei costumi e delle
abitudini il carico di una moglie può patirlo un cavaliere che abbia
spogliato una provincia come Verre, o tratto un re vinto dietro il
suo carro trionfale, od empito la sua casa e le sue ville di schiavi.
Le donne si contentavano un giorno dei profumi campani. Ora se non
vengono dalle Indie, li gittano schifate alle loro liberte, e conviene
surrogarli con quelli che — a parola di chi gli spaccia — furono
trasportati in Italia malgrado la collera di Nettuno, gli artigli dei
dragoni alati e le zanne delle bestie feroci.
— E i diamanti? E le perle? E le gemme incise? E gli anelli che cingono
tutte le articolazioni delle mani, e che si cambiano in ogni giorno
della settimana?
— E sì! Tiberio se n’ebbe a scandalizzare, e di Capreas ne scrisse al
Senato. Ora la seta tessuta nell’India, sfilata e ritessuta col lino
e colla lana nell’isola di Cos, _ventus textilis, nebula_, e così
trasparente, che se non stretta al corpo con mille pieghe, mostrerebbe
la dermide a traverso, la sfatano. Vogliono _vestis holoserica
bombycina_, tutta filata dal verme.
— Oh! in quanto a me son lieto di facili e poco spendiosi amori. La
bella iddia gli sostenga, ed Iside gli aiuti. Sai? Sulle corna dei buoi
cattivi sogliono legare fascetti di paglia per avvertire chi passa a
non accostarsi....
— Intendo. Nelle fanciulle inquiete e vogliose del nodo erculeo vedi
il fieno sui corni.... O, lascia ch’io saluti Pontico e Vibio che sulla
rivolta tendono al Foro. Io vado da Quinto Poppæo pei suffragi. —
Ai passi frettolosi, gli altri si fermarono, i magistrati si volsero,
e tutti si strinsero amicalmente le mani e si salutarono. Quale per una
via, quale per un’altra.
Ma Lepta, camminando sul margine laterale del tempio alla Fortuna
Augusta, e ripensando ai lieti amori di Acilio, inaccessibili alle cure
ed al carico della famiglia, considerò valer meglio per lui il visitare
la donna del cuor suo che mendicare i voti dallo edile per le prossime
elezioni. Alla vanità il domani. Discese la lunga strada, voltò in
quella Deciale che mena alla porta di Stabia, torse i passi a sinistra
e si volse a diritta verso la porta di Nola. Quella parte della
città era un laberinto di sentieruoli stretti, colle mura delle case
puntellate; e sotto, tegole rotte e marmi spezzati, sparsi sulle corti
e persino sui tetti degl’impluvii. Le dimore dei ricchi erano intatte
od ancora nelle mani degli artefici. Tratto tratto parecchie case
colle aderenti botteghe escivano bianche e ristorate dalle concomitanti
ruine. Qua e là, alcune donne, dagli occhi neri, espressivi, e dalle
bocche fine e graziose, frenando i loro vivaci bambini seminudi,
si facevano sugli usci e sorridendo mestamente a lui che passava,
dicevano:
— Sii il benvenuto in questi luoghi desolati. La tua gravità, la
tua eccellenza abbia pietà delle nostre disgrazie. Se sei uomo di
pubblico affare — le tue sembianze dicono che tu il sia — ripara a
tanta miseria. Le volte crollarono. Le mura hanno lesioni. Se piove,
l’acqua c’infradicia. Gli è come dormir sulla via. Fa’ che non
s’invidino i morti sotto le macerie. Venere ti sia propizia, o nobile
pompeiano. —
Per un cuore innamorato le parole delle donne colpite dalla sventura
sono come le lacrime voluttuose che caddero dalle chiome della iddia di
Pafo al subito uscire dal mare. Le prime inteneriscono. Le altre fecero
sbocciare le rose sotto i piedi divini. I suoi pensieri inebriati
dal profumo di una donna lo trassero ad atti di carità che in altra
circostanza avrebbe negato. Sciolse i nodi della _manticula_ e tanti
assi e tanti denari vi trovò, tanti ne diede. Disse non esser egli
magistrato. — Sperarlo. — Ma amico degli amministratori della Colonia.
Sapere che dall’Urbe sarebbero venuti soccorsi e provvidenze. Le povere
famiglie si racconsolarono.