più frequentata, perchè essendo presso il Foro e la dimora dei ricchi,
chiamava a sè facilmente i servi che li trasportavano in lettiga e li
accompagnavano con lanterne alle loro orgie e li andavano a riprendere
all’alba ubriachi. Nel fondo della taverna sono due porte che danno
accesso alle stanze di ristoro. Grossolane pitture bruttano le pareti.
Alcune presentano oscenità. Un quadro accenna a due uomini che traggono
il vino da un grande otre di pelle che è sopra un carro a quattro
ruote, da cui sono stati sciolti i due muli. Uno mesce a un soldato; e
sotto è graffita la iscrizione seguente: _Da fridam pusillum_ — cioè
— dammi un po’ d’acqua fredda. — Altri giuocano ai dadi e cioncano.
— Altri ancora mangiano presso un desco con due sciupate, il capo
coperto dal _cucullus_, cappuccio soprapposto alla loro mitra. Festoni
di salcicce e di frutti sono sospesi al soffitto di quel dipinto
triclinio.
Tali le decorazioni del luogo. Tale la immonda brigata. — Un beccaio
provavasi a rilevare un sacerdote di Cibele caduto sopra i suoi
cembali produttivi. — Per poco in piedi. Poi per le terre ambedue.
— Un gladiatore mostra le nervose sue membra e brinda a Bacco che il
rese forte e invincibile nei ludi; e promette, nei prossimi, di ferire
Tigris, il numida, e mozzargli il capo, quantunque sia un buon compagno
e l’arteria del suo cuore. — La serva del luogo depone un _crater_
sulla tavola e col _cyathus_ misura il vino che mesce nei _majores
calices_. — Il feroce l’afferra per la vita, e con un ruggito gioviale
la bacia sulla gota. La vipera si volge e gli dà un potente ceffone che
fece ridere gli avvinazzati.
— Brava, Saïs. — Giù, un altro! — Tu puoi sbarbarmi, strapparmi i
capelli e mi piacerà per lo amore dei tuoi begli occhi. — Tò; un altro
bacio!
— E a te un’altra labbrata, Scilex.
— Ah! così?... Ebbene! All’ammenda! Ti coricherai bruco e ti leverai
crisalide. — Miracolo di Marte! —
E il membruto la tolse di peso, quantunque la si dimenasse, e la portò
in un’altra stanza. — Nessuno badò alle sue grida. — Sopraggiungono
due donne. — Una suona una specie di flauto a due canne, detto
_sarranae_. — L’altra accompagna colle naccare i passi di una danza
lasciva. La truppa servile si leva, e salta e canta una turpe canzone.
Il prete di Cibele — pestato in un piede — si alza sonnacchioso,
raccatta i cembali, si contorce e sgambetta cogli altri. Al rumore,
tre che passavano per la via, entrano. Sono Tigris, Cappadox e Syro,
accoltellanti. — Escono dalla stanza Saïs e Scilex. — La femmina offesa
giammai perdona. — Ond’essa, a vendetta, rivela allo amante numida le
millanterie del compagno. Un subito rossore infiamma la fronte dello
insultato. Era un gigante, bruno di carnagione e dagli occhi di iena.
Si morse il labbro inferiore, e col pugno teso:
— Cane rognoso! Mi rubi lo amore e vuoi anche la vita? O Romano, prendi
or cotesto dal figliuol del deserto! —
Il pugno distesogli sul petto fece traballare il gladiatore avvinato.
Dalla parete che lo avea sostenuto, si cacciò innanzi a capo ricurvo. —
Ma tutti gli furono addosso e il ritennero.
— Ha insultato un libero cittadino. — Lasciatemi. — Gli anni pesano al
barbaro. — Lo manderò a Caronte, senza l’asse pel suo tragitto.
— Qui, di piè fermo. — E non vedete che la riflessione il consiglia a
morir di vecchiaia? —
Tulnes — il padrone della tavernaccia — scorgendo che la cosa prendeva
il mal verso, avvertì che i galli già salutavano i primi albori. —
Riscosse il prezzo del ristoro da ognuno, salvo dal sacerdote che
russava, poi che il fecero smettere dal ballo, sotto la tavola. E
mise tutti fuor dell’uscio. — Chi per una via. Chi per un’altra. — I
_lecticarii_ s’incamminarono a coppie verso le dimore, dove la sera
avevano trasportato i padroni.
Le ore notturne di questi somigliavano a capello a quelle dei loro
schiavi. Avevano crapulato — e oscenamente cantato — e portato sulle
spalle le loro amanti — e cioncato con esse — e caduti erano privi
di forza, in poco decenti posture, sui cuscini dei triclini. — Era
un’onta della natura umana il vedere come una grande prosperità avesse
degradato quel gentil seme latino e trascinatolo allo studio raffinato
delle male e vergognose opere!
Nell’_aphrodisium_ di C. Sallustio non udivasi che il monotono
russare dei nove briachi di vino e di vizi. — Lo schiavo incaricato di
vegliarli, tirò le cortine del triclinio e vi fe’ penetrare i chiarori
dell’alba. — Alcune lampade sui loro alti candelabri erano spente o
fumigavano. — Altre ancor mandavano una fioca luce. Il pavimento di
marmo e di mosaico era sparso di veli cincignati, di corone di rose,
di rottami di cristallo e di anfore e di larghe macchie di cecubo. La
_comissatio_ era stata copiosa.
Herma spinse col labbro inferiore il soprano in atto di chi dispregia.
— Crollò il capo e poi disse:
— Oh!.... Ecco i padroni del mondo.... Povera patria mia!.... _Dî vos
eradicent!_ —
VENVS PHYSICA.
SCENE DEL CUORE.
=Anni di Roma 826 — Anni del Cristo 73.=
A ME.
IX.
Sulla via Domizia, in faccia alla dimora del _chirurgus_ Hemos,
reputato per le sue operazioni conservatrici, sedeva una casa
fabbricata sulle antiche mura della città, le quali per decreto dei
decurioni erano state concedute ai mercatanti greci e di altre nazioni
per rizzarvi fondachi a terrazzo in faccia al grande canale del
Sarno, e su di essi le dimore per le loro famiglie. — Il popolo del
vecchio Latium, ed in progresso i popoli che, confederati o domati,
combatterono e conquistarono per lui, consumavano, non producevano. Il
bronzo, l’argento e l’oro carpiti ai vinti, mercè il formidabile pilo,
servivano al ricambio dell’avorio, dell’ambra, delle tazze di vetro,
della porpora, delle pietre incise, delle perle, delle vesti di lana
finissima e di seta, delle belle schiave, dei vaghi e procaccevoli
cinedi, dei piaceri offerti dai cuochi, dai mimi, dai gladiatori, dai
citaristi e dei conforti prestati dagli astrologi, dai sacerdoti e
da altri consimili ciurmatori. Il Quirite si fece aggressore per non
essere conquistato. Educato ed educante alla forza del corpo ed alla
vigoria dell’animo, dichiarò sino dai primi tempi il lavoro essere
faccenda da prigionieri e da schiavi; e sola, unica professione degna
dell’uomo libero macinare il grano e maciullare gli uomini. Fido alla
origine, elevò templi a Giove ladro — _Jovi prædatori_. — In Etruria
fecero spade e lance cogli assi di bronzo, fecero calce colle statue di
marmo. In Capua, in Cuma, in Poseidonia arsero gli artistici monumenti.
In Tarentum, in Syracosion, in Corinthum quei ruvidi soldati giuocavano
ai dadi sui dipinti dei grandi maestri. E quando i signori dell’Urbe
cominciarono a riflettere che le statue e le opere di pennello della
Magna-Grecia valevano ben qualche cosa, Lucio Mummio, uno dei loro
tribuni di militi, disse al nauta incaricato di trasportare per mare
quei capi d’opera a Roma.
— Bada. Se tu gli affondi, e tu gli rimpiazzi. —
I Romani di quei tempi avevano per calendario un chiodo che
martellavano ogni anno con pompa religiosa sul muro del tempio di
Giove nei primordi del settembre. Il giorno avea tre periodi. Una
libra di bronzo fusa in una forma grossolana bastava ai bisogni della
loro civiltà. La industria era affidata agli schiavi, e persino i
poeti escivano da quella classe disprezzata e reietta. — Tetragoni
sui campi di battaglia, sentivano un orrore istintivo pel mare e
l’arsione delle navi era la prima condizione di pace coi vinti. Anche
Ottaviano-Augusto, quantunque avesse vinto in Actium, confessava di
avere uno spavento invincibile dell’acqua. Un editto contemporaneo alle
prime lotte colla rivale Cartagine diceva quel popolo di mercatanti
pria vinti e poi schiavi. I Romani non si sarebbero mai abbassati al
mestiere dei vili e dei menzogneri.
Or il commercio così disonorato dai vincitori e le inutilità dei
forti cuori divenute primo bisogno della vita civile, trassero la navi
cariche dalle sponde lontane, e su di esse i trafficanti e gli artisti.
I quali, ricomprata coi risparmi e colle usure la propria libertà, e
arricchitisi ben presto, dall’Urbe si sparsero, dovunque le opportunità
ed i facili guadagni gli richiamassero. Ne vennero anche presso la
nostra gente in Pompei, dove i Sanniti e i Romani, per uno spirito
di ripugnanza alle idee d’ordine e di pacifiche imprese, fattisi i
pensionari del mondo, mai supponevano che l’oro sì facile a spendersi
finirebbe per non più riprodursi.
La casa sulla via Domizia era spaziosa e dall’alto si godeva lo aspetto
di un magnifico orizzonte — il largo canale colle circolanti triremi —
e sulla pianura, lungo la bella costiera, Oplonti, Retina, Herculanum,
Tegianum, Taurania, Cosa — e sul mare Capreas, la _sellaria_ gigantesca
destinata da Tiberio alle proprie turpitudini; Prochyta, detta da
Giovenale la porta di Baiæ; Pitecusa, cui soprasta l’Epomeo, monte di
forma bizzarra, tremulo ed ignivomo un tempo, in voce di schiacciare
col suo peso il titano Tifeo.
L’atrio, coperto da una larga tettoia rettangola, circondava il
_compluvium_, a lato del quale era un _puteal_, scannellato, di pietra
calcarea. Le pareti allo intorno si abbellivano di pitture — una
cicogna passeggiante tra le ninfee di uno stagno — una nave di cui i
nauti ammainavano le vele — un prato con lepri saltellanti — un poeta
che legge versi ad una fanciulla, con un _locumentum_ ai piedi, ove
erano chiusi i papiri. — Cotesti dipinti erano separati da quadrucci
di maniera, grotteschi, di caricatura, detti _grylli_, eseguiti da
Peireico, messi in uso quasi generale da lui, e gli erano pagati più
cari che non le opere dei migliori artisti.
Il pavimento era in _opus signinum_, incrostato di piccoli cubi neri
che tratto tratto, senza simetria rinserravano pezzi di marmo di tutte
forme e colori. Sur un angolo a sinistra posava inchiodata da un pernio
una cassa di legno, foderata di rame, cerchiata di ferro, guarnita di
due serrature e di numerosi ornamenti di bronzo. Nel fondo aprivasi
un _tablinum_ dal bianco musaico, dalle ricche pitture e dai due
lettucci laterali di cedro di Mauritania, coperti da cuscini di piume.
Gl’Italo-greci pingevano sulle pareti coi colori cementati coll’olio
e colla cera punica per difendere le tinte delicate dall’azione
dell’aria e della umidità. Lo encausto si usava di tre modi — al
cestro sull’avorio — colla cera colorita — colla cera liquefatta al
fuoco. — Quest’ultima maniera faceva il dipinto più durevole. I freschi
meglio pregiati si pingevano sur un intonaco chiuso entro una cornice
di legno che fissavasi sulla parete e poteva ritogliervisi quando si
voleva. I Pompeiani a cagione dei frequenti tremuoti solevano prendere
siffatta precauzione. Collocavano altrove le predilette loro dipinture
e al cessare del disastro le ricollocavano al posto. Quivi erano —
Meleagro, figliuolo del re dei Caledonii, che si accinge a dar la
caccia al cinghiale; ed Atalanta, vergine bella e fortissima, della
cui gagliardia l’altro s’innamorò, — e le nozze di Zefiro che scende
voluttuoso e si appressa alla vaghissima ed addormentata Clori, il
simbolo di tutta la vegetazione. — Dalla parte dell’atrio una spessa
stoffa di Tyro divisa in due _cortinæ_ ne chiudeva lo aspetto. Sul lato
opposto le innalzate tende davano accesso ad uno xysto quadrato con
ambulatorio allo intorno, posante sur un cripto-portico, rischiarato
al di sotto da quattro spiragli a cono che sollevavansi sull’arca tra i
pelargoni e le rose di Præneste. I giardini di tal fatta erano chiamati
_horti pensiles_.
Cotesta casa, rispondente nelle sue varie partizioni a tutti i comodi
di un’agiata famiglia, apparteneva a Demophilo, di Rhodum, che da
dodici anni aveva fissato la sua stanza in Pompei. Numerosi erano i
suoi schiavi e spesso approdavano nel porto le sue navi cariche di
merci. Traeva dall’Africa le lane e i profumi; dalla Spagna, la cera,
il mele, i metalli; dalla Gallia, gli olii ed i vini; dalla Grecia, gli
oggetti di arte e di gusto; dalle rive del Ponto i cuoi e le pelli;
dalla Sardegna e dalla Sicilia, i grani. E tutte queste cose spediva
nelle città interne per suffragare alle abitudini dei ricchi, alle
ricerche degli effeminati, alle distribuzioni pubbliche dei magistrati
e del governo centrale del mondo, obbligato a soccorrere le miriadi dei
venturieri, dei vagabondi e delle popolazioni infingarde, abbrutite dal
dispotismo, affamate di viveri ed assetate di profumi e di spettacoli.
E quantunque Sallustio avesse detto che i Romani _pecuniam omnibus
modis vexant_, cioè, che tormentavano l’oro di ogni maniera; e Cicerone
nel suo libro dei Doveri; _Ne quidquam ingenuum potest habere officina?
Mercatura, si tenuis est, sordida putanda est; sin autem magna et
copiosa, multa undique apportans, non est admodum vituperanda. Nihil
enim proficiunt mercatores, nisi admodum mentiantur._ — cioè: — Che
può uscir di onesto da una bottega? Il commercio è sordida cosa se
tenue; è un mestiere tutto al più tollerabile se coltivato in grande,
e per approvigionare il paese. I mercatori non profittano senza molto
mentire. — Pure il nostro rodiano verecondo, caritatevole ed onesto,
coi suoi modi franchi e leali aveva inspirato la devozione nei clienti
e negl’infimi, la stima negli eguali, ed ogni maniera di onoranza nelle
genti d’imperio e nei ricchi del paese.
E tutto questo Demophilo sapea meritare. Nato in un’isola, il suo
istinto viaggiatore e avventuroso lo aveva sospinto a slanciarsi nello
spazio schiuso dinanzi i suoi sguardi. Apparteneva a quella razza
ardita che scoprì e popolò i nuovi continenti; che disputò alle altre
nazioni i marosi del mare, come i Romani disputavano le montagne,
le pianure e le valli ai popoli che le coltivavano e non sapeano
difenderle. Da giovanetto avea navigato. E la contemplazione del vasto
orizzonte, e l’abitudine della immensità, e il perpetuo movimento
delle onde lo avevano fatto religioso, libero, intrepido, ospitaliero,
silenzioso come la solitudine, poetico come le notti, affabile come le
stelle che guidano i naviganti al porto desiderato.
Alto della persona, di lineamenti regolari e piacenti, un poco curvo
dai pensieri e dai pericoli che aveva bravato, il suo portamento, il
breve sorriso, lo sguardo dicevano la tenerezza del cuore, la fantasia
inquieta della mente e le rassegnazioni della nobile anima sua.
Trattava colla vita come in molti casi aveva già trattato colla morte,
con una inalterabile dolcezza. Le gravi cure delle dovizie, i semplici
doveri della famiglia, lo esercizio delle severe virtù, il contatto
colla miseria che il circondava, la pratica gli avevano mangiato
a lento morso un po’ di poesia, un po’ di corriva bontà, un po’ di
grazia. Ma quello ch’era rimasto non erasi fatto lo egoismo che spesso
va a nozze colla superbia. Era meglio un sentimento melanconico, che
talvolta la gaiezza di un fanciullo derugava e la fede sanava.
Passeggiando sotto il portico dello impluvio, chiuso nei suoi pensieri,
un uomo entra, stende la destra sulle labbra, _a facie_ — ciò che die’
origine al verbo _adorare_ — e dice:
— _Ave._ —
Demophilo pone la mano sul cuore e poi offerendola al sopravenuto,
risponde:
— Anche tu abbi il giorno lieto, C. Helvio Babinio. Quale novella a me
ti mena? Hai mercati a propormi?
— No, amico. — Una cessione piuttosto. — Melissæa, quando tu qui
prendesti fissa dimora, aveva sette anni. Alle none di aprile ne contò
diecinove. I nostri Digesti indicano la età acconcia al matrimonio
allo uscire dalla infanzia — XIV anni pei giovani — XII anni per
le donzelle. — So che tu l’ami come la pupilla degli occhi tuoi.
So che a lei duole staccarsi dalle tue braccia, escire dalla casa
paterna. Finora, cotesta la cagione dei rifiuti. — Avranno a durar
sempre? —
Demophilo sentì la idea sicura e rapida prendergli il cuore. Pur
dominandosi, forzò lo increscioso spettro a rientrare nell’ombra, ed
aggiunse con ansia affannosa:
— Non io. La mia figliuola deciderà.... Quale il nome di colui che
aspira a coteste nozze? —
— Cneo Vibio, lo edile... — Oh! non temere. I tuoi abiatici non gli
vedrai _ambigena animalia_. Nè saran detti _musimones, umbri, canes
ex venatico et gregario_, quasi fossero bastardi, o figliuoli di un
cavallo e di un’asina, o nati di un cane da caccia e di una cagna di
pecoraio. — No. — Quel magistrato ne ha scritto allo Imperatore, e gli
è giunto il permesso speciale _ne turpis maritus vixisset cum coniuge
barbara_. E a te procacciava il decreto che ti accorda il diritto di
cittadino romano.
— Un dono con una mano! Un rapimento coll’altra! Sia! — Melissæa, o
Babinio, è una di quelle creature che di umano hanno solo lo inviluppo,
ancor tutto pieno di celesti profumi, tutto raggiante di lume divino. È
il mio consiglio, il mio tesoro... la vita.... —
E qui premette colla mano il petto quasi frenasse i moti dentro. E
seguiva:
— Le grazie coronarono la sua ragione. Ama le arti, i lavori donneschi
ed i giuochi del pensiero. Se Vibio è accettato — ed io ciò terrei a
grande onore — di gran cuore _despondebo filiam meam_. La interrogherò
per sapere se il suo cuor parli a favore di lui.
— Oh! Non dubitarne. Io credo che le mela e i fiori di granato —
messaggeri della bella e gioconda iddia — abbiano dato giuliva risposta
a qualche vaso di Nola. —
O Babinio indovinava, o il sapeva. Vibio aveva notato la gentile
persona nella necropoli, nei teatri, nei templi. A poco a poco erasene
perdutamente invaghito. E tanto più che la nudrice di lei un giorno gli
disse i rari pregi che più e più l’abbellivano. E saputo da essa come
la fosse nata alle none del quarto mese — ch’ebbe nome da _aperire_,
avvegnachè allora la terra apra il seme alla generazione — le aveva
mandato un vaso fittile dipinto degno dell’artefice e del donatore.
— Un genio alato, avente sul capo una corona di fiori, versa una
libazione sulla fiamma che brucia sur un piccolo altare. Sotto era
un’ape, e accanto si leggeva graffito καλή.
La destinazione era chiaramente espressa dalla libazione che indicava
il dì natalizio e dagli aggettivi di _bella_ e di _soave_ dati alla
pecchia che in greco diceasi _melissa_. Essa aveva risposto con mandare
una corona di modeste viole avvizzite e portata da lei nella vigilia —
mele morsicate, perchè in ogni tempo e presso tutti i popoli il pomo fu
accetto messaggero di amore — e _rosæ vexatæ_, ch’erano il vero incanto
dello amor ricambiato. Marziale in un distico diretto al calore del
cuor suo, si esprime così:
_Intactas quare mittis mihi, Polla, coronas?_
_A te vexatas malo tenere rosas._
«Perchè mandarmi, o Polla, fresche corone? Preferisco le rose appassite
sul corpo tuo.»
— Se così, meglio — χαίρε — Vado a far scaricare una grossa nave
caudicaria in cui ho vino, lardo, fave, schiavi ed acque distillate
dell’Asia. Gli affari sono il lievito del mio peculio.
— _Quidquid tu tangis crescit tanquam favus._ Nettuno ti affidò il suo
tridente, e tu comandi ad Eolo di soffiare a tuo senno sulle vele delle
tue triremi.
— Credi a me. _Assem habeas, asse valeas._ Ne hai? Ne avrai. —
Giammai però io vidi effigiata sul conio della moneta d’oro la faccia
sorridente della gioia intima e di una vita senza rimorsi.
— _Vale._ —
E si separarono.
Intanto che coteste cose si erano pensate e dette tra i due
interlocutori, gli edili C. Vibio e Q. Poppæo, nominati dal popolo a
procacciargli i voti, l’annona e le feste solenni, erano in un vasto
locale presso il porto ad assistere alla distribuzione dei grani fatta
da una corporazione di misuratori. I littori, poggiando le mani sui
fasci, pendevano dal cenno dei magistrati. Una guardia di liberti
custodiva le porte dello edificio, facevano entrare i soli che avessero
una tavoluccia di ligustro, chiamata _tessera frumenti_, e picchiavano
gl’intrusi che non vi avessero diritto.
Nei tempi primordiali della potenza di Roma l’ense e lo aratro
provvidero alla sussistenza del popolo. Quando il gladio rimase
solo nelle mani dei forti, le provincie italiche, sottomesse al suo
impero alimentarono le braccia di quei superbi che ormai sentivano
il dovere unico della conquista del mondo. E la Sardegna fu chiamata
_nutrium plebis romanæ_. E la Sicilia _cellam penariam reipublicæ_, e
_fidissimum Annonæ subsidium_. Ma venne un’epoca in cui le frumentarie
di Roma che esportarono i loro grani nei più lontani paesi, dovettero
chiedere anch’esse un alimento vergognoso al loro fertilissimo
suolo. Il Governo ne procacciò dalla Gallia, dal Chersoneso-Taurico,
dall’isola di Cipro, dalla Beozia, dalle Baleari, dalla Spagna,
dall’Egitto e dall’Africa. Il Mediterraneo divenne il vero lago
romano, facile via dai paesi frugiferi lontani. Si creò il Prefetto
dell’Annona, magistrato importante che veniva subito dopo i Consoli.
Era suo còmpito mantener l’abbondanza nell’Urbe. Pompeo ne fu investito
per cinque anni; ebbe quindici luogotenenti scelti tra i senatori;
ed al còmpito immenso aggiunse un potere immenso che gli permetteva
disporre a libito del pubblico tesoro, di muovere eserciti, di armare
navigli, e di essere nelle provincie il sopra ciò dei governatori
medesimi. I grani si prendevano per contribuzioni o per compra. Si
tenevano in serbo nei paesi frumentari e a seconda del bisogno una
flotta speciale, detta _sacra_, li trasportava pel Tevere inferiore
alle falde del monte Aventino, ov’era un porto che addimandavasi
_Navalia_.
Una magistratura così potente non poteva piacere all’ombrosa monarchia
repubblicana dei Cesari. E questi istituirono gli Edili nelle Colonie
e i Pretori Cereali nell’Urbe. Nelle prime erano gli eletti del popolo.
In Roma lo imperatore gli sceglieva tra i patrizi a lui più devoti.
Allorchè Caio Sempronio Gracco salì al tribunato propose una legge,
mercè la quale il grano sarebbe stato distribuito al popolo in ricambio
di un _triens_ — circa quattro centesimi di lira — per ogni modio,
mentre al Governo costava un denaro, cioè settantotto centesimi.
Cotesta legge, basata sulla eguaglianza, era iniqua nell’applicazione,
perchè demoralizzava le masse e ruinava il Tesoro. Ho letto su
parecchie pietre funebri del tempo, PERCEPIT FRUMENTUM, volendo gli
eredi del quivi sepolto attestare con orgoglio com’egli avesse fruito
della più bella prerogativa del cittadino romano, l’essere stato
nudrito a spese dello erario pubblico. Un altro tribuno, Marco Ottavio,
l’abolì e vi sostituiva la nuova che ammetteva alle distribuzioni
dell’Annona i soli necessitosi. Al cominciar della guerra sociale,
Livio Druso ravvivò la legge Sempronia che fu in seguito modificata
dalla legge Terenzia-Cassia. Clodio Pulcro limitò con una nuova legge
le liberalità frumentarie ai soli plebei proletari, e tolse un’arma
affilata dalle mani degli ambiziosi che in un popolo affamato avevano
sempre una milizia pronta allo insorgere e ai delitti. Gli è perciò che
dopo una grande carestia, Augusto ridusse a dugentomila il numero degli
ammessi all’Annona e donò dodici _frumentationes_ — una distribuzione
per mese — di proprio.
Così in Pompei. — Sotto il portico del Foro i gratificati andavano a
far constatare il loro diritto e ricevevano l’ordine di distribuzione
in una _tesserula_, su cui era notato il giorno da presentarsi. Gli
Edili facevano misurare a quel portatore cinque modii di grano. I quali
pesavano in media centocinque libbre e per conseguenza ne producevano
almeno ben centotrenta di pane. Il pane cotidiano era adunque del peso
di quattro libbre e quattro once, ossia diecisette once per bocca,
supponendo una famiglia composta di tre individui. Cui aggiunti i
lupini, i ceci, i legumi che si avevano per poco; e le sportule e il
_panariolum_ che i patroni facevano dare pieni di carni e di pesci di
mediocre qualità, sul vestibolo delle loro case, alla folla affamata,
questa sì che poteva vivere; ma l’abbiettezza cresceva e la corruzione
ancor peggio.
Cneo Vibio è avvertito che una donna al di fuori chiede parlargli. Esce
e vede Eulamia, la nudrice nella casa di Demophilo, che lo avvisa come
la sua padrona lo attenda nel tempio di Venere. La buona ed affettuosa
vecchia era contenta; non capiva in sè dalla gioia. E nello andar via
per raggiungere la sua figliuola di latte, parlava tra i denti frasi
inarticolate, accompagnandole con sorrisi e gesti che significavano
forse lo avvenire festoso cui essa credeva.