magnificenza erano molte nella città di Pompei. Quella di Olconio
Prisco. Quella di Pansa. Quella di Sallustio. Quella di Cornelio
Rufo. Quella di Aulo Allazio. Quella suburbana di Tullio Cicerone, e
del ricco negoziante greco Agatocles. Quella di Mevio Apulo, ov’era
il fauno danzante in mezzo allo impluvio ed il celebre mosaico
rappresentante la battaglia di Alessandro il Macedone contro Dario
persiano. — Ognuna di esse è spaziosa quanto il podere solcato dallo
aratro di Cincinnato. E la casa del console Valerio Poplicola — il
quale s’ebbe tal soprannome dal popolo, perchè dopo la cacciata dei
re tolse le scuri dai fasci dei littori, ed i medesimi fasci di verghe
faceva deporre ai piedi della plebe allorchè si aprivano le assemblee
— poteva comodamente essere edificata entro lo impluvio pur dianzi
descritto. E la dimora di quel Catone — che non meno illustrò Utica
colla sua morte, che Roma per la sua nascita — era esigua quanto i
bisogni che quel savio si permetteva. — Cotesti esempi risplendevano
in antico. L’aquila romana non aveva spinto ancora il suo volo
glorioso su tutte le contrade dell’universo. Il Senato non accolto
i re supplichevoli sulla porta del Campidoglio. Nè i generali della
Repubblica distribuito i regni ai loro clienti. — Nei remoti tempi la
riputazione della virtù imponeva un sacro rispetto alla piccola dimora
di un grande cittadino. Nei tempi di cui discorro, il lusso della casa
dava fama al padrone, e si era riveriti per la fastosa ospitalità, per
la magnificenza degli arredi, pei sontuosi triclini, per le colonne dei
cortili, per le pitture delle camere, e pei marmi preziosi e rari che
coprivano le pareti ed i pavimenti.
Pacuvio Bleso era un uomo in sui quarant’anni. Un giorno, preso dalla
malinconia, decise di ammogliarsi. — Diede allora un vale alle gioiose
e procaccevoli avventure, e si sacrò intero ad Aquilia, donna dallo
spirito fecondo e svariato. Era della famiglia Rufa, e nel vederla
ciascuno diceva: «Io la preferisco ad ogni bella.» La sua persona era
il velo trasparente di un’anima pura e soave. Buona cogl’inferiori,
benevola cogli eguali, le sue amiche non l’avevano mai disertata,
come colei che non sapeva urtare nelle individuali vanità, causa di
veri dolori nelle donnesche coscienze. Se nelle intimità avvenivano
involontari disgusti, un suo sorriso, un suo sguardo, una parola
gentile toglieva il peso da ogni cuore e diradava ogni nube.
In quella sera una dolce armonia, un cinguettìo di voci, una splendida
illuminazione escivano dal peristilio, le cui cortine erano aperte dal
lato del giardino giuncato di fiori. L’allegra brigata erasi aggruppata
e disposta con leggi intelligenti. Numilla, figliuola di Osculo, aveva
nel disegno e nella espressione dei suoi lineamenti, quel tipo di greca
bellezza, che le statue a noi tramandarono. Il naso formante una linea
colla sua fronte; gli occhi che aprivano sotto i lunghi cigli neri le
loro profondità di colore azzurro; il collo svelto, l’aitante persona,
le tornite proporzioni palesate dalle graziose muovenze delle membra,
facevano di lei la più avvenente fanciulla che fosse nella Colonia.
Il padre suo, facoltoso, augure e da poco assunto al sacerdozio,
l’amava quanto le sue pupille ed intendeva maritarla ad un cavaliere
romano nell’Urbe. Domna, la figliuola di Agatocles e di Ulissia,
abitanti nel sobborgo Felice, era del festoso ritrovo. La giovanetta,
bruna di carnagione, un po’ paffutella, e soltanto leggiadra per la
sua freschezza. Eravi Arrunzia, moglie del questore Vinicio Oveo.
Sedeva a lei da presso Charmis, il famigerato medico di Massilia dei
Focesi, il quale le parlava in greco, non dovendo un distinto della
sua professione parlare altra lingua, quantunque sapesse che la sua
interlocutrice fosse romana ed ignara. Stranezza della moda, la quale
costringeva ad aver fede in uomini ed in cose — costosi ambedue — e
per sopra ciò inintelligibili! Nè vi mancava una delle migliori amiche
di Aquilia, la innocente, la buona Lollia Valeria, un flore profumato
dalla virtù. Non era bella, ma aggradevole. La bocca grande, le
labbra grosse. I denti regolari, bianchissimi. Lo sguardo attraente,
inesprimibile a traverso la frangia dei suoi lunghi cigli. Avea sedici
anni quando la doventò sposa ad Anneo Nella Ceriale, uom grave, duro
e romanamente marito. Laonde s’ella sentiva il sole nella testa, negli
occhi, nel cuore, egli il freddo calcolo, le ambizioni municipali e i
momentanei capricci. — Erano corse dicerie su cotesta disparata unione.
Gli è che un giorno la giovanetta si avvide che la sua grazia, l’olezzo
dell’anima sua, i cantici affettuosi della sua mente erano accolti con
svagato sorriso e non assaporati. La povera delusa pianse, si nascose
e disperata chiedeva la morte. Ma una situazione nuova venne d’un
tratto a sorreggere la idealità del primo istante delle sue nozze. Un
pegno doloroso, gradito potea consolarla e riallacciare i legami che
la sua dignità di donna offesa le aveva fatto rompere e che stimava
rotti per sempre. Già Pollutia, di L. Cornelio Orfito, era passata col
vagabondo suo cuore ad altre ebbrezze. Nella solitudine di una valle
presso Sorrentum erale nata Flavilla, lo anello di unione tra lei e il
divagato Ceriale. La emozione nuova e nervosa aveva vinto lo egoista.
Lollia, augurandosi una trasformazione duratura per lo avvenire,
consentì a riedere in Pompei. E mostrandosi pubblicamente lieta, i
pettegolezzi stanchi si erano acquetati per lo alimento esaurito.
La giovane Corista suonava per intanto l’arpa nello xysto, sposando
la vibrazione delle corde all’armonia della voce. Essa cantava un
inno all’Amore, nello idioma natìo; e la musica, e il dolce accento,
e la inflessione vocale, tradendo lo ardore secreto dell’anima sua,
innondava di delizio quel luogo, sino a rapire il pensiero e a deporlo
incantevolmente nelle valli amene della Tessaglia, e nei sacri boschi
di mirti e di aranci in Pafo. Pochi, e ad intervalli, badavano alla
bella schiava. La quale parea cantasse per proprio diletto, e lasciava
correre agili dita sulle corde, come avrebbe fatto correre i piedi
sur un prato verdeggiante. Più degli altri Numilla — allorchè nessuno
la interrogava — sembrava viaggiasse cogli occhi nelle regioni ideali
dell’armonia. Essa piacevasi di quest’arte che già s’insegnava come
complemento di accurata educazione, da che Silla avevala nobilitata in
Roma collo esercizio del canto.
La immaginazione, prigioniera delle altrui volontà — appena sente
chiasso e tumulto — rivoluzionaria d’istinto — riprende la sua
indipendenza e il suo isolamento, si seppellisce nei propri capricci,
vola sulle ali dorate di un sogno, o si raccoglie in un pensiero
delizioso; e i suoi accenti ricordano i luoghi secreti e cari ove si
è vissuto la vita di un affetto, ed aprono allo sguardo dell’anima le
raggianti dimore che la lusinghiera speranza apparecchia dopo il sonno
della materia. — La bellissima pompeiana era in mezzo a fantasmi tristi
e graziosi evocati dal proprio cuore, e il suo sguardo fisso e profondo
or volgevasi alla schiava gentile, or alla padrona del luogo. La quale,
leggendo nel pensiero quello che le labbra non ancora dicevano, si
curvò verso di lei, le prese amorosamente la mano e le disse:
— Numilla, la sorte della misera schiava è un errore del fato. Hai
ragione. Convien ripararlo. La delicatezza dei tuoi sentimenti
l’ha fatta libera. — Corista, fletti il ginocchio dinanzi alla
tua liberatrice ed amala come sempre mi amasti, o povera figlia di
Corinto. —
La nobile giovanetta — nello udire così delicatamente tradotto il suo
secreto pensiero — sentì più profondo il fuoco di quel sentimento in
cui bruciano le anime martirizzate dalla sventura, e pianse. E più fu
commossa nel sentir lacrime e baci bagnar le sue mani. Era la bella
greca ch’erasi gittata alle sue ginocchia e spandeva a riprese le
sue carezze or sulla padrona or sulla sua amica, ripetendo nelle due
lingue:
— _Libertas!_ Ἐλευθερία! _Libertas!_ Ἐλευθερία! —
Quindi, levandosi e volgendo la testa indietro, incrociava le mani sul
petto ansimante e diceva:
— O Dei della mia patria! Quante felicità in un sol giorno! —
Gli astanti furono più o meno scossi di quella scena a seconda dei loro
caratteri. Charmis però più di tutti, malgrado le abitudini austere
della sua educazione, che gl’imponevano le reticenze del cuore. Laonde,
appressatosi alla signora del luogo, aggiunse alle parole degli altri —
ch’erano meglio frasi che sentimenti:
— Grazie per lei, per tutti, per me alla grande generosità del tuo
nobile atto. —
In fra tanto che tali emozioni accadevano nello interno, eranvene e
di più vive anche al di fuori. Olympio, in preda a quei pensieri che
indìano un’anima — ed in particolar modo quella di un artista — era
appoggiato colle spalle ad un muro rimpetto ed avea fra le dita una
rosa, la immagine apparente della persona amata. Si tolse dal capo una
corona contesta di erbe odorose e di fiori di granato, l’appese con un
chiodo presso la porta della casa di Pacuvio e tratto uno stile, graffì
queste parole sullo intonaco:
— Corista. — _Vale, mea sava. — Fac me ames._ —
Indi si allontanò. — E sentì nel suo petto quelle cose viventi, sublimi
e sacre ai cuori che le racchiudono — e troppo spesso vacue, ridicole
e misere alle menti profane, verso le quali sono trasportate dal giuoco
indiscreto del fato.
Aveva scambiato pochi passi, quando sentì dietro di sè un confuso
rumore di voci. — Si volse e vide una luce rossastra sul tetto della
casa pur dianzi lasciata. E l’_ostiarius_ suonare una campana ed
urlare:
— Il fuoco! Il fuoco! Chi passa ne avverta la coorte! Sia prevenuto il
prefetto dei vigili! È la casa di Bleso che brucia! —
Olympio corse anch’egli gridando a tutta gola come un forsennato. —
Quanti incontrava erano presi dalla stessa smania. — Ed ecco accorrere
dal posto vicino alle Terme una frotta di affrancati, condotti dai
loro tribuni. — Avevano nelle mani i _pubblici siphi_; le scale; le
secchie; le spugne e gli stracci legati sulla estremità di lunghe
aste; le accette e i graffi di ferro annodati sulle punte di grosse
corde. Cotesta gente penetrò nella casa alla rinfusa con Olympio. —
Lo incendio, sorto nella cucina, lambiva colle sue lingue di fiamma
la soffitta dell’_œcus_. — Le donne e i fanciulli piangevano. — Gli
schiavi domestici — invece di occuparsi di quel sinistro — usavano le
scuri per abbattere gli usci che racchiudevano le provviste. — Olmasio
— il _tricliniarcha_ fedele già affrancato dal suo padrone per la sua
virtù — armato di un nerbo di bue, faceva piovere una grandine di colpi
sulle braccia e sulle teste di quei ribaldi e di altri ancora venuti
di fuori per profittare di quel disordine ed esercitare impunemente le
loro rapine. Le grida di dolore, le cose cadute, lo agitarsi confuso
di chi fuggiva impicciavano potentemente i soccorsi e gl’intelligenti
lavori comandati dai tribuni. — Ma il prefetto dei vigili, Martorio
Primo, architetto della città, e lo edile Q. Postumio Proco, accorsi
cogli operai, coi _saccarii_ — i facchini da grano — e coi propri
liberti, spensero ben presto il focolare dello incendio, senza aver
bisogno di abbattere il terrazzo pensile ed una casuccia vicina — come
altri già proponeva — a fine d’impedire che il flagello si distendesse
più oltre nella città.
Olympio, penetrando cogli altri nella casa minacciata, corse per
le stanze come un limiero per togliere dal pericolo la fanciulla
che amava. E la trova tra le braccia di Cillica — la figliuola del
tricliniarca — ambedue impaurite e bianche, quasi statue di marmo. — Il
riflesso della fiamma parea coronasse di un’aureola raggiante le loro
capigliature.
— Vieni! Salvati, Corista. —
E la prese per mano. — E la condusse verso la strada. — E sì dolce era
la scambievole loro emozione, che camminarono, egli senza dir altro,
essa senza rendersi conto di quel che faceva. — Colà giunti:
— Vedi, o amore, quello che avea graffito per te. —
Al lume delle vampe essa lesse, si strinse al petto dell’amico del cuor
suo e mormorò nella vertigine dei sentimenti diversi:
— Io sono liberta... La buona padrona,... ed una giovane, bella come
Venere pudica,.... cancellarono con atto generoso i destini della mia
vita.
— Oh! I Giunoni sieno ad esse propizi. E i Geni allontanino ogni
disastro dalla casa di Bleso. — Correndo in cerca di te, vidi il danno
non grave. Il fuoco sarà presto spento. Non così quello che mi brucia
il sangue di un amore impetuoso, esclusivo, che ha preso possesso di
tutto me stesso. —
Anch’ella ardeva di quella fiamma. Ma non lasciò fuggire una sola
gocciola della lava che bolliva nel suo cervello. — Era stata molto
infelice. — La emozione nel sentirsi restituita d’un tratto la vita
dell’anima e la vita del cuore, che la crudeltà dei parenti le aveva
niegato, la soffocava. Grosse lacrime le sgorgavano dagli occhi e le
bagnavano il viso. — E l’altro:
— Celeste creatura! — Musa dell’arte mia! — Nati di uno stesso sangue,
l’altrui pietà fece eguali le nostre condizioni. — Come te io sentiva
il vuoto nei luoghi profondi. Come te or li sento colmati da un
sentimento che nega il patto allo spazio. — Consenti tu a chiamarmi...
fratello? —
La giovanetta lo guardò fiso, gli fe’ cerchio colle sue braccia e,
soffusa di subito rossore, balbettò con voce lenta e indistinta:
— Sposo mio!... —
Lo amante, coll’anima innondata di gioia, prese colle due mani il
capo, ch’essa aveva nascosto sul petto di lui, e lo cuoprì di un bacio
di fuoco. Le vere nozze — quelle dell’anima, cui Dio assiste — erano
compiute. Il rituale della legge al domani.
Olympio e Corista si separarono.
La signora della casa e le persone ch’erano venute la sera per
visitarla, accompagnarono questa presso una famiglia amica. Lungo la
via, lamentando lo accaduto ed offrendo consolazioni, ognuno stringeva
sotto la tunica un arnese di argento o di avorio, atto ad allontanare
il fascino ed a distruggerlo.
Intanto Pacuvio, oltre i pensieri che lo tenevano inquieto, e gli
ordini che dava ai suoi servi per lo sgombero delle suppellettili
dalle camere minacciate, aveva il sopracapo di vedersi attorniato
dai proprietari delle case vicine, i quali erano corsi a computarne
il prezzo con lui nel caso che le fossero incendiate. E due vecchi
liberti, arricchiti dalle usure — Cancer e Toctucio — ne addoppiavano
lo esagerato valore, per poi trarne il loro pro, comperando di proprio,
o dividendo coi padroni il grande lucro che avevan saputo ritrarne,
mercè loro, dall’altrui sventura. — Cotesta iniqua speculazione era
stata inventata di corto da Crasso, il censore, lo amico di Bruto
e di Cicerone, che pur dicevasi amico alla libertà e alle antiche
instituzioni della gloriosa Repubblica Romana.
Erasi fatta l’ora del _conticinium_. Laonde, ai tanti rumori confusi
e a quel grido disordinato che aveva empito l’aere sino a quel
punto, avrebbe dovuto succedere un po’ di silenzio. Ma in una città
meridionale lo strepito notturno affievolisce; si tace in qualche
strada; pure onninamente non cessa. — In una storta viuzza, le cui case
avevano sull’uscio lanterne di terra cotta di forme bizzarre, erano
donne assise, o sghignazzanti in piedi e bisticciandosi a proposito
di nulla, poco vestite da un leggero velo di Coa, e qualcuna anche
sdegnosa di quello incomodo velo. — Erano le sentinelle avanzate della
Venere Pompeiana. — Continuando più in giù, traversata la strada
della fontana, il cui bacino è arrotondato, presso una _cauponula_
— locanda di poca importanza — era un soldato allor allor arrivato
dall’Urbe, il quale cercava di metter pace fra tre male femmine che
coi capelli discinti, e gli occhi sbarrati, e le voci alte e roche
se lo disputavano a vicenda con graffi e villane ingiurie. — Vibio
Restituto, che aveva fatto lungo cammino e intendeva riposarsi e —
dalla iscrizione lasciata sulla parete della camera dove dormì, —
pareva preso di fedeltà per la urbana sua, perduta la pazienza, disse a
Clodio — commilite e compagno di viaggio che erasi tratto in disparte —
una breve parola. Lo effetto fu prodigioso. Una secchia d’acqua versata
su quelle furie le rese chete d’un tratto e lontane.
Nelle vie vicine erano ubbriachi che misuravano il selciato coi loro
piedi vacillanti, e si appoggiavano sur un bastone resinoso già spento,
o colle mani aperte, sui muri. — Uno diceva:
— _Ego monere te possum, Miccio. Corrigere non possum._ — Quante volte
dissi allo stomaco: — Per Ercole! Finirai per bruciarmelo il povero
cervello!... E come ho a reggere io che sono _tractator_ nelle Terme
al calore del _sudatorium_, massando e frizionando i bagnanti? Ahimè di
me! —
— Ohe! Miccio. — E di che gracidi? Veramente non è cotesta la tua
strada... _Nemo flammis ustus amare potest._ —
Un altro, urtando in una di quelle pietre ovali — ponti di passaggio
nei grandi rovesci di pioggia — diè una capata solenne sul sasso. —
Alcuni mossero ad aiutarlo; chè il vino fa caritatevole e pietoso il
cuore. — Ma più si provavano a rialzar quel tapino, grondante sangue
dalla fronte rotta e dal naso pesto, e più il ricacciavano per le
terre, cadendovi tutti insieme.
— Ah! _Venus scratia!_ Credeva di aver afferrato il tuo crine biondo...
Ed urtai nel martello della porta del tempio. — Indietro, o beoni...
Lasciatemi tranquillo con lei. —
Non lungi di quella strada cessava il frastuono delle voci lamentevoli
ed irose. Due, sommessi parlavano. — Una vecchia ed un giovane.
— Di’, sei tu quello che ha graffito sul muro il monito della Iddia
pompeiana?
— Fui.
— _Odisti tu nigras puellas?_
— Mai no. Io le amerò sempre.
— Tiche ebbe pietà dei tuoi ardori. — Va sotto il _solarium_. —
Chiama a nome la mia padrona ed essa ti scenderà con un filo la chiave
dell’uscio. — Gli Dei ti sieno propizi! —
Il giovane accorse desioso. — Guardò in alto sul terrazzo sporgente. Un
lume pallido e poi più acceso illuminò i vetri. — Egli mormorò il nome
della donna bruna e salace che da parecchi giorni seguiva per tutto. —
La finestra si aprì. — La chiave discese. Aiutandosi col dito, trovò la
toppa. — Diè due giri e una spinta...
Un molosso senza abbaiare lo addenta e, agitando la testa, gli straccia
la tunica, l’afferra e la straccia ancora e lo tiene. Un vecchio aizza
il cane colla voce e con un bastone trebbia il mal capitato. Il quale
grida, e prega e fa sforzi violenti per fuggire. Ma il cane lo azzanna
per un piede. — Il marito geloso picchia come sopra un sacco di lana. —
E Tiche di sopra sorride. Perciocchè, egli avesse graffito sul muro le
seguenti parole:
_Candida me docuit nigras odisse puellas._
_Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo._
_Scripsit Venus physica pompeiana._
Quando quei crudeli lo abbandonarono, lo scalzo di un piede e
zoppicante, corse verso la crocevia dalla fontana colla testa
di Giunone. Più in giù, alcuni ch’erano fermi dinanzi una casa
dell’angolo, udendolo lamentarsi, gliene chiesero la cagione.
— Il misero giovane — che aveva nome Virgula ed era padrone del
_mycopolium_, nella via di Mercurio, ove vendeva gli aromi in uso pei
sacrifici e pei funerali — stava per rispondere forse una menzogna,
quando vide escire dal prossimo usciolino alcune donne curiose dei
fatti suoi, imbellettate, vestite di toga maschile ed aventi sul capo
tosato una _picta mitra_. — Ebbe orrore del luogo e della compagnia
che il duro fato gli avea procacciato. Quantunque fosse pesto e ferito
in più parti della persona, rifiutò le offerte d’idromele e di vino
caldo da Svezzio, — quegli che aveva restituito lo albergo dello
Elefante. — E partì, appoggiandosi al braccio di Phœbo, unguentario di
sua conoscenza e cliente assiduo di quei luoghi, il quale lo avrebbe
accompagnato a casa, non lungi dalla propria.
L’ora del _concubitum_ — che i nostri padri chiamavano anche
_intempestum_, per indicare che il sonno fa intempestiva ogni
occupazione — era l’ora di veglia involontaria per alcuni uomini
destinati a fabbricare il pane ed a cuocerlo per la comodità dei
cittadini. Cotesti infelici obbligati al lavoro durante la notte, non
avevano intero il giorno feriale mai. Abbrutiti dallo eccesso del loro
còmpito, e dalla miseria; — coperti di cenci e lividi di frustate; —
colle pupille sanguigne dalla veglia e dal fumo del forno; — piccoli,
magri e rasi nel capo perchè i capelli non cadessero nelle impastate
farine; — pallidi e fatti anche più pallidi dalla farina di cui erano
coperti, parevano meglio spettri che uomini vivi. — E siccome per lo
più erano schiavi fuggitivi — e ne avevano il marchio di fuoco sulla
fronte — il padrone gli facea lavorare coi piedi chiusi da anelli di
ferro riuniti da breve catena.
Nelle _pistrinæ_ — così chiamate perchè sino all’anno 580 di Roma ogni
famiglia pestava il grano nei mortai in casa, e le donne fabbricavano
il pane — v’erano le _molæ jumentariæ_ e le _molæ manuariæ_ — cioè
— molini girati dalle bestie o dagli uomini. Nell’isola di Sardegna
sono in uso anche oggidì come ai tempi di cui queste carte. — Nel
centro di un atrio tetrastile, a giusta distanza, erano grosse pietre
cilindriche, simili a coni tronchi, riunite nella parte più stretta.
— Le pietre, porose e di colore grigio-nerastro, riposavano su una
breve base circolare. — La parte del cono fissa addimandavasi _meta
molendaria_ ed era congiunta alla base. La parte mobile del cono
superiore, detta _catillus_, aveva un’armatura di legno fissa presso
lo addentellato libero nella pietra; ed era congegnata in modo, da
sostenere il catillo e da farlo girare, dando al grano il passaggio
graduato per macinarlo, e far cadere la farina nel bacino circolare.
La quale era divisa nelle sue qualità da stacci di crine di cavallo di
varia finezza. — In una camera erano tavole orlate di pietra, ove si
amalgamava la pasta col lievito salato, che aveva il peso di ettogrammi
2.17 per ogni _modius_ di farina.
A diritta delle macine trovavasi il forno. Sotto, il cinerario. —
A lato, un’anfora spezzata, contenente il buono da impolverare la
pala, perchè infornando, il pane non vi si attaccasse. — Sopra l’arco
della bocca, fatto di mattoni, solevasene porre uno come chiave,
rappresentante un _phallus_; e spesso vi ponevano la iscrizione, _Hic
habitat felicitas_. — Presso una parete laterale dell’atrio aprivasi
un pozzo. — E siccome l’uomo fu, è, e sarà sempre un ente pieno
di stupidezze, di pregiudizi e di strane paure, consigliato dagli
interessati sacerdoti, il panettiere riconobbe nella deessa _Fornax_ la
patrona del suo mestiere. E le fece un altarino sul muro e le offerì
pane di fior fiore, acquatico, partico e picentino col mezzo dei suoi
ministri impostori e scrocconi, i quali lo mangiavamo per lei.
Quei miseri operai, cospersi di sudore, noiati dalle mosche, resi quasi
ciechi dal fumo, estenuati dalla fatica, emunti dai sacerdoti, erano di
notte assediati dal rifiuto dei trivi che lor vendeva lo amore per un
pugno di grano. — Gli è perciò che quelle donne erano distinte col nome
dispregevole di _alicariæ_. — Eppure! Quanti miseri schiavi saranno
stati debitori a quelle derelitte creature di un obblìo ben fuggevole!
Il quale, spegnendo per poco il tarlo della disperazione, dava loro la
forza di traversare gli spazi immensi sulle ali che il solo amore — o
ciò che a lui più somiglia — sa aggiungere!
Molte strade eransi fatte deserte. Non tutte. — Tratto tratto udivasi
sul selciato il rumore dei sandali col tallone ferrato di qualcuno
che passava. — Erano i _popes_, i sacrificatori vittimari, — altra
emanazione del sacerdozio — i quali andavano di celato a vendere ai
tavernai la parte dei buoi e dei montoni, offerti dai credenti agli
altari dei Numi, ch’erano di troppo pel triclinio del tempio. — Onde
quei luoghi si chiamavano _popinæ_ ed erano le botteghe di ristoro dei
villici e degli artigiani ordinari durante il giorno; e dei gladiatori,
dei soldati e degli schiavi lungo la notte. — Oltre le carni cotte vi
si vendevano lupini ravvivati nell’acqua salata; fave con cipolle e
lardo; ceci fritti; cavoli crudi a fette, conditi coll’aceto; polenta;
salcicce con aglio. — Tutte cose masticabili con pane di farina d’orzo
e di frumento detto _panis plebeius_. Un pranzo od una cena costava due
assi — dodici centesimi della nostra moneta. — Gli alimenti cuocevan
sempre ed in pubblico. — I banchi che sostenevano i fornelli — sui
quali erano incastrate tre pignatte di terra — vedonsi anche oggi
rivestiti di marmi di varia specie e colore. Sulla loro estremità è
un piccolo gradino che serviva ad esporre i commestibili e a tenervi i
vasi e le coppe. Una tavola di pietra, sulla quale si spezzavano o si
dividevano le porzioni, aveva i pesi ed una bilancia. Il padrone del
luogo era spesso un _lanista_ invecchiato o imbozzito, e perciò non più
adatto ai giuochi gladiatorii. Laonde selvaggio, brutale, vestito di
un _subligaculum_ — mutande di tela — o di una tunica lacera e sporca.
Una donna — detta _focaria_ — facea la cucina. Ed un’altra serviva gli
ospiti, sovente ladri, assassini, beccamorti e schiavi fuggiti dai loro
padroni.