Allora il misero porse il collo al compagno che glielo segò. —

Nell’atto, Proculo, facendo un salto di fianco per isfuggire il colpo

che Antioco gli aveva assestato, mirando come fosse col corpo piegato

innanzi e scoperto, gl’immerge il gladio nel cuore. — Gli schiavi

cogli uncini trassero i cadaveri in una specie di fossa destinata a

ricevere le spoglie degli uccisi. Harpax e Philoxeno, destri e vigorosi

entrambi, si sforzavano indarno in falsi attacchi e in sorprese; si

avventavano, indietreggiavano, si ferivano, ma senza farsi gran male.

Ed il popolo plaudiva alle percosse che credea decisive e pur plaudiva

all’altro che aveva saputo schivarle. Alla fine Harpax afferra la

spada a due mani e si precipita sullo avversario. — Lo scudo ne rimane

spezzato e il colosso cade disteso per le terre. Philoxeno, che ha

ferito il braccio sinistro dal fiero colpo, gli è sopra e gli punge

col coltello la gola. — Le donne s’impietosiscono di quel caduto che la

sventura colpiva ed alzano la palma, gridando:

— _Non habet!_ — Sia salvo! —

Allora quegli ch’era già presto a far da carnefice al compagno — il

quale era forse suo amico — gitta la spada, si curva, solleva di terra

lo sciagurato e lo consegna fuor dell’arena ai destinati a medicar le

ferite, per conservarlo ad altri cimenti.

Dromon e Poenulo si corrono dietro per l’arena. Grondano sangue e

sudore. Si arrestano. — Si guardano con occhi di tigre e si avventano.

— E l’un l’altro ferisce, aprendosi nel fianco e nella coscia due

piaghe profonde. — Sono anch’essi perdonati e vanno via.

Entrano sulla scena Curzio, Charino, Ballion, Prisciano e Curculio.

Sono ignudi, o quasi, e armati di coltello e di lancia. Dal _Catabolus_

escono orsi e cinghiali. — Da una porta, due tori. — Ad una correggia

di cuoio che gli cinge nei fianchi è legata una corda che stringe il

collare di due molossi. Due pigri bufali erano siffattamente allacciati

a due lupi. Gli urli delle bestie feroci e le grida dei bestiari

intronano l’aere.

— La dea Libitina oggi sarà satolla, o Popidio.

— Stragi e omicidi, ecco i trastulli dei tempi!

— Per cotal gente l’arena è il patibolo. — Vita di delitti. — Morte

spregevole.

— Ecco perchè non destano nel cuore alcuna pietà. — E lo sanno. — E ne

fanno soggetto di beffe. — _Sanguis venalis!_

— Ora, colui — di cui la statua equestre è sull’arco a trionfo — si

è fatto lanista, ed ha i suoi accoltellanti _postulatitii_, sempre

pronti a combattere e a morire pei suoi gusti e alla richiesta della

plebaglia. E gli nudre della _gladiatoria sagina_, perchè quella forte

razione di carne gli faccia meglio vigorosi ed abbiano maggior sangue

da spandere.

— Ma tu vedesti nell’Urbe i figli di razze illustri scendere nella

lizza per guadagnarvi il plauso — che omai è serbato alle sole vergogne

— e il frusto di quattromila denari per anno.

— Gli udii pur anche prestar giuramento _uri, vinciri, verberari,

ferroque necari_. — E, gl’infilzi Plutone col suo tridente! meritano

bene il fuoco, le catene, le verghe. — La morte di spada è troppo

nobile per essi.

— Pur mira quel Thytridi che incurante è appoggiato al muro del podio.

L’ho veduto in parecchi ludi e credo sia già scampato da sessanta

vittorie. — Ha il cuoio ben duro, o Sestilio, eh?

— Parmi! — E in Capua ve n’ha pur molti che, ricevuta dallo edile

la palma della vittoria e appesa al loro fianco la spada di legno,

passeggiano sciolti dai doveri della loro professione. Ed uno ne vidi

che in una solennità avea sul capo la _lemnisca_, la corona di fiori

intrecciata da bende. È l’onore più grande cui possano aspirare. —

Intanto che i due amici parlavano, ed altri parlavano. Quale

battaglia! Il rumore di chi combatteva, il cozzo delle armi, le grida

degli sbuzzati e dei moribondi, il mugghiar delle bestie morsicate

e morsicanti, il sangue che spargevasi nell’arena, producevano nel

pubblico una quasi ebbrezza che non si può descrivere. Pareva che gli

spettatori ardessero di combattere; perchè si spenzolavano dai loro

posti, ed urlavano come belve, e gesticolavano come briachi.

D’un tratto altri attori entrano nella scena — due leoni di Africa —

un tigre delle Indie — una pantera pomellata. — Guardano allo intorno

coi loro occhi di fiamma, strisciano lungo il podio, si fermano,

si ripiegano, battono il suolo colla loro coda nervosa, passano

e ripassano la lingua irsuta e assetata sui loro denti aguzzi. Il

tigre si slancia sopra un cinghiale. Il leone azzanna un bufalo sulla

giogaia. La pantera in meno che non si dice ha sbranato un molosso

ed un lupo. L’altro leone — quantunque ferito di lancia nel ventre —

strazia colle unghie e colle zanne Charino. — Gemiti soffocanti. Grida

di dolore. Ruggiti di belve. Scricchiolio di ossa sotto i denti. Il

tigre e uno dei leoni escono dalla mischia ringhiando e satolli. Ed

errano per l’arena, portando nella bocca sanguinosa informi brandelli

di carne.

Sotto il gradino dove sedevano Popidio e Sestilio era uno in sui

venti anni che avea a sè vicino una giovane della stessa età. La

vide animarsi degli entusiasmi della giornata. Gli piacque il suo

naso sottile sur una bocca di corallo. Gli piacquero quei suoi occhi

estatici, selvaggi ed azzurri adombrati dalle chiome bionde, increspate

e copiose. A furia di guardarla sottecchi, s’innamorò delle belle linee

piene, svelte e proporzionate di quella leggiadra persona. La vide

parlare sovente con un uomo che sedevale a lato, e dentro ne ingelosì.

Non sapea dire s’ei le fosse fratello, marito, amante. Più volte volle

rivolgerle la parola per appurarlo. Borbottò qualche frase. — Ma, o

ch’essa avesse l’attenzione altrove, o il fracasso di sotto e di sopra

impedisse lo intendere, gli parve non aver raggiunto lo scopo. Ecco

ch’ella si leva in piedi e col suo corpo rotondo si appressa troppo a

lui. La sentì callipiga e vi posò su la mano convulsa, con una ansietà

voluttuosa. — La pompeiana gittò un grido e si ritrasse volgendo allo

sconosciuto lo sguardo irritato. Il vicino le domandò cosa avesse. E

saputolo, colla faccia che assume un geloso che non ama la divisione

nei beni da lui goduti, apostrofò il giovane:

— Chi fa ciò che non deve, vuole più che non dovrebbe! Insolente!

— Chi ti fa or censore dei fatti miei?

— Giù le mani e la lingua, o le mozzo! — Intendi? È la mia donna costei.

— Ah! la tua donna?... Sta bene! — Nessun uomo in Pompei te l’avrebbe

tocca, finchè tu lo avessi permesso.

— Oh! Sì?...

— Credimi, per Ercole! Sei un uomo ingegnoso. Ora la tua custodia muove

tutti alle prese. —

Il pompeiano non seppe patire il villano insulto. Brandì uno stile che

avea sotto la tunica, ritrasse colla sinistra la moglie, e vibrò un

colpo sul petto del giovane a nascondergli la lama nel cuore sino al

pugno. Il ferito gittò un grido gorgogliante, prosciolse le membra e

cadde morto sulle gambe di Popidio.

Uno a poca distanza, ch’erasi rivolto alle parole della contesa, disse,

levando le braccia:

— È Anicato che han morto! A me, voi da Nocera! —

Erano molti gli accorsi di quel paese alla festa. — Ognuno dal seggio

su cui si trovava, accorreva furioso, e pestando confusamente gli

assisi e i tranquilli, iva bociando:

— Morte ai pompeiani! Gli Dei ci aiutino. —

Ed anche questi infellonirono alla lor volta. — E i più forti che non

avevano armi alle mani, ghermivano i Nocerini e gli scaraventavano alle

fiere. E gli altri alle coltella. — Sangue nell’arena. — Sangue sui

gradini. — La confusione era immensa.

Intanto un uomo insatanassato vien barcollando tra i caduti e i

fuggiaschi.

S’imbatte con Popidio, lo teme avverso, lo ferisce, e va innanzi.

Questi cade nelle braccia dello amico. Trattolo a stento tra quella

calca, di peso, nel _deambulacrum_, lo posa per le terre e se

gl’inginocchia vicino. La ferita ricevuta nel petto era mortale.

— Plilia!... o mia Plilia!... mai più... —

E prese la mano di Sestilio e l’appose sulla piaga per arrestare la

emorragia che gli toglieva le forze.

— A Plilia tutto che mi appartiene. Una delle mie case... a te... in

memoria mia... O Plilia, ultimo amore e forte amore! — Prendi questo

_symbolus_ che racchiude la gemma... la testa di Bruto... guarentisca

le mie volontà estreme. — Affranca i due servi ancor schiavi...

— Iniquo il coltello che ti uccide, o amato Popidio!

— No!... Mi aiuta ad escire da questa immonda cloaca dello impero, ove

io era in ritardo. Veggo già i vasti orizzonti della vita nuova.... Vi

rimaneva — credilo — per lei... per te... Sento che le estremità si

raffreddano... La vista s’indebolisce... non veggo più... Un bacio e

l’ultimo... O Libertà... Italia!...

Era morto!

Dei Nocerini fu fatto empio macello. — Armi — sassi — unghie — tutto

usato per la vendetta dalle due genti. Ma vinse la plebe pompeiana che

aveva la festa in casa. Rari quelli che potessero fuggire o appiattarsi

finchè il furore scemasse. E i feriti, e gli storpiati, e il pianto dei

padri e dei figliuoli corsero nell’Urbe per chiedere vendetta a Cesare.

Il principe rimise la causa al Senato. — E il Senato ai consoli. —

E Vipsanio e Fonteio la ritornarono ai padri. — I quali vietarono

ai pompeiani lo aprir ludi gladiatori nello Anfiteatro per dieci

anni. Disfecero le compagnie degli accoltellanti fatte fuori legge e

sbandirono Livineio Regolo e i primi rissanti dalle terre d’Italia.

_C. Sextilius Ampliatus Acutilio suo._

_Pompeis._

_Maximis et miserrimis rebus perturbatus sum._ — Popidio nostro non

è più. — Il coltello di un Nocerino lo uccise nello Anfiteatro. —

Non so dirti quanto ho sofferto e soffro. — Il suo a Plilia, unica

consolazione della sua vita. — Or, conviene ella sappia la tremenda

novella. A me manca il cuore di scriverle. Agisci a modo, ed evita a me

il doppio danno. _Quid futurum sit, nescio. — Vale._

_Plilia Sextilio suo._

_Neapolis._

_Ego tamdiu requiesco, quamdiu ad te scribo._ Oh! il grande, lo

invincibile dolore per la morte di un essere amato!..... O Popidio....,

Popidio del cuor mio!... Misero! Sentisti tutte le sofferenze del fuoco

che non si spegne... tutte le morsicature del verme che non muore!...

Sono stata per tre dì senza vita esterna, ma pensando... e a lui che

non vedrò più. — Vieni, qui, o Sestilio, e piangeremo insieme. Vieni, e

potrò sopravvivere allo amico mio morto. —

LA STRADA.

SCENE NOTTURNE IN POMPEI.

=Anni di Roma 825 — Anni del Cristo 72.=

A GIUSEPPE LAVRIA.

VIII.

Il giorno finiva — e il quadro che offrivasi agli occhi dei riguardanti

potea dirsi il più splendido che la fantasia di un poeta sappia mai

immaginare. Il sole dechinando celavasi dietro nuvole grandiose e

bizzarre, tinte di sangue. I suoi ultimi raggi infuocati baciavano le

onde quete del golfo ed indoravano le isole — formanti lo asserraglio

del Cratere — dall’Atheneum — il promontorio di Minerva — al capo

Miseno. Il mare immenso, confuso il suo limite coll’orizzonte e

scintillante ai riflessi di quella viva luce, sembrava la fornace

in cui i Titani facessero la fusione e la miscela dei loro metalli.

Vedeansi da lungi bianche vele prendere il colore di quella zona

candente ed accennare al porto, formato dal fiume Sarno là dove

sboccava nel mare, tra i paduli pompeiani e le saline di Ercole,

dinanzi lo scoglio da cui toglievano il nome.

Le vie della città cominciano per poco a farsi solitarie e chete.

Una fanciulla esce canterellando da una casa di gente doviziosa e

s’incammina verso la porta che mena all’oppido di Sarnus. Oltre il

_pomærium_ è un bosco ove una sorgente di acqua limpidissima aveva

riputazione di contenere proprietà salutari. Alla padrona era venuto il

capriccio di berne e la schiava obbediva. Un sentieruolo guidava tra

due verdi prati alla fontana, che gli alberi cuoprivano d’ombra e le

coppie amorose degli uccelli inneggiavano. — I sogni compongono le idee

di una mente giovanile, siccome le violette e le margherite sorridono

tra il fil verde delle erbe e danno tenere occhiate a chi passa.

Corista le ricambiava a quei fiori e deposta l’anfora, ricominciò il

suo canto distratta, ne colse un mazzolino e lo pose tra i capelli

e l’orecchio. Levatasi ed alzati gli occhi, vide presso il fonte,

appoggiato al tronco di un pioppo, un giovane vestito di una tunica

di colore oscuro, dagli occhi azzurri, dalla barba nascente e dalla

copiosa capigliatura bionda, i cui riflessi così bene si maritavano a

quelli dei verdi rami che si curvavano sulle acque. Altre volte aveva

veduto quel giovine nel tempio di Venere e nello Anfiteatro, ed aveva

dovuto chinar le sue luci dinanzi allo infiammato sguardo di lui. Molti

pensieri arruffati le fecero tremante il cuore e arrestossi. Ma il

giovane, indovinandola, con voce soave le disse:

— I miei presentimenti non mi avevano ingannato. — Iside m’inspirava

che in questo luogo sì bello avrei trovato felicità. — Ed io sono

grandemente lieto di qui vederti, o fanciulla, e di poterti parlare.

— E quale interesse ti spinge verso una povera figliuola di Corinto che

i propri parenti hanno venduto?

— Quello che il piccolo Iddio alato mette nel sangue degli uomini

dell’arte mia allo aspetto del bello. Quando primavolta ti vidi, mi

sembrasti apparizione di cielo. — Ed ebbi sempre da quel giorno la

mente piena di te. — E nella casa di Scauro ho dipinto una Venere che

tutto ritrae dalla soave immagine tua.

— Lusinghieri i tuoi detti. — Dallo accento non sembri di queste

contrade. Quale il tuo nome? Ove nascesti?

— Olympio. — Di Athenas. — Di poveri parenti. — Qui venni chiamato

dalla fama per le pitture decorative. E pingo sulle pareti xysti,

foreste, colline, case di piacere ove si giunge a traverso un lago,

piscine, gente che va in battello, che caccia, che vendemmia, e

paesaggi fantastici con animali e con alberi. Pingo pur torri colle

cime verdeggianti di edere e di lauri; pergole sotto le quali gironzano

fagiani, pavoni e pernici; viali di bosso e gruppi di mirto tarentino;

e tra le aiuole di fiori, fontane dalle forme capricciose e bizzarre,

adorne di conchiglie e di maschere di marmo; portici con ricchi mosaici

e con cortine azzurre per guarentire dai raggi del sole; tempietti

ascosi tra gli oleandri della Laconia e le rose di Preneste; sedili

sormontati da un orologio solare sulla punta di un dirupo; statue di

filosofi, delle muse, delle iddie e di Priapo — interprete, stimolo,

dolcezza, delizia di questa razza orgogliosa arricchitasi colle spoglie

del nostro misero paese. —

Qui Olympio si strinse colla mano la fronte, quasi volesse premervi un

pensiero affannoso; quindi, rasserenatosi alquanto, continovò:

— Vedi, o Corista. Un quadro non finito ha per me un indescrivibile

incanto. Lo artefice gode nella inquietezza a nelle pennellate che

creano la composizione.... Ed io or mi pasco di una gioia secreta nel

dirti che ti amo, nel mirare questo abbozzato dipinto, che io non già,

ma tu puoi terminare. — E godo..... E temo..... —

La fanciulla si fece rossa di bragia e, tendendogli la mano:

— Sii il benvenuto nel mio cuore, o Olympio. — Tu non vorrai farne il

tuo trastullo, spero. — Vivo in umile stato presso la moglie di Pacuvio

Bleso. La mia padrona Aquilia mi ama. — Serba questi fiori del bosco

per memoria mia.

— Grazie, o amore. — Sempre qui, sul mio petto. —

E nell’atto che Corista appressò l’anfora al fonte per empierla,

il giovane artefice le baciò amorosamente la tempia. Ed insieme

s’incamminarono verso la vicina porta della città.

Un soldato colle gambe in croce si appoggiava al pilo. Altri quattro

stavano ritti o seduti presso la stanza di guardia sotto l’arco. Poi

che i due giovani furono passati, la sentinella fece un gesto col mento

teso ai compagni.

— Rata ne accenna che è una vestale.

— Per Ercole! — La non farebbe spegnere il foco sacro per la faccia

tagliuzzata del povero Sammanara.

— Lieto compenso e cinquanta colpi di verghe, o Kinnamo. Il suo

incesso, i suoi lineamenti mi ricordano una mia ventura nelle Gallie.

Grazie, o Mnemosine, del dono tuo! —

Incontro ai due amanti veniva barcollando un avvinazzato. Era scalzo ed

aveva la tunica lacerata. — Appena li discerse, cominciò ad urlare con

voci smozzicate:

— Là! Donde venite? — Hai fave o lupini cotti? Ah! Rapisti la mia

Sabina tu! Ridalla al misero Bibulo che la piange perduta. — Ti darò

in cambio un’olla con porri e testa di montone. — Ah! non intendi?

_Damnese bibimus, puer?_ Ti apprenderò il latino io! —

E brandendo un nodoso bastone sul quale appoggiavasi, si piantò

loro dinanzi. — Corista, impaurita, si strinse alla persona del suo

protettore. — Il quale, afferrata la mazza nella punta, la scosse sì

forte che il beone andò per le terre lungo disteso.

— Ah! tu Vuoi ch’io riscaldi la punta del gladio nella tua

iugulare?.... I piedi!... Chi mi tiene pei piedi! Aiuto! Feci le prime

armi con Cesare.... Rispetto al cittadino romano..... —

Gli amanti, affrettato il passo, furono ben presto sul margine presso

la porta della casa di Bleso.

— Salve, o divina creatura. — E il tuo nome?

— Non tel dissi? — Corista. — Quando ti rivedrò?

— Presto. — E un bacio sui tuoi begli occhi. — Vale. —

E l’una entrò nel vestibolo. — E l’altro seguì la sua strada. —

Sulla rivolta, ecco che s’imbatte con cinque o sei giovanastri, quali

coperto il capo di un pileo, quali di un galero di lana, che ridevano,

parlavano alto e parevano esciti anch’essi da una cena inaffiata oltre

misura. Sghignazzando entrarono in una taverna vinaria, ove per solito

vendevasi vino annacquato. E per tale oltraggio fatto al figliuolo di

Giove e di Semele, ruppero i calici e le anfore del povero _ænopolus_

e tirarono innanzi. — E vista mal ferma la porta di una bottega

di _salsamentarius_, la ruppero e sparsero per le terre i pezzi di

maiale affumicato e cotto. Così pure dispersero i budini di un povero

_botularius_, che corse dal piano superiore, ma troppo tardi, per

salvar le sue robe dal mal governo di quei beoni.

Dinanzi il tempio di Romolo s’imbatteva con alcuni, seguiti da schiavi

e da liberti, schiaranti la via con torce o con lanterne di bronzo,

rotonde e chiuse coi vetri. — Gli è che al tramonto, detto vesper,

erano succedute le prime ombre, che addimandavansi _crepusculus_;

quindi era giunta l’ora dell’accensione delle lampade, _prima fax_;

una delle otto suddivisioni delle quattro veglie che costituivano la

notte romana. — Lungo tutte le vie vedevansi luccicare tizzoni ardenti,

lanterne di sottili foglie di corno, di tela oliata e di pelle di

vescica.

Era raccolta una eletta brigata di amici nella casa di Pacuvio Bleso. —

Arricchito dal traffico colla Grecia e coll’Asia, aveva speso migliaia

di sesterzi per abbellire il suo nido. La porta di quercia, ornata

nelle fasciature di _bullæ_ — grossi chiodi di bronzo — aprendosi,

mostrava nel _prothyrum_ — un magnifico mosaico di piccoli cubi di

marmo bianco su cui campeggiava in nero un timone da triremi incrociato

con un caduceo. — A dritta e a manca erano la cella del molosso,

custode rabbioso colle zanne e colla voce; — e quella dell’_ostiarius_

— il portiere — che, armato di lunga verga, chiedeva il nome dei

visitatori. Ascendendo pel piccolo corridoio, un uscio interno apriva

l’adito sur una bella corte quadrata, adorna di colonne doriche di

stucco bianco e tinte in rosso verso la base; le quali formavano un

elegante portico, comodo per l’ombra e per le comunicazioni interne. —

Chiamavasi _atrium_, perchè cotesta disposizione architettonica la fu

inventata in Hatria, repubblica primigenia della nostra nobile Italia,

sedente sul mare, tra gl’Interamni e i Picenti. — Davasi il nome di

_impluvium_ al bacino di marmo di Luni nel cui centro zampillava la

fontana, e a tutta la corte quello di _cavædium_. — Nell’angolo era il

_puteal_, margella di marmo, depositario dei fulmini di Giove, luogo di

devote espiazioni nei tempi etruschi, e più tardi margine del pozzo da

cui si traeva l’acqua pluviatile dalla cisterna.

Dall’atrio si entrava nel _tablinum_, ov’erano gli archivi della

famiglia. E nel _triclinium_, stanza due volte più lunga che larga,

ricca di pitture; di colonne variopinte; di mosaici litostrati; di

statue dorate sopportanti lampade per la notte; di letti triclinari

di bronzo, a meandri di argento incrostato nel metallo, e coperti di

soffici cuscini di piume, chiusi in una stoffa di lana a ricami d’oro.

Eravi pure l’_abacus_, mobile di bronzo, situato presso la parete

centrale, in faccia ai triclini, sui quali i Pompeiani si sdraiavano

a metà nel banchettare, appoggiando il corpo sul gomito sinistro.

L’abaco, nei giorni di festino, sopportava vasi preziosi di vetro e di

argento, adorni di rilievi col nome del padrone e colla cifra del peso;

non che patere e coppe di cristallo, di vari colori. Il ricco mobile

abbellivasi di fasciature e di placche di bronzo cesellato, aventi nel

centro maschere sceniche rilievate di argento; e sopra, statuette di

rinomati artefici greci.

I corridoi laterali, chiamati _fauces_, menavano alla cucina, agli

alloggiamenti degli schiavi e dei liberti, ed al piano superiore, ove

abitava la famiglia.

In fondo dell’atrio aprivasi un portico più lungo che largo, detto

_peristylium_, che uno spesso cortinaggio di porpora riparava dai

raggi del sole e dalle intemperie. Quivi maggiore la magnificenza e la

raffinatezza del lusso. Fra ciascheduna colonna è una statua di marmo.

— Le pareti sono rivestite su tutta la loro altezza di tavole di rosso

o di giallo antico. Le colonne del portico sono di stucco, simulanti

l’oltremare, con leggerissime venature di piriti di ferro. Il pavimento

rappresenta un labirinto in mosaico, fasciato da un meandro greco.

La soffitta è divisa in compartimenti di legno col corniciame dorato.

Nel centro del porticato le cortine sollevate aprono gli sguardi sullo

xysto, giardino pieno di verzura e di fiori, che ha pur lauri e rose

dipinti sulle sue mura, con uccelli svolazzanti o fenicopteri posati

sulle loro gambe altissime.

Sul lato occidentale del peristilio, un corridoio — avente sulla parete

di prospetto una icone pei Dei Penati — metteva a diritta nelle due

camere del bagno, ed a sinistra nello appartamento delle donne, ove

queste abitualmente si tengono durante il giorno per lavorare o per

ricevere le loro amiche. Coteste sale si addimandavano _æci_, e sono

dipinte a bizzarra architettura, con quadri rappresentanti Lucrezia

che fila, e Penelope che tesse, ed Achille con Deidamia, e Venere

nascente dalle spume marine, e Diana cacciatrice, tra uno zoccolo di

fondo nero con busti di donne a coda di delfini, o di uomini terminanti

con ornati capricciosi; ed un fregio di fondo pur nero, su cui sono

fogliami sviluppati in volute con fiori, dal cui calice esce tutta

la parte anteriore di un leone, di un orso, di un elefante. Mediante

una scala di legno si saliva ad un piano superiore, ove solevasi

intrattenere i bambini colle loro nudrici. Sul lato della casa era una

stanzuccia con armadi contenenti i papiri. — Su quello della strada,

il muro sopportava un terrazzo pensile, detto _solarium_, lungo quanto

l’_æcus_, con larghe finestre guernite di vetri, per garanzia del

freddo invernale, e di tele trasparenti per velare il sole di estate.

Sul piano terreno dell’atrio, come su quello soprano, aprivansi le

_cubicula_, stanze da dormire, più o meno adorne, secondo le persone

cui erano destinate; e sull’angolo, nello incavo praticato nella parete

dalla parte del capo, posava il piccolo letto di _citrum_, specie

di cipresso salvatico di Mauritania, di soave odor resinoso, o di

terebinto, o di ebano, o di noce, o di quercia, i più ricchi sostenuti

da piedi di bronzo e gli altri di ferro. I cuscini erano di piume di

cigno, o di lana, ed avevano superiormente coperte di grosso panno o di

pelli di talpa ricucite.

Pompei · 第 13 / 30 段