Si cacciò nel bacino di porfido e vi si distese. — Chiuse gli occhi. —

E in quella specie di veglia gli parve di esser libero di una catena

con cui il suo spirito era stato sino allora legato. Ciò che dentro

pria lo affliggeva, sparito. Sentivasi pronto ad una felicità — non

la intesa e praticata dalla saggezza convenzionale — quella che dà

godimenti veri, meritati, segreti e di un ordine proprio. — Da una

piega della cortina, che abbarrava l’uscio, sino al bacino scendeva

diritto un filo di raggio solare — solco luminoso composto di quanto

v’ha nell’acqua, nell’aria, nella terra e che pur trovasi in date

proporzioni negli animali, nelle piante, nei sassi. — I suoi pensieri

ascesero per quella via sino a Dio, e ritornarono gioiosi a lui su

quella dorata atmosfera. — Mai, come quel giorno! — Si levò, si vestì

della _synthesis_, aiutato da Milphio, ed escì azzimato incontro agli

amici.

— Plilia e Sestilio, andate nelle vostre camere. — Vi troverete

la _vestis cœnatoria_. — Vi attendo nel triclinio. — È l’ora

decima. —

Nel sommo letto si pose Popidio, nello inferiore l’amico, nell’altro la

etera. — Dopo la libazione, i giovanetti schiavi li coronarono di fiori

e giuncarono di rose il musaico. La ricchezza del _pater cœnæ_ esigeva

che la _comissatio_ fosse _recta_, cioè composta di tre imbandigioni.

Laonde nel primo vassoio di argento furono portate uova, lattughe,

olive, fichi e mangiari delicati e leggeri per aguzzar lo appetito. Nel

secondo, stufati di varie sorti ed un arrosto di vitello. Nel terzo,

confetture, mele d’Hymetto con semi di papavero bianco tostati, paste,

e poi altri frutti entro cestelli di giunchi intrecciati, di argento.

— In ultimo, dopo la lavatura delle mani e della bocca, vennero

distribuiti i profumi per togliere di dosso l’odore delle vivande.

La gaiezza dei commensali erasi irradiata sui _pueri_ che servivano

e sul bravo e fedele Hegio, il _tricliniarcha_. E tutti cogli occhi e

coll’assiduità del servizio ne ringraziavano Plilia, la bella ateniese,

operatrice del miracolo.

Anche la luna illuminò quella regione vivente e dianzi sì desolata.

— Andarono a godere del suo pallido raggio sull’orlo dello xisto che

prospettava sul mare. — Gli amanti avevano le mani congiunte. Il misero

dallo abisso, aiutato dalle ali dello amore, era risalito sugli spazi

i più luminosi delle regioni felici. Gli è che Plilia, strettasi al

suo cuore, gli susurrava tratto tratto all’orecchio parole che gli

uomini tutti non sanno ricambiarsi tra loro. — Sestilio abbracciò i due

avventurati e partì.

Essi restarono. Per qualche istante nessuno parlò. Quindi:

— Io ti appartengo, o Plilia. Un legame mi unisce a te, potente,

indistruttibile, eterno. — Quali le nostre labbra, così le anime negli

Elisi. Dammi la tua mano. — Come bella! — Questo anello d’oro serbalo

nel dito finchè tu non perda la memoria di chi molto ti amò. —

Si fidanzarono. — E fu spontaneo e gradito quell’atto, perchè

compiuto tra essi, senza sospetti, siccome gli atti abituali della

loro tenerezza. La donna gli coronò il collo delle sue braccia e così

rientrarono nella casa; e di là, nella prossima, messa a disposizione

di Plilia. — Ore di felicità! — Silenzio gradito! — Solitudine sacra!

— In quel sepolcro era chiuso il supremo contento di due cuori degni

di batter l’un presso all’altro i segni della vita e delle sue brevi

delizie.

— Così per tempo, Halisca, che vuoi?

— La mia padrona è levata, o Sanga. — Il tuo si leva. — Ambi chieggono

si appresti il bagno.

— Ma, se appena la clessidra marca l’ora ottava del mattino!

— Vita nuova!

— E qual genere di bagno?

— Tiepido. — Rammenta che gli unguenti per Plilia debbono sitire di

nardo. — _Hoc age._

— Corro. —

Intanto Popidio sentivasi felice. E nello augurare alla maga che lo

aveva innovato un giorno lieto, dicevale:

— Dalle tue grazie infantili io prendo una forza di carattere che mi

stupisce. — Debbo a te un sentimento di cui non mi credea più capace.

— Ecco, tu cammini.... tu mi guardi.... ed io comprendo il mistero

ch’è tra il figliuolo e la madre. — E se parli e sorridi, io provo una

emozione soave che non so ridire.

— Allora le mie labbra sorrideranno sempre per te. —

E nel vero, Plilia meritava un tanto affetto. — Essa non aveva diviso

continuo le sensazioni che or facea nascere. Ma la simpatia, uno

accordo nervoso tra i due, la omogeneità dei pensieri, la reciproca

bellezza della mente e della persona, facevano sì ch’uno nell’altro

riguardasse il suo cielo.

Preso il bagno, asciolsero. — Quindi deliberarono di andarsene in

villa. Allorchè tutto fu pronto, escirono; e, traversato il Foro e la

via Domizia, trovarono presso la porta di Herculanum un carro a quattro

ruote. Plilia si distese sur un cuscino di seta colmo di soffici piume

di cigno, appoggiando il corpo sul braccio sinistro. Halisca — la

_pedissequa_ — aprì tele distese su sottili bastoni alla estremità di

una canna delle Indie, e con questa _umbella_ la riparava dal sole.

Essa avea nelle mani una specie di palma, fatta di penne di pavone, per

discacciare le mosche importune. Popidio, in piedi, prese le redini e

diresse i quattro rapidi corsieri africani sulla via costeggiante le

mura che menava a Sarnus.

La villa era grande e maestosa. — Aprivasi per una specie di arco

trionfale che serviva di porta e continuava per un viale ascendente,

limitato da alberi di platano e da muri. Una larga serie di gradini

di marmo menava all’uscio della casa, la quale — di due piani,

senza finestre al di fuori, e coronata da un’alta torre rotonda — si

componeva di un atrio spazioso, di un portico sostenuto da colonne di

stucco, ed in mezzo, sopra lo impluvio, un tritone di marmo mandava un

getto d’acqua da una conchiglia che aveva nella bocca. Intorno erano

camere da letto dipinte da greci pennelli. Oltre il peristilio vedevasi

uno xisto assai grande con quattro palme nel fondo per dar ombra agli

alveari e riposo alle api dopo il loro gironzare sui fiori. Presso

quegli alberi erano il timo dell’Attica, la melissa, l’asfodelo, il

citiso, la maggiorana, i giacinti, l’iride, lo zafferano, il narciso. E

poi rose di Preneste, viole di Tusculum, papaveri, rosmarino, basilico,

lentisco, bocche di leone, gigli dal calice di vario colore, altre

rose di Mileto rossissime, di Eraclea, e quelle bianche di Alabanda.

— Da un lato dello xisto era il triclinio. — E al di là per una via

serpeggiante a traverso alberi da frutto e vigneti, dinanzi vasta

piscina, era sotto la pergola un triclinio in piena aria, rispondente

alle fantasie dei villeggianti.

Plilia — al rezzo di quegli alberi, e presso i cespi dei gigli —

splendida di freschezza — pareva un rosaio che alla rivolta d’un

viale solitario sorprende quasi fosse un’apparizione di fate. —

Oh! i felici!.... Popidio nel dolce asilo dimenticava le sozzure di

Roma — le infami mostruosità imperiali — il vergognoso zittire di

Seneca — le piaggerie adulatrici di Peto Trasea, corrette poi colla

morte — gl’imbratti del patriziato — le basse vigliaccherie dei suoi

conterranei. — Spesso entravano nel bosco fitto, ov’era uno stretto

spazio scemo di alberi, e sotto una quercia annosa uno scoglio.

Come la grotta marina di Caprea nei dì sereni e di sole è azzurra;

così quel posto era verde del velo magico della speranza. — Colà o

Plilia o Popidio leggeva Omero, Virgilio e cominciavano nei riposi

le discussioni erudite sulle bellezze del poema di quei cantori

sovrani. O recitavano a memoria le odi di Orazio e di Anacreonte. —

E si baciavano, e ridevano di quelle licenze puerili che i due poeti

bacchici si permettevano. Laonde Plilia diceva:

— _Pipere qui abundat, oleribus miscet piper._

— E qual pepe! ve n’ha a condire tutti i cavoli di Sicilia, o mia.

— Per lo iddio Fidio! Gli era un vecchio di assai scarso pudore — servo

di Cupido, figlio della Notte e dell’Erebo — non di Amore, nato di

Venere pompeiana.

— Io poi credo _amabat linea extrema_: e più per gli altri che per

sè. —

Talvolta rivangavano con orgoglio un passato glorioso alle due patrie

e ragionavano degli antichi legnaggi, della potenza di carattere,

della saggezza mai sorpassata e delle nobili arti. E la sapienza la

individualizzavano sui remoti e sui contemporanei, o la criticavano.

— Grande e poderoso ingegno quello di Cesare. Ma i meriti pel

laminatoio. I vizi pieni e di corsa.

— Augusto potè gareggiare con lui che fu tra i maggiori eloquenti del

suo tempo. Pur, se chiaro e corrente nel dire e magnifico nel fare, ben

corrotto e corruttore, come dei principi è l’uso.

— Malvagi tutti! Tiberio sovrano nell’arte del pesar le parole. Vivi

concetti e soavi apposta. Occhio e dimora dolorosa sul vero. Fretta

crudele nella ferocia. Disonesto poi....

— Oh! l’ostica sua disonestà non inghiotto nè sputo.

— E Caligola? Quali nobili parenti! E quanto vario il figliuolo!

Calzarino d’infamie ove il mondo doveva mettere il piè. Matto.... e

peggiore per non attendere; di quelli che per non aspettare il dolce

fico colla gocciola, lo schiantano dal ramo col lattificio. Malgrado la

grande spensieratezza, attivo molto al bel dire. Ma la bestialità glie

ne tolse la forza.

— Claudio poi, se diceva pensato, era eloquente. Ed emulo di Cadmo

fenicio, di Cecrope ateniese, di Palamede argivo, di Damarato corintio

e di Evandro arcadio, Cesare si piacque aggiungere tre lettere —

tentativo di grafico perfezionamento. — Ma il duo digamma eolico a

rovescio, e l’antisigma, e l’iota modificato durarono quanto il suo

dominio e li vedi ancor nei decreti suoi per le corti e pei templi.

— Sciagurato! Lo pagò bene Aloto, un degli eunuchi, che facea la

credenza per sicurar le vivande dal tossico, omai masserizia di Stato.

La trista Agrippina strappò il testamento ed antepose il suo figlio al

figliastro Britannico — forse correttivo a doppio disastro.

— E cotesto istrione — suo dono — sviato ad arte da Seneca verso il

dipignere, lo intaglio ed il canto, parla imboccato le dicerie già

composte dal falso e lezioso ingegno del suo maestro. E omai rotto

a tutto, uccisa la madre incestuosa e randagia, a Seneca promette e

terrà. Schifosi mostri!

— Omai, i buoni e i tristi spacciati sono. Lo ammazzatore è per via.

I più acuti porgano pure il collo, offrano le vene al cerusico ed

apprestino il rogo.

— Quel che tu dici or mi rammenta Petronio, maestro in morbidezza e

dei più intimi nelle delizie industriose di Cesare. Tigellino ne provò

invidia e per calunnia lo fe’ reo di maestà. Tutto risi e piaceri, non

seppe tôrsi la vita, poi che ritenuto in Cuma. Fattesi segare le vene,

le tappò, poi le sciolse e le ritappò a sua posta per sentir leggere

versi piacevoli. Non potendo battere Tigellino — causa del danno —

fe’ trebbiare gli schiavi. E pria di quietarsi nel sonno estremo cui

si sentiva dannato, mandò a Nerone scritte a mo’ di testamento le sue

ribalderie con tutte le disoneste fogge. E sigillò la pergamena e ruppe

lo anello. Cesare vi trovò le sue notturne invenzioni con Silia, da lei

ripetute a Petronio e, indignato, la confinò.

— Tutto è omai spiantato e guasto.

— Per qual via escirem noi?

— Ecco le mie braccia a siepe del buio sentiero, o Popidio. Ti sia

patria il mio cuore. Il tuo è uno altare per me! —

E que’ miei avevano ragione nella diversa sentenza. Consolante invero

lo affetto. Ma l’atroce agonia d’ogni dì? E le crudeltà in altrui?

E le beffe dei barbari? Ogni santità, profanata. Gli scogli marini

d’Italia, asilo, e luogo di morte per fame. La nobiltà e le dovizie,

peccati gravi. La virtù, certa ruina. Anche il silenzio riguardoso,

delitto. La vita sicura, quella delle spie e dei ladri. Anzi alle spie,

quasi spoglie opimi, consolati e sacerdozi. Ma, per contrapposto a

tanti adulteri dell’anima, eroiche morti come in antico; mogli seguaci

dei mariti scacciati, schiavi e liberti fedeli ai tormenti, amici

difenditori — comodo _sellisternium_, non più per gl’iddii incuranti

gli atroci mali del popolo, sì per posarvi la immagine serena del

crocefisso da Ponzio Pilato, procuratore.

Alcune volte cavalcavano per la villa e fuori. — Od in una biga, essa

menava i cavalli. — O, postisi in una barca sul lago, aiutati dalla

vela e dal timone, si faceano condurre a genio del vento. — Era una

vita d’incanto! — Le vere visioni quaggiù sono gli aspetti di varietà

e di luce che appaiono sulle fronti delle persone amate. E Popidio e

Plilia non videro che i raggi dello amore, i fiori della felicità e il

verde della speranza.

Un giorno venne una lettera alla giovane ateniese. — Aveva talmente

dimenticato la esistenza al di fuori della villa vastissima e dei

poderi, che fu stupita come qualcuno potesse scriverle. — L’aprì — e si

fece pensosa e turbata. — Mirrhyna l’avvisava che la madre peggiorava,

e volea rivederla. — La novella diè doppia ferita al suo cuore. Si levò

pallida, e in uno slancio di tenerezza e di angoscia offerse la lettera

allo amico suo e lo abbracciò.

Popidio per qualche istante non potè leggere. Prevedeva un disastro. —

Quando chiarì la cosa, si levò, e abbracciando la donna amata, disse:

— _Suavis_, ho avuto così stretto il cuore testè, che or non sembrami

amaro ciò che ti dico. — Parti... Va presso la madre... E se il

credi... se non ti costerà sacrificio, ritorna a chi ti ama assai più

che la vita.

— Sempre desolanti cose fra noi: — Separazione crudele! — Che diverrai

tu nell’assenza? —

E sì dicendo pose le sue dita delicate come un velo sulla faccia e

singhiozzò, innalzando spesso convulsivamente il capo e le spalle.

— Egli le assettò sulla testa il _ricam_ — velo lungo e quadrato con

frange, di porpora — che coprì colle pieghe ample il _cincticulum_ —

la corta tunica bianca senza maniche — la strinse al petto più volte,

l’aiutò a salire sul carro e la vide partire per Neapolis in compagnia

di Halisca. Ed egli, saltando sur un cisio elegante, corse verso

Pompei.

La luce era partita. — Le tenebre erano tornate. — Desolato nel giorno.

Vegliante la notte. — Inspirazione — slancio — volontà — desiderii —

tutto con lei.

— Idolo caro della mia fantasia! Creatura amata! Quasi sangue delle mie

vene! O favilla di quel fuoco misterioso che Dio dà e ritoglie. Vieni a

me presto, o io mi muoio. —

Sestilio venne a consolarlo, e lo aiutò a dar pieno corso al suo

dolore, parlando di lei e del suo pronto ritorno. Intanto per offerire

distrazione propose di andare al teatro. — La speranza di ricrearsi

rese accetto il partito.

L’_Odeum_ era un teatro coperto — a lato del tragico — che Quinzio

Valgo e Marco Porcio, duumviri, avevano fatto edificare e collaudato.

Serviva agli spettacoli musicali, alle rappresentazioni drammatiche

e ai concorsi poetici. Potea contenere mille cinquecento spettatori.

Circoscritto in uno spazio rettangolare, la metà infima soltanto

prende la forma di un completo emiciclo. La superiore, tra i gradini

circolari interrotti su ciascuna estremità. I posti riservati — i

quattro primi gradini, cui dava accesso la orchestra — erano l’_ima

cavea_. Poi veniva il _balteus_ che serviva di spalliera ai magistrati,

ai cavalieri, a quelli assisi sul quarto gradino. La seconda _cavea_

divisa da sei scale e composta di diecisette ordini di sedili di

pietra, era riservata al popolo che vi penetrava dai vomitori.

Sulle tessere di avorio, contornate da un serpe che morde la coda, era

scritto CAV · I · GRAD · IV · ANDRIA · TERENTII · Ne presero due ed

andarono al loro posto. Si erano già nunciati i nomi degli attori e le

parti loro affidate. Si era detto il prologo, in cui lo autore confessa

il suo plagio a Menandro e lo scusa, dichiarando valer meglio una buona

imitazione che una mediocre creazione. Il subbietto era cotesto:

— Pamphilo ha sedotto Glycera, creduta sorella di una sciupata di

Andria. — I segni divengono patenti. Ma il seduttore la consola col

prometterle nozze, quantunque il padre lo abbia fidanzato alla figlia

di Chremes. Ma questi, sapendo gli amori del figliuol suo, simula

apparecchi di nozze per iscandagliare i pensieri di lui. Pamphilo ode

i consigli di Davo e non fa resistenza. Ma Chremes, veduto il neonato,

non vuol aver più per genero quel seduttore. — Un incidente stranissimo

disvela come Glycera sia figliuola di Chremes. — Allora dà questa a

Pamphilo, e l’altra che eragli fidanzata, la sposa a Charino.

Facili i versi — ben condotto lo intreccio — lo scioglimento felice.

— Di due commedie di Menandro — l’_Andria_ e la _Perinzia_ — lo

affrancato di Scipione fece questa una, spigolandone tutto il buono. —

Pur quando Davo disse agli spettatori.

« — Non attendete che gli attori escano..... Gli accordi, il

contratto, tutto che rimane a farsi, si compirà là dentro..... Voi

applaudite.» —

Popidio non ne poteva più. — Sestilio, nello escire — perchè lo amico

così voleva — facendo lo elogio delle commedie di Terenzio; sempre vere

e delicate e senza ciniche licenze, gli chiese la sua opinione. L’altro

— che aveva l’anima vagante — rispose, egli preferir Plauto per la

somma vivacità del dialogo. — Lo africano averlo fatto dormire.

— Preferendo l’azione, sarai più lieto nel grande teatro. —

— Sia, — Tu, mio Mentore e senno, da che Plilia è lontana!

Nello escire dal piccolo entrarono nel grande. Le tessere privilegiate

diedero loro lo ingresso in un corridoio a volta che li menò ai posti

sopra la orchestra. — Erano di avorio e portavano da una parte lo

incavo di un edificio teatrale e dall’altro le cifre che seguono

VI. ΑΙΣΧΥΛΟΥ · IB · Avevano posto sul sesto gradino della _cavea_

riservata. Altri corridoi, pure a vôlta, passando sotto la gradinata,

guidavano al primo claustro e alla _media cavea_; una scala poi al di

fuori del teatro faceva giungere direttamente alla _summa cavea_ ed

al culmine dello edificio pel servizio del _velarium_. — Sulla parte

opposta elevavasi una torre quadrata e rotonda al didentro, serbatoio

di acqua piovana, la quale, profumata da essenze, era sparsa come una

nebbia per tubi capillari di piombo sugli spettatori nei calori estivi.

— Nel centro della orchestra elevavasi la _thymele_, o piccolo altare

su cui sacrificavasi a Bacco al cominciare dello spettacolo.

La scena fissa presentava tre porte, le _hospitales_ e l’_aula regia_.

— Fra queste porte nelle due nicchie posavano le statue di Nerone e di

Agrippina.

Si recitava la tragedia _I sette contro Tebe_, la quale veniva chiamata

il parto di Marte. Ma se il Dio della guerra aveva sovente inspirato

lo autore dei _Persi_ di _Agamennone_, dei _Coefori_, del _Prometeo_,

delle _Supplichevoli_ e delle _Eumenidi_, certo ei non ebbe minori

obblighi a quello del vino.

Gli attori sono sulla scena. — Gli adunati, tutt’orecchi in udirli.

— Popidio, noiato, trovava i flauti fuor di tuono, le maschere degli

attori logore, le voci non abbastanza forti per essere intese.

— Che l’architetto Martorio Primo non avesse nozione nel costruire il

teatro di quei grandi vasi di bronzo, i quali portano la voce dall’una

all’altra estremità della sala? Tu rammenti che li vedemmo in Athenas,

in Milo, in Argo e in Sicyone.

— Rammento. Qui costumasi il flauto perchè sostiene la voce, la chiama

se travia, e serve a dare la intuonazione al nuovo attore che entra.

— Qui si costuma quanto vi ha di più odioso per me. Mira Volumnio, il

decurione, che fa! Oh! io non reggo a siffatte scempiaggini! —

Si levò e andò via. — Quel suo vicino aveva tratto un colombo dal

seno e dopo avergli legato una tavoletta scritta nel piede, lo faceva

volare. Altri lo imitarono. — Erano corrieri domestici che i mariti

e gli amanti inviavano alle donne loro. — Sestilio raggiunse l’amico

sulla via di Stabia.

— Tu che da per tutto ti aduggi, oh! certo non ti annoierai nello

Anfiteatro. — La folla che corre da quella parte mi rammenta il grande

spettacolo offerto da Livineio Regolo. —

— Io tornerei volentieri alle mie case.....

— No. Vieni, Popidio, e la maschia scena ti distrarrà. —

L. Livineio Regolo, di famiglia plebea — nato di Lucio prefetto di

Roma — era stato quatuorviro monetale ai tempi di Cesare. Ferito dalla

stessa scure che aveva decapitata la repubblica, amico di Cicerone e di

Bruto, amareggiato dall’ozio febbrile che legano le rivoluzioni morte,

cospirò per la causa a lui sacra. Senatore, Augusto tiranno volle che

venisse raso dal senato. — Invano stracciò le vesti per mostrare le

onorate cicatrici. — Invano parlò de’ suoi meriti. Fu raso. — Cacciato

in esilio in Pompei, per ingraziarsi il popolo si fece editore di ludi

gladiatori e belluari, cioè, di orsi e di cinghiali.

Lo edificio destinato ai sanguinosi combattimenti degli uomini e delle

belve era la riunione di due teatri, siccome il greco nome Αμφιθέατρον,

che i Romani gl’imposero, il dice. Le due orchestre ne formavano la

elittica arena. La quale in Pompei era scavata di man d’uomo tanto al

disotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al di

sopra. Costruito nella parte meridionale della città presso le mura

che guardavano Stabia, l’architettura esterna di pietra vesuviana

non presenta verun ornamento. Nello ingresso del grande vomitorio

settentrionale su due nicchie posavano le statue di Cuspio Pansa

duumviro, padre e figliuolo; ed a sinistra sul selciato di lava che

discende, sono pietre bucate entro le quali era fissa una barriera di

legno, perchè gli addetti al servizio e al mantenimento dell’ordine

non fossero schiacciati dalla folla irrompente. Di là si andava ad un

cripto-portico circolare interno, che per via di scalinate metteva

ai gradini. Questi erano divisi in tre piani — _summa — media — ima

cavea_. — Sopra le vôlte delle due ultime è una serie di arcate che

metteva in una galleria che dava accesso alle scale per escir fuori. Il

primo _deambulacrum_ era coperto. L’altro no. — L’arena era circondata

da un _podium_, alto quasi due metri, difeso da un cancello di ferro

a protezione degli spettatori. Esso è ornato di pitture che presentano

combattimenti di tigri contro orsi, di un cervio contro una leonessa,

di un orso contro un toro. V’ha pure una scena gladiatoria, e si vede

un _lanista_ dar consigli a quelli che debbono accoltellarsi, nell’atto

che altri due assisi aspettano la stessa lezione e che un musicista

saggia le note della sua tromba ricurva, atta a dar lena ai gladiatori.

La prima _cavea_ ha cinque gradini. Ma nelle due grandi parti dello

Anfiteatro è un vasto spazio, chiuso da un breve muro di appoggio che

scende perpendicolare al _podium_, e non ha che quattro comodi scalini.

Gli era il posto riservato alle vestali, ai magistrati ed a quelli

che avevano l’onore del bisellio. — Nel centro del podio occidentale

apresi una piccola porta di quercia, il _catabolus_, per cui escivano

le bestie feroci, chiuse nei covacci sotto la gradinata. — Il sole

d’Italia, volgendo all’occaso, illumina vivamente la scena. E il monte

Vesvius sta muto testimonio della gioia crudele del popolo e della

coraggiosa rassegnazione degli accoltellanti, pronti alla morte per dar

piacere agli schiavi di Nerone che omai dei gloriosi padri non avevano

più che le vesti ed il nome.

Quando i due amici arrivarono allo Anfiteatro, questo era pieno per

modo che sarebbe stato impossibile il trovarvi luogo, se un littore

— riconoscendo in Sestilio il figliuolo del duumviro non gli avesse

condotti — attraversando le file con autorità — in due posti rimasti

ancor vuoti. Già compivano il giro dell’arena cinque coppie di giovani

di alta statura e di membra robuste. Alcuni erano schiavi e costretti

al carnaio. — Altri volontari, e si votavano alla trista professione

per cupidigia, per sete di fama, per disperazione accagionata dai

politici rovesci. Un uomo attempato che li avea sotto la sua disciplina

— il _lanista_ Cneo Mezio Felice — gli chiamò a nome ed in ragione

della forza e della destrezza a lui note, gli accoppiò, armandoli

di gladi taglienti ed aguzzi. Il loro contegno, di giulivo che era,

d’improvviso fu cangio. Ed Harpax guardò con occhio minaccioso l’emulo

suo Philoxeno. — Ed Antioco, il dace Proculo. — E Thytridi, il gallo

Lycon. — Ed Hanthrax, il bruno Polinice. — E Dromon, Poenulo il

cartaginese. — Ora inoltravansi. Or ritraevansi, evitando con arte le

percosse ed i tagli. — Thytridi fu il primo a ferir gravemente sul

braccio lo avversario. Invano egli diede uno sguardo pietoso allo

intorno. Chè, il popolo con urlo di belva, levando il pollice, gridava:

— _Habet._ — Lo ha preso!... Lo ha preso! —

Pompei · 第 12 / 30 段