fave e partisse. — Si rilavavano le mani, battevano dei tonfi su vasi
di bronzo, scongiuravano l’ombra perchè se ne andasse, dicendo per nove
volte:
— Mani paterni, escite! —
Sembra che Romolo instituisse quella festa di espiazione per
rabbonacciare i Mani di Remo ch’ei supponeva errassero irosi sulle rive
dello Stige. E i Latini credevano che le anime di quelli i quali erano
morti di morte violenta non fossero ammesse nei regni bui che dopo il
periodo di anni che avrebbero abitato nei loro corpi sulla terra.
Lasciai libero Eumenes perchè facesse i suoi conti. — Egli ebbe a
bisticciarsi coi libitinari per le spese dei funerali. — Pretendevano
— offendendo lo _arbitrium_ già fatto — esser pagati in ragione della
fortuna del morto. Quei preti ne udirono di dure verità. — Ma che
importava ad essi? Avrebbero presi anche i ceffoni e.... parata l’altra
guancia, purchè i denari venissero. — I conti coll’onesto ed abile
Filone furono presto fatti. — Costarono un orrore quelle feste nel
Foro! — Ma come splendide e bene ordinate! Se ne parlò per più mesi
in Pompei e nei paesi vicini. — Vi fu un po’ di litigio coi beccai per
la valutazione della _visceratio_ — la distribuzione delle carni crude
alla plebe. — Eumenes non sapea dire quali le Arpie più rapaci, quelle
che avean ricevuto o quelle che aveano venduto.
Ritiratosi nella sua camera, posò la lucerna sul candelabro, chiuse la
testa tra le mani e stette così qualche tempo.
— Non vederlo.... non udirlo più! — Nel suo sguardo soave, e dolce come
il mattino è pieno di misteri come la notte, trovava un sorriso, ch’io
salutava con tutte le voci del cuore.... Ah! mio buon padrone, la tua
morte — che non avea sospettato mai potesse arrivare — sarà un’ombra,
una oscurità; una desolazione profonda sulla regione terrestre della
mia vita....
.... Salve, ombra diletta, che per questa casa ti aggiri. — I tuoi cari
figli ch’io vidi nascere — come tu mi conoscesti bambino — i tuoi figli
io gli amerò a doppio nel nome tuo! —
Queste parole erano il vale eterno che il cuore di Eumenes espresse
alla memoria di Aterio Flacco.
I TEATRI.
SCENE DI DISTRAZIONE.
=Anni di Roma 812 — Anni del Cristo 59.=
A MIEI FIGLI, VITTORIO
E LIONELLO.
VII.
_M. Herennius Epidianus Sextilio suo._
_Romæ._
_Apud me est ut volo. — Male, mehercle, de Popidio nostro._ — Sì!
— Un grande cambiamento si è operato nelle sue lettere e nella sua
maniera di essere. — Vengono rare e sconnesse. — Che è egli mai? —
Tu sai come teneramente ami ambedue. — E più penso e meno comprendo
lo scritto sibillino. Qual cosa potette cagionare in Popidio una tale
rivoluzione?... Qui, notai, sullo scorcio del mese in cui ci separammo,
il suo spirito malato, un po’ guasto. Sperai guarisse nel riposo della
provincia. Egli ha carattere sì dolce; sì collegantesi; sì pronto al
ritorno! — Dimmi se il male è profondo. — E, se hai bisogno di aiuto,
io verrò. _Multum vos amo. Valete._
_C. Sextilius Ampliatus Herennio suo._
_Pompeis._
_Si vales, bene est._ Tu mi chiedi con premura le novelle di Popidio
nostro. Ei trascina miseramente la vita. Empie i modii colle sue
sciocchezze. Sono giovane anch’io, e qualcuna ne permetto anche a lui.
— Ma tu vuoi te ne citi?... Per Ercole! Sono nello imbarazzo, perchè
poche quelle che a lui gracile e delicato non nocciano.
Le gite lunghe e a cavallo ed a slascio lo uccidono. — Ed egli corre.
— Le cene prolungate lo sfibrano. — Ed egli crapula. — E fosse pur
lieto dello amore di Plilia!. Mai no! — È farfalla che si agita e
fa i suoi giri intorno alle faci, sinchè — bruciate le ali — cada...
Bello, elegante, culto, dovizioso, nobile cuore, ei distrugge la vita,
sospinto al Tartaro dalla noia che mai lo lascia, non in mezzo ai
divertimenti che meglio desiderava, non nelle braccia di Venere, il cui
cinto non lo sa ritenere.
Tu ambedue conosci. — Crescemmo insieme. — C’istruimmo insieme in
Athenas. — Fummo insieme nell’Urbe. — Ah! Non vi avesse mai posto
il piede! Costì fu colto dal male che lo divora. In cotesta fogna,
splendida di marmi, di porpora e di oro, apprese ad adorare la
Luna e a detestare il Sole.... E qui, quando si leva spossato dalle
tremule coltrici, sbadiglia, ad imitar Cerbero che latra, e chiede
chi lo distragga e lo faccia ridere. — Nè gli adulatori mancano. Sono
nell’Atrio i parassiti e gl’istrioni che lo elogiano e lo ammirano.
— Talvolta egli piacesi delle loro arti, dei loro salti, delle loro
pantomime, delle loro viltà — Talaltra, la noia lo riguadagna e — o gli
caccia brutalmente — o li manda al _tricliniarcha_ perchè sfami il loro
_ventrem iratum_. — Tu la conosci cotesta plebe — razza infame di cui
l’Urbe abbonda e che qui scese a praticare il turpe mestiere. — _Capti
sunt nidore culinæ._ Quell’odore gli attira. — E si credono pari ai
Numi quando possono _gallina tergere palatum_. — Questi i suoi clienti,
i suoi _salutatores_, i quali lo accompagnano di portico in portico,
dalle Terme in via della Fortuna alle Terme sulla via alla porta di
Stabia. — E si bagna e si ribagna. E dalla Palestra va all’Apoditerio;
dal Tepidario al Calidario; dal Sudatorio all’Eleotesio. — Ne esce
slombato. — Misero! Ha appena la forza di dire, fatti — in — là, ad uno
schiavo briaco.
Mi chiama uom da sermoni. Ed io lo prego per me; per te e per lo
affetto di Plilia che ora è in Neapolis. _Vale._
_Plilia Sextilio suo._
_Bays._
_Apud Pliliam recte est._ Una lettera giuntami or ora mi ha
impaurito.... — Popidio non pare già un uomo; _sed litus et aer et
solitudo mera_. Ne sono afflittissima. — Ho qui i miei cari parenti che
mi ritengono. — Altrimenti fosse, sarei volata a Pompei. — Il suo male
è la noia. Ad essa sacrifica e liba come a una Iddia.
I miei greci mai furono così! Eppure, i vostri latini ne dicono tante
ad ingiuria!
Parlai con Acutilio tuo, cui mi raccomandasti in Neapolis. _Ex omnibus
molestiis et laboribus uno illo conquiesco._ — Ma Popidio mi sta fitto
dentro. Attendo la mia sorella Myrrhina con ansia. — Intanto _mater mea
magnos articulorum dolores habet_. — Siegue le prescrizioni di Charmis,
_stagna refusa_, e guarirà presto. Ma io sono sulle spine per amore di
quel caro che soffre. — _Cura, amabo te, Popidium nostrum. — Ei nos_
συννοσεῖν _videmur._
Erano consoli in Roma C. Vipsanio Aproniano e L. Fonteio Capitone.
Reggeva a suo modo le cose del mondo Nerone imperatore!
Giulio Cesare per usurpare il dominio aveva con ogni mala arte corrotto
l’anime dei Romani. Ma già il terreno era preparato dalle grandi
vittorie le quali avevano infiltrato nelle vene del popolo quirite il
lento veleno del lusso colla smania dei capolavori nelle arti e della
opulenza. Sembrava che ognuno dicesse:
— Arricchiamoci e poi ci rammenteremo della prisca virtù. —
Nel mentovarsi un uomo dabbene, incontanente chiedevasi:
— È ricco? — Quanti schiavi possiede? Quante le migliaia di iugeri di
terra? La sua mensa è delicata? Ha piscine e vivai? —
Quando sapevasi ch’era ricco, il prender conto dei suoi costumi pareva
inutile pleonasmo. L’oro — la tariffa della probità! — E più l’uom
possedeva, e più degnissimo era di stima e di onori.
C. Crispo Sallustio, uomo di coscienza assai elastica, che belle
cose scriveva e brutte cose faceva — laonde venne cacciato da Cesare
dal governo della Numidia per le concussioni e le ruberie operatevi
— scrisse al pacificatore delle romane libertà nobili parole contro
la invalsa passione delle ricchezze, seria e tremenda minaccia alla
società ed allo imperio. — E sì, ch’ei predicava di esempio! Ed a chi!
«Il maggior beneficio tu possa fare alla patria, ai cittadini, a te
stesso, ai nostri figli — a tutto il mondo — è lo spegnere la sete
dell’oro o diminuirla almeno per quanto lo permettino le circostanze.
Altrimenti, in pace od in guerra, gli è impossibile ordinare gli
affari pubblici e privati; avvegnachè, là ove la sete delle dovizie è
penetrata non sieno più instituzioni, non arti utili, noto più genio
che sappia resistere. — L’anima — tosto o tardi — debbe anch’essa
soccombere. Ovunque le ricchezze sono in auge, tutti i veri beni
avviliti, la buona fede, la probità, il pudore, il casto vivere. Però
che un solo cammino meni alla virtù, ed è stretto, aspro e difficile.
Mentre ciascun corre allo accaparramento della pecunia per la strada
che vuole. — E molte ve n’ha di buone e di triste.»
Presa Siracusa, i capolavori di quella ricca città andarono nell’Urbe.
— Conquistata l’Asia, i triremi caricarono tutto il lusso dell’Oriente,
e gli diedero diritto di cittadinanza in Italia. — Vinta l’Acaia, si
rivoltò ogni cosa, e il buon costume antico smarrì la sua via. La
caduta di Cartagine diè l’ultimo crollo, e le larghe e molteplici
braccia strinsero quanto potettero e vollero. Tutti, abbassati,
aspettavano che il principe comandasse senza darsi pensiero. Tutti,
avviliti — e i più illustri per nome — correvano con calca al servire,
al piaggiare il despota e chi per lui. Lo amor si comprava. Il successo
nelle battaglie, la magistratura, il senato, si comperavano. Ogni cosa
si otteneva coi nummi d’oro. E il furore febrile di averne giunse al
segno per la servitù inghiottita, che qualche dura cosetta fu fatta per
forza; le altre quiete e ricerche.
Cicerone — autore anch’egli del danno e sua vittima — sciupatore
per vanità in ville sontuose ed in viaggi continovi e di fasto, pur
contrario ai prodighi de’ suoi tempi — scriveva:
«Gli scialacquii irriflettuti si tirano dietro le rapine. Uomini
impoveriti dallo spendere — _alienis bonis manus afferre coguntur_ — si
veggono forzati di allungare la mano ladra sui beni altrui.»
Quel _coguntur_ pinge l’epoca perversa. — Il rapinare erasi fatto
necessità. — Bisognava esser ricchi a qualunque costo. Lo impero voleva
così. E i già liberi, fatti schiavi, rimossa ogni infinta virtù, non
curanti tema o vergogna, aprirono il varco alle nascose lussurie,
s’infradiciarono in scelleraggini ed in sporcizie. Chi volea fuggire i
mali soprastanti o i presenti, svenavasi. Chi inghiottiva il partito
pessimo, gloriava; e coi maggiori brutto adulatore facevasi; coi
minori, arrogante; e fastidioso coi pari. La gioventù si tuffava nelle
libidini e perdeva i polsi. — Le cetere, le belle e facili donne,
il vino, in onore. — I patrizi, istrioni. — Lo imperatore, di voce
chioccia, cantante in casa nei giuochi giovenali, quando primavolta fu
raso. — E nelle feste, matrone sui gradi come ai trionfi, usate alle
allegrezze, in faccia a sciupate ignude con gesti e dimenari impudichi.
— Cotesta la Roma e la Italia dei tempi!!!
Popidio Celsino era un giovane di venticinque anni. Di statura mezzana,
sottile e ben fatto della persona, pallido, magro, di uno aspetto quasi
femmineo illuminato da grandi occhi neri, aveva la voce di un suono
dolce e penetrante che andava dritto al cuor delle donne e le rendeva
pensose. Cantava greche canzoni come non altri. Agilissimo, educato al
maneggio delle armi, a lanciare il giavellotto con vigore e con garbo,
a manovrare la fionda con abilità e giustezza di tiro, a cacciare
una freccia in un bersaglio indicato, a domare corsieri e a saltarvi
sopra a diritta o a sinistra di slancio, danzava come un ginnasta, ed
era difficile che la danzante con lui, teneramente guardata, sapesse
fuggire dalle sue maglie. E quando, tornato di Roma, nei ludi del Foro,
per le feste augurali degli eletti duumviri, aveva voluto provarsi
a discendere quasi nudo allo attacco dei tori; la sua perizia nello
evitare con un movimento di fianco le corna dello animale furioso e nel
ferirlo mentre quello irrompeva nel vuoto, era sì bella e graziosa che
gli spettatori frenetici gli gittavano dal terrazzo corone di alloro,
e le fanciulle sentivano menomare il loro pudore e maledicevano alla
resistenza usata a qualche suo ladro sguardo.
Così, sulle prime. Poi anneghittì; e la noia lo punse del suo spino
velenoso.
I vecchi che ricordavano i tempi di Augusto, avevano trovato nelle
ricchezze un mezzo qualunque che dava sfogo alla loro ambizione. Il
popolo di allora riceveva il pane cotidiano delle sue vergogne e nulla
poteva più dare. Laonde, i ricchi giovani, che pur dentro sentivano
una energia da spiegare, si stancavano di una opulenza che si esauriva
nelle labili gioie e nelle sfrenatezze del cubicolo e del triclinio
e, sbadiglianti, senza desiderii, lodavano la sera, perchè corsa e si
auguravano un domani diverso. Ma quello sorgeva il medesimo, _idem
et semper idem_. E cercavano, cercavano qualcosa di nuovo pei loro
appetiti guasti. E ne arricchivano lo inventore o chi lo forniva. E
ogni snaturalezza, pagata, coperta di porpora e di oro. — Lo amore
di donna? — Trita cosa! — Il matrimonio? — Anticaglia! — Nefandi
accoppiamenti sì, perchè la nefandigia era illecita e nuova.
Il misero Popidio viaggiò; e quantunque volte arrestavasi, nel trar
fuori del sacco le vesti di ricambio, smucciava la noia con esse.
Esciva di casa — ne abitava una magnifica dietro la Basilica, quella
che ha nel pavimento dell’atrio pezzi irregolari, di tutte forme e
di marmi diversi chiusi nell’_opus signinum_ — per sfuggire la sua
persecutrice. Ed appena giunto nel Foro o sulla soglia della casa di C.
Sestilio Ampliato, tornavasene indietro ed entrava nella magione vicina
— che pur era la sua — augurandovisi una distrazione. Talvolta faceva
porre il freno ad uno dei suoi cavalli e appariva come freccia scoccata
sulla via della porta di Sarnus, ov’erano i suoi poderi e la sua villa
maestosa. Parea corresse a spegnere uno incendio, o i piedi del suo
destriero portassero la salute di una famiglia, di una città. Giunge
trafelato e in sudore. I servi gli sono intorno. Tutto ansimante va
nello xisto, si gitta sur un triclinio campestre coperto da una pergola
in faccia alla bella piscina, e là mangia assiso, su vasi di argilla,
un pasto semplice e frugale frettolosamente apparecchiato. Caduto nel
sonno, gli schiavi lo adagiano sul letto. Quivi oblia la noia e la
disperazione che la vuota opulenza cagiona. Ma, una volta desto, i
due sproni gli si conficcano ai fianchi. Inforca di nuovo il cavallo e
rieccolo in Pompei coi capelli sparsi, col sudore sulle guance, colle
narici aperte come quelle del suo corsiero. — E in sull’uscio?...
Sull’uscio è la statua immobile che lo aveva seguito, che lo seguiva
per tutto e che pur lo attendeva.... la Noia.... che il Governo
imperiale vi aveva rizzato e... inchiodato, dopo aver messo in pezzi il
santo simulacro della Libertà.
Misero Popidio! Malato di languore nell’anima, impotente a dissipar
la tristezza ed obblioso che dovunque egli andasse, sempre seco la
trasportava.
Il suo cuore era passato per la trafila di molti amori. Ma nessuno lo
aveva fermato. — Nessuno aveva saputo congiungerlo. — Venuta Plilia
di Grecia, questa lo avvinghiò meglio delle altre... Era straniera...
Parlava altra lingua... Prestavasi meglio alla curiosità... Possedeva
artificii d’amore... E poi... era una bella mostra del tipo ateniese.
Plilia contava i venti anni. Era piccina e ben fatta. L’ovale della sua
faccia, senza menda, aveva una tinta piacevolmente bruna. I sopraccigli
formavano un solo arco sulla fronte ampia ed altera. L’orlo del labbro
soprano era adombrato da una leggera lanugine che imprimeva sulla bocca
un sorriso voluttuoso e aggradevole. Gli occhi grandi e neri, a forma
di mandorle, brillavano malgrado che la lunghezza delle ciglia ricurve
ne temperasse il fuoco. Un neo sulla gota sinistra, la bianchezza
canina dei denti, il gaio conversare sur ogni proposito, la risposta
pronta ed ardita su piacevolezze scabrose la facevano amata e ricerca
da tutti.
Essa era una etera. — Cioè, una fanciulla libera; filosofante coi
chiari filosofi; artista cogli scultori e coi pittori in grido;
letterata cogli oratori i meglio famosi; sempre nella luna di mele
dello amore; permettentesi, ma non donantesi; in balìa di quella
passione accettata dagli Dei e non dagli uomini tutti — quantunque così
deliziosa, così bruciante; — un giorno spettro sinistro agli occhi di
donne gelose; e l’altro ospite gentile e grazioso di un peristilio.
Dopo la risposta di Sestilio, essa non tardò molto a venire in Pompei.
Un servo si fece all’uscio della camera di Popidio e ne tirava la
spessa cortina di Tyro. — Un raggio di sole penetrò nel cubiculo.
— Per lo inferno! Che luce! Abbi Venere irata, o Milphio. — Come? Mi
desti ora appunto che avea preso sonno?
— Padrone! È Plilia che è giunta e chiede vederti.
— Ma, di’.... nel tuo paese..... e non dormono la notte?
— La notte sì. — Ora è alto il sole. Da un’ora già varcò la metà del
suo corso.
— E pur qual silenzio! Pompei zittisce adunque come l’anima mia?....
Ah!.... Va. Chiedi a Plilia il favore di attendermi.... E apparecchia,
se vuoi, il bagno. —
Un altro più lungo sbadiglio. — Trasse le braccia in alto, stirandole.
Discese lentamente dal letto di cedro, intarsiato di tartaruga; posò i
piedi su ricco tappeto; li pose nei sandali; si gittò sulle spalle una
_gausapa_ cremisina, vellosa al di dentro, e cominciò a camminare per
la stanza, ora celeremente, ora a passi misurati.
— E Plilia che vuole? Aveva un po’ di tregua da che è in Neapolis.
— Torna qui ad agitarmi. — Vuol sempre sia desto.... Non ha mai posa
costei!.... Ma che, l’amo io?... Io?... E non posso amar più. Oh! Il
potessi!... Plilia è proprio un serpentello che mi avvolge nelle sue
spire. Ed è serpentello che piace... e che io riscaldo sul mio povero
cuore, che batte i battiti di una vita incresciosa...
— Ah! Popidio!... Caro!... Siimi indulgente! Ma io ardeva di
rivederti... e non attesi...
— Fanciulla amata... _dulcissima rer_... —
Ma i baci ch’essa gli diede sulla bocca niegarono il varco alla
compiuta parola.
— M’impaurì la lettera che mi raggiunse a Baiæ. Ma.... la mia madre
era soffrente.... la mia sorella Myrrhina doveva arrivare e la lasciai
là.... E qui corsi per riabbracciarti. —
E curvò la sua bella testa sul petto di lui, pur cogli occhi
guardandolo amorosamente.
La donna è per sè stessa un animaluccio seducente, grazioso e benigno.
— Plilia poi era per sopra ciò un fiore vivace e profumato, sorto nella
solitudine dell’anima sua. Onde, preso da quell’olezzo di gioventù e
di bellezza, la baciò e ribaciò sulla fronte e sugli occhi. Gli pareva
di sentire un nuovo moto nelle sue vene. Una novella energia picchiava
tonfi sul suo cuore sfibrato, quasi dicesse:
— Aprimi, ed io resto. —
Il fatto è che Popidio in tal momento pensava e diceva alto:
— Infine, sono come gli altri, io. — Sestilio mi sgrida, mi
rimprovera.... Ma, ha torto. — Mi annoio. — Ecco tutto. — Provo e
riprovo e non riesco.... Pure, io saprei difenderti, o mia. Saprei
morire per difenderti. — Ho l’anima fiacca spesso... è vero. — Destala,
o Plilia.... E l’avrai amante, ingenua..... Non feci mai male ad
alcuno, io.
— Lo so. — Tu sei buono, o soave amore. E puoi guarire della malattia
dolorosa quando che vuoi.... E per sanare bisogna che tu colmi il vuoto
che hai dentro.... E una donna.... se saprà fare, lo riempirà.... e
se tu la lascerai fare. — Ora gli è al poeta ch’io parlo. — L’uomo
non è felice e sano se il poetico entusiasmo nol rende contento di sè
medesimo.... Oh! Ecco Sestilio!..... Vieni, o amico. — Seguita tu i
miei ragionari. — Dobbiamo persuadere questo caro ad essere felice.
— Ora lo sono. — Durerò? No, se voi mi lasciate. — Voi due mi siete ben
necessari. Senza te, o Plilia, le tenebre mi attorniano e la psiche
va errando e cade. Talvolta anche Sestilio sa togliermi di dosso
la _impluviata_ di piombo — la noia — la quale, come la camicia del
centauro, mi brucia. — Con voi rimarrò giulivo; nella villa, studierò
i papiri greci di Phylodemo. — Come te, _deliciola mea_, filosoferò
sulla ricchezza, dichiarandola una povertà regolata sui bisogni della
natura. E non stimando necessario il superfluo, ci contenteremo di
ciò che basta. — Con te, o Sestilio, l’anima diverrà lo strumento
della mia gloria. Non dubiterò più.... Io mi sentiva nato per qualche
ragione al mondo.... e non per la usura dei miei nervi e per una
inutile morte..... No.... V’ha una parola nella tua lingua, o Plilia,
che m’inspira una tenerezza feroce. V’ha una parola nella mia, al cui
sacro mistero io dedicherei volentieri tutte le grandi gioie dei sensi,
tutti i grandi dolori della vita. — Eλευθερία — _Patria_ sono un teatro
su cui il misero amico vostro avrebbe recitato con nobili emozioni la
parte sua!
— Ma tu appartieni a te medesimo.
— No, o Sestilio.... La fresca alba della libertà ov’è mai? — La luce
che vivifica, che depura, che sorride all’anima di un romano e di un
greco è scomparsa dalle nostre contrade! — Le tenebre sono spesse e
fredde.... E quando la mia cosa immortale s’interroga, ode un rumor
di catene, vede il ghigno dello imbestiato signore del mondo e cerca
smaniosa uno asilo e nol trova. — Questo pauroso ha fatto della
terra una carcere. — È omai delitto il mentovare le parole della mia
mente!... Talvolta, un tuo sorriso, o Plilia, dorato dalla intelligenza
e profumato dalla bontà, mi solleva dal peso insopportabile del mio
sogno penoso. — E il tuo affetto sincero, o amico, mi strappa dalla
battaglia senza tregua di questa mia misera vita, dove.... — l’ho a
dire?... — mi sento in catene e non domo, come Spartaco, di Tessaglia.
— Ma, voi partite.... E la dolorosa noia ritorna e.... lentamente mi
caccia nel cuore la punta uncinata che dentro rode. — Tu dicesti....
una donna! — Ah! passò quello istante in cui la nozza per me sarebbe
stata una cosa sensata ed onesta. — Quando io vidi la gelosia strozzata
ai piedi dei miei pensieri; quando la mia ragione non trovò più parole
di lamento e di richieste indiscrete per torturare la donna amata,
compresi ch’essa può avere un passato legittimo nel pellegrinaggio
della vita e lo rispettai. — Allora tu, etera, fosti la sorgente
di qualche mia gioia. — Ma, associarti ai miei destini?.... Mai! —
Popidio non commette atti iniqui! — I despoti della mia patria non
tormenteranno il mio seme. — Viviamo in tempi in cui i figli feriscono
nel ventre le madri e dicono ad Aniceto, liberto:
— «Oggi, da te lo impero. Corri con arditissimi e fa’ lo effetto.»
— Ieri una lira accordata valeva più della spada di Scipione. Domani
lo applaudire alla voce fessa del despota darà lucrosi incarichi. Ogni
dì, i poetuzzi che rabberciano gli stentati suoi versi sono onorati di
bisellii e di corone, come già il divino Virgilio... Il popolo ha fatto
il callo sur ogni obbrobrio.... Ecco le ragioni dei miei disordini, del
mio correre a slascio, dei miei lunghi e crudeli riposi.
— Condizione crudele! — _Prorsus, ut dicis, ita sentio._ — Ma tu troppo
presto appressasti al cuore la vampa per incenerirlo. Ingrossasti
la testa per atrofiare il corpo. — Chiamasti lo avvoltoio perchè si
cibasse del tuo fegato!
— Discaccia le cure che ti tormentano. Vivi e consolati dello amor
nostro. —
Popidio si assise sul letto. I due lo imitarono. Le belle guance di
Plilia furono lentamente rigate da due grosse lacrime. — Ed egli prese
le mani degli amici suoi, e, tutto commosso:
— Miseri! Soffrite per me! — E mi compiangete! — Era così infelice
a non dirvelo per lo addietro. — Gli Dei!... Oh!... Io ne venero un
solo! — Le donne!.... Io non amo che te! — Gli amici!.... Disprezzo
i viventi e mi stringo a Sestilio.... Ho il turbine qui! V’ha sorrisi
che paiono da vino. — V’ha tormenti eziandio da dannato. — Pietà di me!
— _Utinam illum diem videam, quum vobis agam gratias, quod me vivere
coegistis!_ —
Su questo, Milphio entra nella stanza e dice:
— Padrone, il bagno è apparecchiato.
— Verrò. — Voi andate nello xisto, nella biblioteca, ove meglio.
Voi siete altri me, qui. — Plilia, un bacio. — Oh! io mi sento
innovato! —