in corruccio faceva eseguire, perchè la memoria del padre fosse più
durevole nel cuore del popolo. L’uso era rischioso, irreflessivo ed
audace, nè poteva esser vinto sì di leggieri.
Tori furiosi corrono a capo ricurvo nella lizza. — I bestiari, scalzi
e vestiti appena di una corta ed ampia tunica senza maniche, gli
attendono, evitano con destrezza l’urto delle loro corna, li feriscono
colla punta di un giavellotto; e quando li veggono arrestarsi confusi,
e sbalorditi raschiare colla zampa il selciato, si presentano loro
dinanzi squassando una stoffa di color chermisino. I soccorritori,
agili anch’essi e quasi nudi, corrono dietro i tori frementi e con alte
grida gli aizzano contro i loro avversari e gli pungono con una lunga
asta, armata nella sua estremità di un ferro acuminato. La bestia nel
parossismo del suo furore si slancia, crede di sbuzzare il nemico e non
trova infilzato alle corna che un cencio che gli annuvola la vista.
Allora altre punzecchiature di dietro; altre sfide dinanzi. E urli
dalla galleria ed oltre lo steccato di legno che circonda l’arena. —
Però che il popolo in quelle venazioni non vedea più la idea pietosa
che la faceva offerire, ma solo lo amor del piacere e lo spirito di
turbolenza che il mena. Per poco che un taurocenta, nel salvarsi da
una cornata, faccia un passo falso e cada, escono tali fischi da quelle
gole, sino a ghiacciare di spavento e di confusione le bestie. Se poi
queste ristanno malgrado i colpi di lancia dei succursori puntari, le
grida, le imprecazioni, le minaccie scoppiano contro di esse.
Il pugilato succedette alla corsa dei tori. — Frigidus e Vitulus —
rotti agli esercizi violenti e al regime austero della loro professione
di atleti — discendono nel parallelogrammo. — Hulvio e Tetrix — non
meno rinomati dei primi — si mostrano anch’essi. E siccome erano stati
altra volta in Pompei, sono applauditi calorosamente. — Una coppia
verso il tempio. — Un’altra verso le curie, perchè tutti veggano. —
Gli atleti gettano via dalle spalle un ampio mantello e fanno mostra
di larghe membra, di braccia nervose, di ossa gigantesche. Hanno rasi i
capelli, tranne sulla sommità della testa, adorna di un grosso ciuffo,
quasi a garanzia dei colpi che possono ricevere sur una parte così
sensibile e delicata. — Alcuni schiavi allacciano dalla prima falange
della dita sino all’avambraccio un paio di cèsti perfettamente eguali,
formati di sette striscie di cuoio di toro ancor velloso e guarniti di
piastre di ferro o di piombo.
Appena armati, si assicurano sui loro piedi e levano le braccia in
aria per saggiare se i cèsti sono bene aggiustati. — Dato il segno,
le due coppie gettano la testa indietro e presentano i cèsti allo
avversario. Le mani s’incrociano e il combattimento incomincia.
Frigidus è più leggero; meglio agile; lo soccorre la gioventù. Vitulus
è più provetto e più forte; ma le sue ginocchia non sono ferme ed
ha grosso il respiro. — Hulvio è membruto e saldo sui suoi larghi
fianchi. — E Tetrix non è da meno di lui. — I colpi d’ambi i lati dello
steccato si avvicendano; e, o rompono l’aria, o rimbombano sui petti.
Si guardano, si studiano, si minacciano, si evitano, si stancano. — Il
sudore copioso prima imperla e poi riga la epidermide di quei giganti.
— Frigidus vuol porre un termine alle lotta e impetuoso si getta in
avanti colle braccia levate e scaglia due colpi simultanei. Vitulus
— che cercava un accesso or a dritta, or a sinistra per colpire con
profitto l’emulo suo — rincula con prestezza; e l’altro, non sostenuto
dalla resistenza, trascinato dal proprio peso, cade boccone sul
lastricato.
Urli e fischi scoppiano di ogni lato. — Altri plaudisce alla destrezza
di Vitulus. — Ma il caduto si solleva con impeto e rinnova gli
attacchi.
Hulvio anch’esso vuol compiere rapidamente il proprio trionfo; e
digrignando i denti, si precipita sullo avversario e gli assesta colpi
spessi e di lieve portata. Tetrix nota quella furia e la trae a suo
vantaggio. — Para la minaccia, o la evita col gittarsi di fianco, o
fugge. L’altro prende allor più coraggio e irrompe più furioso che mai.
Tetrix si volge, finge un colpo di lato e gliene squadra uno terribile
sulla faccia che lo atterra sbalordito e fuori di sè. Il sangue spicca
a rivi dal viso lacerato e pesto.
Frigidus e Vitulus grondano di sudore ed ansimano come due mantici.
— Di comune accordo si fermano e vanno ad aiutare il compagno che
trascinano via col capo penzoloni sulle spalle.
— Per Castore e Polluce, sono valenti atleti! Come lo chiamano il
ferito?
— Lo ignoro, Comio. Mi pare di averlo visto a Capua, un anno fa, nello
anfiteatro. E anche là — se ben lo rammento — buscò una scellerata
botta sul fianco.
— Eh! Se naufragò anche altra volta, or accusa a torto Nettuno. — Io
preferisco il mio mestiere al suo. — Che ne pensi, o Mola?
— Certo val meglio far bollire le carni che far pestare le proprie. —
_Archimagiri_ di buone case come noi non hanno ad invidiare un Flamine,
— Eppure!...
— Già ti penti della tua sorte?
— Mai no. — Talvolta però che veggo gladiatori ed atleti balzare
nel Circo e applauditi.... Tal’altra che miro le donne correre loro
appresso come le mosche al mele.... Che la dea Fornax mi perdoni!... Ma
di siffatte delizie a noi cuochi non arrivano mai!
— A ognuno la sua. Consolati! Lo stomaco e la borsa — se consultati —
ti darebbero torto. — Ma cosa accade là in faccia a noi? —
Un gran baccano difatti accadeva di contro. Alcuni uomini gesticolavano
furiosi. — Che è. — Che non è. — Le donne supplicavano, ma non
riuscivano a calmarli. Alla fine si vide un soldato dibattersi tra
quella stiaccia, tolto di peso e cacciato fuori con pochissimo garbo.
Un triario — giunto tardi — non aveva trovato posto tra gli assegnati
ai suoi pari. Ed allora per godere dello spettacolo, erasi fatto strada
là dov’era il popolo. Un ardire siffatto aveva eccitato il sentimento
plebeo della dignità sovrana, e lo intruso venne scacciato dal posto
che avea tentato usurpare.
— Orestilla, vedi com’è tronfio e pettoruto quel bruno che si fa largo
là, tra la gente. — Pavone antipatico!
— Colui dalla tunica di porpora?... È uggioso anche a me, Pothusa. —
Nol vidi mai prima d’ora.
— Debb’essere straniero. — Che farà egli in Pompei?
— Eh! Continuerà il suo mestiere! — Maraviglio del magistrato che fa
entrar simil gente nella nostra città. —
Callityche — ch’era presso alle due giovinette, l’una _calamistra_,
arricciatrice di chiome donnesche, l’altra _vestifica_, che tagliava le
vesti e le cuciva — voll’essere del pettegolezzo ed aggiunse:
— Mi pare sia del mio sangue. — Ho la casa da affittare... Io gliela
cederei. —
Uno ch’era servo in una _diversoria_ fuori la porta della Marina,
felice di poter offerire informazioni esatte, entra a dire:
— Tre giorni fa approdava nel porto. — Dormì e mangiò nello albergo.
Lo indomani il padrone, ch’è meticoloso, gli chiese il pagamento della
cena e del letto; ed egli aprì la borsa — e cen’eran dentro dei bianchi
e dei gialli! — pagò e — forse stizzito dalla scortesia — partì. Spese
due denari e tre quadranti, e a me diede due assi. Un altro avrebbe
pagato un solo denaro.... e avrebbe detto le sue.
— Nummi e denari?
— Dev’essere molto ricco allora!
— Me n’ha l’aria. — E quegli che portò via la sua cassa, mi disse
ch’era ben grave. —
Orestilla guardò la sua amica, e:
— La verità entra in casa, parlando — Eh! per la gioconda Iddia! Ha un
bello aspetto quel forestiero! — Guardato meglio, guadagna.
— Poichè spende grosso, sia il bene arrivato.
— Scommetto che quando lo incontrerete per via — oh! gli è un greco di
certo! — gli lancerete tenere occhiate per farvelo amico! — Attenti.
— Ecco i lottatori ch’entrano in scena. — Bei giovani! Paiono fatti al
torno. —
Erano quattro. — Sono ignudi dalla testa ai piedi. — Ma si potrebbero
dire vestiti di grigio, perchè unti di olio e di cera e coperti da
una cenere fine che trovavasi in Puteoli. Quella specie di pomata
dava scioltezza alle membra, turava i pori, e facendo aspra la pelle,
rendeva più facile il ghermirsi.
La lotta è per cominciare. I giovani si apparecchiano col corpo proteso
dinanzi, col capo insaccato nelle spalle, colle braccia a cerchio.
— Artoces è un pompeiano. Io scommetto per lui dieci denari. — Che ne
dici, Rutilio, accetti?
— Sì, Cocceo. Io quindici per Dama. Mi pare sia meglio piantato sulle
sue gambe.
— Sai tu, Munazio, come si chiami quel lottatore che ha le forme di
Ercole, costaggiù? Io tengo per lui quaranta sesterzi.
— Povero Sandiliano, li perderai e sono troppi. — Lo dicono Aphrocides.
Tu sbuchi un pozzo nel momento che ho sete. — Mira, farò il colpo di
Venere come alle tessere — Triplo sei. — Lydo mi darà vittoria.
— Basta! — È convenuto tra noi. — Oh! Eccoli alle prese. —
Durante quel dialogo i lottatori si erano osservati, si accostavano
e miravano al modo come si attaccherebbero. Parvero decisi. Si
ghermiscono mutuamente per le braccia, si danno delle scosse,
si spingono, e si tirano con tanta violenza che — nel silenzio
degli spettatori — si odono le ossa delle spalle e delle reni che
scricchiolano. Lo scopo finale della lotta è il gittar per le terre
lo avversario. Non colpi. — Non pugni. — Sono proibiti. — Convien
dunque fare degli sforzi di tendini e di muscoli, prendendo piede
contro piede, fronte contro fronte, quasi fossero due capri o tori,
per ottenere lo intento. I conati eguali. Pari le forze dei quattro
campioni. L’ansia degli scommettitori è estrema. — E se le donne non
fanno mercato delle loro aspirazioni, dentro però scelgono il loro
campione, e a lui augurano la vittoria e trepidano per lui.
— Decimilla, che bel giovane quel biondo dai capelli inanellati, eh?
Non mi par convenevole mostrare in pubblico quegli uomini ignudi!...
Pure che petti! che gambe!... Quel mio pare un Apollo. — Vorrei così
formato il marito che Jugatinus — il dolce Iddio — vorrà destinarmi.
— Io sono per quel bruno, Cœsia. — I biondi non mi piacciono punto.
Quantunque volte io oda novelle d’infedeltà, sempre nel fondo vi è
l’uomo dagli occhi azzurri — la tinta del cielo, del mare, dell’aria —
le cose più mal fide ch’io mi conosca.... E poi è bruno il mio Anteros.
— Sai? Il mio promesso che ha bottega di stoffe per vesti, dinanzi la
fontana del Toro.
— Avrai un bel prospetto per fuorviare l’occhio maligno.
— Ed Anteros un soggetto di meditazione non molto piacevole. — Ma
guarda il tuo biondo, Cœsia. — Per Ercole! Cangia lo attacco. —
Queste parole dicevale Alleia alle compagne, a voce bassa e ridendo....
Difatti Lydo avea preso risolutamente pel collo Aphrocides e lo
stringeva come un nodo scorsoio. L’altro non piega di una linea e lo
abbranca alla sua volta. — Quindi si stringono e son petto a petto.
Le loro gambe si allacciano e l’un cerca di far piegare all’altro
il ginocchio perchè cada. Ma Aphrocides diè una scossa violenta e si
staccò, scivolando come una murena dalle strette di Lydo.
— Che dici, Munazio, di quella prova? È un Anteo che ritocca la terra
coi piedi.
— Per Giove tonante! Ne convengo. Si tirò da un cattivo passo. — Il tuo
Dama suda, o Rutilio, ed ansima come un cavallo bolzo. — Aggiungo sei
denari alla sua caduta.
— Gli tengo, impavido Cocceo. Il tuo patriotismo ti onora. Non so se
il destino sarà pel nostro pompeiano. — Vedi! Si sono separati. Vanno
a tuffarsi nelle casse piene di polvere. — Per Cocito! Gocciolano come
usciti da un _calidarium_. —
Rieccoli tutti grigi. — E la lotta si rinnovava. — Dama, rifatto dalla
piccola tregua, si slancia primo e accaviglia la sua gamba sotto il
ginocchio destro dello avversario. Questi piega, non regge e cade.
L’altro, posandogli il piede sul petto, gli dice di arrendersi vinto.
Ma Artoces gli distende per tutta risposta una solenne pedata sotto il
mento e si rialza come spinto da una molla nell’atto che il primo va a
gambe in aria.
Un fremito di gioia prendeva il cuore del popolo. Il pompeiano avea
vinto. E tutti accalcandosi spingevano fuori le braccia e gridavano:
— Bravo Artoces! Bel colpo! Viva l’onore di Pompei!
— Che ne dici Rutilio?
— Aspetto che il mio cada due volte per dar la palma al tuo. —
Intanto Lydo, che gli applausi per altri han renduto spavaldo, si gitta
sull’emulo come un leone e lo afferra per le gambe. L’altro, vista le
mala parata, si abbassa e lo preme di tutto il suo peso, perchè quegli
non lo sollevi di terra. Aphrocides valeva quanto un bue, e rizzarlo
era impossibile. Allora lo lascia e ambedue corrono. In una rivolta il
giovane biondo lo sorprende di dietro, gli cinge il collo, gli caccia
un ginocchio sui reni e lo distende sul selciato. E prima che sappia
sollevarsi, lo avvinghia colle braccia, dà un urlo, lo innalza con
supremo sforzo fin sopra il capo e lo gitta ai suoi piedi.
Gli scommettitori e le donne sono in grande agitazione. Sono gridi
che non si odono che nei paesi meridionali, dove si nasce, si vive,
si muore per entusiasmo e per gloria. Scuotevano in aria le toghe e
spargevano fiori e corone di alloro. Pareva che la patria in pericolo
fosse salva e che Lydo l’avesse salvata.
Anche Artoces avea vinto. Caddero ambedue abbracciati per terra. Ma
Dama sendo di sotto non potette sciogliersi e l’altro si sollevò
puntandogli il piede sulla pancia e salutando col braccio teso il
popolo sovrano. — Uno schiavo vestito di tunica azzurra entrò nella
lizza ed offerse ai due vincitori una palma e una corona di foglie di
lauro indorate.
— Cœsia, sognerai di quel biondo tu questa notte.
— Rutilio, non avesti fortuna e men duole. Giuoca alle tessere e
prenderai la rivincita.
— Non schernirmi, Cocceo. — Ecco io ti pago. Ma possono accader molte
cose tra la bocca ed il pezzo di pane. — Ad un’altra volta.
— Scherza pur, Decimilla. — Lydo è bello e grazioso.
Intanto alcuni bambini gironzavano sotto il portico del Foro e sul
piano superiore, offerendo a chi volesse comprarne mandorle verdi,
castagne e fichi secchi, lupini e ceci abbrustolati. Avevano pure
idromele e vino dolce per chi ne chiedesse.
Lo spettacolo offerto al popolo da Lelio Flacco non era finito. Partiti
i lottatori, entrarono i musicisti i quali si attelarono ai due lati
dei portici. Dopo di essi comparvero gl’istrioni, di quelli noti sotto
il nome di Pantomimi, che significava — imitatori di tutto. — E nel
vero, essi senza dir verbo e aiutandosi con gesti e posture plastiche
e sostenuti dal suono di un flauto particolare, detto _dactylica_,
faceano comprendere agli occhi quello che difficilmente si può narrare
colla parola.
Le loro mani parlavano, le loro dita avevano una lingua ed erano
eloquenti senza aprire la bocca. Nè si aiutavano col soccorso della
fisonomia; chè le loro maschere erano colla bocca naturale — non
come i comici e i tragici, che le avevano sbarrate, larghe e con un
orlo sporgente semicircolare, per servire di portavoce agli attori
nei circhi e nei teatri immensi in pien’aria. — Avevano bisogno di
usarne una per ogni carattere che rappresentavano, siccome gli odierni
le vesti, in _saltatio_, cioè, il gesto, accompagnato dal flauto e
talvolta dalla fistola, e dal cembalo, bastava per rappresentare drammi
completi, tragici e comici. Le principali situazioni venivano indicate
dai monologhi che i cantanti recitavano nell’atto che i pantomimi
esprimevano.
In quel giorno venne rappresentato l’Eunuco di Terenzio. Il soggetto
era questo:
Un soldato per nome Thrason aveva con sè una giovanetta che credevasi
sorella di Thaïs; ma ei lo ignorava; e, ito in Atene, ne fece dono a
lei. — Nell’atto, Phedria, amante di Thaïs, avendo comperato un eunuco,
le ne fa dono e parte per la campagna, perchè le ha promesso di cedere
il suo posto al soldato durante due giorni. Un giovanetto, fratello di
Phedria, che si è innamorato perdutamente della fanciulla avuta in dono
da Thaïs, siegue il consiglio del suo schiavo Parmenon, si veste da
eunuco, penetra nella stanza della fanciulla senza sospetto e l’ha. Un
fratello di lei costringe il giovane a sposarla. E Thrason ottiene da
Phedria ch’ei sia secondo presso Thaïs.
Erano le delizie sceniche degli avi nostri. — I retrogradi ed i preti
che piagnucolano sulle immoralità del nostro teatro — se sapessero —
potrebbero consolarsi.
Tutte le circostanze della favola furono espresse. — E le grida della
serva di Thaïs contro il vero eunuco, creduto lo autore del danno.
— E i mali trattamenti che gli fa patir Phedria. E l’ultimo patto,
fra questi e il soldato. — Il popolo provò gran piacere a codesto
spettacolo. In modo che quando l’istrione, il quale faceva la parte di
Phedria, espresse coi gesti la fine obbligata di tutti i drammi:
— E voi applaudite! —
i picchi delle mani, le grida, gli urli fecero echeggiare tutti i canti
del Foro e dei luoghi vicini. — E la riconoscenza ricordò a molti il
nome di Aterio Flacco, defunto, e di Lelio, il suo generoso figliuolo.
— Nè mancarono vivi plausi a Filone; l’ordinatore di quei magnifici
giuochi.
Lo indomani dovevano farsi i _denicales_, cioè le purificazioni dei
parenti e degli schiavi, sì nella casa del morto, come nelle case di
quelli che avevano tolta la loro parte nei funerali del loro amico e
del loro patrono. — Lelio la fece nella sua dimora. Così gli altri
nella loro. — Spazzò il pavimento con una granata di verbena. Pose
un braciere nell’atrio, gittò un po’ di zolfo sui carboni ardenti, e
prendendo per la mano la sorella e seguìto da tutta la famiglia, fece
parecchi giri intorno a quella fumigazione. — Quel giorno diviene
feriale per essa e nessuno lavora. E tal’era il rispetto degli antichi
ai doveri verso i vissuti, che nessuno della parentela poteva essere
citato dinanzi i tribunali dal dì della morte sino a quello della
purificazione.
Il nono giorno dicevasi _novendiale_, e si andava a banchettare
sopra la pietra, per cui _silicernium_. La qual cena fu poi chiamata
_ferale_, o _parentale_ del _silicernium_. In Pompei, questo triclinio
dove asciolvevasi dopo il periodo del dolore il più intenso, è un
ricinto quadrato, circondato di pareti dipinte con poca eleganza,
presentanti in mezzo a cornici ippogrifi, cervi, pavoni e cigni. In
fondo e ai lati sono finti usci con piante di felce a colori. Letti
inclinati verso l’esterno, come tutti i triclini estivi, cuoprono
l’area. Nel mezzo è un parallelogrammo, destinato a servire di desco. E
dinanzi una piccola ara circolare sulla quale facevansi le libazioni ai
Numi e agli Dei d’Averno, o posavasi l’urna colle ceneri lacrimate cui
si propiziava.
Gli amici quivi condussero Lelio Flacco e i parenti e i clienti. Neri
cuscini cuoprivano i letti di muro. Mangiarono ostriche e patelle
e brindarono all’ombra dello amico perduto dinanzi agli occhi della
carne, ma non disertato dalla mente di chi lo aveva conosciuto.
Nello escire dal _silicernium_ al tramontare del sole, la comitiva
racconsolata imbattevasi nel mortorio di una donna di mediocre
condizione ed in quello dei poveri. — Gli uomini sanno di essere eguali
in faccia alla morte. Ma il fasto e la vanità gli fa smemorati.
La famiglia di colei, che in quell’ora passava cadavere nel sobborgo
Felice, non aveva invitato il popolo; perchè nè giuochi da offrire, nè
festini a dare. — I parenti sì. — Fu eretto un letto funebre modesto.
— Dieci musicisti precedevano il corteggio. — Ma non si fermò nel
Foro. — Avi da lodare non erano. Le virtù da raccomandare, cotanto
oscure e fuori delle abitudini, che valea meglio tacerle. — E poi le
si narravano presto. — _Domum mansit — lanam fecit._ — I resti della
defunta erano però attorniati da fiaccole accese. Il che indicava lo
antico costume di far simili funzioni di notte, affinchè i magistrati
e i sacerdoti non ne fossero stati profanati dallo aspetto. Laonde, il
nome di funerali da _funale_, torcia di stoppa incatramata. — I ricchi
passarono oltre alla vecchia consuetudine per potere in pieno giorno
testimoniare il loro fasto e le loro ricchezze.
Il rogo, apparecchiato in pieno selciato in faccia all’_ustrinum_,
era basso, piccino e bastevole appena alla combustione del corpo.
Vedevasi pure una modesta urna di terra cotta, preparata allo scopo.
— Non profumi. Non libazioni. Non offerte. — Quindi, nè combattimenti
sanguinosi per piacere ai Mani. Nè spettacoli di lotte, di pugni, di
calci, di gesti. — Le Ombre degli antenati — poichè questi gli hanno
tutti — dovevano esser discrete e contentarsi di una coperta sanguigna,
del colore della porpora e non veder altro.
I sacerdoti antichi dicevano — «Spendete; e le Ombre amate godranno
nei Campi-Elisi delle ricchezze che avrete profuso nel loro
mortorio!» —
E i sacerdoti moderni pur dicono — «Spendete; e allor suoneremo
campane, canteremo, borbotteremo in latino e tratteremo con Dio
come fosse un giudice borbonico; e a furia di danari dati a noi, noi
costringeremo lui a riconoscere in un’anima ribalda una onesta.» —
Tutti così. — E sempre così!
Arso il cadavere, la pietà del marito raccolse le ossa che avevano
resistito all’azione del fuoco. E chiusele nell’urna la seppellì in una
fossa. E sopra pose una _columella_, rotondata a guisa di una testa con
due trecce dietro. — E sul dinanzi, ch’era liscio, leggevasi:
MARONILLAE
L. ATIMETI
ANNIS. LVI.
I cadaveri dei poveri erano stati fermati più in su, quasi rimpetto
la ricca casa dalle colonne di mosaico nella interna fontana. Cotesti
_fricti ciceris et nucis emptores_, siccome vivevano in incognito,
così pure incogniti partivano dal mondo. Nessun ramo di cipresso sulla
porta della casa ov’erano morti. Là dove spiravano rimanevano distesi
tre giorni. E poi il becchino li adagiava in una _sandapila_, dopo aver
infilzato con mal garbo nelle loro braccia una toga di apparenza che
ad uno ad uno finiva per coprir tutti. — E tre dei suoi compagni, detti
_vespillones_, li barellavano al posto dopo il tramonto. Colà presso è
il forno, dove li cacciavano per forza, ripiegandoli. Un po’ di pece
surrogava i profumi e le essenze Campane. E quando la mortalità era
grande, allora componevano una catasta di legna in un luogo appartato
e sopra ponevano i cadaveri in fila — quelli delle donne sotto, perchè
credevano racchiudessero maggior calorico e s’infiammassero meglio.
— Avevano anche un’altra ubbia. Pretendevano sapere, nel Tartaro
non esservi _popinæ_. — Per conseguenza Caronte non aver bisogno di
oboli. Allora, gli toglievano il fastidio di chiederne qual mercede al
tragitto. Ed avevano cura di aprir la bocca ai morti e di ritirarne la
moneta.
I soli cadaveri a non esser arsi erano quelli dei condannati a morte,
o delle persone uccise dalla folgore, o dei bambini spenti avanti la
dentizione. I primi erano abbandonati ai corvi. Gli altri venivano
sepolti.
Il lutto era un obbligo morale. L’uso però costringeva le donne a
prenderlo; gli uomini no. In ogni caso non durava oltre l’anno. E
siccome si pretendeva che le morti premature profanassero una casa,
così le esequie funeste si compivano a notte tarda, senza invito, senza
esposizione e senza pompa.
Ogni cittadino morendo perdeva la proprietà sulle sue cose. Una sola
le leggi gliene lasciavano — il possesso della sua tomba. — E per me’
ricordare quel diritto che non ha altro difensore che la fede pubblica,
alcuni volevano che il sasso che li copriva il testificasse. E le
lettere iniziali sur alcuni sepolcri H. M. H. N. S. — _Hoc Monumentum
Hæredem Non Sequitur_, volea dire: Cotesto monumento non appartiene
allo erede.
I Mani avevano-dimora nelle tornile; per cui tutte erano loro dedicate.
— _Diis Manibus sacrum._ — Il loro culto era generale, siccome
incalcolabile il loro numero che la morte annualmente accresceva.
— Due feste tendevano a placarli. Una agl’idi di febbraio, detta
_feralis_. — L’altra a’ III degl’idi di maggio. — Gli Dei dello Stige
non aveano sacerdoti, e perciò erano ben lungi dall’avidità degli altri
e si faceano lieti di semplici corone di fiori, di qualche frutto,
di un pizzico di sale, di una fetta di pane inzuppata nel vino, e di
un mazzolino di viole. Quelle dette _lemurales_ erano più curiose.
A mezzanotte, quando tutto tace allo intorno, i devoti levavansi di
letto e a piedi nudi — facendo schioppare col pollice il medio di
ciascuna mano, per allontanar l’ombra leggera che loro venisse incontro
— andavano silenziosi ad una fontana per purificarsi le mani tre
volte. Voltisi quindi e prese dalla bocca alcune fave nere, gittavanle
indietro, e dicevano:
— T’invio queste fave e con esse riscatto me ed i miei. —