reo. S’egli ripeterà ciò che disse agli astanti e poi al pretore,
l’accusa non avrà altra cosa da aggiungere. —
Un movimento di attenzione si produsse allora nell’assemblea. — I più
lontani si sollevarono sulla punta dei piedi. Uno dei duumviri disse:
— Parli or l’accusato e si scolpi. —
— La lampada disparve dal tempio.... Vili ed ipocriti i sacerdoti.... A
Venere non importa che l’olio bruci. Ha il sole che illumina il cielo,
la terra e i pianeti....
— Ei bestemmia!
— Epafrodite impostore!... Nel vostro collegio, quando siete satolli
e il vino v’inebria, ridete fra voi degli Dei e degli uomini. —
Una donna che fu vostra, ed anche mia, lo udiva e mel disse.... — I
colombi di argento e i melagrani d’oro — che anche la mia stupidezza
vi ha confidato, come voti alla Iddia — e non gli vendete voi fuori di
qui?... La lampada.... valea pur essa i miei danari.... e partì.
— E dov’è ora quel prezioso tra i sacri arredi?
— Non la trovaste?... Bene sta!... Lo inferno v’inghiotta, o pubblici
ladri!... Quella lampada non rischiarerà più le vostre soppiatte
libidini sacerdotali....
— A me, che ti accuso, rispondi semplice e sincero. I giuochi di
parole, di mente smarrita non ti gioveranno. E se lo interrogatorio non
valse a strapparti dal labbro la verità, potrebbe ben la tortura....
— Come! insolente; osi tu proporre la prova dei servi ai duumviri sul
mio misero cliente? Il dolore e lo spasimo depongono il falso sempre.
— Ma la tortura è permessa sur ogni cittadino per causa di congiure
e di sacrilegio. — E qui sacrilegio è negli atti e nelle avventate
parole. —
Metrodoro si stacca vivamente dalle braccia di Publio, e parla:
— Uno accusa. — L’altro non dice. — La tortura? Sia! La subisca prima
Epafrodite e quindi il cliente. — Così, se il vero sta nei tendini
distesi e nelle carni lacerate, vedremo. — E se il mio amico risulta
innocente, avrò il libito di chiedere ai magistrati di far marcare
sulla fronte del prete calunniatore K, la stimmate che avrà meritato.
I membri di tutti i collegi sacerdotali muggirono di rabbia a quelle
parole oltraggiose. — Parecchi giudici ne furono inorriditi. — La
plebaglia ruppe in alti clamori. La tempesta fu sì violenta che lo
araldo ebbe ordine di suonare la tromba e di annunciare che i testimoni
avevano detto, e la udienza era levata.
Lo indomani del giorno d’intervallo tra un’accusa e l’altra, gli
autori della causa ripetettero l’_anquisitio_, cioè la pena richiesta
al delitto. Corsi anche due giorni, gli accusatori fecero affiggere
nel Foro l’_irrogatio_, cioè uno scritto in cui palesavano la pena
che il crimine sembrava meritasse, ed accusarono per l’ultima volta
lo incriminato, invitando i giudici a pronunciare la sentenza. —
Nelle due comparizioni si procedè alle accuse e alle difese, come
nella prima. — Ametistio non volle difendersi. — I sacerdoti — non
solo nei loro covacci di empietà e di frode — ma nelle taverne e nei
trivi cercarono di persuadere il popolo ad impedire che lo scellerato
sacrilego sfuggisse alla giusta vendetta dei numi. — Sempre gli stessi,
assetati d’oro e di sangue! — Sempre tributari agli Dei delle atroci
loro passioni, chiamandoli vendicativi ed autori dei pubblici disastri.
— Coi giudici usarono altri mezzi — danari a iosa, e per sopra ciò
_noctes mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones
nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt_. Non traduco tali
immondezze.
In quel giorno tutte le taverne, le botteghe, persino le terme furono
chiuse. — Qualche scriba aveva venduto il suo posto e rimaneva in
piedi. — Lo araldo intimò il silenzio, si fece lo appello dei giudici e
gli autori della causa parlarono per due ore, tempo che la legge loro
accordava. Caio Calvenzio replicò solo e apparecchiò lo uditorio ad
intenderlo col tossire, collo scricchiolare delle dita, con sospiri e
con tristi sguardi or volti al cliente, ora ai giudici, ora al popolo
riunito. Parve agitato da una violenta emozione e la voce tremavagli
nella gola. — Quando ebbe pronunciato: _dixi_, lo araldo gridò
dall’alto: _dixerunt_, e i duumviri offerirono allo accusato ed agli
accusatori il diritto che la legge Pompea loro accordava, di rifiutare
per giudici quelli che loro non andassero a verso. Di ottanta uno ne
rimasero cinquanta uno. — A cotesti vennero distribuite tavolette
di bossolo coperte di uno strato di cera e ciascuno sopra scrisse
la iniziale del voto che la propria coscienza o il turpe maneggio
sacerdotale dettavagli. A voleva dire _Absolvo_ — C _Condemno_ — N L
_Non liquet_ — ciò non è chiaro nella mia mente, se lo incriminato sia
innocente, o colpevole. Ognuno gittò la propria tavoletta in un’urna,
levando la toga per scoprire il braccio e serbando l’iniziale scritta
dalla parte della palma della mano. — Il misero Ametistio venne
condotto per una scala nella prigione ch’era al disotto della tribuna.
— Fatto lo scrutinio dei voti, gli scribi ne diedero il risultato ai
duumviri. Tre giudici opinarono per una più ampia informazione. Dieci
negarono il crimine. Trentotto lo accertarono.
Allora i duumviri spogliaronsi della toga pretesta in segno di lutto;
ed uno di essi, con aspetto triste e solenne, disse nel silenzio
dell’assemblea:
— Sembra che Publio Ametistio meriti di essere punito. E a noi piace
interdirgli l’acqua, l’aria ed il fuoco. — E sia crocefisso. —
E nell’atto che uno degli scribi leggeva la stessa sentenza dallo
spiraglio superiore del carcere a quei che doveva farsi _inanimatus_,
nella sua qualità di _servus pœnæ_, l’altro dei duumviri dicea alla
gente stipata:
— _I licet._ —
Così tutti, a poco a poco, vociferando, gesticolando, alcuni gioiosi,
altri addolorati, escirono dalla Basilica e si disseminarono pel
Foro. — Metrodoro, innanzi la prima Curia, arrestò due dei giudici,
mettendosi con violenza nel mezzo di essi.
— Sapete voi perchè tanto apparato di milizia nei tre accessi del
tribunale e fuori?... Non per evitar turbolenze, no. — Per arrestare
i _manticularii_ che vi sbarazzassero destramente della moneta che
questa notte guadagnaste con tanto onore: — Uomini da conio.... e
insanguinati! —
Ed un altro, nella via della fontana del Leone, mirando camminare a lui
dinanzi un sacerdote d’Iside, tolse di peso un’anfora spezzata piena di
calce e la cacciò quasi elmetto di flamine sul capo di lui.
— Tizzone d’Averno, imbiancati se puoi! —
Finchè quel briccone potè levarsi la mala cuffia di testa e nettar gli
occhi e la barba, il poco riverente cittadino era scomparso.
Intanto Publio Ametistio aveva ascoltato la sua sentenza con un
coraggio e quasi direi con un orgoglio di razza che dava una smentita
alla poco gagliarda persona sua. — La morte sulla croce! — La sua
vita, tutta di piaceri, non ve lo aveva preparato. — E lo sguardo della
folla! — E lo scherno della plebaglia! — Le idee ed i nomi amici gli si
arruffavano nella mente e lo racconsolavano dello spasimo morale che
allora pativa e della morte crudele cui andava incontro. — Nell’atto
entrano due feroci uomini nella prigione. Uno gli lega le mani dietro
con una corda. L’altro gli appende al petto una tavola che chiarisce
il suo nome e il delitto. Fuori sono soldati che lo attendono. Molta
gente pur v’è — e in ispecie donne con bambini sul braccio o lattanti,
curiose di vederlo una volta e di assistere alla sua crocefissione. —
Una giovane lo guarda, gli lancia un bacio e dice:
— Oh! se gli è bello, e piacente! Lo avrei amato! Se fossi una
Vestale.... — gli è impossibile lo sperarlo, perchè non si torna
indietro mai.... colla mia presenza avrei potuto dirgli — _sii
libero_.... — e poi più alle fiamme del cuore che a quello dello
altare.
— Quando ti farai cheta, sguaiata?
— Quando mi darai a bere del vino. —
E cavato uno spillone dalle nerissime trecce, scrisse sulla parete:
— _Suavis, vinaria, valde sitit. Rogo vos valde sitiat._ —
Traversando il Foro, gli amici che la sventura gli avea risparmiato e
i suoi poveri schiavi, i primi gli baciarono convulsivamente gli occhi
e la bocca, gli altri i piedi, e disperati li lasciarono. — Ametistio
sentì dentro tutto, uno strazio e camminò innanzi.
Lungo la via dell’Abbondanza e quella della fontana di Venere, fissava
le genti che il riguardavano, smemorato. Vedea doppio e triplo. — Fuori
della porta di Stabia la comitiva si fermò _ad cisiarios_, colà dove si
affittavano i veicoli; e venne consegnato al carnefice, a cui le leggi
censoriali niegavano la luce e l’aria che si respirava in Pompei.
Spogliato delle sue vesti, fu gittato sur una croce di pioppo. Due gli
tennero le mani distese con una corda. — E il carnefice le inchiodò. —
Poi gli distesero i due piedi riuniti. — E il carnefice li inchiodò.
— Il poveretto soffriva acuti dolori. Ma non dicea verbo. — Quindi i
tre giustizieri levarono di peso la croce e la conficcarono, per la
estremità dove penzolava la testa, in una buca di sasso, assestandola
con due cunei.
La plebaglia — avida di quegli spettacoli — rimase sul posto sino a
sera. Alle prime ombre partì. — I littori di guardia rimasero seduti
presso un fuoco di frasche ed un’anfora di vino.
Dopo un’ora, una donna si trascinò colà barcollando. Al chiarore
rossastro vide lo inchiodato a capo in giù e corse a lui.
— Ametistio! Mi ascolti? — Mi vedi?
— Calliopa... un bacio... ecco la morte.... Io ti.... atten...
— Espio tutto sulla tua bocca e muoio! —
Fu l’ultimo accento di una doppia agonia. — La mattina i soldati si
provarono a rialzare la donna prostrata che colle braccia stringeva
la croce. — Era morta! — Fecero una buca e la seppellirono. E poi
ch’ebbero pigiata la terra sul cadavere:
— La credi moglie del crocefisso colei?
— No! — La donna dallo anello non muore di amor disperato! —
LA NECROPOLI.
SCENE DI FUNERALI.
=Anni di Roma 779 — Anni del Cristo 26.=
A J. C. HACKE VAN MYNDEN.
VI.
— La tua tragedia, o Sirio Crixsio, non posso accettarla. L’ho letta
— piacerebbe in Herculanum... lo credo — qui, ne dubito forte. — Le
lettere non vi sono in molto onore come nella tua grande città. — La
tua commedia, o Delio, non è adatta alla circostanza. — Se si trattasse
di festeggiare un duumvirato, eh!... Ma noi piangiamo la perdita di un
dabbene, i cui pari non nascono ogni dì. — Andate. — Ci rivedremo in
altra occasione. —
E voltosi ad un uom vecchio e tarchiato:
— Salve, _operarum theatralium dux_. Tu puoi acconciar tutto a dovere.
Mi occorrono tre _taurocentas_ e tre _succursores pontarios_. — Le
coppie dei tori le ho già provviste. La giostra nel Foro. — Oltre la
venazione vorrei dare lo spettacolo dei _pugiles catervarios_ insieme
coi _pyctas_, secondo il costume greco. Vi sia musica e pantomima. — Tu
penserai a provveder le macchine, il vestiario, i giostratori e tutto.
— Quanto alla spesa — tu mi conosci — non vi sarà a ridire. — Agisci
con zelo. — La famiglia è ricca e generosa. E vuol fare obliare «lo
assedio di Troia» che tu preparasti nel gran teatro pei funerali di
Munazio Fausto — lo arricchito dal mare — cui Nevoleja Tyche diè quella
testimonianza di amor coniugale.
— Compresi, Eumenes. La famiglia di Flacco non avrà a dolersi di me.
Ma ier l’altro io vidi il brav’uomo passeggiar nel Pecile. — Vi entrai
per parlar collo edile — ed egli mi strinse la mano e mi chiese del
figliuol mio che — come sai — vive nell’Urbe. —
Eumenes nello udir lo elogio del suo padrone, valido e sano due
giorni innanzi, sentì tremolare negli occhi le lacrime. Le asciugò
col _sudarium_ che aveva chiuso nelle pieghe della tunica, e con voce
velata rispose:
— Tornò in casa pieno di salute. Dopo la cena si dolse del mal
di capo e andò a coricarsi. Il _clinicus_ Stertinio lo visitò lo
indomani, prescrisse i suoi _placita_ che io feci comprare dal vicino
_seplasiarius_; e malgrado il medico il consigliasse a rimanersi nel
letto, od almeno in camera, volle uscire e andar nella Curia. — Colà
svenne e fu qui riportato in lettiga. Non parlava. Aveva storta la
bocca, gli occhi sbarrati e la faccia accesa. — Vengono due medici e
gli tastano i polsi, uno di qua, l’altro di là. — Quei mercanti della
salute furono in questo solo di accordo — che il sangue fosse ito con
impeto a cacciarglisi nel cervello. — Ma per rimediare a quel guasto
Stertinio indicava il bagno freddo e Archagathas un bagno caldissimo
ai piedi con farina di senape. Allora si bisticciarono, chiamandosi
_vespillones_, spoglia-cadaveri, e peggio. I figliuoli — per non aver
rimorsi più tardi — usarono interpolatamente i due rimedi. Il bagno
ai piedi parve lo rianimasse un poco. — Coi segni prima e poi collo
stilo sulla cera quel degnissimo di vita affrancò dodici schiavi, si
tolse gli anelli e dandoli a Lelio lo designò suo erede. Il misero
ebbe appena il tempo di collar le sue labbra sulla bocca del vecchio e
riceverne il suo ultimo sospiro. Lydia era svenuta nelle braccia delle
liberte. — Aterio Flacco era vissuto.
— Consolati, Eumenes. — Il figlio somiglierà a suo padre.
— Sì, o Filone. È il suo ritratto e dentro e fuori. E il vedrem presto
degno della pubblica cosa. — Ma giacchè tanto spendemmo per quei
due becchini — chiesero ed ottennero dugento denari! — vorrei che il
padrone facesse incidere nella epigrafe: _ignorantia medicorum periit_.
— Postuma è la sentenza, o fedele. — Non si fischia quando s’inghiotte.
— Sta’ sano. —
Eumenes era un uomo della seconda gioventù. — Tratti regolari e belli,
velati da una espressione di dolce melanconia. — Neri e ricciuti
capelli gli adombravano il viso. — Spessi sopraccigli celavano i suoi
occhi lucenti, e vi si leggeva l’audacia che inspira la forza fisica,
la contentezza del proprio stato e una certa tinta di arroganza
insolente mista a bontà di carattere che acquistano tutti i servi
i quali invecchiano nella casa del loro padrone. — Era Messenio,
e fu comprato fanciullo da Flacco. Passò per tutti i gradi della
domesticità. — Dapprima _succinctus puer_ nel triclinio. Quindi
_structor_, quegli che apparecchiava il desco e acconciava le vivande
in un ordine simmetrico e studiato; e poi _scissor_ e così abile,
ch’egli sapeva scalzare un’oca pulitamente e sì presto da vederla
intera e tagliata in un attimo. La sua fedeltà e continenza lo fece
salire in fiducia e divenne _promuscondus_, lo ispettore della cantina.
— Allorchè venne assunto allo ufficio di _tricliniarcha_ Flacco lo
affrancò, e qual maggiordomo fu il primo fra tutti i familiari della
casa.
Per lo addolorato liberto era giorno di grandi faccende quel giorno.
Allorchè Lelio chiuse gli occhi a suo padre e andò a piangere nella
sua camera nelle braccia della sorella, egli dovette correre per
dichiarare la morte del suo padrone e prevenire i _libitinarii_ per
lo apparecchio delle esequie. Cotesti ministri della Dea luttuosa,
avevano nel tempio quanto era necessario per la triste cerimonia —
portatori — guardie — piagnenti — vasi di vetro, di alabastro, di
bronzo, di terra per chiuder le ceneri — legni resinosi — unguenti —
tutto — a seconda del grado della persona morta e della magnificenza
della famiglia. Per questo pagavasi una somma convenuta — _arbitrium_
— e si gettava in un’urna la moneta che serviva di registro dei
morti nell’anno. — Combinata la spesa, Eumenes tornò in casa coi
_pollinctores_ che dovevano lavare con acqua calda il cadavere,
aromatizzarlo di cinnamomo, di mirra e di nardo, acconciare la faccia
del morto, infarinarla col _pollen_ e colorirla come da vivo. Fecero
però prima la _conclamatio_ per quattro volte, chiamandolo a nome
presso le orecchie, e suonarono le buccine due volte, onde accertarsi
se quell’apparente tranquillità fosse riposo, o sonno eterno. Compiuta
l’opera libitinaria, il cadavere venne esposto sur un letto solenne,
colla faccia scoperta, vestito di bianca toga, nell’atrio, coi piedi
volti verso la strada. — Siccome aveva in gioventù raccattato nel
porto un fanciullo che annegava, fu messa sulla sua testa una corona di
quercia _ob civem servatum_. — Sul _prothyrum_ era un’ara, ove ardevano
profumi. — Dinanzi all’uscio, un grosso ramo di cipresso. — E attorno
alla bara i custodi con altri rami per discacciare le mosche.
Sette giorni durò la esposizione. — I profumi e gl’incensi bastavano
a dura prova ad attutire il puzzo della materia corrotta. — L’ottavo
in sull’alba, un araldo percorse le vie, i crocicchi ed il Foro. E
gridava:
— _Aterius Flaccus ollus leto datus est._ — Queglino cui convenisse di
assistere ai funerali, _jam tempus est_. — Si celebreranno giuochi; e
il ministro della dea Libitina avrà un apparitore e dei littori. —
Qualche ora dopo, la strada e la casa si empivano di gente. — Tutti
vestivano la _penula_ invece della toga che non indossavasi nei
funerali.
Una _præfica_, armonizzò colla lira una _nenia_, cioè un poemetto
funebre in lode del morto. Quando la cantilena ebbe fine, Lelio e tre
dei suoi parenti più prossimi, vestiti di bruna pretesta, caricarono
il letto funebre sulle loro spalle. E benchè il sole splendesse
sull’orizzonte, il convoglio s’incamminò fra torchi accesi di cera
e di stoppa impegolata. Un _designator_, andava innanzi coi littori
dalla nera tunica. E dietro sfilavano suonatori di _tubæ_, cori di
satiri danzanti un comico ballo chiamato _sicinna_, e la truppa degli
schiavi affrancati con Eumenes alla loro testa, tutti col capo coperto
dal berretto frigio della libertà. Immediatamente seguiva il corpo
del defunto cogli amici, coi parenti, in tunica nera e senza anelli.
Dietro di essi, a distanza di parecchi passi, era Lydia colle vesti
in disordine, coi capelli sparsi, in lacrime e gittando tratto tratto
gridi di dolore. L’accompagnavano alcune amiche devote che nel settenio
non l’avevano lasciata mai sola. Tutte — come la grande afflitta —
erano coperte dal _ricinium_, piccolo mantello bruno. Quindi camminava
una prefica che colla pantomima dell’angoscia che non sentiva dava il
tuono dei gemiti alle serve della famiglia ed alle loro figliuole. —
Chiudevano il corteggio altre prefiche divise in due drappelli, di cui
le prime piangevano percuotendosi il seno e strappandosi i capelli e le
altre cantavano inni ed omei. E ad istanti cangiavano ufficio, cantando
le prime e piangendo le ultime.
Salito il cadavere sul pulpito del tempio di Giove, il letto fu
innalzato di dietro talmente perchè il popolo riunito il vedesse.
E Lelio pronunciò un discorso, in cui unì agli elogi del padre le
principali azioni della sua vita. Talvolta il misero giovane si
arrestava per piangere. Allora una musica flebile rimpiazzava le
sue parole. E si udì per la piazza ai singhiozzi della figliuola ed
al pianto degli affrancati unirsi qualche voce lamentosa di persone
riconoscenti.
Nello escire dal Foro la pompa funebre voltò dinanzi al tempio della
Fortuna e più in su prese la via Domizia per escir fuori della porta
di Herculanum. Avvegnachè nel sobborgo Felice fosse la tomba della
famiglia.
Nell’_Ustrinum_ sorgeva il rogo composto, a modo di un’ara, di legna
secche di elce, di frassino e di pino, decorato di ghirlande di
fiori. Negl’interstizi erano pezzi di pece, perchè aiutassero alla
combustione. Distesovi sopra un lenzuolo di amianto, i libitinari
vi collocarono il cadavere, cui erano stati prima aperti gli occhi
dal figliuolo onde vedessero il cielo, e introdotto tra i denti un
triente — circa due centesimi di lira — per pagare il tragitto al nauta
infernale. — Quindi Lelio e Lydia, baciandolo sulla bocca per l’ultima
volta, avevano gridato con una voce piena di lagrime:
— _Salve aeternum, aeternumque vale_. — Noi ti seguiremo, o padre,
nell’ordine che la natura ci assegnerà. —
Allora tutti fecero il giro del rogo, gittandovi sopra ogni maniera di
ultime offerte — oli profumati — balsami — incenso — mirra — cinnamomo
— nardo — e la figliuola una ciocca de’ suoi biondi capelli. — Chiuso
il lenzuolo, l’_ustor_ presentò le due torce accese a Lelio ed a Lydia.
Essi le presero. E, copertisi gli occhi col lembo della veste e volte
le spalle — per provare il ribrezzo sentito nel distruggere quelle
amate reliquie — appiccarono il fuoco al rogo. — Ben presto un turbine
di fumo elevasi in aria. — E pianti, e gemiti, e singhiozzi, e canti
funebri, e suono di trombe con essi. — Colui che aveva presentato le
torcie vegliava sulle fiamme e le attizzava. — Appena la catasta di
legna la divenne cenere e bragia, l’_ustor_ inforcò il lenzuolo pei
nodi e lo depose in terra. Lo aperse. E i parenti, inginocchiatisi,
cercarono con cura le ossa che il fuoco non avea calcinato e lavatele
con vino vecchio e latte e poi asciugatele con veli di lino, le
chiusero in un’urna di alabastro orientale insieme a foglie di rose e
ad aromati. Ivi pure scossero la cenere chiusa nel lapideo lenzuolo.
Allora il _designator_, che avea già cambiato il ramo di cipresso con
un ramo di lauro, fece tre volte il giro intorno ai ragunati per la
trista cerimonia, li purificò con una aspersione di acqua pura; quindi
gli congedò colla parola,
— _I licet_. —
Il nono giorno le ceneri vennero deposte nella tomba della famiglia, la
quale trovavasi dietro l’ustrino. Lelio aprì colla chiave la porta di
marmo che girò fischiando sui suoi cardini di bronzo. Si curvò, discese
tre scalini e depose nella nicchia in faccia a sè la ricca urna che
aveva nelle mani. — Levato il coperchio, gittò dentro un anello d’oro
con una pietra su cui era incisa una cerva — il _symbolus_ del padre
morto. — Volse mestamente gli occhi allo intorno e sulla predella vide
l’urna di marmo colle ceneri di sua madre; di vetro, con quelle di una
sorella; e di terra rossa, adorna di bei rilievi, che racchiudea le
reliquie di un fratello morto anzi tempo. Sospirò ed escì. L’ultimo
atto dei funerali era compiuto. E lo fu a suono di trombe, dette
_sitinae_, dal timbro grave e melanconico.
Tornato in casa, trovò i parenti e gli amici riuniti a banchetto.
Nessuna bocca potè sfiorare gai propositi. Le menti erano afflitte e
preoccupate e tutte miravano un solo spettro.
Già da due mesi — sendo morti Germanico in Syria e Druso in Roma —
Tiberio imperatore erasi chiuso in Capreas, stanza recondita e di molto
comodo alle sue paure e alle sue crudeli sporcizie. Dodici anni prima,
accompagnando nella Campania Cesare Augusto — marito di sua madre
Livia Drusilla e suo padre adottivo — aveva visto l’isola assai bella
e dilettevole, cinta di rupi scoscese ed altissime ed accessibile sul
mare profondo da una sola banda e ristretta. Era vecchio, dal corpo
brutto, sottile, lungo, chinato e calvo. Aveva il viso chiazzato di
margini e di spesse stianze e piastrelli. Era stomacato dello abbietto
Senato ch’egli spesso svillaneggiava in greco — «o gente nata a
servire» — plaudendo lui distruggitore delle pubbliche libertà. Odiava
sua madre che non volea socia al dominio, e discacciare non la potea
perchè per le sue moine Augusto lo aveva preferito a Germanico, nipote
della sorella Ottavia. Checchè ne fosse, era partito dall’Urbe con
poca corte, per lo più di greci, amando ragionare in tale idioma. Il
pretesto fu il sacrare il Campidoglio di Capua e il tempio di Augusto
in Nola. Lo infinito restitutore di antichi ordini colà guadagnossi
i sopranomi di Biberio Caldio Merone e di Caprineo. I suoi desinari
duravano non ore, ma giorni interi e serviti da fanciulle di corpo
vago ed ignudo. Premiati i maestri di disonesti sollazzi. Ai più alti
uffizi i beoni, i corrotti, gli autori di libri lascivi e di pitture
libidinose. Chiamava suoi piscicoli i bambini coi quali bagnavasi,
sendo incitamento la loro innocente modestia. In più nefande camere,
rizzate qua e là nell’isola erano i ministri di quanto in esse si può.
Ed altri ministri lettigavano per la contrada in cerca di vittime alla
sua sporca e focosa lussuria.
Ma avaro nello spendere, moderò negli altri lo sciupo nei giuochi e
nelle feste, e scemò le provisioni agli istrioni ed agli accoltellanti.
Pur, se illimitato il castigo ai prevaricatori, illimitate le vie
per deludere la pena ed ovviare il castigo. E tratto tratto vedeva
e puniva. E spegneva i riottosi e ne ghermiva gli averi. E la plebe
diceva nel vedere i ricchi puniti:
— Cesare coi suoi occhi raccolti vede di notte all’oscuro. Gli altri,
di giorno, per lui. —