aveano eseguito col loro esercito di vetro, si fermò dietro la sedia
della bionda Suavis. Psiche si provava a sciogliere lo intricato
gomitolo e non riesciva. — Levati gli occhi, disse:
— Il conterraneo di Alessandro potrà sbrogliarlo, non io. — Che pensi?
— Io penso che Metrodoro non s’abbia a provarvi. Non dev’egli
apprenderne il segreto. Giammai costruirò un labirinto per lui. Ei
venne a me ed io lo tengo.
— Il Tartaro m’ingoi, s’io mai lo caccio dal cuore ove egli scrisse il
suo nome. —
E spingendo il capo indietro, levò la faccia sorridente di amore. — Il
greco curvò la sua e le loro labbra s’incontrarono.
— Undici volte perdente! — Sei volte il colpo del cane! — Che è questo
mai? — Calliopa, togliti di qui, se ti piace. — Hai la faccia sì seria,
e gli occhi sì lucidi, che temo mi affascini. —
La bella fanciulla posò la mano sulla spalla di Ametistio, si fece
rossa e poi pallida, e lo guardò di quello sguardo con cui la madre
fissa il figliuolo. — Uno sterile sdegno; lo imbarazzo dell’anima;
la tenerezza profonda; una incantevole illusione ben tosto fugata dal
fantasma della brutta regione in cui per parecchi mesi aveva vissuto;
ecco le parole che dissero quello sguardo innamorato. — Ametistio non
lo notò. — Aveva altre cure che lo occupavano. — E la misera andò a
celar le sue lacrime in un canto della camera — pioggia impetuosa che
distruggeva i fiori ed il verde di una forte passione.
Scapido e Porcio s’erano tolti dal giuoco e, stirandosi le braccia, si
appressarono alla tavola dove la sorte capricciosa imponeva ai dadi le
sue fantasie. Le donne anch’esse composero il cerchio.
— Togliti, Metrodoro, di costì. — L’amico dirà che gli nuoci.
— Danno e sventura! — Una ruina sull’altra! — Uno, sei, due. Ah!
Venere! Ti frangerei volentieri le costole con una mazza. — In verità,
io rinuncio alle tessere e mi ritiro.
— Quanto perdi, o Ametistio!
— Chiedine, o Psiche, a quel fortunato. —
Issa prese sul deschetto il breve bussolo incerato e, fatta l’addizione
delle cifre, pronunciò:
— Sei mila dugento cinquanta denari. — Psiche, si può dir del tuo
amico, come di Fabio, il temporeggiante, _romanus sedendo vincit_. E
viva lui! —
Publio Ametistio — giovane, orfano, già ricco, scialacquatore —
apparteneva a quella categoria di uomini amati e maladetti dal fato —
stelle filanti nell’atmosfera della vita, che splendono di vivo lume
per poco; che impallidiscono al passar di una nube; e scompaiono nella
pace della natura, quando tutto irraggia, canta ed ama intorno ad essi.
— I piccoli e i grandi avvenimenti della esistenza gli aveva assaporati
tutti. Pur questa volta l’urto che la ruota della Fortuna gli aveva
dato passando, gli cagionava un fremito dentro che gli rendeva malato
il cuore. — Non ostante, scosse lo altero capo per coronare di un falso
sorriso la necessità, e disse:
— L’ora è tarda. — Valete, amici. — A domani.
— A domani, Publio; e quando vorrai. — Ricordati che l’amicizia è la
catena più forte delle nostre affezioni. —
Allora si fece innanzi Calliopa e prendendogli la mano distratta con un
guardo che dicea molte cose, gli aggiunse:
— No... Vi è una catena anche più forte e tenace... l’amore!
— A tutti sia propizio Morfeo. —
Così mutuamente tutti si salutarono. — E, accompagnati o soli,
reddirono alle loro dimore.
Ametistio aveva molto giuocato, e perduto, e pagato. Aveva pur molto
speso per giovanili follie e poco omai più gli restava del censo avito.
Avrebbe dovuto arrestarsi e dar ordine alle sue cose. Lo amor proprio,
la vanità lo spinsero oltre. — E in quella sera ei si vide giunto
sull’orlo dello abisso, e la via del regresso era scomparsa. Quando
pose il piede sulla gradinata della strada dell’Abbondanza, un sudor
freddo gl’imperlava la fronte, le gambe gli vacillarono e si appoggiò
ad uno degli _impedimenta_ di sasso. Ma si rimise ben tosto e continuò.
— Continuò con passo regolare e sicuro, col corpo diritto, colla testa
immobile, cogli occhi fissi, come una statua che avesse l’uso delle
sue gambe. — Entrò in casa sua, si fece nel suo cubiculo e si gittò sul
letticciuolo vestito com’era.
L’anima, ripiegata violentemente sopra sè stessa e compressa per ore
dallo sforzo della volontà, riprendendo i suoi diritti e distendendosi
disordinatamente per tutta la persona, si rifece padrona dei suoi
dolorosi pensieri. E alla luce della lampada vide tremolare sulle
pareti ombre leggere e fugaci e ripresentantisi. Erano i suoi ricordi
or lieti, or tristi. — Era la idea dolorosa del domani. — Ma un’altra
immagine passò a traverso la sua mente febbrile che limò l’acuta
preoccupazione colla speranza; e, tranquillato a metà, chiuse gli occhi
e distese le membra spossate.
La impotenza generale dei sensi rabbonacciò lo spirito agitato. Le sue
idee navigavano pur sempre nel caos. Ma gli sembrava, nelle tenebre, in
fondo, lontano, di vedere un porto consolatore ove avrebbero trovato
un approdo. Immobile, nè dormente, nè desto, quel crepuscolo della
propria intelligenza leniva in certo tal modo la prostrazione fisica e
morale nelle cui braccia lo aveva gittato il pensiero della vergogna
e la idea di mancare — malgrado suo — allo impegno che il giuoco gli
avea fatto contrarre. A poco a poco aggiornò nella sua mente. — Il
passato aveva preso il di sopra. — Festini — bagni — viaggi — ed amori.
— Adorati fantasimi tornarono ad impadronirsi dei suoi pensieri. —
Cuma, Neapolis, Capua, Tarentum, Brundusium, Roma le vide popolate
di creature graziose, di desiderii appagati, di spettacoli goduti.
Sentì voci gentili ripetergli frasi già udite. Un braccio appoggiarsi
delicatamente sul suo e stringerla con un tremito soave. Ripensò ad
un mazzo di fiori ricambiato da un bacio. Ad una ciocca di capelli
bruni che aveva sfiorato la sua gota. Ad una immagine divina, fremente
di piacere sotto le sue carezze. Ad un banco, in uno xisto, su cui,
lungi di ogni sguardo, erasi assiso presso una idoleggiata, sotto un
odoroso cespo di caprifolio. Ad una brigata di amici che pur dianzi
accoglievalo e gli facea festa. A Calliopa, di cui avea letto nel cuore
lo affetto secreto, folle, insensato.
— E domani? —
Cotesta parola, come tarlo rodente, lo svegliava dai sogni e lo
trascinava ai piedi di una triste realtà.
— Oh! Si allontani la idea! Troverò danaro. — Pagherò. — Indi,
vita nuova. — Un buon matrimonio... la pace e.... l’onore sino alla
morte. —
E chiuse gli occhi colle dita, per forza, e cacciò lontano ogni
pensiero. Volse la testa sul cuscino, chiamò il sonno... Ma l’anima
vegliava e lo facea dimenare sul letto quasi fosse un fascio di spini.
— Oh! la crudele espiazione! L’Erebo ha minori tormenti! — E che feci
io che gli altri non fanno? — Essi dormono! — Ed io mi torturo! Sì mi
torturo... e soffro senza speranza... Forse troverò un _fœnerator_...
Che! Tutti ladri! — Gli subisco da un pezzo! Mi fecero il loro
schiavo... mi composero questo crudele destino!... Ma, non ne fui
l’autore io medesimo? La vita mi è a carico... E se io la troncassi,
aiutando la parca insonnita?... —
Si levò di letto. — Aveva lo aspetto livido, sconvolto. — Si appressò
ad una cassetta di ebano e ne trasse uno stile. Lo esamina con cura,
ne prova la punta acuta e sottile sull’unghia del pollice, lo adatta
tra le due costole sul cuore..... è per pigiarlo dentro colle due mani
e..... si arresta.
— E l’onore?... E il mio nome?... E merito io la fine di Socrate e di
Catone?... E che direbbero di me morto i miei creditori... e l’ultimo,
se io usassi la prerogativa di un uomo libero che si sottrae dalle
angosce dell’animo?... Giù il ferro di cui non son degno! —
E lo cacciò sul mosaico della stanza. — Levò la mano in alto e, voltosi
verso lo _impluvium_, ov’erano sotto il portico le statue di stucco dei
suoi maggiori, seguiva:
— Date venia all’ultimo della vostra stirpe, o miei. — Voi serviste
leggi che io non debbo, nè voglio, mai offendere. — A meno che Giove
non mi dissenni, nè morti, nè viventi eleveranno contro me la loro voce
di spregio. Bocche severe mi dissero leggero, depravato, sciupone.
— Meritai la sentenza! Cercherò danaro. — Me ne daranno quei tristi
ch’io contribuii ad arricchire! — Quindi darò piena ospitalità alla
saggezza. —
Siffatte idee lo racconsolarono. — Di chiaro giorno escì. — Corse nel
Foro. — Callicles, l’usuraio, disse non aver sesterzi disponibili. —
Toctucio, il liberto ladro che facea commercio di giovanetti greci di
ambo i sessi, rispose avere in casa un capitale morto che pur mangiava
e non poter disporre di un solo quadrante. — Cancer, il sudicio ed
insaziabile affrancato, lamentò il terremoto che gli aveva screpolato
le molte botteghe che affittava e maladì ai _tignarii_ e _cœmentarii_
di Teanum che nelle travature e nelle ricostruzioni gli assorbivano il
peculio deposto nell’_horreum_ — il magazzino pubblico, ove i cittadini
deponevano la moneta e gli oggetti preziosi sotto la salvaguardia dello
Stato. — Il solo Gurges — la cui avidità gli avea dato quel meritato
soprannome — consentì a trattare, chiese la cifra e promise una
risposta fra tre giorni. — Ma, richiamato quel contentissimo indietro,
gli aggiunse:
— Il _fœnus_ però sarà centesimale, cioè, mi darai due assi per cento
ogni mese. — Va?
— Accetto. —
E a quai patti non avrebbe consentito Publio Ametistio per escire
onorato dalla voragine ov’era caduto? — Stanco, ma rinfrescato dalla
speranza, attese. — Dormì. — Riparò le forze perdute. — Per distrazione
— non per amore — ricercò la compagnia di Calliopa. — Povero, cuore
riannobilitato dal raggio nuovo di una sensazione profonda!
Intanto Gurges aveva parlato con Alfio, degno collega suo. E questi:
— Mercurio ti aiuti! Il suo patrimonio lo fuse in bagordi, in vini
squisiti, in bagni, in profumi.... e in usure. Chiedine a Scapzio e a
Matinio, cui Cicerone tagliò le unghie a Salamina. Gli è proprio un
_hilarus nepos_. — Se gli aurei nummi ti vennero a noia, danne....
Allora torneremo a chiamarti col nome di tuo padre! —
— Basta. — Quand’anche lo segassi — secondo il prescritto delle XII
Tavole, — di quel corpicino estenuato dai vizi non mi verrebbe gran
parte. —
Corsi i tre giorni, alla decima ora di sera Ametistio cercò di Gurges
nel Foro. — In casa non era. — Visitò parecchi luoghi. — Domandò ad
alcuno di quella geldra ove fosse. — Frugò inutilmente ogni canto. —
Alla fine trovollo nel porto. — E tra il timore e la speranza:
— Ebbene?
— Per Ercole! Non si dirà mai che i miei denari, con tanto sudore
acquistati, passino come un papavero in un formicaio. — Tu credesti il
tuo censo immortale. — _Magister improbus!_ — Lo dasti alle sciupate?
Fa’ che le sciupate tel rendano! —
A quelle parole Ametistio sentì mancarsi il cuore. — Crollava intero lo
edificio delle sue speranze. Un sudor freddo gli diacciò la fronte. E,
voltosi all’usuraio che con passo frettoloso si allontanava, lo salutò
con tale rampogna:
— Ti colga la peste, _furcifer_. —
Era annientato. — Il crepuscolo copriva colle prime ombre le cose. Si
avviò sbalordito verso la città. — Passò sotto l’arco della porta della
Marina. Si assise sui gradini del magazzino della Dogana e appoggiò
la fronte bruciante sulla parete. Le idee tornarono nella sua mente
con tutta la loro chiarezza. D’un tratto si leva e cammina frettoloso.
Si arresta sul piano e poi va innanzi, agitando le braccia come un
insensato e parlando inarticolate parole. Si ferma di nuovo dinanzi il
tempio di Venere Fisica. L’uscio è aperto ed egli entra. — Qual disegno
lo spinge? — Nessuno. — S’inoltra e poggia il capo sull’ara. Per tutto
è silenzio. Nessun rumore. Nessun mormorìo attorno di lui. Alza gli
occhi e mira la statua di marmo della bellissima Iddia, cui tanto
danaro le sue scioperatezze aveano sacrificato. Una lampada votiva
illumina la edicola. Ametistio ripensò alle parole di Gurges — che le
sciupate aveano a rendergli quello che alle sciupate egli avea dato.
Si guardò attorno, ascese la scala di marmo a grandi passi, afferra la
lampada d’oro e fugge.
Ma il coperchio — rotta la cerniera dall’urto — si stacca e ruzzola
per la gradinata. Un sacerdote, che andava a chiudere la porta del
tempio, ode il rumore, vede un’ombra che passa, il lume spento innanzi
il delubro, immagina la profanazione, corre e grida al ladro, al
sacrilego, all’empio.
Lo ingresso nel Foro era chiuso. Laonde il misero corre per la via
d’ond’era venuto. — Alcuni che bevevano in un _thermopolium_ si
affacciano sulla strada. — Due marinai ed un soldato vengono dalla
porta della Marina. — Non vi è scampo per lui. Una idea lo prende e la
esegue. — Lancia con quanta forza gli ministra la disperazione il ricco
oggetto che avea fra le mani al di là di un alto muro, il quale serviva
di sostegno al terrapieno per la edificazione di un tempio ad Augusto.
Il sacerdote lo arresta e al primo cittadino che vede, dice:
— _Licet te antestari?_ —
Avendogli risposto affermativamente, ei gli toccò il basso della
orecchia, supponendosi allora che quella fosse la sede della memoria.
Gli accorsi si accrescono. — Il misero è svenuto nelle loro braccia. —
Altri sacerdoti giungono colle torce. Ed una luce livida rischiara la
persona di quel caduto. — Uno lo riconosce e dice:
— Publio! il ricco giovane che abita nella via dov’è la fontana di
Medusa!... Oh! non è possibile!
— Dov’è l’oggetto involato cui i sacerdoti accennano?
Tutti si scostano. — Quei dalle torce accese le volgono per ogni verso
e nulla trovano. — Allora il soldato si accosta all’orecchio di un
marinaio suo amico, e gli susurra:
— O che il flamine abbia preso la lampada, e poi voglia averne una di
ferro col sangue delle vene di quello sventurato?
Altri soldati ed altri curiosi vennero su quel posto. — Ametistio aprì
gli occhi tutto smarrito. — Vide la gente. — Si rimise sui piedi e
toccandosi la fronte riarsa, balbettò:
— Ove sono?... Oh! il terribile sogno!
— Dove hai celato la lampada tu?
— Quale lampada?
— Quella che tu involasti a Venere sacra.
— Ah! Gurges lo ha detto. — Pietà di me. — Uccidetemi e sarete
pietosi.... La lampada....
— Ebbene?... La lampada?
— _Venus diobolaris_ l’ha presa. — La venderà a Gurges, o a Cancer....
E quelle mignatte vomiteranno il mio sangue nella tua bocca, o flamine
impudico.... mignatta del popolo.
— Bestemmia lo infame. — Trascinatelo al pretore. —
Un centurione aprì la folla, la interrogò, vide il giovane di nuovo
svenuto e ordinò si chiamassero due schiavi pubblici con una lettiga
per condurlo presso il magistrato.
— Rendi la lampada, o sacrilego. — La vendetta della Iddia piomberà sul
tuo capo.... —
L’uomo coperto di ferro distese con autorità la mano sullo incolpato e
disse.
— Pace, o sacerdoti. — Comprendo il delitto e ne sento l’orrore. — Ma
il giovane parlò poc’anzi in delirio. — Ora è svenuto od è morto. I
magistrati sentenzieranno. —
Giunta la lettiga, vi fu adagiato Ametistio, venne aperto il passaggio
nel Foro e il trasportarono per quella via. — I sacerdoti, i curiosi,
gli sfaccendati, i perditempo, le bigotte rimasero su quel posto per
lunga ora ad esclamare, a non credere, ad accusare e colle lanterne a
scoprire dove il reo avesse nascosto la lampada rubata. Ma la lampada
non si trovò.
Il pretore cui presentarono lo incolpato, appena potè riconoscerlo agli
occhi sbarrati, alla faccia livida, alla persona affranta. — Udito il
reato di cui Ametistio era accusato, siccome questo implicava la pena
della _maxima capitis diminutio_, cioè la sottrazione di una testa al
consorzio dei cittadini e alla libertà, dovette ordinare fosse menato
nella pubblica prigione.
A dritta dello ingresso del Foro dalla viuzza dietro le Terme e dal
trivio della fontana del Lupo, era il posto dedicato alla carcerazione
preventiva. Una piccola e stretta porta di quercia vi dava accesso. Un
pernio di ferro nel centro la faceva aprire a metà. Grosse spranghe
confitte nelle spallette di pietra la facevano immobile al di fuori.
Due scalini mettono in una stanza umida e oscura, non ricevendo
aria e luce che da un piccolo tubo superiore alla porta; e due altri
fanno ascendere ad una seconda, stretta e lunga come la prima. — Le
pareti sono lisce e composte di larghe pietre di taglio, aggiunte
senza cemento. — Così le soffitte. E la costruzione è sì solida da
non offerire ad un rinchiuso veruna speranza di fuga. Nulla di peggio
orribile di quelle due fosse....
Colà sur un po’ di paglia venne gittato Ametistio. Il quale, fuori di
senno e quasi immemore delle cose avvenute, potette dormire sino al
dimani.
La novella corse ben presto per le bocche di tutti in Pompei. — I suoi
amici ne rimasero sprofondati. — Calliopa cadde come corpo esanime;
chè, il dolore che non ha refrigerio di lacrime uccide o quasi. — Il
vincitore alle tessere e quanti furono del numero della sua ultima
festa, credettero o falso il delitto o nato di subita follia. Laonde
deliberarono di farsene essi gli accusatori pubblici — _auctores causæ_
— per impedire che altri si presentasse e non col loro cuore. Ma il
giudice della questione, il quale senza essere magistrato aveva pure
tutte le attribuzioni di un _quæsitor_, cioè presidente — non volle
che lo incriminato ottenesse dai suoi fidi una persecuzione fiacca,
incompleta per calcolo onde sicurargli la impunità. Accettò meglio
l’atto di accusa prodotto da Stazio Rufo e dai suoi _custodes_, Vatinio
Svezzio e Caio Pedio — sorta di accusatori in secondo, sia chiamati dal
primo come aiuto ai suoi ordini; sia, suo malgrado, per chiarire la di
lui condotta, per sorvegliarlo e costringerlo ad una franca accusa. —
L’atto diceva così:
«Vivente Tiberio imperatore, e sedenti consoli C. Cecilio Rufo e L.
Pomponio Flacco Grecino, agli VIII degli idi di aprile — dinanzi i
questori Velario Grato e Vibrio Saturnino — Stazio Rufo coi suoi
custodi, dichiaro Publio Ametistio reo di furto di oggetto sacro
e dimanda che secondo le leggi venga condannato alla interdizione
dell’acqua e del fuoco.»
Il quesitore mandò il libello all’accusato, perchè apparecchiasse la
sua difesa pel giorno di poi.
Lo indomani un araldo, salito sul pulpito della Basilica — dopo aver
suonato la tromba, ripetè l’atto di accusa, scritto precedentemente
dagli autori della causa. — Quindi colla stessa formalità lo chiarì dal
pulpito del tempio di Giove e dinanzi la porta dello accusato.
I giudizi sui reati pei quali era prescritta la condanna nel capo
erano dapprima riserbati ai comizi. Occorsi alcuni casi, creduti al
disopra della intelligenza del popolo, o della sua istruzione, si
cominciò a consultare i decurioni, ch’erano una emanazione popolare.
Quindi si pensò di creare un corpo giudiziario permanente, scelto tra
i cittadini i quali pel loro grado sociale o pel loro censo fossero
nella condizione di occuparsi dei pubblici negozi senza alcun danno.
Il popolo — approvando siffatto accordo — serbò per sè i giudizi sulle
cause di alto tradimento e la revisione delle sentenze sui condannati
che a lui si appellassero come a sovrano.
La Basilica è aperta. — Una folla numerosa occupa il portico e l’atrio.
— Le donne e i curiosi sono sul terrazzo del Foro e dei tempio di
Venere. I più vicini odono. — I più lontani veggono. Ma il vedere vale
quanto lo udire; avvegnachè gli oratori, accompagnando le loro parole
con gesti espressivi e giusti, traducessero a maraviglia il detto
coll’atto.
I duumviri sono sulle sedie curuli. — Gli accusatori sul pulpito.
— Indietro, a dritta ed a sinistra seggono ottanta uno giudici. —
Sotto la ringhiera, lo araldo e gli scribi. — Una barriera mobile di
legno chiude il tribunale. — E dentro è l’accusato in mezzo ai suoi
difensori, fra i quali uno è il _patronus_, cioè l’oratore e gli altri
sono _advocati_, cioè i chiamati per la loro scienza nel diritto e per
la loro perizia nelle cose giudiziarie.
Quando gli scribi ebbero dispensate parecchie copie della lista
dei giudici agli assistenti per chiarire come veruno che non fosse
registrato nell’Albo giudiziario usurpava illegalmente siffatto
ufficio, i duumviri fecero prestare giuramento agli ottanta uno
cittadini che avrebbero giudicato secondo le leggi. — E tutti, chiamati
per nome, risposero:
— _Juro ex mei animi sententia._ —
I magistrati non giurarono perchè essi in tale circostanza si
limitavano a dirigere i dibattimenti, a proclamare il risultato dei
voti ed a pronunciare l’applicazione della legge.
Si cominciò dalla audizione dei testimoni. Ognuno di questi giurò pel
sommo Giove — _cujus nomine_ — dice Cicerone nell’arringa a difesa di
Milone — _majores nostri vinctam testimoniorum fidem esse voluerunt_
— di dire la verità. Il primo chiamato fu Venerio Epafrodite — il
sacerdote del tempio che vide il fuggente e il raggiunse. — Disse della
lampada involata dalla edicola e del solo coperchio trovato ai piedi
dello altare, dei lucignoli unti raccattati lo indomani uno sulla via
corsa dallo accusato e l’altro tra le pieghe della sua toga. — Ymnus
— il venditore d’idromele e di acque aromatiche nel _thermopolium_,
dinanzi il quale quel che correva venne arrestato — narrò le grida del
sacerdote e il passo concitato del giovane, che da uno che prendeva
ristori nella sua bottega udì chiamarsi Publio e aver casa nella
via della fontana di Medusa. — Pupo — il marinaio che venne su dalla
porta della città, ripetè le stesse cose ed aggiunse aver veduto lo
incriminato svenuto e poi udito dalla sua bocca parole sconnesse, o da
ubriaco o da pazzo. — Il centurione Eleno Missilus chiarì quello che
avea visto, cioè, il misero giovane ch’ei stimò morto tra le braccia di
chi il sosteneva. Aver udito parlare di una lampada rubata. Pur quella
lampada non essersi rinvenuta, nè sul posto, nè sui luoghi vicini.
Stazio Rufo cominciò allora l’accusa. — Dipinse la depravazione dello
incolpato. Le ricche imbandigioni e gli apparecchi della gola aver
sciupato e guasto il suo censo avito. Altri scialacqui, di cui è onesto
il tacere; e l’amplissima villa, non più sua; e i tanti schiavi di
tante lingue; e i bronzi e le pitture di miracolo; e il vestir di seta
come le donne, averlo gittato nelle braccia degli usurai, divoratori
anch’essi del suo patrimonio. — Coteste le cagioni dell’ultima colpa. E
potrebb’egli sconfessarla?
— No! —
Il patrono difensore nello udire il monosillabo accusatore del suo
cliente:
— Rufo, tu obblii il saggio costume degli avi, i quali si espressero
sempre dubbiosamente in giustizia. — Come puoi tu asserire le cose
intime che narri? — Vedesti tu — coi propri occhi tuoi — il furto sacro
commesso? — E dimentichi tu per ventura come le tue arrischiate parole
sappiano strappare un amico da braccia amiche, privare lo Stato di un
cittadino ed egli stesso diminuire?
— Pace, o Caio Calvenzio. Qui non si trattano piacevolezze. Tu non
vorrai scendere a giuochi retorici. — Fatti. Non altro che fatti. — A
tutti è chiara la vita del tuo cliente. — Egli avea debiti. — Chiese
danaro. — Nessun usurario volle dargliene. — Entra nel tempio di Venere
e ruba. Ruba accecato dalla disperazione.
— E la lampada ov’è?
— Non sii formalista, Calvenzio. — La sua tunica e la toga sono unte.
Un lucignolo sulla persona.... Egli stesso non smentisce il reato. —
Ecco quello che io credo..... e i nostri avi anch’essi in simile caso
si sarebbero espressi così. — Ho detto. — Rispondi, se il puoi, sulla
innocenza di lui.
— Cotesti fatti — se sono fatti, ed io gli nego — non avrebbero
potuta rifar la fortuna di Publio. Poteva vendere la sua casa, e i
suoi bronzi, e le ricche suppellettili, e gli ori e gli argenti, e le
gemme, e gli schiavi; ed avrebbe pagato i suoi debiti cui tu accenni
ed io ignoro. In verità una lampada del peso di III libre e once II e
del valore di 40,800 sesterzi, non può solleticare la cupidigia di un
giovane agiato e spendente come tu dici. —
Adora sorse l’amico presso cui Ametistio passò l’ultima sera gioiosa
giuocando — il quale, dimentico del danaro scommesso e vinto, erasi
fatto insieme con Metrodoro uno degli _advocati_, non avendo potuto
essere gli _auctores causæ_ — e col viso acceso dalla indignazione,
proferì:
— E la lampada, per Polluce! E dov’è cotesta lampada? — Abbiamo un
sacerdote interessato che accusa. — Abbiamo un incriminato che non si
difende. — E l’oggetto del reato scomparso! — O Venere lo ha nascosto
agli occhi dei suoi.... sacerdoti, o volò di per sè, come il divo
Romolo, nell’empireo presso la Iddia! —
Metrodoro era afflittissimo. Teneva la mano dell’amico chiusa nelle
sue. E spesso a voce bassa parlavagli nell’orecchio. — Ma non ne aveva
nessuna confortante risposta.