Sì le prime Terme come le più grandi ov’era la _palestra_ — vasto

paralellogrammo dedicato alla ginnastica per lo spigliamento delle

membra nei giovani — erano già piene di gente. — Mosaici sui pavimenti.

Stucchi coloriti sulle volte. Mobili di bronzo e bacini di marmo.

Inservienti al bisogno. — In faccia al porticato di colonne scannellate

era il _baptisterium_, ove ognun che voleva si gittava ignudo e sudato

nel bagno freddo in comune. — Quello dei bagni poco lungi del Foro era

rotondo, ristretto e sotto una cupola, d’onde veniva la luce. Nella

prima stanza sotto il colonnato lasciavansi le vesti e di là entravasi

in una sala spaziosa, riccamente ornata, ove pur potevasi togliere il

bagno freddo dalla gente che preferiva prenderlo al coperto. Lungo le

pareti sono sedili per agio di quelli che accompagnano i bagnanti e

conversano con essi od attendono il loro turno. — Nella sala che apresi

a manca è il _tepidarium_, il cui pavimento e le cui pareti tramandano

un dolce calorico, proveniente dal _laconinum_, il fornello dei bagni.

— Quivi erano larghi bacini di marmo e sedili di bronzo per asciugarsi

o riposarsi allorchè si usciva estenuati dal _sudatorium_, sala delle

bagnature a vapore. Il quale, escendo a nuvoli che si spandano da per

tutto nell’apposita sala, va verso la volta di forma emisferica, a

lavori di stucco scannellato, e discende pei regoli successivi lungo

le pareti. L’apertura praticata sul sommo della soffitta era chiusa da

uno scudo di bronzo, e col mezzo di una catena potevasi aprire come

una valvola, nel caso che il calore del caldario divenisse troppo

eccessivo. Quelli che si facevano colà dentro, ansimavano, davano in

singhiozzi, respiravano appena. L’aria infuocata e la grande umidità

non danno requie ad alcuna parte del corpo. — Scuote, opprime, stanca,

accascia, prostra le forze. — Val quanto trovarsi nel focolare di un

incendio. — E non so come i Romani non abbiano scritto nelle dodici

tavole l’applicazione della condanna ad esser bagnato vivo su quei

tristi che intendevano correggere invece di uccidere.

L’_eleotesium_ era il luogo ove si tengono i profumi e gli unguenti

campani. — In altre piccole stanze posavano bagni di marmo per le

donne di età grave o per uomini difettosi della persona che non amavano

mostrarsi avvizziti e deformi al pubblico sguardo. Ma dal povero plebeo

coperto della sua _pullata_ ai magistrati che indossavano la pretesta,

dagli illustri cittadini agli uomini di piccole fortune, nessuno

sdegnava i pubblici bagni. Unica distinzione era che il ricco veniva

preceduto dai suoi schiavi e seguito dai clienti. Ed il plebeo entrava

solo.

Le genti agiate frequentavano le Terme per moda, per accidia, per

curiosità e per trovarvi conoscenti ed amici, onde invitarli a cena,

al giuoco dei dadi e ad un’orgia. — I derelitti dalla fortuna, per

raccapezzarvi — chiedendolo — un qualche asse. — E le donne per

stare in esercizio di pettegolezzi, per narrare ed udire la cronaca

scandalosa della città, per osservare da vicino le forme decantate di

una bella e trovarvi alcun che da ridire, e..... per filare un intrigo

amoroso su quel terreno neutrale, ove la folla sapeva celarlo nei

ripieghi dell’uso e della prescrizione medicale. Nelle due Terme le

donne avevano un bagno a parte ed entravano per uscio diverso da quello

degli uomini. — Sur una delle porte della Palestra, nel vicolo, era

scritto: _Mulieres_.

Non molti gl’inservienti. — Un guardiano del bagno — un _fornicator_,

cioè, quegli che poneva il combustibile nella fornace — e parecchi

schiavi, condannati ai lavori pubblici per delitti. — Questi hanno

nome secondo lo ufficio. Addimandavansi _capsarii_ quelli che serbavano

chiuse in una cassetta le vesti di un bagnante e ne traevano mercede.

— _Aliptae_ o _unctores_, i profumatori cogli unguenti. — _Alipili_,

gli spelatori col mezzo di una pomata, o colla pietra pomice. —

_Tractatores_, i frizionanti nel bagno a vapore. — Per siffatti servigi

le donne conducevano con sè le loro schiave.

— Ahimè! Come sono stanco. Spero nel tepidario riprendere un po’ di

forza per poi goder meglio i piaceri della mensa.

— O, non si direbbe che Publio Ametistio abbia fatto oggi sforzi

prodigiosi per passar la giornata?

— Tu hai, o Statilio, del toro, e le forme ed il nome. Nè sai compatire

ad un gracilino par mio che desinò tre volte e vomitò due. La bella

Iddia vi mette anche del suo. E se la dura a lungo, è miracolo.

— Taglia la corda e resterai libero. —

Ed un altro aggiunse, cacciandosi nel bacino pieno d’acqua fumante:

— Facile a dirsi. _Quisquis amat venit_, dice il poeta. E a sedurre

Ametistio ci vuol meno che far cadere un pettorosso nella pania.

— O tu, Atimeto. Guazza un po’ meno..... e pensa che hai misurato

l’amico colla tua spanna. — Se potessi dir qui una novella..... Ma nol

debbo, _quia lupus est in fabula_.

— Hilaro Sulla, or narrala e ci piacerà. —

Atimeto versò sul curioso Statilio acqua a manciate e profittò del

rumore per dire usassero prudenza; — avvegnachè non il lupo fosse

presente al racconto di una sua debolezza di cuore; ma un altro animale

che aveva di che allontanare ogni fascino. E coll’occhio lo designò.

— Era un uomo adiposo che soffiava nel bacino di contro come un

ippopotamo. Orafo, arricchito dal mestiere, aveva comperato dal padrone

la sua libertà. E più erasi fatto danaroso colle usure a carico dei

giovani spensierati. — Zozzo, liberto di Popidio Ampliato, verso la

cinquantina, aveva domandato ad una bella giovane se voleva essere la

donna sua. La non rispose nè si nè no. Ma il terrore d’istinto — che,

bruttissimo era e guasto dal vaiuolo — egli lo interpretò come eccesso

di gioia. — La vittima venne trascinata sullo altare, coperta di bei

monili e di collane di perle. — Pare che anch’essa lo ricambiasse di

una bella corona. E non era di rose..... Almeno così diceva la mala

lingua di Sulla nel bagno.

Quei giovani passarono nel sudatorio e si distesero sopra lettucci

di riposo, dove alcuni giovanetti, appena vestiti, cominciarono a

strofinarli con spugne finissime. — Quindi a mani piene pigiavano le

loro carni, li ravvoltolarono per ogni verso e fecero che tutte le

articolazioni scricchiolassero. — Da prima ridevano e scherzavano.

Poi caddero in una prostrazione come per grande stanchezza. — Quel

_malaxare articulos_ era per fermo una operazione dolorosa, quando

i frizionatori non fossero dotati di una certa abilità e destrezza.

Allora questi diedero di mano agli strigili — ch’erano di avorio o

di argento, adorni di bei graffiti, la cui forma somiglia a quella di

una falce concava che possa applicarsi alla rotondità delle membra —

e staccarono dalla dermide tutte le ineguaglianze e le impurità che la

traspirazione vi aveva adunato.

Trasportati di nuovo dond’erano venuti, gli epilatori li spelarono

con un unguento fatto con semi di salcio nero e con egual dose di

litargirio. — E i profumieri li unsero di distrutto di porco con

elleboro bianco. — Aspersi poi di olio di nardo e di megalio, furono

asciugati con stoffe di lana finissima. — Vennero in ultimo avviluppati

in una _coccina gausapa_ — specie di grande toga scarlatta, vellosa al

di dentro — e deposto ognun di que’ giovani entro una lettiga coperta,

furono ricondotti in casa loro. — Nel congedarsi, Publio Ametistio ebbe

a dura prova la forza di dire, sbadigliando:

— O, chi verrà alla _comissatio_ meco?..... Prometto _mirabilia!_

— Verremo! —

Statilio Tauro, nel porre il piede nella sua sedia chiusa, voltosi agli

amici, lor disse:

— Parlare consigli di saviezza a quel caro epicureo è lo stesso che

raccontare una storia ad un asino sordo. — Valete. —

Intanto che quei giovani infemminiti prendevano il loro bagno

caldissimo che gli slombava, i popolani si procacciavano un sudore

abbondante e senza spesa nella palestra. Gli uni — ignudi nati —

si esercitavano nella lotta; e ciascuno procacciava con sgambetti

di cacciare il compagno per le terre. — Altri bilanciavano le loro

braccia, avendo nei pugni pezzi di piombo. — Altri, giuocavano alla

palla. — Ed altri ancora, colle mani legate sul dorso, prendevano

colla bocca anelli per terra e si rialzavano. E fra i più destri, uno

inginocchiato, rovesciavasi indietro sino a mordersi il tallone dei

piedi. Quindi si tuffavan tutti nell’acqua gioiosamente, con grandi

risa e con più alto baccano.

Il bagno addetto alle donne è più quieto. Ma il bisbiglio dei vari

tuoni delle voci è anche più discordante. — In una epoca ed in

un paese, ove le vesti dinotavano la condizione di quelle che le

indossano, la nudità assoluta delle persone stabiliva una eguaglianza,

una democrazia, di cui ognuna traeva suo pro per la libertà propria.

— O che hai, Rufilla, che sei costì tanto cheta. Da che siamo nel

bacino non sferrasti pur anco una parola.

— Mia cara Aglaia, sto ammirando le carni flosce della mia padrona,

sulle quali sarebbero così bene applicati i colpi di verghe che mi

fece dar non ha molto. — Ne ho ancor le lividure alle reni. — Mira che

pelle. — Toccherà a me domani il renderla bianca di carnagione, nelle

parti visibili, colla cerussa di Rodi. — Buon per lei che un’altra

l’asciuga. — Io la pizzicherei di dispetto.

— E non hai tu altra sorgente di collera contro di lei?..... Il mio

padrone, ch’è il maggiordomo nella casa di Bleso, disse alla moglie

aver inteso come il marito della tua signora volesse affrancarti

perchè..... sei bruna e piacente. —

Rufilla sorrise e replicò a bassa voce:

— Ho rotto pace con molte illusioni, io. — Pur sono ancora in

civettismo colla speranza. Chi sa? Finora alla Iddia bendata non vidi

mai il viso. — Ed in vero non saprei dirti ciò che meglio io desideri.

— Tu parli come gli aruspici. Pure ti ho inteso. — Venere ti

sorrida! —

Quando le due schiave si levarono di là per asciugarsi, altre due

parlavano greco nell’atto che le donne loro affibbiavano addosso le

vesti. Sembra che quella lingua esse ignorassero.

— Dì! — È egli vero, o Lelia, che tu ti mariti? Piacerebbemi. —

È un dabbene quel tuo promesso. — Sia la dolce Iddia propizia ed

entrambi! —

La giovanetta cui fu volta la domanda era diciottenne, dalla persona

delicata, dal viso pallido, dalle linee rotonde, soavi e fine. Una

leggera lanugine le adombrava l’orlo superiore della bocca. — Sorrise.

— E da quelle fila di perle escì cotesta risposta:

— Minucia, grazie ai tuoi voti. — Presto. — Altrimenti la vita mi

parrebbe insopportabile. — Quinto Muzio io l’amo e spesso lo sogno con

ardente follia. — Una sera mi ha baciato. — E, fatta sola nella mia

stanza, io ne ho pianto e tremava tutta. — Chè, il bacio di un uomo

non è come il tuo, sai?..... Oh! qual bacio! — Era qualche cosa di

bruciante e di leggero che mi penetrò come il soffio di una carezza nel

cuore. —

E stringendosi forte mutualmente le mani, partirono.

Una donna, già completamente vestita, fe’ cenno colla mano ad un’altra

di appressarsi.

— Esce ora colla sua figlia. — La vedesti nel bagno? Brutta e

manchevole..... E che sa trovarvi egli di bello?..... Io lui desidero e

voglio. Intendi? — Gli diè forse a bere un filtro amoroso, colei?

— Mia nobile padrona, una sola droga ne apparecchia uno infallibile:

— Amate e sarete amati. — Cotesto è lo avviso della esperienza. — La

umiliazione t’irrita. — Cancellane le tracce. — Lo visiterò domani e —

credimi — ti porterò domani il suo cuore.

— Torna a vedermi.... nel tempio. — Farò offerte alla Dea protettrice.

— Intanto questa borsa a te per testimoniarti che Giulia sa essere

riconoscente e generosa. —

Quando la _lena_ escì dalla sala, rimasta sola nel corridoio, la ricca

donna pensò:

— Io prendo una ben dura lezione, e i miei Giunoni sanno a quali prove

io vo incontro. — In un momento di disgusto lasciai l’uomo al quale

io mi era donata. — M’invaghii perdutamente di Gneo Melissa. S’egli

compenserà il mio grande e miracoloso amore, apparterrò ad un padrone

le cui esigenze aumenteranno sempre. — Accetto la condizione in cui lo

alato Dio mi gittò. Sono doviziosa tanto da pagare i suoi capricci e da

allacciare con catene d’oro il suo cuore. — Ben lungi dal chiedere per

la mia passione quello che follemente desidero, un eterno obblio per

Numanzia, una parola affettuosa per me. — O Venere potente! O Venere

santa! O delizia dell’Olimpo e della terra, fa’ che quell’uomo mi paghi

di amore e dissipi le miserie di questo mio cuor lacerato! —

Povera donna, a trentacinque anni! Quel piccino fra tutti gl’Iddii,

passando un giorno dinanzi la sua ricca dimora, usò un tratto della sua

eterna malizia e sorridendo le scoccò lo strale.

Lo indomani fu essa contenta? Lo ignoro! So questo solo. — Era nata

in Pompei col nome di Giulia Felice, figlia di Spurio. — La sua casa

conteneva grandi ricchezze in oggetti d’arte di marmo, d’oro e di

argento. Eravi un sacrario con divinità egizie ed un magnifico tripode

di bronzo cogli attributi del dio di Lampsaco.

LA BASILICA.

UNA CONDANNA A MORTE.

=Anni di Roma 770 — Anni del Cristo 17.=

A LEOPOLDO TARANTINI.

V.

In Pompei la gente per bene ristoravasi quattro volte per giorno. Il

_jentaculum_, nel saltar giù dal letticciuolo, consisteva in una fetta

di pane bagnata nel vino — od in pane e cacio — o nel solo vino ove era

stato infuso per tutta notte un bastone di finocchio aromatico detto

_silum_, per cui questi addimandavano _silatum_ il loro asciolvere

— od in una bevanda dolce e profumata da sciacquare la bocca e

toglierle il tanfo della digestione. — Verso la sesta ora — mezzodì —

cominciava il _prandium_, cibo di sostegno sino alla sera. Chiamavasi

ancora _merenda_, da _meridies_; oppure _prandiculum_, tanto la gente

costumata contentavasi di poco. — Un po’ di pane — qualche pasta calda

di forno — o del _liquamen_ di vino stracotto, detto _sapa_, o di

emulsioni di ciliege, di mele apie o di cotogne, addolciate col favo.

— La _cœna_ sì, che era copiosa. Prendevasi _supremo sole_, cioè al

declinare del giorno, quando le faccende pubbliche o le particolari

erano terminate, verso la decima ora, cioè alle nostre quattro di

sera. — Solo i giovani scioperati mangiavano in sull’ora ottava, cioè

alle due dopo il mezzodì. E lo facevano più volte col recere e col

rimangiare; e poi toglievano il bagno caldissimo per debilitarsi ad

aver fame per la _comissatio_, specie di orgia cui Bacco e Venere

presiedevano e che si prolungava lungo la notte.

A lato dei Lari compitali sulla via non lungi dal Foro, ov’è la

fontana dalla testa del Leone, parecchi giovani si fermano e picchiano

ad una porta. L’ostiario apre, chiede i nomi e lor dà passaggio sul

_prothyrum_ di bianco mosaico su cui sono rappresentati con neri dadi

due lottatori afferratisi. — Erano attesi. — Dal peristilio entrano nel

triclinio, ove altri gli accoglie e gli bacia. — Il padrone del luogo

gli computa e dice:

— _Septem convivium. Novem convicium._ —

Una gaia risata festeggiò quel motto spiritoso. Avvegnachè, avesse

detto come sette a desco avrebbero composto un’allegra brigata. Ma

trovandosi in nove, la riunione la sarebbe stata chiassona. — Ed era

ciò che chiedeva. Per le disposizioni e pei mobili di quelle stanze,

i convitati non dovevano essere numerosi. E il buon genere dei tempi

imponeva che non eccedessero le Muse e non fossero da meno delle

Grazie.

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| | | | | |

| III | VI | V | IV | VII |

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| II | | VIII |

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| I | | IX |

| | | |

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Compite le abluzioni e le altre formalità di uso, il padre del festino

— _cœnae pater_ — indirizzò una breve prece agli Dei e a suon di flauto

fece le debite libazioni di vino. Quindi distribuì i convitati sul

triclinio nell’ordine seguente. — Sul posto V del _summus lectus_ ei si

sdraiò appoggiandosi al gomito sinistro. Indicò a Psiche di allungarsi

sui cuscini del IV, ed invitava P. Ametistio ad assidersi sul luogo

consolare VI. Sul letto di sinistra si disposero Calliopa, Suavis

ed Issa su III, II e I. E sul _lectus imus_ si adagiarono M. Porcio,

Scapido e Metrodoro nel VII, VIII e IX; questi ultimi erano _umbrae_,

cioè non da lui invitati.

Il vuoto era riempito da una larga tavola di marmo, ove si disponevano

i _riton_ e le tazze e le scodelle per le vivande. Dietro ognuno era un

servo, _succintus puer_, la cui attenzione era desta dalla scoppiettio

delle dita.

Gli uomini e le donne ricevettero sul capo corone di edera, di rose,

di viole e di fiori di zafferano. Altre più larghe erano poste ad

armacollo. Sui capelli furono sparse essenze di nardo, di balano e

di altre sostanze odorose. Credevasi che quel verde, quei fiori, quei

profumi, aprendo i pori, facessero facilmente evaporare i fumi del vino

greco ed indigeno.

Le vivande erano apportate sopra un _ferculum_, grande vassoio di

argento che copriva tutta la tavola. Allorchè il padrone volea che

fosse servita la _mensa secunda_, facea scoppiettare il pollice

coll’indice, e i servi ubbidivano. Così pure per empire i _riton_ coi

ciati, specie di misura con cui si prendeva il liquido e si versava nel

calice che lo invitato stendeva. Cucchiai erano sul desco e piccini

di fine argento. Vi erano coltelli. E pur cannelli di penna d’oca o

fuscellini aguzzi di lentisco per iscalzarsi i denti. Ma gli alimenti

solidi, di pesce e di carne li prendevano colle dita, salvo a lavarle

nel _trullum_, catino che lo schiavo sopportava, ed asciugarle colla

_mappa_ che ognuno recava da sè. — Avevano inventate tante raffinatezze

di lusso, meglio che di uso, e non avevano pensato a distendere una

tovaglia sul desco, a fornire gl’invitati di tovagliuoli e a fabbricar

le forchette con cui infilzare le vivande.

Dopo aver mangiato e bevuto, ribevvero ancora. Era l’uso di non levarsi

dai soffici cuscini senza prima salutare le donne che sedevano accanto.

Quei begli umori erano discreti. I più perdevano la ragione. Ma nessuno

poteva esimersi dalla regola, abbandonatamente accettata, la quale

prescriveva, _Omnis amica numeratur ab adfuso Falerno_.

Laonde il _pater cœnae_, volto alla Psiche sua colla tazza ricolma:

— _Cor cordium, nomen tuum bibo._ —

E tranne lei, tutti appressarono sei volte le labbra al bicchiere,

ingoiandone i sorsi. Quindi Ametistio:

— Alla cugina di Venere.... Al fascino dei tuoi sguardi, o Calliopa....

Io bevo ogni lettera del tuo nome armonioso. —

Metrodoro aveva Suavis sul corno opposto del triclinio. E lei

guardandolo amorosamente,

— _Sex cyathos_ per te, o maga del cuore. —

Scapido, appena sdraiatosi, aveva notato le copiose trecce della

fanciulla che il re del convito, od il caso, gli aveva disposto di

fronte. A forza di vederla, si prese ad amarla. E siccome egli non era

fatto per dispiacere ad alcuna, anch’egli a lei piacque. Veramente

Porcio era il suo amante. Ma quando lo amore s’infiltrava nel cuore

greco-latino, ogni cosa doveva cedere — e ancor cede! — pregiudizi,

interesse, doveri. Scapido bevve quattro sorsi al suo nome. E Porcio,

pur morsicato dalla vanità nel vedere gli sguardi e i sorrisi di lei,

acuti come un dardo, leggeri come il soffio e fragili come la virtù,

rivolti spesso alla persona a lui daccanto, bevve e intero il nome

della passionata pompeiana. Però, brontolando, non si ristette dal

dire:

— _Alii adnutat, alii adnietat, alium amat et me tenet._

Aveva torto. Le donne di tal conio usarono sempre ad uno far segni, con

altri occhieggiare. E se taluno amano, tengono altri per le unghie.

I servi partirono.

Rimasti soli, parlarono su quel tema, inesauribile come la musica —

perchè anch’esso è la musica delle anime — che addimandasi amore. Ed

una felicità di una nuova specie ed ignota gl’innondò tutti. Pareva

temessero che qualcuno sarebbe venuto a rapir loro quella serie di ore

beate che nessun certo lor disputava. La rapidità piena del piacere

svanisce come un minuto e stanca. Ma poi torna secolo, carico di

ricordi festosi e delle delizie di un istante — e tanto più nei momenti

in cui si è colpiti dal dardo di un grande dolore.

Calliopa, dopo aver guardato per qualche tempo Ametistio, tornò a lui;

e, sedutasi sulle sue ginocchia gli mormorò:

— Mi ami, Publio?

— Sì, cara; come il mare la sponda.

— Infido! —

E appoggiando il gomito sulla sua spalla, velò la faccia. La misera!

— Sulla veste sottile di Laïs essa avea ricamato coi fili d’oro la

ingenua serenità dell’anima e quella freschezza e quella limpidità di

sguardo che ammalia e seduce. Quando la donna si sente così penetrata

dai raggi di un celeste amore, acquista immediatamente un non so che

di dignitoso e di augusto, che spinge gli umani a ringraziarne gli Dei.

Essa intravide d’un tratto dove i suoi nobili sentimenti la spingevano

e pur discerse come la mano amica le mancasse nello avviarsi verso la

landa ignota dei suoi destini. Fidanzata della miseria, o fidanzata

del dolore, sapeva il paese d’ond’era venuta e giurò dentro di non vi

tornare mai più. — E mentre essa pensava, ed anche Ametistio pensava.

— Ma l’una pianse e l’altro rise. — E si ricambiarono un bacio ov’era

chiusa un’antitesi dolorosa.

— Chi giuoca alle tessere?... Su, poltroni! O crederò che Bacco vi

abbia fuorviato... E tu, Publio, scostati da Calliopa, che da qualche

tempo medita disegni sinistri sulla tua pace. —

Quegli si svincolò ridendo dalle sue braccia, e:

— Giammai fui felice coi dadi. — Immagina ora che mi strappi con

violenza di Pafo. — La bella Iddia si vendicherà! —

Il giuoco delle tessere consisteva in cotesto. — Tre piccoli cubi di

avorio si mettevano entro un cornetto, detto _phimus_; si agitavano

colla mano e si versavano sur una tavola scavata che chiamavasi

_alveolus_. Ogni cubo portava sulle sei facce una serie di punti,

cominciando da • e aumentandosi successivamente su ciascuna superficie,

per unità sino a [Illustrazione: sei puntini] — Le tre facce, che

i dadi mostravano, decidevano del punto. — Allorchè i tre cubi

presentavano ••• il giuocatore perdeva; avvegnachè, egli avesse fatto

il colpo del cane. Quando invece le superficie tutte offerivano il

[Illustrazione: sei puntini], egli vinceva la scommessa, avendo fatto

il colpo di Venere.

Lo amico giuocò per il primo, e i cubi dissero due, cinque, sei. —

Giuocò Ametistio e presentò i tre assi. — Aveva perduto.

— Lo vedi?... Il colpo del cane! — Giù cinquanta denari.

— Accetto.

Si scuotono i dadi e si mostra il colpo di Venere. — Si scuotono anche

una volta e tornano i tre assi.

— Hai perduto. — Altri cinquanta?

— Altri cento.

— Ah! sei proprio infelice! Ho vinto.

— Vedremo. — Non potrebbe Venere aiutarmi? —

Ametistio agita forte il _phimus_ e ne escono uno, uno e tre.

— È una vera fatalità! — Séguiti il giuoco?

— Sì; e scommetto un _nummus aureus_. —

Intanto Porcio e Scapido, assisi presso una tavola, divisa in quadrati

alternativamente bianchi e neri giuocavano ai _lutrunculi_, una

specie dei nostri scacchi. Palamede aveva inventato quel divertimento

nel campo dei Greci per distrarre nobilmente sotto la tenda i re

confederati che assediavano Troia. — Ognuno attelava dinanzi a sè

alcuni pezzi di vetro bianchi per l’uno, neri per l’altro. E col dito,

spingevali innanzi come soldati di un esercito, a piedi e a cavallo,

muniti di torri e guidati dai capi, entusiasmati dalla regina e retti

dal re. La buona tattica consisteva nel sorprendere tra due pezzi il

pezzo di vetro dello avversario e così acquistare il diritto di farlo

prigione e toglierlo dal campo di battaglia.

Suavis e Psiche si divertivano coi _tali_, ch’erano ossi di astragolo

di montone. Quelli avevamo la loro forma ma erano di argento.

— Tu hai una destrezza rara, o Psiche. — Quantunque volte io mi provi

a raccattarli tutti e quattro, si sparpagliano in aria, e perdo.

Se il vuoi, io ti darò un tessuto di nodi complicati e te li darò a

sbrogliare.

— Apparecchialo. — So già la tua perizia nello allacciare i cuori. Non

pensi ad Æliano che si muore di amore per te? Non ha molto il vidi in

teatro ed ei si strugge nel labirinto ove tu lo chiudesti.

— Gli gioverà lo starvi. — Venere mi diè la missione di vendicarla.

— Cattiva!... Non la Iddia... te, per la tua leggerezza.

— O se l’è una mosca!... Lascialo pur nella ragna!.... Provati ora a

disciogliere questo nodo di Gordio. —

Pompei · 第 7 / 30 段