Ma l’ampiezza soverchia di Roma logorò a poco a poco i legami della

vecchia famiglia e non si sentì più l’obbligo rispettivo dei doveri

tra i protettori e i protetti. Per riallacciare i rallentati ricambi,

i necessitosi di aiuto ricorsero all’adulazione, alle viltà, alle

bassezze. E i superbi e i vogliosi di cortigianerie, alle _sportulae_

ed al _panariolum_, viveri di mediocre qualità che il patrono facea

pubblicamente distribuire sul vestibolo della sua casa alla folla

affamata che vi si stipava. Alcuni invece di vettovaglie davano danaro;

tanto da procurare a quella geldra raumiliata i sandali, una tunica

usata, un poco di fuoco per riscaldarsi, un po’ d’olio per rischiarare

il tugurio e una coperta per avvolgervisi nell’inverno. E quelli, di

rimando, lor davano i titoli i più esagerati, fin quello di _rex_,

quantunque proscritto insiem coi Tarquini. — Era la _Eccellenza_ e la

_Uscenza_ che i popoli meridiani d’Italia appresero nei tristi tempi

dei Vicerè e dei Borboni, con cui per vecchia consuetudine ancor si

salutano — ridendone dentro — malgrado lo espresso decreto del più

accetto tra i dittatori e del più nobile tra gli uomini — il generale

Garibaldi.

Così in Pompei, ove gli usi di Roma erano penetrati colla conquista.

— Olconio e i suoi eguali in dovizie, in virtù ed in potenza, volendo

ricevere i propri amici e beneficarli, doveva pur ricevere la vile

plebaglia dei chiedoni, dei sopraccarichi di famiglia, dei postulatori

d’impieghi — senza voglia di lavorare — e degli accattoni, pronti

alla menzogna e al mal fare. — Erano cittadini — avevano diritto

al suffragio nelle elezioni alle magistrature annuali. Dunque era

necessario aprir la porta e far entrare quelli che pur dianzi _ibi

fucum faciebant_ — cioè — che colà imitavano il ronzìo delle vespe.

Il diritto di clientela non era ristretto alle sole persone. — Le

colonie, le città conquistate, le alleate nazioni e i re barbari

imitarono gl’individui e scelsero i loro patroni nell’Urbe, il

_caput mundi_. Così Cicerone patronava i Campani. — Fabio Sanga, gli

Allobrogi. — Catone, l’isola di Cipro ed il reame di Cappadocia. —

Marcello, la Sicilia. — Un patronato siffatto era bello, onorevole,

lusinghiero — il più nobile, il più caro privilegio — quello di fare

il bene, di acquetare i dolori dei popoli, di riparare ai lor danni. —

Anche i deputati al Parlamento italiano potrebbero talvolta suffragare

ai più cari interessi di qualche provincia, o far cange le sorti di

sventurate famiglie, se i ministri — od i loro subordinati — non si

opponessero troppo spesso ai giusti loro richiami.

Olconio avea già spacciato gli affari col suo piccolo cerchio di amici

o di clienti che facevan parte della _prima admissio_. La educazione

dei tempi chiedeva che quelli della _secunda_ aspettassero il suo

comodo. Rientrò quando a lui parve nella camera e dopo qualche tempo

ne esciva vestito col suo abito da Foro. Preceduto dai primi, riceveva

i saluti e i piati e i desiderii dei secondi. E poi, da essi seguìto e

aiutato dal nomenclatore, parlò affabilmente ai miseri ed abbietti che

gli venivano presentati, dava il buongiorno a tutti; qualcheduno, che

sapeva influente nei trivi, baciava; qualche altro accoglieva con una

stretta di mano; ed il resto salutava gravemente.... duramente quasi. —

Dinanzi la porta era una lettiga, portata sulle spalle da sei schiavi.

Vi si chiude. I più fedeli clienti, di un certo ordine, lo accompagnano

intorno. — Gli altri lo seguitano formando una coorte. — Hanno lasciato

però i loro nomi al nomenclatore, per ricevere più tardi le beneficenze

del munifico _rex_.

Il corteggio va verso il Foro. — Parecchi se ne incontrano sul posto.

— Quivi discende. — Ed entra nelle Curie. — E si apre l’adito nella

Basilica. — E penetra nel Calcidico. — E va sino al Senacolo. — E per

ogni dove la sua parola è ascoltata, i duumviri acconsentono, gli edili

promettono, il questore non niega. Persino i sacerdoti — gente per

abito arrogante ed egoista — palesano una deferenza ai suoi desiderii.

Siccom’egli, gli altri. — Dalla terza alla sesta ora del giorno —

cioè dalle otto del mattino a mezzodì — tutta Pompei è in faccende.

— I tribunali rendono la giustizia. — I banchieri lavorano nei loro

fondachi argentari. — I magistrati sono in funzioni. — Gli artigiani

martellano, scolpiscono, dipingono, cuciono, gridano il nome delle cose

che vendono. — I preti inventano frottole e le danno come oracoli in

nome degli Dei, cui dicono di essere ministri. — I fannulloni vanno

nel pubblico bagno. — I villici trasportano le derrate dei campi

per venderle ai tavernai, ai _cauponatores_, ai cittadini che ne

abbisognano, ai fornai; o pur le consegnano ai fattori del padroni che

le fanno vendere nelle due botteghe che si aprono ai lati della porta

della casa. — I naviganti e i mercatori si occupano dei loro commerci

nel porto, nel deposito delle merci venute dal mare e nel portico del

tempio della Concordia. — Gli agenti del pubblico tesoro riscuotono dai

rivenduglioli il centesimo del prezzo delle cose vendute, le esaminano,

verificano il peso del pane e rifiutano dal mercato tutto ciò che

lor paia di pessima qualità. — Gli scribi li seguono per far processo

verbale all’occorrenza sulla pubblica via.

Poco più in su della taverna di Fortunato, sulla via Domizia, un

cittadino arrestavasi presso l’angolo della bottega del farmacista e

si appresta a compiere un atto nè decente, nè pulito. Uno che passa, lo

picchia sulla spalla e gli dice:

— Ehi! _Quid agis, dulcissime?... Non est hic locus._ Non hai occhi per

vedere la pittura sul muro? —

Quegli si ricompose e si disse straniero. Allora l’altro gli aggiunse

in greco che i due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti e i

geni domestici dipinti sul muro, significavano — oltre molte cose — che

quel posto chiedeva rispetto. V’erano barili segati. V’erano anfore

rotte in ogni quatrivio per lo affar suo. E gli additava quei mobili

poco discosto col dito. Il forestiero si arrese al monito e ringraziò.

— Gli è che in Pompei, per impedire a chiunque lo sbarazzarsi in ogni

loco della soprabbondanza del fluido che dentro lo tormentava — oltre

aver instituito latrine pubbliche nei posti i più frequentati — ed

una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel Foro — collocavano in

ogni crocicchio anfore o barili per accostarvi le immonde aspersioni. E

per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate faceano dipingere quei

serpenti ch’erano pur simbolo di Esculapio e d’Igea. Furono i tavernai

ed i rivenduglioli che inventarono cotesto rimedio per ispaventare i

fanciulli che insudiciavano gli angoli esterni delle loro botteghe.

Alcuni aggiungevano al simbolico spauracchio una inscrizione apposita.

— E i sacerdoti con esse invocavano sul capo dei rei la collera dei

dodici grandi Iddii e particolarmente di Giove e di Diana, i quali

non avrebbero risparmiato la gente grossolana che obliasse ai piedi

di un tempio com’essa non avesse un’anfora od una botte dinanzi. — Il

serpe che divora una pigna era adunque come la croce nera sui canti di

Napoli. — Laonde Persio dice nella Satira prima:

_Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra_

_Mejite._

Per tutto è frastuono di voci. — I rivenditori di cose crude o cotte

non si contentano dell’_oculiferium_, cioè della merce che spacciano

posta in mostra. Nè di un quadro di terra cotta in rilievo incastrato

sul muro esterno della bottega. Nè di un dipinto allo encausto,

rappresentante il nume a cui è devoto, o una giostra di gladiatori,

od un combattimento di cui egli abbia o no fatto parte, o lo aspetto

di qualche strana figura che richiami l’attenzione di chi passa. — Nè

li suffraga lo spander legumi, prosciutti, meloni, cataste di cipolle,

di cavoli e di altre cose sul margine e fin sulla via ad abbarrarla.

— No. — Essi debbono urlare i pregi della loro merce e il nome della

regione d’onde provengono e la mitezza dei prezzi. — E i venditori di

vino dispongono anche al di fuori botticelli ed anfore, legati per

tema dei ladruncoli, ed urlano presso la porta, agitando un ramo di

edera. — I beccai infilzano le carni a vista di tutti; a lato di quelle

di capra sospendono rami di mirto per indicare che le provengono da

una prateria di montagna, dove cresce quello arbusto; e gridano alla

loro volta. — Nè stanno cheti i venditori ambulanti di pesci di mare e

dei delicatissimi del Sarno. — Nè quelli stazionari che vendono carni

cotte, bodini, salsicce, lardo, formaggi. — Tutti parlano a voce alta.

— Tutti gesticolano furiosamente. — Tutti hanno argomenti sempre pronti

per arrestare la curiosità dei passanti sulla loro via.

E chi non dee far le spese per la sua casa, pure è forzato di far

sosta, perchè un monello vuol vendergli per forza una ricotta entro

un piccolo imbuto di vimini; — od una bambina, un cestino di ginestre

ripieno di more o di frutti del gelso nero; — od una graziosa

fanciulla, dagli occhi neri e procaccianti, mazzolini di giacinti, di

rose di Poestum o di pervinche azzurre.

A tanto baccano onesto, conviene aggiungerne uno nè bello, nè decoroso.

— I marinai erano abituati a bever la _posca_ delle milizie lungo il

viaggio di mare; cioè, una miscela di acqua e di aceto per acquetare la

sete. — Una volta a terra, popolano le taverne — e ne escono cantori

discordanti di canzoni bacchiche ed erotiche. — I villici che hanno

intascato danaro nel _sinus_ della loro tunica, fanno stazioni lungo

le vie là dove veggono agitarsi il ramo dell’edera, e ne vengono

fuori bisticciandosi o cantando, a saltelloni correndo da un margine

all’altro; e inforcato l’asino od il cavallo, con male articolate

ingiurie trebbiano di vergate la misera bestia che deve pur trasportare

un animalaccio più bruto di loro ai domestici lari.

Un’altra immondezza delle vie era la mendicità di mestiere. Presso

i bagni, sulle gradinate dei templi, ai piedi delle tombe, presso

la porta delle _popinæ_ vedevi questi ladri del sentimento e della

commiserazione tendere la mano, qual lamentando un naufragio che di

ricco che era lo aveva reso povero.

— Un asse, per carità, nobile patrizio. — Io ne diedi degli assi ai

tempi lieti. — Eolo e Nettuno mi hanno ruinato. — Onore agli Dei,

quantunque avversi. —

Qual si ferisce o pur fascia la gamba in maniera da parerlo, e

piagnucola e si dice morente per febbre e per fame:

— Abbi pietà di un infelice, o tu che passi. — Era un _saccarius_.

Mi cadde un peso addosso e mi ha ruinato. Per lo affetto dei tuoi

figliuoli, pei mani dei tuoi nobili avi, un asse al povero facchino da

grano che non può più lavorare e che presto morrà. —

V’erano altresì alcuni speculatori, i quali datisi al culto di quella

sirena, che si chiama la infingardaggine, e pur vogliosi di viver bene,

offerivano alla lenta e sudicia Iddia lo incenso delle immoralità.

Assoldavano alcuni storpi di Neapolis, di Herculanum, di Capua, di

Poestum, e gli sguinzagliavano il mattino come cani famelici per le

vie della città. Chi recitava la parte di soldato mutilato per la

gloria e la salute della Repubblica. — Quale era stato prigioniero di

Silla nella distruzione di Stabia; e riparatosi sotto i vessilli di

Cluvenzio, generale Sannita, fu ferito gravemente alla battaglia di

Nola; e mostrava una profonda cicatrice sull’occipite e ne accusava

una più larga sul petto coperto. — Chi diceva sommesso essere un gallo

schiavo, fuggito da uno spietato padrone nell’Urbe e chiedeva uno

_stips_ — la più piccola moneta di rame che esistesse. — E la sera lo

speculatore lor dava convenio fuor delle mura in luogo appartato, e si

facea render conto da quei vagabondi delle somme raccolte.

— E perchè così poco, o malandrino?

— E tu, brigante, non avrai pianto abbastanza. — To’, una pedata. —

Domani sera, se non porti di più, ti apprenderò io a piangere la tua

sventura davvero.

— Vile storpiato; ti farò passar per le verghe; così saprai meglio

modulare al pianto la voce.

— E tutti studiate i modi ingegnosi di questo gobbo di Baiae che ha

saputo ingannare anche me, stamane presso il tempio di Romolo, non

riconoscendolo. — Tieni, o camello. — Oltre ciò che ti spetta, anche

un denaro di buon peso per te. — Vanne a scialare in una _popina_ per

conto mio. —

Sono passati diciotto secoli e la tradizione rimane ancor verde. Vi ha

tal gente in Napoli che lautamente vive di una siffatta speculazione

ladra ed infame. Il cattolicesimo vi presta la sua mano sacrilega. —

Sozzi frati colla bisaccia sul collo; sozzi preti con un bussolo che

scuotono nelle botteghe nel nome santo di Dio; sozza bordaglia, coperta

di un sacco, cinto da una corda sui lombi, chiede danaro e l’ottiene

a pro di turpi speculatori e per cause non vere. — E quel buon popolo

— il migliore d’Italia per pronta intelligenza, per docilità di

carattere, per esuberanza di cuore — su ricchissimo suolo, vegeta

sudicio, lacero ed infingardo. — Demoralizzato dai preti, commette

opere inique e crudeli. — Abbuiato dalla paura, dimentica il domani

della vita e sciupa il sopravanzo dei suoi guadagni nello inutile

tentativo di spegnere il sacro incendio del purgatorio cattolico,

apostolico, romano.

Lo _accensus_ grida per le vie popolose il segno del quadrante solare.

— È l’ora sesta. — L’astro maggiore indica il mezzodì. — L’uso, e — più

che l’uso — il clima, impongono la cessazione di ogni fatica. Le porte

delle botteghe si chiudono. I patroni congedano i loro clienti. Qualche

usuraio ancor cerca per le strade una qualche vittima. La plebaglia

torna nelle sue case col beneficio che i _nomenclatores_ hanno a

lei distribuito. — Ognuno desina, e mangia che può. — I ricchi e gli

sfaccendati si gittano quindi sul letto per dormirvi qualche ore. Alle

otto i più diligenti si levano per riprendere il filo degli affari. Ma

alle nove — cioè, tre ore dopo il mezzodì — nessun pensa ad altro che a

ricrearsi o a far panciolle.

Lungo il canale del Sarno era uno spianato, convenio di tutti i monelli

della città. Le bambine, assise al rezzo dei pioppi, giuocano cogli

astragoli che gittano in aria col dosso della mano e, addoppiandoli,

li riprendono nella palma. — I ragazzi si lanciano a vicenda il

pallone, detto _follis_, lo raccattano e lo ripercuotono. — Altri, su

terreno più duro, fanno girare una trottola, che chiamasi _turbo_, e

a furia di sferzate le imprimono rigiri irregolari; quindi impalatala

sulla mano destra, ve la tengono sin che si fermi. — I più piccini

corrono a cavallo sur una canna. — O col fango costruiscono casucce;

— o formandone un orciuolo, producono un rumore, scaraventandolo con

impeto per terra; — o giuocano a pari e caffo; o lanciano in aria

un asse, scommettendo se nel cadere presenterà la testa di Giano o

la prua del trireme — _capita aut navis_. — I perdenti offerivano il

polpaccio della gamba; e gli altri che avevan vinto, vi applicavano

un colpo a mano spianata; e perchè nessuno ne desse uno di più per

frode, il punito minacciava di una labbrata chiunque si presentasse.

— I più grandi tentavano di far cadere una noce dentro il collo di

un’anfora, conficcata in determinata distanza; o colpivano con una

noce un cumulo di altre tre sormontate di una quarta, e la guadagnava

chi faceva cadere il castello. — Fra gli adulti, ve n’era chi lanciava

colla fionda una pietra a seicento passi entro un fagotto di paglia

sospeso ad un albero; oppur unti di olio si esercitavano alla lotta

come gli atleti; o infintisi soldati, marciavano com’essi, armati di

corti bastoni; o simulando un tribunale e un delitto, si accusava un

incriminato, lo si difendeva, si udivano i testimoni, o si assolveva

o si condannava colla gravità dei magistrati. — Correvano, sudavano,

urlavano. E stanchi, si gittavano nel canale per nettarsi dalla polvere

o per nuotare. — I giovani di venti anni andavano fuori della porta

di Nola e là giuocavano al disco, ch’era di bronzo o di marmo. Lo

afferravano colla palma stringendolo con quattro dita, e lo cingevano

con una correggia allacciata con nodo scorsoio nel polso. Dopo averlo

fatto girare attorno al capo, facevano piccoli passi frettolosi sin

presso un segno solcato per terra; e tenendo il braccio sinistro sul

destro ginocchio e inclinando la persona in avanti, lanciavano il

disco; questo, fischiando, fendeva l’aria e arrestavasi quando la forza

dello slancio lo abbandonava. Il rivale discobolo tentava di superarlo,

e vinceva la scommessa colui che lo spingea più lontano.

Siffatti divertimenti erano a tutti comuni, al figliuoli dei parenti

agiati siccome a quelli che esercitavano un’arte quale si fosse. E

Ottaviano Augusto, quando, al cessare delle guerre civili, cessò dallo

esercitarsi romanamente nel Campo Marzio a cavallo ed in armi, si

diè per suo esercizio al giuoco della palla piccola e grossa. O per

prendere un poco di esalamento, or pescava coll’amo, or giuocava ai

dadi, or trastullavasi coi bimbi nei giuocolini adatti alla loro età,

purchè fossero aggraziati, vivaci, linguacciuti, chiassoni. Talvolta,

per esercizio ginnastico, inforcava il cavallo e lo faceva andare

di trotto e a saltelloni, o lo spingeva a slascio lungo lo spazio.

E allora vestiva alla leggera, avvolgendosi in un gabbano, detto

_sestertium_, od in mantelletto di cavalleria, nominato _lodicola_.

— Nei tempi anteriori erasi visto Mario, già vecchio e vincitore

dei Cimbri, discendere nel campo di Marte dell’Urbe e gareggiare coi

giovani negli esercizi della milizia. E Pompeo saltare coi più agili e

correre coi più destri. E Catone giuocare alle bocce cogli amici suoi,

come il generale Garibaldi in Caprera coi propri compagni d’arme.

Poichè ho parlato delle varie età dei giuocatori, i pazienti che

leggono questi miei studi sull’antico mi permettino una breve

digressione dal racconto. Non sarà inutile.

I nostri avi indicavano la età degli individui della forma delle

vesti. I fanciulli indossavano la toga pretesta e la lasciavano

nell’adolescenza, cioè a dire, alla età di quindici anni. La vita di

un uomo, divisa in cinque periodi, distinguevasi in _pueritia_, in

_adolescentia_, in _juventute_, in _maturitate_, e in _senectute_.

Gli adolescenti nello acquistare i diritti di cittadino, indossavano

la toga virile, di lana bianca e non più orlata dalla striscia di

porpora, come la consolare che essi avevano portato fin da bambini.

I quali — era mente di quei savi — dovevano essere rispettati quanto

i primi magistrati della Repubblica. — Toccava al padre o al parente

più prossimo il rivestire il fanciullo di quella veste. La funzione

era solenne e facevasi in pubblico, sia nella città, sia in paese

straniero. Vi erano invitati tutti i parenti. — In sull’alba, il

giovanetto che aveva dormito vestito colla regilla, in segno di buon

presagio, lasciava la sua _bulta_, e l’appendeva al collo dei Lari

domestici. Quindi tutti accompagnavano lo affrancato dalla infanzia

nel tempio, ove si facean sacrifizi ed offerta agli Dei nell’atto che

gittavasi sulle sue spalle la toga pura. Lo stesso corteggio lo seguiva

nel Foro, come per presentarlo al popolo che da quel dì dovea contarlo

per uno dei suoi membri.

Cotesta solennità compivasi una volta l’anno il XVI delle calende

di aprile — a’ 17 di marzo — giorno in cui si celebravano le feste

liberali, o di Bacco. Pompei — siccome tutte le città nel dominio

della Repubblica romana — era in tal giorno gremita di gente. In

ogni crocicchio erano assise vecchie donne, coronate di edera, aventi

sulle loro gambe un paniere di paste coperte di bianco mele ch’esse

offerivano, lodandone la dolcezza e il buon gusto, a chi passava. Ad

ogni scambiare di strada vedevansi giovanetti sorridenti, da tenere

occhiate all’abito nuovo, da tempo ambito e sognato; e i genitori e

gli amici, anche lietissimi di quella fanciullesca ambizione. — E vi

era di che. — Il quindicenne diveniva cittadino libero, e sceglieva la

propria carriera. Se l’avvocheria, il padre lo presentava il dì poi al

migliore oratore, perchè glielo addottrinasse. — Se la disciplina delle

armi, lo affidava ad un amico, governatore di una provincia, perchè

gl’insegnasse a difendere la patria, non come soldato — non avendo

ancor prestato giuramento — ma come _contubernalis_, cioè aggregato.

— O lo raccomandava ad un Senatore in Roma, o ad un decurione

nelle colonie e nelle provincie, acciò assistesse alle assemblee ed

acquistasse la scienza governativa.

L’adolescenza finiva all’età di trent’anni. — La gioventù a quella di

quarantacinque. — La maturità a sessanta. — Oltre quel periodo era la

vecchiezza grave ed assennata. — E qui chiudo la parentesi.

Infrattanto che i giovani e i minori fanciulli si divertivano presso il

porto e sulla via Popilia, altri erano nelle scuole ad apprendervi a

leggere, a scrivere, a contare. — Quanti scappellotti! Quante nerbate

sulle palme delle mani! Quanti colpi di staffile sulle parti carnose!

Quante stiracchiature di orecchie! — E tutto ciò per inspirare alla

tenera età lo amore al lavoro e l’applicazione allo studio! Anche per

tale riguardo in tempi diversi simiglianti procedimenti. — I preti

ch’educarono la mia generazione fecero di tutto perchè abborrissimo lo

studio. — Iddio perdoni ai morti, come già mortifica i vivi!

In Pompei si parlavano le tre lingue — la sannita — la greca — la

latina. — Le prime erano di uso domestico. L’ultima s’insegnava. E

per la differenza dei caratteri, conveniva chiarirne la forma ed i

suoni. Sur una tavola erano essi incavati; per modo che il bambino,

passando su quei segni alfabetici il dito e lo stile, cominciava per

distinguerne la immagine, la indicava colla voce e la tracciava poi

colla mano. Collo accoppiamento delle lettere finivano per leggere. Col

pigiare una punta su tavolette di cera, si perfezionavano nel copiare i

_præscripta_, ch’erano esemplari di bella forma di lettere.

I meglio avanzati in età studiavano la grammatica. Quindi leggevano

Omero e i migliori poeti latini e le arringhe di Ortensio e di

Cicerone. — Talvolta avevano il còmpito d’impararne squarci a memoria e

di scriverne. — Tale altra di esercitarsi in una specie di parafrasi,

che addimandavasi _chria_, la qual cosa consisteva nello ampliare

e commentare una parola sentenziosa od un fatto memorabile. Questi

esercizi i discenti li portavano in casa, per mostrarli ai parenti.

L’acqua aveva appena marcato l’ora nella clessidra, che un grido di

gioia rintronò nella scuola del Foro. I monelli si levarono in piedi

e corsero all’uscio. Il peggio ardito, in quel momento di disordine,

scagliò la tavola incerata che aveva per mano sulla testa del maestro.

— Tutti fuori e a slascio, facendo un grande baccano. Il misero

vecchio, _minumi pretii_, perchè col suo salario aveva appena di che

sostentare la vita, seguì lo indisciplinato, gridando. Si avvenne col

padre che saliva per la via dell’Abbondanza.

— Mira la cattiveria del tuo figliuolo tristissimo. Mi ruppe la cute,

qui, nell’orecchio.

— Forse, o Verna, tu l’hai picchiato ed egli si vendicò. — Riconosco il

mio sangue. — Son certo che, presa persona, nessuno saprà impunemente

ingiuriarlo.

— E tu così parli?.... Ah! meglio maneggiare il remo che consumare i

miei poveri giorni per gente sì ingrata. —

Tornò nella scuola brontolando e si fasciò il capo e l’orecchio pesto

con una benda di tela oliata, che parea una lanterna.

Era la decima ora, cioè le quattro dopo il mezzodì. E i rintocchi

fragorosi di un martello su largo cerchio di bronzo sospeso ad un

chiodo nel muro, si facevano udir di lontano presso il tempio della

Fortuna e nel fondo della via dell’Abbondanza. — _Discus crepuebat._

— Ciò indicava che i bagni pubblici erano aperti. — E le botteghe

di consumo chiudevansi. — E i cittadini laboriosi e quelli di medio

censo ed i ricchi s’incamminavano verso le Terme. Gli è che, nel

mentre i raggi del sole perdevano un po’ della loro forza, e diveniva

piacevol cosa il riposarsi dalle fatiche o dalle noie della giornata,

i nettatori delle strade entravano dai subburbi coi carri per togliere

le immondezze, il fango, la polvere i rottami dinanzi le case in

costruzione, i concimi delle stalle e gli erbaggi che i rivenduglioli

avevano gittato fuori della soglia. Un decreto degli edili avea pur

fissato quell’ora per introdurre sui muli le legna, i mattoni, la calce

e i pezzi di marmo, affinchè potessero circolare senza incomodo per la

maggior parte dei cittadini.

Pompei · 第 6 / 30 段