— Appio Crispo mi permetterà ciò che mai non seppi rifiutare ad alcuno

nella mia non breve vita di magistrato. Potrei dirgli com’egli mal

collochi la sua demofilìa. — Chè, val meglio far gustare ai diseredati

dalla fortuna i comodi della vita domestica, onde averli discreti,

costumati, tranquilli, di quello che averli selvaggi e brutali. — A

mente posata tutti mi daranno ragione e plaudiranno a questo prodotto

della nostra amministrazione. — Or noi prendiamo a nostro carico

la eccedenza della spesa sulla somma che ci venne allogata. — Ed io

pagherò di proprio il mantenimento delle pubbliche nuove Terme, acciò

non dia ragione ad elevare le tasse sulle colonne e sulle terre, o di

lasciarlo a carico del pubblico tesoro. —

Secondato da un mormorio favorevole dell’assemblea, il questore

tornò alla sua sedia curale. Ma tutti i decurioni lasciarono le loro

e si fecero a stringerlo, a lodarlo, e taluni anche a baciarlo. La

discussione venne continuata pro o contro lo assunto, ognuno terminando

il suo discorso colle parole:

— _De ea re ita censeo._ — Oppure — _Assentior._ — Oppure — _Assentior

et hoc amplius censeo._ —

Non levandosi alcuna voce sulle altre questioni dell’amministrazione

municipale, furono tacitamente adottati per buoni i temperamenti

ritolti dall’autorità. — Non così quando Mamusa venne a trattare

della costruzione delle vie interne e delle pretorie, nonchè delle

vicinali, che menavano a piccole borgate e ad oppidi o li traversavano.

Un decurione, breve della persona, dagli occhi piccini ma divoranti

come quelli del tigre, valoroso soldato sotto Silla, il gran

capitano, chiese se gli desse facoltà di parlare. Dotato di una grande

originalità di carattere e d’immenso coraggio — perciò amico fedele al

vero e a tutta la sua parentela — di cuore elevato, mia soffrente gli

entusiasmi del momento, credeva che la parola fosse per correggere gli

errori, per togliere le cose dalle mani incapaci, e per far sorgere di

terra bisogni acquetati, universalmente riconosciuti. Tale era Ninnio

Mulo, il quale discesa la gradinata si apprestava ad arringare sul

pulpito.

— Tu vuoi, o popolo, ch’io dica la verità, non è vero?... Ho la mano

memore di colpi di daga, ma la lingua non seppe dir mai fiori retorici.

— Fui marinaio — Sono soldato — Do quel che ho — Ebbene! quegli egregi

che seggono dietro di me non fanno il loro dovere. — Sarebbe stato bene

tu non li avessi mai eletti. Ma farai meglio di non li eleggere più. O

popolo! Cotesto ingombro di schiavi di ogni terra del mondo ti degrada,

ti dà i suoi vizi. E omai domandi di esser nudrito e distratto coi

giuochi dello anfiteatro. — Scorgendo qual sia il mezzo di piacerti,

erigono bagni di lusso, rizzano per sè e pei liberti sepolcreti

maestosi che giammai ebbe un salvatore della Repubblica in campo, e con

ingenti spese fanno venire dalle scuole di Capua e di Ravenna compagnie

gladiatorie e di Roma bestie feroci. I tuoi padri sarebbero stati loro

grati per le opere di utilità pubblica, compiute a gloria di tutti. I

porti, le vie interne, le strade consolari; ecco i lavori degni della

tua maestà, o popolo. Giulio Cesare non ha speso pei bagni, egli — ma

per la riparazione della via Appia.

Guarda or le tue strade urbane — osservane i _margines_ sbocconcellati,

mancanti, alti, bassi, irregolari. — Per iddio Marte! Non sono molte

sere ebbi a snoccolarmi un piede sulla via ove sono le fontane del Toro

e di Sileno — Par greto di fiume. —

E volgendosi indietro rosso come bragia:

— Ti fa vergogna, o Mamusa! —

Poi continuando:

— Presso la fontana della testa di Venere, sulla via che mena alla

porta di Stabia, ebbi a raccogliere un povero vecchio che aveva perduto

lo equilibrio su quei solchi di pietra — e tutto sanguinoso nel capo,

votava i magistrati alle furie di Averno. — Onta e danno! Ho detto

abbastanza.... Pure aggiungo che la strada per Oplonte ad Herculanum

è impraticabile, e le carra vi s’impaltenano nel verno a non poterne

uscir fuori che a stento. — Strade e... scuole... Anche queste fanno

pietà! Una plebe più istruita e meno profumata fa gli affari della

Repubblica. —

Quando Ninnio — terminato il discorso che il nobile cuor gli dettava —

si volse alla sua sedia curule, trovò Cicerone che colle aperte braccia

lo accolse e gli disse:

— Salve, amico. Bene dicesti! —

Nel Foro molte le voci plaudenti. Scarse sul peristilio del tempio.

Aufidio Mamusa che avrebbe voluto essere rieletto, non volle rimanere

sotto il peso di tanta censura. — E rispose:

— L’onorato cittadino che tutti amiamo e stimiamo, equo sempre nei

suoi giudizi, volle esser ingiusto oggi con noi. La via suburbana

dei sepolcri, che appellasi _Domitia_ e che mena a Neapolis, fu

rifatta dai magistrati che ci precedettero nell’arduo incarico. Il

suo stato è eccellente. Solo negli acquazzoni estivi le terre di

alluvione la ingombrano, ed abbiam cura di farla netta dal fango in

ogni circostanza. — Dal tempio della Fortuna sino al crocicchio della

fontana del Toro facemmo selciar di bel nuovo la via colle pietre

del monte Vesvio, e la superficie dei margini fu composta di ciottoli

spianati e murati a livello. Computata la spesa di quel tratto, avremmo

a poco a poco restaurato il resto sino al quatrivio e subito messo mano

a riparare la strada veramente ruinosa che dalle mura sbocca fuor della

porta di Stabia _ad cisiarios_. Se il suffragio popolare continuerà a

farci onore, le mie parole diverranno fatti.

Allor sorse un uomo dal corpo tarchiato e breve, dallo aspetto

infantile, dalla parola facile e petulante. Volea parer grave — e

non lo era. — Volea essere austero — e non gli era possibile. — Volea

sembrare decente — e tutto glielo vietava! — Egli apparteneva a quella

falange di ambiziosi — leviti dei culti riconosciuti — predella agli

audaci che salgono — difesa a compenso di chi teme e spera — uomini che

impongono ordine e non danno sicurezza al partito che a sè lo chiama. —

Ei cominciò:

— Ninnio per fermo vince battaglie — e sè stesso non vince. — Regge

a meraviglia le sue coorti ed è la spada di Marte quando a capo dei

veterani si scaglia in mezzo ai nemici. — Ma conosce egli le difficoltà

di una amministrazione civile? — Oh quanto il dire è diverso dal fare!

— Io fui già _curator viarum_, o meglio appartenni al quatuorvirato

dei _viocures_, come il popolo gli appella. Mi si permetta pertanto

di dire col sublime oratore che oggi onora la nostra assemblea:

_cedant arma togae_. — Per istabilire una strada si comincia dallo

aprire un fossato sino al terreno solido. — Livellato il fondo lo si

cuopre di uno strato spesso di fina sabbia. — Allora la costruzione ha

principio collo _statumen_, che è il fondamento, composto di larghe

pietre e piatte, riunite da un cemento durissimo — col _rudus_, che

è una zavorra di sassi, di mattoni, di tegole rotte e di calce — col

_nucleus_ che è uno strato di sabbia e di calce e che ben livellato

forma il nocciolo della strada — colla _summa crusta_, o il _summum

dorsum_, formati da grandi poligoni irregolari di silice o di pietra

vulcanica; quasi dura quanto il ferro. Cotesti lavori chieggono tempo e

danaro. Date denaro e tempo agli egregi magistrati, che ora è un anno

voi nominaste; e le strade e le scuole e tutte le nobili instituzioni

della Colonia risorgeranno. Le ultime guerre civili nocquero ad esse.

Allorchè i partiti si disputavano lo imperio, e il Governo era nei

campi di battaglia, e la pecunia pubblica veniva assorbita dai soldati,

tutte le civili magistrature decaddero. — Una nuova êra è risorta. Già

in Roma alcuni senatori hanno preso il còmpito di dar riparo alle vie

abbandonate da quindici anni. E il dittatore medesimo ha assunto la

ricostruzione della strada Flaminia, che mena dall’Urbe ad Ariminum.

— Gli attuali magistrati io li dichiaro degni della Repubblica, ed al

popolo raccomando la loro rielezione. —

A quei detti Ninnio sorge con impeto, e tutto rosso per la collera,

grida dal pulpito ov’è corso:

— No, cittadini — _Oro ut non faciatis._ —

Una certa agitazione in senso diverso occupò allor l’assemblea. I

clienti si slanciavano nei gruppi per patronare i suffragi pei loro

candidati, dicevano il loro elogio, parlavano della loro condotta

passata e della malleveria per lo avvenire, citavano testimoni e

garanti, o il personaggio sotto i cui ordini avevano portato le

armi, o quegli presso il quale erano stati questori. E taluna volta

aggiungevano verità o calunnie sulla nascita e sui costumi del

competitore che osava presentarsi candidato della magistratura a fronte

del proprio degnissimo.

In fra tanto i duumviri interrogarono i decurioni un per uno colla

formola:

— _Dic quid censes_ —

per sapere se la discussione dovesse esser finita, o passare

immediatamente ai voti. — Venne accettata la seconda proposta. — Allora

furono fatte suonar le trombe per intimare il silenzio e un duumviro

gridò dal pulpito, invitando il popolo a ritirarsi:

— _Si vobis videtur, discedite_ —

e lesse ad alta voce il senato-consulto ordinario, il quale ratifica

anticipatamente la scelta dei magistrati futuri del popolo. Ed aggiunse

la nota di quelli le cui funzioni scadevano in tal giorno ed i nomi

degli altri, raccolti dalle rogazioni inscritte in rossi caratteri sui

canti delle vie. Quindi:

— _Quod bonum, faustum, felixque sit_ —

cioè, che tutto questo avvenga per il bene, la felicità e la prosperità

pubblica. E si ritirò col collega e cogli altri magistrati da quel

posto sino allora occupato, e cogli altri magistrati discese la

gradinata del tempio, quasi per confondersi colla folla. — Gli era

un mostrare di bel nuovo le loro persone ai cittadini riuniti ed un

testimoniare che si ritiravano in un canto per lasciare una maggiore

libertà di voto alla coscienza del popolo.

Nell’atto dodici littori coi loro fasci armati di scuri escirono dal

_Senaculum_ e vennero a porsi in mezzo all’area del Foro insieme cogli

araldi, i quali deposero sopra una predella un alto paniere cilindrico,

detto _cista_, dove i cittadini avrebbero gittato i loro voti. I

littori abbassarono rispettosamente i fasci dinanzi l’assemblea in

segno di omaggio alla sovranità del popolo.

In un luogo designato si distribuivano ai cittadini tre tessere di

bussolo. Una portava incise le due lettere V. R., cioè _uti rogas_,

che indicava l’accettazione delle leggi come erano state richieste.

L’altra portava la sola lettera A. cioè _antiquo_, che voleva dire,

il rifiuto delle leggi proposte. La terza era bianca di cera e su di

essa si scrivevano i nomi dei magistrati cui ognuno dava il suffragio.

— E colà più vive erano le passioni dei partiti. Gli amici andavano,

venivano, correvano dalle centurie dei cavalieri a quelle del popolo —

e sugli occhi dei votanti leggevano la indifferenza, la incertezza od

il partito preso — e seminavano la calunnia — e reiteravano le promesse

— e proclamavano il loro candidato _bonum virum_ — o _verecundissimum_

— o _dignum reipublicæ_ — o _ædilem optimum_. — E i giovani — sempre i

più bollenti — mettevano in siffatte sollicitazioni lo ardore, lo zelo,

il fuoco, della loro età e correvano a riferire ai loro favoriti tutto

che poteva interessarli.

Le guerre civili avevano spezzato le nobili tradizioni dei popolani

diritti. — La confusione e la inerzia — i bisogni sureccitati e il

desiderio dei facili guadagni — le immoralità che avevano scoperto il

debole della corazza e sapevano dove spingere la loro punta — tutto

questo aveva fatto del popolo una mandra di pecore, le quali vanno dove

veggono andare gli animali della loro specie.

Quando una centuria ebbe scritto i suoi nomi, essa aprì il varco tra le

colonne del portico e gittò ostensibilmente le tessere di legno nella

_cista_. Gli addetti alla ricognizione dei suffragi — i _rogatores_

— colle braccia nude sino alle ascelle, ritiravano le tavole e, dopo

averne volto la superficie bianca verso il popolo, le leggevano a

chiara voce. — Altri, preposti _ad dirimenda suffragia_, le separavano,

le contavano e marcavano sur una loro grande tessera un punto per

ciascuna legge o per ciascun nome di candidato. — Conosciuto il voto

di ogni centuria, un suo araldo — il _praeco_ — ne proclamava il

risultato. — E si udivano battute di mano, o segni di disapprovazione,

a seconda delle opinioni degli uomini. Le donne dall’alto del terrazzo

agitavano anch’esse le braccia bellissime nello udire il trionfo dei

prediletti dal loro cuore.

Mentre quel fatto importante occupava il popolo nella piazza, Ninnio

traeva M. Tullio Cicerone in un angolo interno del tempio e dicevagli:

— Ascoltami, o grande cittadino. — Il rovescio della pubblica cosa mi

morde potentemente il cuore. — Talvolta il dolore pieno di maturità

è sì forte, ch’io sento l’arma del suicidio corrermi per le mani,

quasi io mi fossi un uomo senza energia e senza fede. — Tale altra una

disperazione piena di gioventù mi offre il rifugio migliore contro i

disgusti e le tristezze dei miei pensieri. — Io soffro una di quelle

febbri che logorano la cosa immortale — quando esse vengono per

accenderla o per consumarla. —

E stringendogli forte le mani, riprese:

— Ho due nobili parenti — la Patria e la Libertà che a vicenda e

simultaneamente io sento madri delle sole virtù che i disinganni

non uccidono mai. — E come te vidi trionfanti quando aveva i piedi

nel sangue e la testa avvolta nella polvere riscossa del campo di

battaglia, così ora mi appaiono avvilite, prostrate e presto uccise

nella visione del mio dolore. — Vuoi tu salvarle dalle mani parricide

di colui che ha assorbito il dominio del mondo e che spossa lo aiuto

delle leggi, travolgendole con pratiche da moneta? —

— _De illo quem penes est omnis potestas?_ Comprendo il tuo dolore e lo

sento. Con lui la giustizia e i diritti sono violati. Spesso lo udii

ripetere i versi di Euripide. — «Se si ha a violar la giustizia, ciò

si debbe fare per cagione di dominio. Nelle altre cose si debbe aver

rispetto alla pietà inverso la patria.» — La legge è il suo Capriccio.

Gli è perciò ch’io mi son ritirato di Roma. La Curia ed il Foro, vani

nomi. Mi duole esser nato troppo tardi e sorpreso — pria di compiere

il viaggio della mia vita — dalla notte profonda in cui brancola la

pubblica cosa. Ammiro Catone. Ma dipenderà sempre da me lo imitarlo

quando vorrò. Solo mio studio è procacciare che una tal fine non mi si

faccia come a lui necessaria. —

— Che parli di morte? — Diamola a chi la merita. — Qui sono tre

coorti di veterani — uomini provati sui campi decorosi di nobili

cicatrici, tenuti in conto dalle altre milizie e non ancora corrosi

dall’oro del tiranno. — Me, le coorti e questo paese io ti consegno. —

Accetti? —

Cicerone si strofinava il mento colla mano sinistra. Dopo una breve

pausa rispondeva:

— Rifletti, o egregio. Tre coorti che sono? Ed anche fossero dieci,

e più, che sarebbero? E quali le preparazioni per un sì grave

avvenimento? Quell’uomo è potente di genio e di prestigio. Non è

albero che crolli. E se giungi a tagliarlo, ripullula. — Tali i segni

del tempo! — Ho lettere colle quali uomini ignoti mi ringraziano per

aver ottenuto col mio suffragio — così credono! — il titolo di re.

La tirannia si corona di falsi senati-consulti. — E i padri coscritti

hanno tutto obliato. — Son fango! —

— E Bruto e Cassio....

— Vieni domani a trovarmi. — Intanto penserò. — Voglia Iddio non fare

sterile la lotta contro le leggi implacabili che qui distrussero la

Libertà. —

Ma il grande ingegno presumente e vano di Cicerone non era adatto alla

rigenerazione di un popolo. La calda immaginazione che lampeggiava

sui Rostri e nel Senato gl’impediva di ben conoscere gli uomini e le

cose. — Era anche onesto e il suo animo rifuggiva da quei patti che

le rivoluzioni impongono per aggiungere il trionfo. Tornato in villa,

prese il bagno, si chiuse nella biblioteca e riflettè lunga pezza sulle

cose dettegli da Ninnio. — Lo esempio dei saggi di Atene e di Siracusa

il consigliò a liberamente vivere senza urtare nell’orgoglio dei

prepotenti e senza punto umiliare il proprio carattere. Pianse la sua

patria amaramente — come si piange la morte di un unigenito — e decise

di consolarsene, dandosi allo studio e ai lavori letterari che stimava

non poter essere affatto inutili ai suoi concittadini. — Pria di

coricarsi, scrisse ad Attico sulle proposte ardite fattegli da Ninnio

e gli rivelò la risoluzione presa di andarsene _ante lucem_ a Cuma,

per evitare inutili e perigliosi accordi. — Grande ingegno! Non grande

uomo!

Lo scrutinio dei voti era terminato. — Si suonarono le trombe per

richiamare l’attenzione pubblica. Uno dei _rogatores_ salì sur un piano

centrale elevato e proclamò quello che gli scribi avrebbero poi notato

nelle _tabulæ publicæ_ insieme colle particolarità e col risultato

della elezione. Per la qual cosa, nel 705 della fondazione di Roma,

vennero eletti a magistrati in Pompei, sedenti Consoli nell’Urbe C.

Claudio Marcello e L. Cornelio Lentulo:

M · BLATTIVS · M · FILIVS

M · CERRINIVS · M · FILIVS

M · SEPVLLIVS

C · CORNELIVS · RVFVS

M · SALVIVS · EPAPHRA

P · ROGIVS · VARVS · P · FILIVS

M · TITIVS · PLVTVS · LIBERTVS

M · STRONNIVS · LIBERTVS

La clessidra notava la settima ora. — La folla si disperse per tutte le

direzioni della città e di fuori. Gli eletti, riunitisi, procedettero

verso il tempio; e di là, uno in nome dei colleghi ringraziò il popolo

dei suoi suffragi e promise quello che ogni magistrato promette e non

tiene. Quindi si ritrassero nello interno per sacrificare agli Dei.

Intanto la novella della elezione era corsa rapidamente. — Le case dei

nuovi brulicavano di clienti, di parassiti e di supplicanti. — Festoni

di lauro inghirlandavano le porte. — Corone di fiori circondavano le

immagini dei maggiori o dei patroni della famiglia. — Innanzi la casa

di Cerrinio v’era distribuzione di pane e di vino.

— Vedi plebaglia che si nudre della propria venalità! —

— E il corruttore là dentro, nell’oro e nella porpora! —

Coteste parole si ricambiavano Crispo e Ninnio, soffermandosi un poco

sul margine opposto, nella via dell’Abbondanza.

LA STRADA.

SCENE DIURNE IN POMPEI.

=Anni di Roma 767 — Anni del Cristo 14.=

A GIULIA, EMILIA E MARIA DINO

A MARIA HACKE.

IV.

— Ho udito un gran caribo stamane. — Suonano il campanello a rompere i

timpani! — Di’. — Sono molti i _visitatores_?

— Come al solito, padrone. — Troppi. — _Ingentem undam!_

— Temerario! — Tu non devi giudicarli. — Solo dirmi se sono _primæ aut

secundæ admissionis_.

— Di ambedue. — L’_ostiarius_ ne ha picchiato qualcuno colla sua

verga. — Un ortolano tra gli altri con un mazzo di bei carciofi voleva

introdursi _a prima luce_, per forza in cucina. —

— Non una parola. — Tu saresti com’egli è, se non qui. — Portami

un’acqua melata e aromatica. — Apparecchia il tutto per le abluzioni. —

Disponi la _vestis domestica_... — È buona la temperatura?

— Il sole indora coi suoi primi raggi i monti Lettuari e il nostro

Vesvius, sacro al padre dei Numi.

— Vanne. —

Poi che il liberto escì facendo ricadere sull’apertura del _cubiculum_

una spessa stoffa di Tyro, il padrone si tolse ignudo dalle coperte di

lana e di pelli di talpa — colle quali era avvolto nel suo letticciuolo

a rilievi di avorio su piedi di bronzo. — Ed asperse di acqua le

membra partitamente. Chiuso in un’ampia veste di lana bianca che gli

scendea sopra i piedi, pose nell’anulare il cerchio di ferro — antica

ricompensa della virtù guerriera — e adattò alle braccia i _calbeos_ di

bronzo, pari a quelli che portavano i militi distinti pel loro valore.

— Il servo rientrò e gli offerse fin una tazza di cristallo la bevanda

richiesta. Ei la sorbì a piccoli sorsi, facendo scoppiettare le labbra.

E rivoltosi al liberto:

— Ecco la vera essenza della gioia umana, o Crisanto. — Ciò non aveva

nei campi ove ho lasciato il mio sangue. Se può gustarsi qualche cosa

di migliore, io voglio che me lo dicano. —

Marco Olconio Rufo, figlio di Marco — duumviro incaricato per la

quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal

popolo, uomo a cui i pompeiani avevano eretto una statua nel Foro,

a compenso delle molte liberalità sue e specialmente per aver fatto

costruire dal suo liberto, lo architetto Martorio Primo, un tribunale

presso l’_Ecatonstylon_, il gran teatro, una cripta e il muro laterale

del tempio di Venere Fisica per formare lo ambulatorio nel portico

dell’Agora antica — era un generale ritiratosi dall’azione per riposare

la sua vigorosa vecchiezza negli agi della casa avita e presso il

patrimonio della famiglia. L’alta statura, il grave incesso, la memoria

dei fatti compiuti incutevano rispetto. Il suo profilo largamente

delineato accusava una certa durezza procacciatagli dall’abito del

comando che non vuol repliche. Il viso aveva bronzato dalle intemperie

dell’aria. E quando i neri e copiosi sopraccigli si aggrinzavano sui

suoi occhi aggrottati, ai suoi servi parea vedere quel cumulo di nubi

oscure da cui scoppia la folgore.

L’affluenza dei clienti era grande. — Ve n’erano sulla strada. E

nel vestibolo e nell’atrio secondo la loro condizione. — Nessuno

mormorava. Tutti facevano prova di pazienza la più intrepida, malgrado

lo sguardo sdegnoso e venale dell’ostiario e i titoli di cani e di

piaggiatori ch’egli distribuiva ai miseri che pur faceano di tutto

per ingrazionirselo e renderselo benevolo. Alcuni eransi levati di

notte per attendere presso la porta di Olconio i primi fuochi del

giorno. Nè avevano avuto il tempo di farsi radere. Erano appena coperti

sull’epidermide della toga di rigore, per far presto ad onorare il

patrono in faccia al pubblico e per darsi l’aria di essere cittadini

di un certo ordine agli occhi del cerbero brontolone. Il popolano

indossava il _plebeius amictus_, la così detta _pullata_, ch’era una

tunica corta, di color bruno, senza maniche e discendente poco più

oltre della metà delle coscie.

— Il patrono è egli desto? — È egli di gaio umore? — Fugli propizio

Morfeo?

— Via canaglia! Ho anche a rendervi conto di quello che fa il mio

signore? Indietro. O vi sguinzaglio il molosso!

— Sii più umano. — Prendi questo denaro. — Calmati. — Vedi, non sono

indiscreto io come il _pomarius_ che poc’anzi scacciasti per la sua

audacia. —

Ma egli era anche più audace. Perchè, entrato dopo aver unto le dure

ferramenta dell’uscio, nel dispetto de’ suoi compagni rimasti al di

fuori, faceva già cenni col capo al cubiculario che vide passar nel

_cavaedium_, il quale non gli diè retta, e poi al _nomenclator_,

servo non meno insolente, che aveva il còmpito di prender nota dei

nomi e delle qualità delle persone venute a complire il padrone e

di soffiargliele all’orecchio a misura che a lui si presentavano. Ma

questi, nell’atto che moveva verso lui, fu richiamato indietro da un

liberto, il quale lo avvertiva come il generale fosse per passare

nel tablino. Di fatto, ecco gli amici che gli vanno incontro e gli

stringono la destra, e gli chieggono della salute e gli augurano

un giorno felice. Egli li chiama a nome; loro dimostra una certa

familiarità; s’informa delle cagioni che a lui li guidarono; dice che

farà per essi ciò che si fa pei propri figliuoli; promette colla sua

influenza di raddrizzare i torti che loro vennero fatti; di assumerne

le difese contro i loro accusatori o di procurare ad essi quella

tranquillità di cui avevano bisogno negli affari pubblici o privati. —

I clienti da parte loro a lui rivelano le proprie cose. — E lo pregano

d’influire al matrimonio d’una figliuola con un ricco suo amico. — Ed

aggiungere un regalo al suo corredo. — E ad aiutarlo di pecunia per

rizzare su la casa screpolata e guasta dal terremoto. — E a proteggerlo

per aggiungere la magistratura cui aspira. — Ed a farlo nominar augure

pei servizi prestati da molti anni nel decurionato. — Ed a procurargli

l’area gratuita nella necropoli sulla Via Popilia che menava a Nola,

ove voleva erigere un sepolcro per sè e pei suoi.

La Clientela fu una nobile instituzione creata da Romolo per unire in

istretto legame i patrizi ai plebei. Questi dovevano scegliere i loro

_patres_ perchè gli proteggessero. Essi avevano il debito di soccorrere

ai _colentes_ che gli onoravano. Nè potevano mutuamente accusarsi

dinanzi i tribunali. Nè testimoniar contro l’altro. Nè farsi inimici

mai. Ed ove cotesto accadesse e ne fosse constatata la infrazione,

il reo avea il capo mozzo come vittima sacra a Plutone. Una legge

siffatta e tenuta in rispetto per parecchi secoli strinse in vincoli

di famiglia il popolo quirite. Le famiglie patrizie si onorarono di un

gran numero di clienti e li perpetuavano nella loro discendenza come

una tradizione. Ognuno si faceva superbo nell’aumentarlo. E i ricchi e

potenti erano fieri nel rendere buoni uffici. E i bisognevoli temevano

di abusarne chiedendoli. E tutti fecero consistere la felicità nel

buono, nell’onesto, nella parte produttrice della virtù.

Pompei · 第 5 / 30 段