pubblica, in nome suo e di Numistro Frontone, suo figliuolo, aveva
costruito di proprio il magnifico monumento del _Chalcidicum_, della
cripta e del portico interno della _Concordia_, ch’era in un tempo
un tribunale per gli affari di commercio ed un luogo riparato dalle
intemperie e dallo strepito della vita pubblica per la trattazione di
essi. — I _fullones_ — che avevano altrove il loro opificio — grati
alla munifica sacerdotessa, le votarono una statua di marmo nell’abside
interno. — Il muro laterale esterno della cripta, riccamente ornato di
cornici, di frontoni e suddiviso in tutta la sua lunghezza di pilastri,
simulanti porte, era l’_album_, ove si pingevano a grandi caratteri
rossi o neri le inscrizioni di pubblico interesse, che risguardavano
le vendite, gli affitti, le feste, gli spettacoli. — Difatti vi si
leggeva lo annuncio che una compagnia di gladiatori avrebbe pugnato
in Pompei l’ultimo giorno di maggio. — E con un altro tutti gli
orefici invocavano Gaio Cuspio Pansa, edile. — E il maestro di scuola,
Valentino, coi suoi discepoli, raccomandava con uno sproposito di
lingua — che non procacciava meriti al saper suo — Sabinio o Rufo,
come edili, degnissimi della repubblica. — Ed un Osco dava nella sua
lingua — ch’era pure una delle favelle del paese, sendo stati i Sanniti
i suoi primi abitanti — lo indirizzo della sua locanda pubblica ai
viaggiatori, colle enumerazioni delle comodità che offeriva.
Andando anche più in su, si trovava il fano dedicato a Mercurio. —
Quindi il _senaculum_, luogo destinato alle assemblee dei decurioni.
— Ed in fondo erano le _tabernæ argentariæ_, fondachi dove operavano
i loro commerci i cambiatori di moneta, gli orefici e gli scultori nel
bronzo.
Ai lati del tempio di Giove si elevavano due eleganti archi a trionfo,
eretti ad incliti cittadini per le loro virtù.
Ascendevasi al sacrario massimo per una doppia gradinata, presso
due larghi piedestalli ornati di statue equestri. Dal _pulpitum_ —
piattaforma spaziosa d’onde i magistrati e gli arringatori concionavano
al popolo — si saliva su più larghi gradini al porticato del tempio,
sostenuto da dodici colonne di ordine corintio, rivestite di bianco
stucco. E sedici colonne eguali, di ordine ionico composito — aventi
le sue volute sulla diagonale, sopportate elegantemente da foglie
di acanto — sostenevano nello interno un altro colonnato corintio
su cui chiudevasi il tetto. La statua gigantesca del nume drizzavasi
dinanzi le tre camere a volta, nel fondo della cella, belle di pittura
architettonica, nelle quali tenevansi gli archivisti degli atti di
deposito erariale. E su tutta la superficie del bianco mosaico — in
mezzo e nello intercolunnio — si aprivano larghi spiragli per dar
aria ed alcuna poca luce allo edificio sottano, ove era custodita la
pubblica pecunia.
La folla erasi fatta vie più spessa. — Le matrone — cioè le donne
sposate colla _confarreatio_ e non colla semplice _cœmptio_, per cui
queste divenivano soggette dello sposo ed in una continua tutela, e
dalla cui razza non si sceglievano flamini nè vestali — ripeto — le
matrone, a cui tutti avevano ceduto il passo lunghesso le vie, salivano
prime sul terrazzo coperto sopra il portico del Foro per le due scale
disposte alle estremità delle _Curiæ_. Esse vestivano la _stola_,
cioè la lunga vesta di lana bianca che cuopre la metà dei piedi. E si
avviluppavano in un ampio mantello detto _palla_, che non permetteva lo
aspetto della persona. Una truppa di liberte e di schiave lor faceva
corona e largo al tempo stesso. Esse, in grazia del gesto animato con
cui accompagnavano la breve parola, si permettevano tutto al più lo
innocente civettismo di mostrare la bella mano dalle dita affilate e
piene di gemme. — Le altre donne più giovani — e perciò più eleganti
e più libere — che dopo esse salivano, portavano sopra l’acconciatura
del capo finissimi veli, coi quali artificiosamente e per metà celavano
ai desiosi sguardi degli ammiratori il loro viso ovale dal tipo greco.
Ricchi i tessuti delle vesti e di ogni tinta. Ma la porpora primeggiava
tra tutte. — Mutabili nelle loro idee, erano pure svariate le fogge
del loro vestire. Alcune si coprivano colla _regilla_, la quale era una
grande tunica dritta. O colla _impluviata_, una specie di toga femminea
di forma quadrata come l’impluvio di una casa. O col _basilicus_ o
coll’_exoticus_, manti reali o stranieri, colle frange o coi meandri
d’oro. O colla tunica _intusiata, calthula, patagiata, crocotula,
plumatile_, questa sparsa di ricami d’oro leggerissimi al pari delle
piume. — Una di esse, nel porre il breve piede sulla scala, ebbe cura
con tal movimento di disegnare i rotondi contorni della leggiadra
persona. Una bionda, per mostrare il suo petto bianco come la neve, si
volse dalla parte d’onde spirava il vento, perchè zeffiro soffiando sul
suo _linteolum cæsicium_, le scoprisse la spalla sinistra ed una parte
del braccio, tornito dagli amori. — E una bruna vanerella, vestita di
una _mendicula_ molto scollata, lasciava ammirare un suo neo sull’omero
di alabastro. Tutte avevano collato sul loro volto pieno di grazie
piccoli pezzi di pellicola nerastra, di forma rotonda o di mezza luna
— nei di artificio coi quali pretendevano dare maggiore rilievo alle
loro naturali attrattive. E presso che tutte — di bruni capelli — si
ostinavano per moda di averli cangiati in biondi ardenti, in dorati
od in tinta cinerea. E cotesto ottenevanlo col farsi ungere le chiome
dalle loro _ciniflones_ — addette a siffatto mestiere — con una pomata
composta di ragia, di aceto e di olio di lentisco, che imbiondiva
i capelli in una sola notte. — Non eravene una che non avesse sulle
orecchie due e sino tre pendenti d’oro, di pietre preziose e di perle.
— Cotesti gingilli così combinati erano detti _crotales_; perocchè
nello urtarsi formavano un suono, atto a destar l’attenzione e a far
doppio il loro civettismo. — Alcuna passava dall’una mano nell’altra
alcune piccole palle di cristallo di monte e di ambra gialla — le prime
per tener fresca la palma, e le altre per profumarle soavemente. Altre
stringevano i polsi per entro braccialetti d’oro a forma di serpi, che
pesavano da due a tre chilogrammi.
Giovani — e ben più ridicoli per la loro raffinata ricercatezza —
avevano molte di quelle leggere donne accompagnate dalle loro case o
dai bagni fin là. Anch’essi avevano profumati od arricciati con arte
i capelli. — Ed il mento rasato. — E mani, e braccia, e gambe monde
di pelo dalla pietra pomice. — E chiusi entro le ricche pieghe di
una larga tunica di porpora. Od avvolti in un bruno _lacerna_, veste
militare che l’abitudine delle guerre civili aveva messo in uso ed
in moda. Di alcuno tra essi poteasi dir con Orazio, _ad unguem factus
homo_, cioè, azzimato sino alla perfezione.
Ai quattro canti del Foro alcuni _viatores_ — che già avevano per
tutte le strade avvisato come l’assemblea popolare fosse per aprirsi
— suonarono le loro trombe. E poi, l’un dopo l’altro gridarono che i
decurioni andassero al loro posto, e quelli i quali avevano diritto di
dare il suffragio apparecchiassero le loro tessere.
Allora, uomini dalle larghe toghe preteste, orlate da una striscia
di porpora, dalle laticlave e dai bianchi stivaletti, ascesero i
gradini del tempio e si assisero sulle sedie curuli. Altri — al cui
passaggio ognuno deferente faceva inchino col capo — nel traversare il
parallelogrammo salutava con benigno ed orgoglioso sorriso quelli che
tra i suoi conoscenti distingueva tra i gruppi. — A quanti egli e i
suoi somiglianti avevano in quel giorno pagato un piccolo debito, ed il
desinare nelle _popinæ_, e la tessera del teatro!
Intanto, un giovane accorso rapidamente dalla via della fontana del
Lupo, sparse una novella, la quale venne da molte bocche bentosto
riprodotta, ed offerì nuovo soggetto all’animato disordine, alla
febbrile parola, al gesto impetuoso di quel popolo meridionale. Di
fatti, i curiosi — che si erano spinti fin sotto l’acquedotto dalle
due fontane che simulava il secondo arco trionfale dopo quello a
sinistra a lato del tempio — videro un vecchio circondato da gran
numero di clienti, portare la mano destra alla bocca e contornare
un po’ il suo corpo da diritta a manca dinanzi il grazioso tempio
della Fortuna, edificato dai suoi sur un’area di loro pertinenza.
— Avendo riconosciuto nella folla due militari, strinse gli occhi
affettuosamente e chiamogli:
— _Læti victores._ —
I suoi bianchi capelli erano lucidi e ben pettinati. — La toga gli
scendeva sino a terra. — La pretesta era bruna ed il corpo ed il capo
copriva colla _penula_, mantello di viaggio e dei tempi di lutto. —
Era una grande semplicità nella sua persona. Il volto, sovente gaio e
sfiorante in epigrammi nel facile consorzio, si aprì a mesto sorriso
alla vista dei _salutatores_ che in frotta se gli fecero intorno. —
E taluno il chiese del suo mal d’occhi. — Ed altri su ciò che stava
scrivendo. — Ed un terzo, da quando era giunto di Roma. — Ed uno più
intrinseco gli domandò le novelle di Tulliola amata e di Quinto, suo
fratello. — E molti delle importanti notizie dell’Urbe.
Egli prese il mento colla sua mano sinistra — suo gesto di abitudine —
e mostrando Dolabella, suo genero, e sè stesso in _toga atrata_:
— L’anima fuggitiva di quella soave creatura ci disse lo eterno vale
dopo averci fatto dono di un suo figliuolo. Anch’esso disertò la
trista dimora degli uomini, ov’era inconsolato il pianto. Ma il lugubre
annoso cipresso starà, quantunque più non senta i profumi della giovane
rosa. —
E ad un più vicino:
— Ti è grato l’animo mio. — Attico mi ha diretto Asclepiades, un famoso
_oftalmicus_ della Grecia, che riprova ogni medicina e mi guarisce con
lozioni di acqua fredda. —
E ad un altro:
— Scrivo sur un argomento che il dolor mi ha fornito — _De
consolatione._ — Ieri, a notte tarda, giunsi nella mia suburbana,
accompagnatovi dalle lettere consolatrici di M. Bruto, di Servio
Sulpicio, di Lucio Lucceio e di Caio Cesare. —
E a molti in atto di aver pubbliche novelle:
— Alcuni deputati di Laodicea vennero ad implorare la libertà della
loro patria. — E noi, per la nostra?... Il dittatore mi colma di
gentilezze e par che tema che io qualcosa desideri. — Arte dei nuovi!
— E più di colui, che intende cancellare dai nostri ricordi il valico
recente e audacissimo sul Rubicone. —
Cui Numidio Canca — uno dei vecchi militari da lui pur dianzi salutato:
— E perchè ti confini tu nel tuo Tusculum ed or qui, sì che nell’Urbe
s’ignora se sii ancor tra i viventi? —
— E vuoi tu, nobile avanzo dei ferri catilinari, che io non rinunci
alla pubblica cosa quando questa più non esiste? Quando la libertà
la dicono pacificata e le nostre vecchie instituzioni le chiamano
moderande, da sorreggersi e persin migliorate?.... La gloria è in
interdetto. — La eloquenza — voi il sapete — è una fiamma che abbisogna
di alimento per ardere di moto per eccitarsi. —
E Dolabella:
— E la Repubblica tranquilla, la Repubblica dell’ordine dice che noi
gittavamo tutti gli errori nel cuor fecondo delle masse per quella
maledetta ambizione di popolarità. — Laonde fazioni e lotte continue
tra il patriziato e il popolo minuto. —
La voce di un giovane allor sorse a dire:
— Lo editto dittatorio che ha rilegato nel tempio di Marte-Vendicatore
il dibattimento delle cause pubbliche, ha tolto il fermento, la
licenza, la dissennatezza omai generale. — La eloquenza, no, non è
morta. Essa vive e scintilla per fare il bene, procede pel sostegno dei
sani principii e trionferà dei pessimi cittadini. — Che! Son fatte mute
le labbra sublimi che inabissarono Catilina, Verre ed Antonio, surti
per rovesciare a talento le sorti della Patria e del Mondo? —
Lo elogio espresso dal giovine retore Consinio Mestrio, quantunque
meritato, sommamente piacque a colui si quale era diretto. — Onde
rispose:
— La mia età mi condanna al triste privilegio di dire: — Ho vissuto. —
Ma... o tirone, quello che tu chiami licenza, io la chiamo libertà....
— E pur dai Rostri tu l’accusasti compagna delle sedizioni, ribelle,
arrogante, parricida. — E noi giovani comprendemmo come le pietre
sieno fatte per selciare le vie e non per abbarrarle, e le daghe per
difendere il Campidoglio e non per abbatterlo. —
Allora dal crocchio emerse la testa di un canuto, sulla cui fronte ogni
dolore lasciato avea la sua ruga, e
— Parmi non la santa libertà tu rimpianga, ben la rivalità di un uomo
possente, cui tu apristi la strada al salire. —
— Basta, o amici. Ragioni non mancano. Pur mangerebbero il tempo alle
pubbliche elezioni della Colonia. — M. Clodio Pulcro venga a suo libito
nella mia Pompeiana, ove mi piaccio ed è il solo luogo oramai ove io
sia pienamente contento. — Là parleremo. —
E sì dicendo ruppe il cerchio dinnanzi coll’atto benevolo della mano. E
fattosi nel Foro, ascese anch’egli la gradinata del tempio.
Un suo liberto che pur era venuto con lui di Roma, un tal Suculo — che
negli spazi smisurati aveva veduto abbassare il volo alle chimere della
lunga sua vita — accostossi ad un affrancato di sua conoscenza e gli
disse colla palma tesa verso l’orecchio:
— Oh! Un po’ di umiltà sposata a tanto ingegno! Se un raggio di sole
gli avesse almeno scaldato il cuore! — Terenzia — la buona padrona
che mi diede la libertà — fu da lui reietta e presto dimenticata. —
Tulliola — che aveva i suoi tratti e le sue nobili frasi congiunte ad
una grande anima, ch’egli diceva adorare — morta appena ed obliata. —
Ora, a 58 anni, ha sposato Publilia, giovane, bella e ricca, colla cui
dote ha pagato i molti suoi debiti.
— Tu mi conoscesti schiavo di Hortensio, nella villa di quel gran
ciarlone, in Bauli. Preso di matta passione pei suoi _piscinarii_,
ammalò quando lesse il decreto del dittatore che vietava si gittassero
più oltre gli schiavi ad ingrassar le murene. Ei soleva parlar con
dispregio di M. Lucullo — il fratello del vincitore di Mithridate —
perchè non aveva nei suoi vivai il quartiere di estate per i suoi pesci
favoriti. — Per cotal gente noi valghiamo meno di un’ostrica di Lucrino
o di Brundusium. E Crasso, l’uomo censoriale, lo illustre, il grave
uomo di Stato, quegli che ama tanto la Repubblica, e nol vid’io porre
una collana di perle e gli orecchini d’oro ad una murena?
— Udii ben io Domizio, il suo collega nella Censura, rimproverargli
tale sciocchezza in pieno Senato, ed egli testimoniarla senza rossore,
vantandosene come di nobile atto di pietà di cuore.
— Per Castore e Polluce! V’ha dei giorni in cui, vedendo girare le
verghe e cadere sul corpo dei miei poveri compagni in casa di Aricio
Scauro — quegli che mi comperò dallo antico padrone — la rivolta
mi sembra quasi un dovere. — E quando io mi chiudo nel mio povero
giaciglio la sera, io m’inginocchio dinanzi una Iddia che mi sta nel
fondo del cuore e le canto un inno tacitamente, siccome Spartaco lo
urlò coi coltello da beccaio nello anfiteatro Campano. — Ah! —
— Tu vai tropp’oltre, fratello. Rammenta che se è vietato gittar gli
uomini ai pesci, non la è così per le fauci dei leoni, delle tigri,
degli orsi. — Sommessione e pazienza. —
E si separarono.
Rincarirò sul già detto da quelli schiavi. Era in Roma un Figellio,
poeta assai caro a Cesare e ad Augusto. Ei cantava d’improvviso una
serie lunga di versi su qualunque argomento. E siccome, non sole
parole, ma concetti, ognuno ne maravigliava; e dalla maraviglia il
favore. Nasceva di gente Iliese, rintanata sulle più aspre montagne
della Sardinia. Ribelle ai Romani, nobilmente testarda, combattuta
d’ordine del Senato, carpita dai suoi nidi di aquila e venduta ne’
pubblici mercati. Solo Nerone, a sedici anni, sposata Ottavia, difese
gl’Iliesi, origine della casa Giulia, perchè di seme troiano, da Ænea
colà trasportato. Figellio era un liberto. Aveva il padre, i congiunti,
i nati nei suoi monti combattuti, morti, martoriati, venduti, dispersi.
O perchè Cicerone l’odiava?... Schiccherava versi d’incanto e tutti ne
lo lodavano. Ed egli, poetastro stentato, non di vena, n’era geloso e
non sapeva frenarsi.
Uno Scauro, iniquo pretore, ito in Sardinia colle sacca vuote, le
riportava nell’Urbe gravi di argento e di pietre preziose. Cicerone orò
per lui. Aveva bene accusato Verre per missione avutane dai Siculi.
Cangiato il nome, il soggetto era lo stesso. Ma egli spese la sua
splendida eloquenza contro i Sardi derubati e immiseriti, perchè Scauro
fu il primo a complirlo e fecegli udire il sonito dei nummi d’oro, di
cui lo sciupone aveva tanto bisogno. E ritorse il dritto. E raddrizzò
lo storto.
Erasi allora allora partito dall’Urbe, e i suoi rancori, i suoi
desiderii, le sue speranze attribuiva alla società pur dianzi lasciata.
Pensava che il suo malcontento avrebbe prodotto la rivoluzione. In ogni
baruffa vedea la rivolta. Credeva pianto della patria il pianto del suo
cuore. E i suoi vecchi colleghi, tutti tormentati dalle sue smanie. E
s’ingannava.
L’uomo politico, cacciato in bando da una fazione avversa, guarda il
presente e lo avvenire a traverso un prisma fallace. Il tempo accresce
le vanità della mente e aduna fiamma nel cuore. L’esule esagera i
meriti suoi. La impazienza gli fa accettare qualunque consorzio. I
riuniti per la medesima causa ragionano intorno a ciò ch’essi erano,
intorno a ciò ch’essi sarebbero; e s’incitano contro il comune nemico;
e si pascono di vittorie e di vendette; e maturano imprese di passione,
non di criterio, che i non tormentati dai medesimi sentimenti — tutto
che amici loro — giudicano disperate, insane e di successo infelice.
Silla avea detto che in Cesare erano molti Marii. Nelle sue imprese
era cauto, di sguardo lungo ed audace. Trionfava a miracolo. Acquetava
con spettacoli, con desinari fastosi, con giuochi, con larghezze.
Abbelliva la città. Ampliava lo impero. I soldati erano suoi. Deponeva
agevolmente odii e nimicizie. I ricchi, le donne, il popolo, tutti
per lui. Il dado era gettato. Cesare aveva vinto. Or l’Arpinate
farneticava; ed eccitatore di animi, sentiva bene nel profondo la
vanità dei propositi suoi.
Infrattanto il vecchio M. Tullio Cicerone, riconosciuto od atteso, ebbe
le mani strette con grande espansione da tutti ch’erano pel peristilio
del tempio. Parecchi lo baciarono sulle due gote, segno di affetto
che i Romani prodigavano ai loro amici. — Fattasi un po’ di calma,
Alleio Lucio Libella, col suo collega nel duumvirato Munazio Fausto, si
presentò alla faccia del popolo adunato per ritogliere gli auspicii;
osservò il volo di un aquila a cui gli aruspici diedero la libertà;
una vittima venne immolata sullo altare interno del nume, e i sacerdoti
dichiararono che i padri potevano deliberare. I duumviri, il pretore,
il questore, i magistri dei sobborghi e dei trivii, e i decurioni
andarono l’un dopo l’altro ad offrir al Dio vino ed incenso, e la
seduta fu aperta.
I primi sedettero sulle sedie curuli del centro. Lo edile ed il
questore più al basso ai lati del _pulpitum_. — Gli altri sedevano alla
rinfusa sotto il colonnato. — E nelle parti laterali, sotto le statue
equestri, erano gli _actuarii_, scribi e schiavi pubblici, incaricati
di raccogliere i discorsi mercè alcune note od abbreviazioni che con
brevi tratti di stilo rappresentavano molte parole.
— Salute ai tre ordini della Colonia. Gli Dei le siano propizi. —
Quindi i duumviri indicarono allo edile e al questore che potevano dar
còmpito della loro amministrazione.
Aufidio Mamusa cominciò dal leggere un disegno di senato-consulto,
ordinando preci nei templi per cinque giorni e la immolazione di cento
vittime sugli altari, per calmare la collera celeste che tratto tratto
manifestavasi nel territorio della Colonia con dannosi tremuoti. —
La legge passava _per discessionem_, cioè, senza discutersi e per
acclamazione. — Quindi parlò delle nuove terme costruite nel fondo
della via dell’Abbondanza, cui erasi aggiunto anche la palestra dei
giuochi ginnastici della gioventù, una biblioteca, una sala da giuoco
ed una di profumeria. — E lo edile seguiva:
— Il mio collega Cascellio Testa, questore, prese gran cura nella
fattura di cotesto edificio — non solo bisogno — ma lustro della nostra
Colonia. Come Catone e Fabio Massimo egli ha regolato la temperatura
dei getti di acqua calda. I condotti portano pure le onde dai larghi
depositi del Sarno e le si rinnovellano continuo. Una imposta più grave
converrà votare per....
Una voce potente tuonò dai portici ed interruppe lo edile.
— I ricchi hanno i loro _balinea_ domestici, corredati di ogni femminea
ricercatezza. Al popolo bastano le terme dove toglieva i suoi bagni
Scipione l’Africano. Quel terrore dei Cartaginesi bagnava in povero
luogo il suo corpo affaticato dai lavori dell’agricoltura; che il
grand’uomo piacevasi coltivar _more antiquo_ il piccolo predio colle
sue mani gloriose. — Ora, pavimenti istoriati per poco venerabili
piedi! Soffitte dorate e a rilievi sopra capi senza cervello! — Stanze
da giuoco e da unguenti! — Mascherate ridicole! — Ai bei tempi che non
son più, i nostri padri sitivano di guerra e di gloria. — Poveri eroi
del vecchio Sannio! Ora passa un nipote degenere sul margine della via,
e vi sembra che là sia piantato un giardino.
— Ingiusta è la tua rampogna, Appio Crispo. Altri e diversi i tempi
da te mentovati. Una volta il popolo lavava le braccia e le gambe
allorchè i lavori, cui era addetto, quelle membra particolarmente
gl’insudiciavano. L’abluzione della intera persona non avea luogo che
ogni novenio, nell’epoca dei mercati. — Ora trovi tu male ch’ei si lavi
ogni dì? Che prenda il bagno caldo? Che preferisca le pure linfe alle
torbide? Che le sale ove l’occhio ei riposa siano adorne dalle arti del
bello e i pavimenti abbiano musaici invece di pallidi mattoni?
— Anche i ricchi si contentavano di una giornaliera abluzione. Ora
passano la loro vita nel bagno. Per Ercole! E la sera, dopo averne
presi otto a vapore, fanno pietà a vederli. Hanno a mala pena la forza
di star ritti e di risponder col gesto se sono salutati. — Vuoi che
anche la plebe si mummifichi al pari di essi? Vuoi ch’essa apprenda a
tergere collo strigilo i suoi profumi invece che i suoi sudori? —
Un mormorio di grida indistinte udissi in ogni parte del Foro.
Allora il questore levossi in piedi e cominciò a ragionare. Ma le
interpellazioni violente, partendo da vari gruppi sotto i portici,
coprirono il timbro della sua voce. Aveva un bello affannarsi nel dire:
— Pace, pace! —
Nessuno gli dava retta, e tutti ad una volta, con gran lusso di gesti,
dicevano:
— È contro la plebe.
— No. È per lei che ha fabbricato le Terme.
— Plutone lo inforchi! — Come? Forzarci a prendere i bagni ogni dì?
Converrebbe essere censuari, o non aver famiglia da nudrire!
— Sappiate almeno, prima di bociar tanto, contro qual cosa facciate il
vostro richiamo. — Le Terme, come il Tempio, come la Basilica, come il
Teatro, sono lustro e vanto di una città.
— Io trovo che nel _baptisterium_, dove andai a prendere il bagno
freddo in comune, tutte le delicature enumerate non vi erano.
— Bestia! — Se fossi entrato nell’_apodyterium_, nella sala a dritta,
ove si depongono le vesti, avresti notato il fastigio degli ornati che
non sono nel tempio.
— E bene sta. — La plebe è sovrana, finchè i vizi di Rema non l’avranno
venduta — o finchè i suoi propri non dicano il suo prezzo all’uomo che
ha l’occhio dell’aquila. Abbia anch’essa il suo _frigidarium_, il suo
_tepidarium_, il suo _sudatorium_ e il suo _eleotesium_ per spargersi
di profumi sul corpo estenuato dalle fatiche. —
E con una voce stentorea, addensandola nelle palme chiuse in arco,
proseguiva:
— Parli lo illustre Cascellio. — I duumviri ristabiliscano il
silenzio. —
Gli araldi dopo vari tentativi potettero ottenere un po’ di calma.
Allora il questore: