— Io vergogno della vastità di questo podere. — Sono quattrocento

iugeri di terreno. — Cincinnato possedeva un orto, e vi piantava

cipolle quando vennero a nunciargli il popolo averlo nominato a suo

dittatore. — Caio Fabrizio era padrone di sei iugeri di terra. — Curio

Dentato, di sette — ... In verità l’onta mia rimanesi inosservata,

quando molti altri posseggono assai di più. —

Camminavano per campi pieni di graminacee e di rape salvatiche in fiore.

— Noi calpestiamo ora il terreno che fruttò l’anno scorso. Lo farò

arare a suo tempo, poi che abbia posato. Il terreno che colaggiù

verdeggia mi darà nel mese di Cerere quel prezioso ricolto per cui si

fa lieta la razza umana. — Andiamo là, ove Strobilo lavora coi buoi....

mirate i suoi solchi diritti!.... Bene... veramente bene! — .... Ehi!

Strobilo, ti felicito.... Eguali tutti! Oh! non può dirsi che il bravo

boaro _delira_! — Tu non esci dalla linea. —

Lo aratore fu coi buoi presso il padrone. Gli volse e poi li fece

posare per prender fiato; e colla destra teneva le redini e colla

sinistra appoggiossi sullo stimolo di cui si serviva per eccitare gli

animali al lavoro.

— Io son lieto di poter appagare coll’opera mia l’ottimo dei padroni. —

Hai altro a dirmi? —

— Vanne, o Strobilo... e che Saturno ti aiuti! —

Proseguendo oltre, si trovarono nell’aia e poi in faccia alla dimora

dei coltivatori. Il _villicus_ fu primo a presentarsi. Gli altri erano

tutti in movimento al nuncio che Coecilio era venuto da quella parte.

I bambini, che ignorano le teorie dei riguardi e che amano chi li

ama, usi alla di lui naturale bontà, gli corsero incontro gioiosi e

gareggiarono per afferrargli le mani. — Egli li carezzò dolcemente; e

poi:

— Ebbene? Caro Cilindro, come va la bisogna?

— Va! — Gli Dei ci concedono pioggia e sole. — Ho fatto seminare i

fagioli e prospereranno.

— Accompagnaci, se ti piace, nelle dipendenze della casa. — Vedi,

Lucio, nella _equilia_ di contro erano molti cavalli una volta. Come

belli i miei compagni nelle battaglie! Erano delle migliori razze

d’Italia. E ricordo con piacere Signifer, Deceratus, Murrhinus e

Pontifex, i due ultimi feriti insieme con me. — Ora non risponderebbero

allo scopo. Preferisco i buoi e le vacche ai cavalli. — Andiamo a

vederli. —

Entrarono nella _bubilia_.

— Ho molta cura del bestiame io. Mira che grandezza e che forza!

— Ma così belli davvero!

— Vestorio, ho corso il mondo cogli eserciti e in nessun luogo gli

trovai belli ed adatti per la loro forza al lavoro come nel Lazio. E

gli feci venire dal paese dei Volsci. — Che nobili corna!

— Di simili buoi dovette far uso Annibale per impaurire di notte i

Romani e scompigliarli nel loro campo. Nelle piccole corna dei buoi

nostrani non avrebbe potuto legar grossi fasci di frasche.

— Bene rifletti, o Lucio. — Non potetti per difetto di posto costruir

qui la stalla d’inverno e quella di estate. — Ma questa è in tali

condizioni da farne a meno. — Io non li lego. Una specie di giogo li

frena e non vieta loro verun comodo movimento. Tra l’uno e l’altro v’è

spazio bastevole perchè il bovaro possa girare loro intorno, allorchè,

sdraiati, ruminano. — Cilindro, fa aprire l’_ovilia et caprilia_.

— Tengo cotesti animali pur esposti al mezzodì come i buoi, per

allontanare il loro puzzo dalla casa dei coltivatori — che è in faccia

— e perchè sieno alla loro portata. — L’uomo non libero è pigro. Eh!

Bisogna venire a patti colla loro pigrizia! —

La soffitta di quel locale era più bassa, acciò il calore meglio vi

si concentri. L’ovile aveva un pavimento di mattoni. — E fra il parco

delle pecore e delle capre era uno spazio, coperto di una lettiera

abbondante di ramicelli di felce, su cui posavano le già pronte a

partorire.

— Vedete pecore di buona razza. — L’ho migliorata, incrociandola

con quella di Taranto. — E ne ho lana copiosa e più bella. — Nelle

_harae_ dei maiali non vi farò entrare. — Sì, nel _gallinarium_. —

Mirate i bei galli! Vi faccio per mezzo di un tubo penetrare un po’ di

fumo; avvegnachè pei polli sia gradevole e salutare. — Colà in fondo

è il _teporarium_ pei conigli che i miei coltivatori mangiano. E il

_chenoboscium_, ove le anitre e le oche mangiano e prendono bagni.

Quel muro alto che vedete lo feci rizzare per due usi — a riparo del

favonio — ed alla moltiplicazione delle lumache. — È il _cocleare_. —

Sul ruvido intonaco è il muschio che le attira ed io ne faccio delizia

della mia mensa. — Costì, sotto al _gallinarium_, è lo _ergastolum_.

Allorchè io compero gli schiavi non li trovo quali io gli vorrei. E

Cilindro deve piegarli. Or quando i miei modi ed i suoi non bastano

allo intento, conviene cacciarli in quel sotterraneo che riceve aria

e luce dalle alte e strette finestre che vedete. — Non li visiteremo

perchè sono bricconi. Ma.... diverranno buoni come gli altri che

abbiamo insieme affrancato. —

Una donna in sui trent’anni, tarchiata e di buon aspetto, si fa innanzi

a Coecilio, lo saluta e gli stringe la mano. Era la _villica_, la

moglie di Cilindro, ambedue liberti, agli ordini e al servizio del

marito suo, sobria, casta, non superstiziosa, ed avente cura alle none

ed agli idi di ciascun mese — siccome pure alle feste prescritte — di

appendere corone ad Epona, la Dea protettrice del bestiame e di volgere

preghiere per tutti al Lare domestico.

— Abbi gli Dei propizi, o buona Gymnasia. — Vi è da fare, eh?

— Il lavoro nudre, o padrone. E col tuo esempio l’uom si migliora. —

Che la Parca perda la forbice il giorno in cui si rammenta che Coecilio

Casella nacque e vive.

— Accetto lo augurio buono. — Abbi cura delle vesti dei miei schiavi.

E che i bambini sieno puliti. — Ve’, quello dai grandi occhi e il

paffutello che mi ha preso la mano. Ambidue hanno il viso sudicio.

— Sono la disperazione delle loro madri. Sempre nel fango, che sembran

oche.

— Ho notato molti crani di asino confitti nei pali qua e là. — È per

congiurarne la mortalità, forse?

— No, o mio Lucio. — Preservano i campi da influenze maligne. Ma, son

troppe; hai ragione!

— Che tu fossi divenuta superstiziosa, o Gymnasia?..... Amo la moralità

negli schiavi. Ma non voglio che luperchi schifosi, che aruspici ladri,

che indovini bugiardi, che maghe vagabonde vengano qui a mettere ubbie

nelle vostre teste. — La credulità istupidisce. La ignoranza mangia

i risparmi. Il bisogno del denaro mena al delitto. — .... Ed io non

voglio punire al possibile! — Intendi? —

Cilindro diè una occhiataccia alla moglie. La quale, confusa dal

rimprovero, si fece rossa e curvò la testa.

— _Peream male si_.....

— Basta, o Cilindro. Non vedi? La divenne taciturna come una statua.

— Sai il mio costume, o padrone — _sequere potius quam ducere funem_.

— Ma Gymnasia farà ch’io mi cangi e la fune la tirerò. — Qui mai più

ribaldi, intendi? Gl’inghiotta Cocito questi ladri delle campagne.

— Via! O buona, drizza su il capo e menaci alla cucina. — È la sede

della tua magistratura e non vi sarà a ridire colà. —

Era una vasta camera, a soffitto alto e bene imbiancata. Il focolare

aprivasi largo e con un banco circolare di muro per riscaldarvi

gli schiavi nelle giornate fredde del verno e per asciugarvi negli

acquazzoni estivi. Sulle pareti erano pentoli e tegami e tripodi di

ferro e vassoi di bronzo. — Sopra il pavimento di lapilli impastati

con calce e battuti lungo la parete sollevavansi spessi appoggi di

mattoni murati, sui quali sedevano grossi caldai nettissimi e _calati_

di piombo per conservare acqua da bere e al servizio della cucina.

Una porta laterale menava ai bagni degli agricoltori, i quali solevano

farvisi netti nei dì festivi e più spesso le loro donne e i bambini.

Sopra i bagni era l’_apotheca_, ove chiudevasi il vino nuovo, perchè

esposto al fumo maturava più agevolmente.

— Bene, Gymnasia. Sono contento di te. Perdona il rimprovero che ti

feci. _Oculus in agro fertilissimus._

— Or dove dormono i tuoi schiavi, Coecilio?

— Amo, o Vestorio, nel tuo Lucio la curiosità che addottrina. —

Qui, sopra la cucina e le stalle. — I bovari e i pastori, nelle

_bubiliæ_, perchè sieno vigili custodi del mio bestiame. — Credeva di

averti mostrate le loro cellule coi loro numeri sopra, per eccitare

la emulazione e fare ognuno testimonio della incuria dell’altro.

— La corte, colla fontana nel mezzo e, sotto, la cisterna per la

conservazione delle acque piovane, è chiusa dall’_horreum_, magazzino

ove sono in serbo gli aratri, gl’istrumenti di ferro ed i _tympana_,

carri a ruote piene senza raggi, destinati al trasporto dei pesanti

prodotti dell’agro. — Qui, tutto vedemmo che meglio importava. —

Torciamo ora i passi verso la mia dimora, e di là alla _fructuaria_,

dove convengono tutti i ricolti. — Addio, amici. Gli Dei vi concedano

tanti beni, quanti occorrono al vostro vantaggio. —

Alcune lepri correvano lungo i campi, e si rinselvavano nel bosco.

Le pernici squittivano accenti di amore. In un recinto di reti gli

agnelli spoppati apprendevano a nudrirsi dell’erbe tenerelle che il

tepore primaverile in quelle felici contrade facea germogliare. E

mentre le talpe minavano sordamente la terra, i passeri, le allodole,

i pettirossi e le cingallegre modulavano gentili armonie. La strada,

dov’essi passavano, seguiti da Cilindro, offeriva ai loro sguardi uno

spettacolo visto e rivisto e pur sempre nuovo. Il terreno discendeva

in anfiteatro sino alla riva, abbellito da gruppi di alberi, da

fichi spinosi e da case variopinte, che colle loro terrazze e coi

loro portici parea sorridessero a quel cielo olimpico. L’occhio

abbracciava in una volta il mare senza limite, il golfo di Stabia,

le coste abrupte di Sorrento, l’isola di Capreas, la lunga sponda di

Posilipo, la vaghissima Neapolis, lo artistico e nobile Herculanum e il

vecchio Vesvius, fucina degli spessi tremuoti e più tardi operatore di

distruzione e di morte. — Quei luoghi d’incanto avevano una espressione

di tutta dolcezza; e, come la musica, spandevano pei nervi un fluido,

padre d’idee passionate e triste. Coecilio arrestossi e levando la

mano.

— O Campania, giardino d’Italia! E tu, fiore del mondo, Pompei! —

Parlando su cotesto argomento giunsero dove erano diretti i loro passi.

— Il fabbricato aveva in mezzo una corte. — Ciascuna parte era addetta

al suo uso particolare. A diritta era il _torcular_, il molino delle

olive e il pressoio per estrarne l’olio. A lato era la _cella olearia_.

A sinistra aprivasi la _cella vinaria_, il cui pavimento di marmo

inclinavasi verso un bacino che riceveva il mosto dei tini scoppiati

per la forza della fermentazione. — Una grande vasca — _calcatorium_

— serviva alla pestatura delle uve. Era sollevato sur uno zoccolo di

quattro gradini e due bacini profondi ricevevano il mosto che poi si

versava nei _dolia_ — tini panciuti di terra cotta — posati lungo i

muri. Presso i torchi, in fondo, levavasi la caldaia, dove il mosto

convertivasi in vino cotto. — Poi, nelle anfore conservavasi nella

cantina, luogo chiuso e quasi oscuro, munito di qualche spiraglio verso

il settentrione.

Sopra era il _penus_ — il luogo ove si conservavano i commestibili

— e l’_oporotheca_, dove si serbavano le frutte in particolare. Nel

primo, le fave raccolte, i piselli, le olive edule, le zucche, le uova

fresche, i meloni ed altre cose simiglianti. — Nell’altro, i fichi,

le mele, le pere, e via dicendo. Quivi il suolo, le pareti e la volta

erano di marmo per intrattenervi vie meglio la frescura.

Il granaio chiudeva la corte coi suoi magazzini a volta e sollevati

dal suolo. Il pavimento era formato di lapillo, di calce e di sabbia

impastati col sedimento dai vasi da olio novello e non salato. Quando

era battuto ed asciugato, vi si spalmava anche dell’olio buono ed

il fondaco diveniva eccellente, e mai i sorci, i calabroni od altri

animali nocivi vi penetravano.

— Tu mi chiedesti un _promus_, o Vestorio. — E ti darò Mustella che ama

una tua liberta chiamata Pyrgo; talchè sarà felicissimo nel tuo podere.

E pur mi chiedesti un _villicus_ valente. — E ti darò Castriccio che il

mio Cilindro istruì. È per sposarsi con Cerellia, una delle schiave che

tu stamane legalizzasti liberta. — Noi, mio Lucio, correggiamo un uso

dei repubblicani di Roma. Quando quel gran popolo conquistò la Italia

e la Grecia, si appropriò il territorio dei vinti. — Se era coltivato,

i triumviri addetti all’amministrazione della nuova colonia o lo

vendevano o lo affittavano. Se il popolo aveva seriamente resistito, la

terra si dava agl’incanti; e quegli cui rimaneva pagava alla repubblica

il decimo del prodotto che ne ritirava. La quale tendeva a moltiplicare

ovunque la popolazione agricola che le forniva i più bravi soldati, i

più duri alle fatiche e non pensavano al male. Ma moltiplicandosi le

guerre — e gli uomini liberi, tutti a difesa delle aquile, — la cultura

dei vasti dominii fu giuocoforza affidarla agli schiavi, ch’erano le

popolazioni soggette. Tu hai osservato con quanta carità io li tratti.

— Non tutti così!.... E gl’italici si solleveranno i primi. I Romani

forse li domeranno col ferro o scenderanno a patti.... Verrà giorno

però in cui il lusso, la mollezza e i vizi disegneranno la curva della

caducità di un gran popolo. I campi popolati tutti di schiavi oppressi

saranno teatro a macelli e ad incendii. I crocefissi inchioderanno i

loro crocefissori... Oh! non permettano gli Dei tanta ruina. —

Il sole illuminava dei suoi ultimi fuochi le cose. Pei due Pompeiani

era tempo di ritirarsi. Ringraziato l’ospite illustre del cortese

accoglimento e della cessione dei propri coltivatori, Vestorio Tucca e

Lucio tolsero da lui commiato e lo baciarono sulla gota.

Poi che li vide a cavallo, Coecilio Casella fece loro un atto benevolo

colla mano e disse:

— Il tragitto alla tua casa è breve, o amico. — Ma in viaggio un

giovane allegro e caro, come il tuo figliuolo, vale un _cisium_ leggero

per un pedestre stanco e trafelato. —

IL FORO.

LA ELEZIONE DEI MAGISTRATI IN POMPEI.

=Anni di Roma 705 — Anni avanti il Cristo 49.=

A GIUSEPPE FIORELLI.

III.

Il cielo era azzurro e radiante — come spesso — sull’ampio e vaghissimo

cratere partenopeo; una tinta che non è altrove; che infiamma e fa

pensare; che soffia sull’anima gli slanci passionati e le eroiche

rassegnazioni. — Il golfo era circondato da colline verdeggianti sino

al promontorio di Minerva e da un antico vulcano, detto Vesvius, le cui

lave vedevansi lungo la strada che da Pompei sulla riva del mare menava

in Oplonte, Retina ed Herculanum, o sulla via Popilia che guidava a

Nola, o sulla terza che, traversando il copioso Sarno e dividendosi in

due, metteva a Nocera ed a Stabia. — Bella per le sue rive incantate su

cui i poeti favoleggiavano le sirene, ricca pel suo fiume navigabile,

avente l’occhio sur una fertile pianura, e l’altro sulla collina

gremita di case variopinte, la città-emporio — detta perciò dai Greci

ΠΟΜΠΕΙΟΝ — era posizione militare, posto commerciale e luogo di delizie

in una volta. I pittori venivano a cercarvi le loro inspirazioni — i

poeti, i segni sensibili delle armonie della natura — i filosofi, le

felicità profonde nello stracciare un per uno i troppi veli parati

dinanzi al genio dell’uomo — i timidi, gli stanchi, gli uomini di

pecunia, il luogo riposato e tranquillo ove appena giungeva l’eco degli

avvenimenti fragorosi del mondo — i ricchi giovani, le più splendide

illusioni, i sorrisi delle labbra divine, gli sguardi vellutati che

vi passano il cuore e le parole dorate dalla intelligenza o profumate

dal candore che quella sola regione poteva ancora offerire, patronata

siccom’ell’era da Venere Fisica e da Iside misteriosa.

Correva l’anno di Roma 705.

Erano le calende di maggio.

Il quadrante solare e la clessidra di acqua — questa surrogante

l’altro nei tempi oscuri o nebulosi — deposti nei pubblici luoghi,

designavano già la quarta ora, corsa dopo il _diluculum_, parola

colla quale indicavasi la punta del giorno. — Malgrado però quelle

acconce invenzioni di cui Roma seppe godere sol cinque secoli dopo la

sua fondazione, lo _accensus_ — ufficiale subalterno dei _duumviri_ —

urlava a piena gola sui canti delle vie la misura del tempo che il sole

e l’acqua notavano, per meglio aiutare alla intelligenza dei forestieri

e della gente minuta della città e della campagna.

Sino dal mattino — aperti i cancelli di legno sullo sbocco delle otto

strade che mettevano nel Foro — il vasto recinto era un va e vieni

di fitto popolo di tutte le classi e di varie favelle. Oltre che i

meridionali hanno la tradizionale abitudine di viver meglio fuori

che dentro le proprie dimore — oltre che quel vasto edifizio solevasi

costruire di preferenza presso il porto nelle città marittime o nel

luogo più elevato e centrale in quelle dentro terra — siccome il sito

favorito dei ritrovi, dei commerci e delle riunioni di tutti i pubblici

affari — in quel giorno la Colonia Veneria Cornelia di Pompei era

chiamata alla elezione diretta dei suoi magistrati.

Sur ogni muro esterno delle case e specialmente sugli angoli dei

quatrivi, erano inscrizioni a grandi lettere di color rosso, mercè

le quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i clienti,

i parassiti e i liberti sollecitavano il pubblico voto a pro dei

loro propri candidati. Per cui leggevansi elogi tributati a nomi

di cittadini e biasimo ai più sconosciuti od immeritevoli dell’alto

ufficio.

La politica dei padroni del mondo divise i paesi conquistati in città

latine, in città federate, in prefetture ed in colonie. — Erano libere,

ma nella dipendenza di Roma. Laonde non potevano stringere alleanza

tra esse, nè politica, nè privata, senza prima ottenerne il permesso.

— La Italia si divideva in dodici provincie indipendenti con leggi,

con usi più o meno simili a quelli che reggevano la grande metropoli;

e dal golfo di Taranto distendevasi sino al Rubicone, piccolo fiume che

sbocca nell’Adriatico. — E nel Mediterraneo giungeva sino a Luna, città

che gli Etruschi avevano fondato là dove il fiume Magra si gitta nel

mare. — La potente repubblica privava della libertà i popoli manchevoli

alla fede dei suoi trattati. — Se recidivi, gli deportavano tutti

fuori del loro paese. — O ne distruggevano la città. — O confiscavano

una parte del loro territorio. — Tutte le dodici provincie erano più o

meno colonie militari, cioè deposito di un corpo di fanti e di cavalli

in permanente osservazione; e dovevano pagare un tributo in uomini

ed in danaro. — E come puniva le aperte rivolte, così ricompensava le

tacite fedeltà. — E la colonia di Pompei era pur _municipium_. Aveva,

cioè, ricevuto il _munus_, il donativo tutto speciale dei diritti di

cittadinanza romana. — Onde la sua costituzione era pari a quella

dell’Urbe, che divideva i suoi abitanti in tre ordini — senato —

cavalieri — e popolo. La magistratura municipale di Pompei rassegnavasi

in un edile — nei duumviri che rendevano altresì la giustizia — nel

pretore — nel censore — nel questore, gerente del reddito pubblico —

nel patrono della città — nei maestri dei subborghi e dei trivi — ed in

cento decurioni — quelli che in Roma chiamavansi senatori — i quali —

decimando i coloni — formavano il pubblico Consiglio.

La forma del Foro — che fu l’_agora_ già costruita dai Greci — era

un parallelogrammo molto allungato. Un pavimento regolare di bianco

travertino, su cui sorgevano tutto all’intorno colonne d’ordine dorico

di svelte ed eleganti proporzioni, che sostenevano un porticato di

due piani. — Lungo l’area erano piedistalli rivestiti di marmo pario o

colorato, che presentavano in piedi le statue — votate in vita o dopo

morte — dei cittadini illustri per le loro virtù o per lo esercizio

di gradi eminenti. — Sur altri quattro erano statue equestri ed una

quadriga. — Sull’una estremità — quella che prospetta il mare — si

elevava un arco di trionfo. — E più su, due altri piedistalli con

statue. — Statue di marmo coronavano altresì il tetto del porticato

del Foro. — E nel fondo stava il maestoso edificio — alla cui sommità

giungevasi per una gradinata interna di marmo — il quale era in un

tempo l’_ærarium_ ed il tempio sacro a Giove ed al figlio Esculapio.

Siccome la costruzione di parecchi metri sollevavasi dal suolo, il

piano superiore lo avevano dedicato al principe dell’Olimpo, ed il

sottano a deposito della pubblica pecunia.

Otto strade diverse menavano al Foro. — Quelle dei due lati del tempio.

— L’altra che veniva dal crocicchio del Lupo. — Una dal canto del

Pecile — luogo riparato dal vento e dal sole, sacro al passeggio, dalle

pareti adorne di pitture sui fasti gloriosi della Colonia — metteva

nell’Araiostylo, l’ambulatorio sotto il portico a lato del tempio di

Venere. — Una veniva dalla marina ed immettevasi nel parallelogrammo

tra il suddetto fano, sacro alla Iddia della plastica bellezza, patrona

della città, e la _Basilica_. — Un’altra questa isolava dalle case

particolari. — Una imboccava nel porticato costeggiando a diritta

la scuola pubblica — ed un’altra ascendeva verso quel punto rilevato

sulla via detta dell’Abbondanza, per la immagine di cotesta divinità

spicciante acqua nel fonte di quel quatrivio. — Passavano per là quei

che entravano in Pompei dalla porta di Stabia. — Ogni sbocco di quelle

vie aveva gradini e pilastri in piedi — _impedimenta_ — e pietre ovali

massiccie rilevate dal selciato — in uso pur queste in tutte le altre

strade della città, a comodo degli abitanti, onde traversassero a piede

asciutto nei casi di grandi acquazzoni — per impedire il passo alle

vetture e ai cavalli e non aggiungere lo strepito delle cose al rumor

delle voci.

E nel vero, molta gente togata alla romana era colà e parlava a bocca

sfrenata, aggiungendo energicamente il gesto ad ogni detto. — Sotto

il portico gironzavano, arrestandosi tratto tratto i _fæneratores_ —

lepra dei tempi che tante leggi non potettero mai sanar per intero —

i quali usavano i loro brevi capitali, o ne improntavano da altri per

poi prestarli al grosso agio del cinque per cento al mese. La famosa

ritirata della plebe al Monte-Sacro, quindi sul Gianicolo, ebbe origine

dal rifiuto dell’abolizione dei debiti enormi, creati dall’avarizia

dei prestatori. — Una legge recente aveva ordinato che i cambiatori di

moneta — riconosciuti per tali — fossero nel Foro e dessero a prestito

il denaro con usura semissuale — cioè, del sei per cento all’anno.

Non mancavano però gli usurai di accalappiare qualche ignorante e i

forestieri, in un giorno di tanta folla. Erano rizzate sotto i portici

le _tabulæ auctionariæ_, coll’enumerazione scritta dei beni mobili

ed immobili da vendersi in tale ora alla pubblica licitazione. E i

_præcones_ gridavano i meriti di una casa, di un terreno, o dei mobili

di legno, di bronzo o di più fine metallo. — Altrove erano botteghe

posticce, ove si vedevano intorno ai venditori rotoli di cordami e

pacchi di vele. — O tuniche e mantelli di grosso saio con cappuccio,

per gente di campagna e per marinai. — O vasi di terra, fabbricati

nella vicina Nola, di ogni dimensione, di ogni ornato, di ogni prezzo.

— O lucerne, licnoferi, nassiterni, bombille e vasi unguentari. —

O calzari di ogni stoffa e di ogni foggia. — O Dei penati, e voti

di terra cotta o di bronzo. — O astragoli e pallottole di piombo ed

altri giocattoli per bambini. — E tutti gridavano — e tutti urlavano,

vantando la bontà delle loro merci e la mitezza dei prezzi. — V’erano

persino i ristoratori ambulanti, offrenti vini caldi ed acque melate. —

E fra i venditori di cialde, di nastri, di calzari, di stoffe di Tyro e

di Tarentum, di pelli conciate, si aggirava il misero Verna, maestro di

scuola, che con voce supplichevole e monotona, raccomandava a colui che

sarebbe stato eletto edile sè ed i propri discepoli.

Sotto il portico laterale al tempio di Venere Fisica, in una icona

quadrata, erano costrutte di tufo le pubbliche misure di capacità

di varie grandezze, affidate, per decreto dei decurioni, ai duumviri

Clodio Flacco e Arelliano Caledo.

Procedendo più oltre, penetravasi nella _Basilica_ — uno degli edifizi

meglio notevoli del Foro — ove i duumviri rendevano la giustizia.

Di prospetto al tempio di Giove Tonante erano le tre _Curiæ_, luoghi

sacri, ov’erano depositate le scritture dei pubblici archivi.

Pompei · 第 3 / 30 段