— _Est modus in rebus._ — Senza abbandonare la città, e i propri uffici

pur doverosi, e la educazione dei figliuoli, si può allontanare il

grappolo guasto dal sano e non permettere che la incuria — a conti

fatti — costi più della debita oculatezza. Imperocchè, siavi un adagio

non meno vero dello accennato poc’anzi, il quale dice: _Laboriosior est

negligentia quam diligentia_. —

I cavalli si posero al trotto. — Un aquazzone irruento per pochi

istanti calmò ben presto la nuvola di polvere che le zampe ferrate

agitavano. Rimessisi al passo, il più anziano proseguì:

— Dio Pluvio, invece di offenderci, ci giovò. Ed è tutto un beneficio

di lui su queste terre, composte di pomici infrante e di ceneri,

vomitate in tempi remotissimi dal vecchio Vesvius. — In continovo

accordo col dio di Delo, noi abbiamo fertili e prosperosi i campi di

ogni bene e di ogni delizia....... Non credere già, o mio Lucio, ch’io

voglia condannarmi, o condannarti a viaggi troppo frequenti ai raggi

della canicola. Farò la scelta di un onesto _villicus_ che il buon

vecchio Coecilio Casella mi proporrà; e cotesto schiavo dirigerà in

capo, sotto i miei consigli ed i tuoi, i rustici lavori. Mi ha pur

promesso un valente _promus_ per la fattura dei vini. Quelli avuti

sinora sono dolciumi che guastano lo stomaco. — Voglio del buon falerno

che a dieci e a quindici anni consoli. — E del surrentino, adatto ai

convalescenti. — E di quello di Cales, leggero e profumato. — Ed il

cecubo secco, generoso e confortante. E quello eccellente di Setin, il

quale possiede le più notevoli qualità digestive.

— Ve’, padre, la bella casa che sorge ridente sul pendìo del colle —

Non parmi vi sieno colonne, nè portici. — Oh! Una sola statua.

— Sì, figliuolo mio. Una sola — quella della Libertà, dallo sguardo

aperto, dalle braccia robuste, dalla prestanza di tutte le forme. — La

situazione che tu ammirasti attira l’attenzione; e la vastità dei campi

allo intorno annuncia la ricchezza di chi li possiede; e l’un delubro

rivela i nobili pensieri del cittadino che presso dimora. — È Casella

il suo nome, il vecchio amico che tu non conosci, perchè non abita più

la città. Egli fu _Meddixtutticus_, il primo dei magistrati municipali

quand’io era pur giovanetto. Era stato _suffectus_, succedaneo al

comandante gli eserciti ai tempi che furono. Quindi egli stesso ordinò

le battaglie a difesa ed a gloria del nome sannita. Ha l’animo austero

che conservò la impronta dei tempi.

— Comprendo io bene un vecchio generale che si toglie dallo sguardo

del popolo di altra età e che pure è costretto a rispettare; che si

sottrae dalla folla dei clienti importuni; e coltivi nel suo pacifico

ritiro; e si circondi di una numerosa famiglia di schiavi — ricordo

vivo del potere già esercitato. — Ma il repubblicano del mattino sarà

il Tarquinio della sera su quanti lo attorniano.

— Poichè siamo presso il viale che ver lui mena, andiamo. Voglio, senza

risponderti, che tu lo conosca e lo giudichi. —

Una strada ascendente, attelata da pioppi italici e da una siepe di

albospino, aprivasi da un cancello di legno, presso il quale da un

lato era una camera per l’_ostiarius_ e dall’altro un simile fabbricato

in _opus recticulatum_ — ossia muratura a scacchi di tufo, riquadrata

negli angoli da mattoni sopraposti — che aveva la iscrizione a grossi

caratteri rossi

CAVE CANEM

e sotto, la stia, dove abitava lo incatenato ed abbaiante molosso.

Per essa i due si avviarono al galoppo. — Giunti presso il simulacro

della Iddia colà venerata, smontarono ed il maturo diè ordine allo

schiavo accorso di menare i cavalli nella stalla, mentr’essi sarebbero

iti a sorprendere il suo padrone.

Nelle diverse aiuole piene dei fiori della stagione erano viole,

mandorli a fior doppio, rose di Preneste e giacinti. Più oltre era un

largo bacino, circondato da zolle erbose e pieno di acque limpidissime,

incanalate da una sorgente lontana. Dai verzieri coronati di bosso

si andava verso il bosco e si scendea nell’orto. — Colaggiù, curvato

dagli anni e dalla specie di lavoro che allor lo occupava, era Coecilio

Casella, presso il quale i due sopraggiunti movevano. Al rumore dei

passi sulle sabbie crepitanti, il vecchio levossi; e riconosciuto lo

amico, corsegli incontro e abbracciollo.

— O mio Vestorio Tucca, salve — _Si tu vales, et ego valeo._ —

Raccoglieva baccelli pel mio desinare.

— _Gratulor tibi prius. Deinde ad me convertar._ — Questi che mi

accompagna è Lucio, il figliuol mio, il quale arde del desio di

conoscerti. —

Quel canuto baciò sulla gota il giovanetto; e, presolo per la mano, lo

invitò col padre a sedere sur un banco di pietra.

— Voi camminaste. — Io fatigai. — Ognuno acquistò il diritto di

riposarsi..... quantunque per la mia età quel diritto io il tema

invece di bramarlo. — Questi alberi che ci adombrano colle foglie

nascenti, io gli piantai e gl’innestai di mia mano. — Vedi giù,

davanti la _fructuaria_, dov’è quella fabbrica disposta intorno ad

una corte? I miei giovani schiavi fanno buche presso gli alberi di

olivo per seppellirvi ritagli di pelli, piedi e corna di animali —

possente concime che si forma e mette tre anni a consumarsi. Ebbene!

Essi raddoppiano di zelo allo aspetto di me vecchio, che divido i loro

sudori e le loro cure. — Qui, nè tiranno, nè schiavi. Laonde lo stato

di quei miseri più sopportabile.

— Ah! tu sei sempre degno d’impero, perchè sapesti servire!

— Il tuo figliuolo osserva, con vagante e smanioso sguardo, le varie

culture della mia villa. — Giacchè il sole ci volge i suoi tepidi

raggi, permetti che a lui — non indifferente — mostri le occupazioni

mie e dei miei servi, ed i risultati che ne otteniamo.

— Grazie, o mio, della somma bontà che ti muove. — Ho molto caro che

Lucio apprenda da tanto esempio — non la cultura dei campi soltanto —

sibbene la virtù del tuo carattere antico.

— Qui sopra, o amici, è un colle, bene esposto all’oriente, ove cresce

un vigneto delle specie migliori. — Non tutte erano nostrane. — Ora sì,

mercè le mie cure. — Andiamo a vederle. — Sbottonano già. —

E lo adusto vecchio, appoggiandosi al braccio di Lucio, seguitò:

— La vite annosa si piace appoggiarsi su giovane olmo. — E anch’io

così. — Però, ti prego, non affrettare i tuoi passi, com’io non

allenterò i miei. Cercheremo riescirci gradevoli, quantunque Lucina

non assistesse lo stesso giorno al parto delle nostre madri. —

Faremo bugiardo il proverbio che dice: _Pares cum paribus facillime

congregantur_.

Mira! Cotesta strada larga che noi ascendiamo appellasi _cardinal_ con

parola etrusca, perchè taglia il terreno dall’ostro al settentrione,

verso i poli del mondo. Le vie traversali si chiamano _decumanus_. — E

sono sì larghe, perchè i carri non abbiano difficile il passo in tempo

della vendemmia. — Laonde, lo aspetto intero di una vigna si presenta

distribuito in regolari quadrati, detti _hortus_, cioè giardino. —

Ciascun gode di una divisione siffatta — il padrone che sa le piante

egualmente esposte al sole ed al vento e con facilità può sorvegliarle

— ed i servi, che veggono ad ogni colpo di vanga accelerarsi il termine

del proprio còmpito. — Ogni _hortus_ contiene cento cinquanta viti ed è

largo un mezzo jugero quadrato. Le propagini si attelano in _quincunx_

e traversalmente alla ascensione del terreno, a fine di mantenere le

terre ed impedire alle pioggie ruinose di cacciarle tutte nel piano.

Alcuni fanno crescere la vigna sui pioppi come nella Campania; altri

sulle canne come in Arpinum; altri su pali tenuti insieme da corde di

crine, come in Brundusium; altri sugli olmi come nella Emilia; altri su

brevi pali, come presso i Maruccini e i Peligni; altri aggioga i tralci

tra un albero e un altro, come presso i Piceni e i Galli-Cisalpini;

altri la lascia sdraiata per terra, come nell’isola Pandataria, ma di

tal modo mangiano il suo frutto le volpi, i ratti e i coltivatori assai

più che il padrone. — Io, come vedi, uso la forca, che è quel palo

fisso nella terra perpendicolarmente, su cui posano in traverso altre

pertiche che la vite abbraccia coi suoi viticchi. Così godo di due

vantaggi in una volta — il terreno caldo e secco è riparato dai raggi

ardenti del sole — ed i grappoli maturano meglio e fruiscono di una

ventilazione salubre.

Gli Etruschi tagliavano la vigna nel marzo. E gli Osci, padri nostri,

l’appresero a fare nel dominio dei primi. I Latini la lasciavano libera

e ne ottenevano un liquor fermentato che inacidiva ben presto. Re Numa,

per costringere il suo popolo a praticare il buon sistema, dichiarò

in una legge come ogni libazione fatta con vino prodotto da vite

non potata fosse orribile sacrilegio. — Agl’idi di maggio io faccio

spampinare poco innanzi la fioritura. E rinnovo la operazione — qui

che fa caldo — quando il grappolo è formato. E i miei servi vangano e

concimano il vigneto due volte l’anno al levarsi delle Pleiadi — quando

tolgono i primi pampini e rimboccano il ceppo con letame paglioso e un

po’ di sale — e allora che i racemi imbiondano e anneriscono.

— Una volta, o Casella, due curiose specie di uva, che la industria ti

aveva additato, qui mi mostrasti. — Ne mangiai e ne ho lieto ricordo.

— Sii cortese nel farne motto al mio Lucio, che è tutt’orecchi per

ascoltarti.

— Tutto l’_hortus_ superiore, ch’è di prospetto, è composto di tali

viti che danno il buon da mangiare. — Ecco come io mi vi adoperai.

Presi quattro ramicelli di diverse specie, delle qualità migliori. Li

ligai forte e li cacciai in un tubo di terra cotta, lasciando due soli

bottoni fuori. Quindi, in una fossa, ricoperta di letame. — Corsi due

o tre anni, quando mi avvidi che i ramicelli eransi collimati insieme

e formavano un solo stelo, ruppi il tubo in cui era chiuso, lo piantai

nella terra ed i grappoli che ne colsi a suo tempo offerirono chicchi

di sapore e di colore svariato.

Operai anche nel modo seguente. — Spaccai una margotta nel mezzo

in tutta la sua lunghezza. Ne trassi il midollo. — Collimate le due

parti, le legai strette senza offenderne i getti. La piantai nella

terra letaminata e l’annaffiai spesso. Ed il frutto che ne mangiai non

produsse mai acini.

Coteste operazioni sono divertimenti, o Lucio, e non entrano

nell’ordine della cultura. La specie buona s’innesta — ecco il modo

di propagarla, e trarne pro. Ora ti nominerò le migliori qualità ch’io

posseggo.

L’_amminea_, i cui grani sono coperti di fine lanugine. È della

stessa specie la _gemina_, perchè i grappoli fioriscono a due a due.

— La vite di Nomentum è molto feconda. Ve n’ha di due sorta. Una

la chiamano _rubelliana_, perchè il suo legno è rossastro dentro.

E l’altra _feciniana_, perchè il suo vino dà sedimento copioso. Ho

una moscatella; che pur dicono uva _apia_, perchè ricerca con amore

da quegl’insetti che ce la rendono nel verno col loro mele odoroso.

Un’altra uva dicesi _uncialis_ dal peso dei suoi grossi chicchi. Nel

recinto che qui vedete ne coltivo più di ottanta specie svariate,

che riunite nel tino danno squisitissime qualità di vino. — Che più?

Nominartene una per una fa lungo il discorso ed inutile. Sarebbe lo

stesso dirti il nome di ciascun granello di sabbia agiti Favonio. Ti

basti che ne ho di Chio, di Thasos, di Spagna, della Rhezia, di Sicilia

e del paese degli Allobrogi. — Ora, ridammi il braccio e scendiamo a

vedere l’oliveto. —

Lucio era incantato della semplicità di quel vecchio illustre e della

bonarietà che spiravano le sue parole. — Si sentiva superbo di essergli

al fianco e pensava quanti in Pompei gl’invidierebbero una tanta

fortuna.

— Tu, o Vestorio, avrai detto al tuo figlio come quegli alberi cui

ci avviciniamo ed ai quali i Greci attribuirono una origine celeste,

fossero stati qui da essi portati. — In Italia non v’erano. Anzi,

nell’anno di Roma 505, una libra di olio valeva dodici assi. Ed oggi

ce ne danno dieci per un asse. — V’è chi ha scritto, vi è pur chi dice

che quelli che piantano ulivi non ne veggano il frutto. — Errore! —

Ecco, siam giunti. — Vedete i grossi alberi! E tutti da me piantati.

— Antestio, gli ulivi che piantammo gli ultimi, da quanti anni messi

sotterra? —

— Mio buon padrone, nell’anno del tremuoto........ ed in cui partorì

la mia figliuola. Giunti al quarto mese della germinazione, sono cinque

anni. —

— Vedete, amici, sono cinque anni, e già compensano le nostre

sollecitudini! — Antestio, togli un ramicello delle tre qualità

migliori commestibili. — Vo’ che le osserviate da presso..... Questa

dalla foglia larga ed argentea al di sotto viene di Spagna e perciò

ai suoi grossi frutti diamo il nome di _orchites_. — Dapprima li

ponghiamo in un bagno caustico, composto di acqua stillata dalla calce

e dalla cenere. Tratto tratto si esaminano tagliandone la polpa col

coltello. Appena si scorge il punto che il ranno è arrivato a mordere,

le olive si tolgono e si lavano con acqua pura. Indi si tornano a

maturare nella salamoia, formando sopra uno strato di steli e di fiori

spezzati di finocchio salvatico. — Queste dalle bacche più larghe le

chiamiamo _pausiane_; esse pure formano la delizia della nostra tavola

nello inverno. L’ultimo ramicello appartiene ad Emerita, terra della

Lusitania. I suoi frutti sono grossi e polputi. — Non abbisognano

di salamoia. Basta esporli durante le fredde notti del decembre e

del gennaio all’aquilone e divengono dopo una decade dolci come uve

passe. —

Poi, voltosi al monte, riprese:

— Vesvius — creatore di questa deliziosa contrada e che talvolta,

quasi schiacciasse col suo peso i Titani, freme e traballa — oltre le

pomici, la pozzolana e quelle spugne rossastre di cui ci serviamo per

fabbricare muri leggieri e soffitte, pare ci abbia pur dato una pietra

dura quanto il granito. Me ne servii per molti lavori qui. — Or, sopra

i crepacci della roccia eransi piantati di per sè alcuni caprifichi

salvatichi, i quali portavano le loro frutta con maturità anticipata.

Allora io piantai dinanzi fichi di qualità migliori.

Perdona, o giovanetto, la parlantina di un vecchio che la vanità ha

sorpreso sul declinare della vita. I miei coetanei sono lodatori di

antiche cose. — Nè io son libero di quel difetto, se difetto è. — Ma

lodo pure le nuove, perchè sono presso la natura che si rinnuova pur

sempre. — Là a diritta ho una piantagione di peri. Mi danno frutta

squisite. Ho la _decimia_ — la _dolabella_, che ha lungo il picciuolo

— la _laurina_, il cui aroma somiglia a quello della corona degli

eroi — la _nardina_, che ha l’odore del nardo — la _superba_, che

chiamasi così per antifrasi, essendo la più piccina della specie — la

_libralia_, che vien colta dopo i primi geli — la _veneria_, dedicata

alla Iddia che a me sorrise e a te sorride benevola, detta così per la

forma elegante e pei suoi vivaci colori. — I cotogni che miri in fondo,

dai rami ricurvi dal peso che l’anno scorso patirono per la quantità

dei suoi frutti pesanti, gli ho piantati per adornare gli altari dei

domestici Iddii e per la loro fragranza. — Là, a sinistra, su quel

terreno più fresco e più pingue, sono alberi di mele che sbocciano

già le loro tenere foglie. Ve’ la primaticcia, che apre la fila. Poi

la _sceptia_, che devesi ad un mio liberto. — Le più ricercate sono

le _appiolae_ — le _claudiae_ — le _manliae_ — le _gestiae_ — tutte

coi nomi di quei che le fecero primi conoscere. — Furono uomini egregi

del vecchio Lazio e del Sannio; i quali, dopo avere condotto i soldati

della repubblica sul sentiero della gloria immortale, tornarono come

me alla onesta quiete dei campi d’ond’erano partiti. — Nessun piange

o muore per queste loro conquiste. — Esse sono tutte ed a tutti

benefiche. — E la pubblica riconoscenza gli nomina e gli nominerà

quantunque volte gli uomini ricorderanno i loro frutti squisiti,

fintanto che i padri trasmetteranno ai figli le due nobili lingue della

libertà e della civiltà. —

Il vecchio Casella, di curvo che era, sollevò baldo il suo capo

canuto, e due cicatrici mostrò sulla fronte e sul collo. — Il giovane

fu commosso da quello aspetto dopo quelle parole e strinse la mano al

padre suo. Tre diverse fasi di sole erano in presenza — l’alba — il

mezzodì — ed il tramonto. Ma tutte si coloravano di una tinta splendida

ed ardente. — Lucio, dominato dalla fiera inspirazione dell’onore e

della gloria, era grande, magro e un po’ stretto di spalle. Bruno e

dai capelli naturalmente arricciati, aveva un fuoco negli occhi che

rivelava gli entusiasmi del cuore. — Vestorio; di media statura e

tarchiato e forte, aveva seguito la carriera delle armi ed era poeta

come un valente uomo dev’essere; imperocchè il medesimo slancio solleva

di terra — per trasportarle con ala possente verso un nume misterioso

ed ignoto — la mente coraggiosa e la mente inspirata. Nei tempi di

pace adempiva alla pubblica funzione di questore, che la elezione del

popolo gli aveva dato. — Coecilio era un uomo di una forte razza, di

cui non abbiamo che un solo modello ai dì nostri. Nè grande, nè piccolo

di persona. Grave negli atti e nelle parole. Pari sempre alle varie

venture della vita. E tutto lo aspetto raggiante di un velato e mesto

sorriso che nessun pericolo, per tremendo che fosse, avrebbe avuto la

forza di spogliarne il suo labbro. — La emozione di quei tre era come

lo ardore profondo di un sentimento che appena facevasi sospettare

al di fuori — Il vecchio fu il primo a parlare e disse, rivolto agli

amici:

— Visitammo abbastanza i piedi degli alberi, i miei sono stanchi.

— Forse i vostri, no. — Pure, per tutti stimo conveniente il

riposo. —

Gli altri assentirono con un cenno del capo. Ed avviandosi verso

l’abitazione, traversarono la parte ove si coltivavano i legumi.

— Qui sono le piante nominali di famiglie illustri e che sempre più ci

richiamano alla memoria la origine d’onde venimmo. I Pisoni derivarono

da un coltivatore di piselli. — I Lentuli, di lenticchie. — I Fabi,

di fave. — La cura dell’orto fu cura di uomini sommi che le istorie

ricordano. — Qui, di fuori, non sono che gli asparagi che riportai di

Ravenna. — Ah! pur vo’ mostrarti il luogo d’onde io traggo gli aromi.

— Costì sono seminati il _libisticus_, che tien luogo della mirra —

il _cominus_, la cui semente fragrante piace tanto ai colombi — la

_nepitella_, il cui sapore mordente condisce le vivande. — Ma, andiamo

a rifocillare lo stomaco, che ne ha bisogno. —

Il triclinio di quell’uomo virtuoso era semplice come la sua persona.

— La camera bianca di calce. Tre larghe finestre vi facevano penetrare

il dolce tepore della stagione. Il sole era raggiante. La natura tutta

chiusa in un suo pensiero di amore. — Dopo aversi lavato le mani e

propinato agli Dei domestici della patria, si assisero attorno al

desco, su cui fumava un pezzo di montone arrosto. Pane saporito, latte,

mele, frutta ed erbaggi. — Il vino era mesciuto in coppe di terra di

Nola, ornate di belle pitture. — Gli uccelli cantavano i loro inni

sugli alberi vicini.

Dopo una seconda abluzione si levarono dal desco. Ed andarono verso una

stanza, ove trovarono il _librarius_, lo schiavo che tenea conto dei

papiri e trascriveva quelli che Casella facea venir di Herculanum e di

Cuma a prestito dai suoi amici. La camera era sopra un terrazzo elevato

e la luce veniva dentro da spiragli praticati sul tetto e coperti da

vetri. Tutto allo intorno era un armadio. E dentro, distesi su lunghe

tavole, posavano le leggi, i plebisciti, i decreti dei magistrati e gli

editti meglio importanti. Venivano quindi gl’istorici, i filosofi, gli

agronomi.

— Ieri piovve e ben tardi rasserenò. Laonde qui venni, cacciato dai

campi. Pamphilo — questo giovane greco, che ora copia le opere di

Catone — mi fece lettura per più ore del libro. — Io non saprò mai

imitare quel saggio. —

Vestorio si fe’ tosto a richiedergli:

— Stupisco della tua severità. — Dinne a noi le cagioni. —

— Catone studiò forte la economia e la volse all’eccesso. — In

verità, i risparmi oculati dei cittadini fanno fiorente uno Stato.

Ma non bisogna spingerli allo estremo. — Nè avaro — nè dissipatore.

— Rammentati, o Lucio, che anche gli eroi sono soggetti a fallire.

E i grandi uomini debbono continuo studiarsi, onde evitare che i

loro errori non mangino la grossa parte dei benefici effetti delle

immense loro virtù. — Immagina, Vestorio. Egli prescrive di menomare

il cibo agli schiavi quando i fichi maturano e di niegare ad essi la

distribuzione del frumento, quando pei campi e sulle siepi sono bacche

che sappiano in alcun modo surrogarlo. — E raccomanda d’inviarli,

quando sonosi fatti vecchi, al mercato, per non avere a dare alimento

ad uomini inutili. — Ora comprendi ch’io non posso imitarlo. — Io ne

ho alcuni, pieni di giorni al pari di me e sono tutti affrancati. —

E, di abito, soglio ritardare di pochi anni — a seconda della loro

laboriosità — la tonsura dei capelli e il dono del berretto frigio. —

Ed oggi tu, magistrato, procederai legalmente allo affrancamento dei

meritevoli. — Pamphilo, tu sai quali sono. Invitali a radersi le chiome

e ad attenderci sotto il delubro della Dea.

— Nobile amico!

— Ecco le mie gioie e i miei teatri; lontano dal fracasso del

mondo. —

Lo attendere fu corto. Le grida di gioia ed un inno greco, cantato da

giovani donne, annunciò ch’essi potevano discendere.

Il primo ad essere fatto liberto fu Pamphilo. Coecilio gl’impose la

destra sul capo e pronunciò:

— Io voglio che questo uomo sia libero e goda dei diritti di

cittadino. —

Vestorio, poichè l’altro tolse la mano, gli toccò tre volte la testa

con una baccetta. Allora, il padrone lo prese pel braccio, lo fece

girar sui talloni e gli diè un piccolo schiaffo.

— Ora sei libero. E possa giovarti la libertà che ti rendo per quanto

ti fu grave la condizione in cui io ti conobbi. —

Il giovane piangendo abbracciò il suo generoso signore. E questi a

lui sussurrò brevi parole all’orecchio. — Quindi la stessa funzione fu

praticata a favore di Sica, di Castricio, di Precilio, di Egypta, di

Mustella, di Thalna e di Cerellia.

La _vindicta_ era compiuta, allorchè Vestorio ebbe scritto i loro nomi

sur una tavola incerata. Chiamavasi così, perchè Vindicio fu il primo

schiavo cui in Roma venne conceduta la libertà per aver con generosa

denuncia salvato le sorti della repubblica. — Ed allo schiavo si facea

fare un giro sopra se stesso, per indicargli che quindi innanzi poteva

andare dove meglio gli talentasse. Però tutti aggiungevano al loro

nome quello dello antico signore e rimanevano aggregati in certo tal

modo alla famiglia, divenendone clienti. Non potevano sposare nè la

sorella, nè la figlia, nè la vedova di quegli che li aveva affrancati

e si distinguevano dai cittadini nati liberi col coprire la testa del

frigio berretto. Nelle pubbliche magistrature essi e i loro discendenti

potevano aspirare soltanto al grado di maestri dei quatrivi e dei

paghi, o di edili del popolo.

Coecili Pamphilo, liberto di Casella, aveva portato un papiro. Ed il

vecchio, svoltolo, disse a Vestorio:

— Ecco il testamento nel quale ho instituito il mio erede universale. —

Privo di famiglia, non voglio che i miei beni sieno venduti alle grida.

— Alconte, mio schiavo, tu che per tanti anni mi accompagnasti nella

vita fortunosa che insieme menammo, sii tu il mio _hæres necessarius_

e, per cotesto atto, libero. —

Una gioia singolare circolò nelle vene degli adunati. Tutti baciavano

il lembo della veste del vecchio. Ed egli, con dolce sorriso,

assaporava la loro felicità nuova, come quel padre non ricco il quale

coi suoi risparmi ha raccolto danaro bastante per mandare al ballo le

proprie figliuole, vestite di seta.

— Ora, ognuno torni alle proprie occupazioni. —

I tre amici rimasero soli. — Ma dire le soavi emozioni sentite da Lucio

durante la festa della Libertà, è impossibile. — Ed era ancora assopito

in quei dolci pensieri, quando la mano di Coecilio lo scosse.

— Ti ho mostrato il giardino e il pomario. Debbo ora condurti

nel podere che dà il buono da nutricare questa mia numerosa

famiglia. —

Si avviarono a sinistra.

— Per amministrare un campo a dovere occorrono tre cose — acqua —

pascoli — e bosco. — Del bosco ho quanto basti. — Dell’acqua poco.

— Dei pascoli a sufficienza pel mio bestiame. — Per vivere felice

in campagna ne occorrono tre altre — purezza di aria — fertilità di

terreno — e buon vicinato. — L’aria è balsamica — Il suolo è fecondo —

I miei vicini siete voi, o Vestorio; e Lucio Tucca. —

I due amici lo abbracciarono con affetto.

Pompei · 第 2 / 30 段