C. AUGUSTO VECCHJ.
POMPEI.
SECONDA EDIZIONE,
RIVEDUTA E AMPLIATA DALL’AUTORE.
FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.
1868.
Proprietà letteraria.
[Illustrazione: DIS MANIBUS POMPEIANORUM]
DUE PAROLE SU QUESTA SECONDA EDIZIONE.
È nel mondo una nobile e poetica scienza, la quale risveglia i morti
— strappa dalle loro ossa i secolari lenzuoli — gli aiuta ad escir
dai sepolcri — e, rimpolpati e rifatti, gli veste graziosamente dei
loro pepli, delle loro tuniche, delle loro stole, delle loro clamidi
leggere. Nè ancor paga, cotesta fata benefica raccoglie nel vasto
carnaio una infinità di oggetti svariati e belli, coperti dalla polvere
dell’obblio, e gli restituisce a quelli che un giorno li maneggiarono.
Quindi, sorretta dal suo fine criterio e dai consigli di una illustre
sorella, rifà vivi uomini e cose dinanzi alla riscossa e curiosa
fantasia.
Le due parenti — l’Archeologia e la Storia — a me soccorsero nell’arduo
tentativo di questo nuovo genere di letteratura italiana che per la
seconda volta offro ai lettori. Le iscrizioni graffite e i ruderi
eloquenti operarono il resto.
Le varie epoche dei racconti sono istoriche. Istorici i nomi di quei
che parlano e agiscono, possibilmente e quasi sempre collocati sulla
scena che loro fu propria. Molte frasi ch’escono da quelle bocche le
deciferai sulle pareti, mute per dieciotto secoli.
Ho abitato, dì e notte, per cinque mesi continovi la città dei morti.
Ed i morti risposero alle mie premurose e studiate evocazioni.
Al pari degli antichi artisti di sangue pelasgo-italiota non lavorai
pei ricchi o per piacere ai potenti, sì, pel Dio unico, per la Libertà,
per la Patria.
_Di Pompei, ai 25 marzo 1865_
C. AUG. VECCHJ.
I TEMPLI.
SCENE RELIGIOSE IN POMPEI.
=Anni di Roma 673 — Anni avanti il Cristo 81.=
AL MINISTRO DEI CULTI IN ITALIA
GIUSEPPE PISANELLI.
I.
La notte volge alla metà del suo corso. Erano gli ultimi giorni di
febbraio. Soffiava lo scirocco, uno di quei venti caldi ed umidi che
sopraccaricano il corpo di fatica e l’anima di eccitazione. — Sul
firmamento non una stella. — Al basso udivasi il fragore monotono e
cupo che fa il mare agitato rompendosi con impeto sugli scogli e sui
ciottoli rotondati. Anche la terra sembrava sprofondata nella tristezza
temporanea di quelle regioni scosse e rimbalzanti sovente dai gassi
sotterranei dell’igne eterno. — Genti meno preoccupate di quelle cui
si parava dinanzi un simile quadro non avrebbero potuto non esserne
impensierite.
Due uomini camminavano l’uno accanto dell’altro. Non parlavano. Esciti
dalla porta occidentale che menava ad Herculanum, costeggiarono le
mura a dritta sulla via per cui si andava a Sarnus, senza traversare
Pompei. E non le lasciarono che nello avviarsi per una strada male
incassata che menava sulla collina. In una rivolta, uno di essi battè
il ferro sur un pezzo di silice, bruciò un poco di amianto inzolfato
sull’esca ed accese una lanterna di bronzo senza coperchio. Egli era
vestito di una trabea di porpora con fasce di scarlatto. — I capelli
già grigi lasciavano scoperta la sua energica fronte, illuminata da un
occhio solo. Ma quell’unico, e le labbra sottili, e il naso aquilino,
e la fredda impassibilità del viso accentuato, facevano chiara, in un
destro osservatore, la furberia della mente e la impudenza del cuore.
— L’altro era un uomo in sui cinquant’anni: di quegli esseri dalle
gote infossate e di colore olivastro, dallo sguardo ora spento, ora
eccitato, a seconda della passione unica che or desta consolazioni,
ora dubbi, ora timori. Aveva sul capo un piccolo berretto di lana
bianca, ed uno scuro mantello coprivagli la persona. Poco sensibile
al disonore e alla infamia, tutti i mezzi gli erano sembrati onesti
per formarsi un peculio e riscattare la sua libertà: prostituzione,
ladronecci, complicità alle abbominazioni del padrone, usure. Egli
chiamavasi Pothus. — Ma siccome era stato schiavo di M. Plazio,
rimase pur schiavo dell’uso, che voleva il nome dello antico padrone
precedesse il suo proprio. Laonde nel sigillo con cui marcava ogni sua
cosa era scritto: PLATIUS POTHVS. — Esercitava la mercatura. Vendeva
stoffe che faceva venire di Taranto e dall’Oriente. Egli riceveva merci
dalle città commercianti della Campania, e specialmente da Nola, da
Acerra e da Nocera, e le spediva lontano. — Ora a lui premeva, pria di
spedire un grosso carico in Egitto, saperne la fortuna, interrogandone
un aruspice. Erasi pertanto indirizzato a Taranis, e questi gli aveva
indicato l’ora ed il luogo nel _pomærium_, sopra un posto elevato, per
cercare gli auspicii.
Cotesta geldra d’impostori non apparteneva a nessun collegio dei
sacerdoti latini, nè ad alcuna gerarchia religiosa. La impudenza gli
aveva cacciati innanzi. La stupidezza gli aveva accolti. Lo interesse
pauroso li carezzava. — Essi avevano doppie funzioni: predicevano
lo avvenire studiando gli avvenimenti anteriori od i fenomeni, o ne
chiedevano la rivelazione alle viscere delle vittime. Oltre a ciò
spandevano nel volgo le novelle più strane ed incredibili... e forse
per ciò credute. Furono gli aruspici che inventarono i sacrifizi
umani — e la frottola delle pioggie di latte, di sangue e di mattoni
cotti — e le statue degli Dei che sudavano — e le lagrime sgorgate
dagli occhi di Vesta — e le case cangianti di posto — e un lupo che
sguaina una daga — e un bue che parla — e i galli divenuti galline
e le galline galli — e il cielo macchiato di sangue — e la luna
triplice nel firmamento — e il sole apparso di notte — e le torce
ardenti traversanti lo spazio — ed altre fandonie da mercato a queste
simiglianti. — Essi venivano dall’Etruria ed erano ricerchi come quelli
che sapevano l’arte della osservazione, della interpretazione e della
congiurazione.
E il popolo li pagava e li teneva grassi e gaudenti. — Ma quando
incontravansi e si narravano a vicenda le cose occorse e la bestialità
del popolo che credeva alle loro menzogne, e la doppiezza dei
magistrati che fingevano di prestar fede alle loro predizioni, e la
ipocrisia dei generali che facevan loro sparare i polli per sapere pria
di rompere sull’inimico le sorti della battaglia, e’ si sbellicavano
dalle risa e scherzavano sull’Olimpo che essi ed i sacerdoti di ogni
culto avevano popolato colle incarnazioni di tutti i bisogni della
terra, e propiziavano alla umana paura che non si stancherebbe mai di
offerire il grosso contingente alla malizia degl’impostori — cangino
pur essi il nome col succedersi dei secoli.
I due erano giunti là dove volevano. Sotto i loro piedi posava il
sobborgo Felice colla doppia fila di sepolcreti. — Taranis fece sedere
lo affrancato sopra una pietra colla faccia rivolta al mare — cioè
a mezzodì — ed egli rimase in piedi a sinistra colla testa coperta.
L’impostore diresse una preghiera agli dei che insultava cogli atti, si
girò verso l’Oriente e col _lituus_ — piccolo bastone senza nodi, dalla
punta ricurva — divise il cielo in diverse regioni — che addimandavansi
_templa_ nel gergo di quei ghiottoni — e fissò un punto lontano dove
l’occhio giungeva. — Quindi, passato il bastone augurale nella mano
manca, posò la destra sul capo del liberto di Plazio, sempre velato. —
E,
— _Jupiter pater, si est fas_, se il destino permette che cotesto
Plazio Pothus, di cui tocco la testa, abbia fortuna nel commercio che
imprende, invia a noi segni certi della tua volontà _inter eos fines
quos feci_, nei templi che ho tracciato nell’orizzonte. —
Nel firmamento alcun segno. — Lo scirocco aveva annuvolato il cielo, e
perciò nessuna stella brillava per poter dire a quel gianfrullone nello
scoprirgli gli occhi:
— Guarda! In quell’astro sta il lieto destino che il padre della natura
ti annuncia per mezzo del suo umile servo. —
Ambidue stettero alcun tempo nella più completa immobilità. Quindi
l’aruspice brontolò, crollando il capo:
— Nulla!... Almeno avessimo portato gli _oscines_ od i _præpetes_, gli
uccelli che dicono col volo, col becco o col canto. A domani..... o, se
vuoi, ora, in tua casa.
— Andiamo —
ripetè l’altro, levandosi e gittando un grosso sospiro:
— E sapremo dai polli quello che il sommo Giove non volle
annunciarci. —
Discesero. — Passarono a fianco di una tomba isolata; e,
— Sono Taranis, di Volaterra, in Etruria. —
E mostrò il lituo al soldato che, escito dalla _ædicula_ a diritta
presso la porta della città, veniva loro incontro per sapere chi
fossero.
Entrati nella via Domizia, si fermarono in faccia alla cisterna
pubblica, destinata a supplire alle fontane quando per soverchio di
siccità l’acqua mancasse.
E salito l’opposto margine, entrarono nella casa, costruita sulle
antiche mura e declinantesi per via di terrazzi sino al mare.
Traversarono l’atrio, discesero una scala, ed eccoli in una stanza
inferiore illuminata da due lampade di bronzo. Uno schiavo vegliante
aveva ricevuto un ordine. — La voce stridente dei polli, sorpresi nel
sonno, chiarì quale ei si fosse. — La gabbia fu posata sul mosaico. Il
prete etrusco le pose dinanzi l’_offa pultis_, sminuzzando la pasta
nella mangiatoia. Da principio i gallinacei parea rifiutassero la
offerta. — Erano impauriti, agitati e guardavano i lumi. Ma quando si
avvidero del perchè erano stati svegliati, si gettarono furiosi su quei
pezzi di carne, di farina e di cacio, facendo tripudio.
— _Pascuntur_. — Lieto augurio. — _Tripudium solistimum_. Le ali si
aprono con giubilo. Tu ottenesti lieto presagio..... Ma se tu vuoi
l’_animalis hostia_, io son pronto a leggere la predizione sulla
vittima immolata. — Consenti a pagare la offerta agli Dei? —
L’altro estrasse dal seno una borsa di pelle e l’aperse. E l’aruspice
— che dalla fisonomia, dalle parole e dagli atti potrebbe facilmente
parere un nostro contemporaneo — gittatovi sopra l’avido sguardo e la
mano, contò.
— Cinquanta.... centoventi e cinque — cento venticinque danari
— _Medium sestertium_. — Sta bene. — Gli è quel che ci vuole per
allontanare il _prodigium_, cioè lo avvenimento sinistro. —
E tratto un coltello vittimario, tolse la vita ad un pollo e lo sparò.
Strappò dal corpo il cuor palpitante, il fegato, il polmone ed il
fiele; e postili sulla tavola, disse:
— Ecco dinanzi ai tuoi occhi _pars inimici et pars familiaris_ —
quella che concerne coloro che possono contrariare i tuoi commerci e
quella che te risguarda.... — Oh! il fegato ha due lobi. — È eccellente
presagio. — Anzi, vedi, si ripiega in dentro a partire dal basso della
fibra. Ciò vuol dinotare grandezza e felicità. — Il cuore spande sangue
vermiglio. Il grasso è sulla punta dei visceri — Le vene, nè livide, nè
tese. — Fa partire le navi; chè i venti lor saranno propizi. —
Pothus a quei nunci rideva convulsivamente e stringeva i pugni quasi vi
avesse afferrato i grossi lucri predetti da quell’impostore. Il quale,
tracannato d’un fiato un grosso calice di _merum vetus_ che il mercante
volle mescergli da una piccola anfora, strinse la mano al gaglioffo, e,
salito al piano superiore, partì.
I sacerdoti non mai satolli, collo esagerare il sentimento religioso
— che è uno istinto della umanità — o collo intenderlo malamente,
spinsero i timorati a passar la giornata in preghiere ed in sacrifici
per ottenere che i loro figliuoli loro sopravvivessero — _superstites
essent_. — Onde questi furono chiamati superstiziosi; e quelli
decaddero prima dalla stima dei filosofi e poi dalla credulità del
popolo che leggeva nei loro vizi la inutile loro missione, nelle
loro parole la mala fede, nei loro atti il mendacio. Da principio
la vittima offerta era intera bruciata sull’ara del nume; ed il
mele ed i vini squisiti crepitavano sulle brage. — Ma i ghiottoni e
gli avari cominciarono a farsi casuisti. E pensarono che — gl’Iddii
respirando solamente l’odore delle vittime — bastava farne rosolar
dalle fiamme la testa ed i piedi — _pars Deorum_ — e serbare le parti
delicate e carnose al festino dei loro triclini, le quali chiamarono
_polluctum_ dal verbo _pollucere_ che significa consacrare. Più tardi
— incoraggiati dalla stupidezza degli uomini che guardavano e non
vedevano — propagarono la novella, aver ottenuto da Giove che la parte
degli Dei sarebbero le ossa. E le carni devolute ai sacerdoti. — E
quando erano esuberanti, le mandarono ai questori del tesoro che le
facevano vendere a profitto dello erario. Fattisi ricchi e delicati,
non vollero più insudiciarsi nel sangue come beccai, e tolsero a loro
servigio i _popes_, vittimari che compirono la loro bisogna. E una
parte del _polluctum_ la dispensarono alle amiche devote — che ai
nostri tempi vestono da monache o in abito pinzochero — e l’altra più
grossolana ai loro sacrestani che la vendevano ai tavernai.
Avanti di uccidere l’animale, il sacerdote gli gittava sul capo un
pizzico di farina mescolata col sale. — Se la bestia non si ritraeva
impaurita, dichiaravasi acconcia al sacrificio. — Comprendesi
facilmente che la spaventavano se la fosse magra e non di loro gusto.
— La ceremonia dicevasi _immolatio_ da _mola_, la pietra conforme
con cui macinavasi il grano, il più stimabile dei beni. Ed il sale
impiegavasi nel rito come simbolo della purezza dell’anima. Le
libazioni le facevano col vino di una vigna potata. — E pur domandavano
all’offerente se il fulmine fosse mai caduto nella cantina od un uomo
appiccatosi sul ramo di un albero vicino.
Il primo omaggio di vino o d’incenso era propiziato a Giano, il
portiere del cielo, affinchè facesse giungere la preghiera a quello
fra gli Dei che volevasi invocare. Il vino si versava con un simpulo
a goccia a goccia sul fuoco; e l’olio ad onde perchè ardesse senza far
puzzo.
Gl’Iddii maggiori erano dodici. — Giove, il re dell’Olimpo, cui
sacrificavasi il bue bianco o maculato. — Giunone, sorella e moglie
sua, cui s’immolava una vacca. — A Minerva lo stesso animale. E a
queste sole vittime si doravano le corna. — Vesta, la Deessa del fuoco
eterno, dovevasi contentare del sacrificio bene involontario che sei
donne le facevano della loro verginità; sterile come la natura del
fuoco che alimentavano continuo sull’ara; il quale era emanazione
celeste, perchè ogni anno alle calende di marzo lo si faceva accendere
dal sole col mezzo di un vaso metallico concavo, di forma conica
rettangola. Quelle misere erano le guardiane degli Dei particolari del
popolo romano e sopratutto del Palladio, da cui dipendevano le sorti
liete della grande Repubblica. — A Cerere, Dea delle biade, si uccideva
una scrofa, perchè distruggitrice delle mietiture. — Nettuno, Dio del
mare — Apollo, della musica, della poesia e della medicina — e Marte,
della guerra, erano i soli cui potesse offerirsi un toro bianco. —
A Venere, la Iddia dell’amore e della bellezza, si davano colombe. —
Mercurio, Dio della eloquenza e del commercio, prendeva tutto. — Diana,
Dea della caccia e delle Foreste, facevasi contenta col dono di una
cerva. — Plutone, lo affummicato rettore del Tartaro, chiedeva capri,
becchi e tori neri. — Queste dodici divinità erano chiamate consentes,
perchè formavano il consiglio supremo del Fato, potenza costituzionale
dai poteri limitati e corretti dalle varie passioni umane che
s’indiavano attorno al suo trono temuto.
Lo appetito viene mangiando. — Laonde gli uomini antichi non si
tennero beati e soddisfatti di un re e del suo ministero. Vollero
altresì il corpo legislativo, composto dapprima dagli Dei scelti,
come Saturno, che rappresentò il tempo; — Giano, l’annata; Rea, la
Deessa della terra; — Bacco, il Dio del vino; — Vulcano, del fuoco; —
Febo, dell’astro vivificatore; — la Luna, la patrona degli amanti; —
e il Genio, che presiedeva alle opere degli umani. — Quindi spedirono
al parlamento i piccoli Dii, cioè: i semones, gli uomini deificati —
Ercole; Castore e Polluce; Enea; Romolo; Pane; Fauno; Silvano; Palete,
Iddia del gregge; Vertunno, delle stagioni; Pomona, dei giardini e dei
prati; Flora, dei fiori; Termine, dei termini; Robigo, della ruggine;
Fascino, dei sortilegi; Averrunco, che allontana le calamità; Vacuna,
patrona degl’infingardi e del riposo; Laverna, dei ladri; Mefite, del
puzzo; Cloacina, dei luoghi immondi; Imene, del matrimonio. — Tutte
le ninfe dei boschi, delle fontane, delle montagne, dei fiumi, del
mare partirono anch’esse. Nè i giudici dello inferno le lasciarono
andar sole; e tanto più che le videro accompagnate dalla Pietà, dal
Pudore, dalla Fede, e.... dalla Speranza. La Febbre corse lor dietro.
— E le madri impaurite pei cari figliuoli, elessero, senza bisogno
di ballottaggio, Vitunno che ministra ad essi il soffio della vita;
— Sentino, che dà il sentimento; — Presa e Postverta, che gli mette
in buona postura nell’utero; — Ops li soccorre; — Vaticano loro apre
la bocca e li fa vagire; — Rumina che gl’inspira a suggere il latte
dal seno materno; — Potina gli consiglia a bere; — Educa, a mangiare;
— Cunina veglia presso la culla; — Ageronia è attenta a tutti i loro
movimenti. — Nè questi bastando al genio affettuoso delle madri, esse
ne nominarono altri per acclamazione. E furono Juventas che accompagna
il figliuolo già grande; — Barbato, che gli adorna il mento di peli;
— Stimula, che il punzecchia di desiderii; — Volupia, necessaria
alla generazione; — Numeria, gli dà la scienza dei numeri; — Camena,
gl’insegna il canto; — Strenua, lo rende un eroe; — Consus, gl’inspira
nobili consigli; — e Jugatinus presiede al suo matrimonio.
Quando i sacerdoti si avvidero che il Fato — inviolabile — non parlava;
— e il gran consiglio — responsabile — non facea motto; — e i _semones_
in nome dei loro uffici parea che convalidassero senza opposizione la
scelta delle deità, fatta nei collegi elettorali degli uomini, senza
votarsi il capo nei riguardi legali, ne crearono essi, di proprio moto,
per alzata e seduta; e non fu cosa sulla terra di cui non mandassero
il rappresentante negli stalli del parlamento celeste. — I gloriosi
avi nostri carezzarono quelle sacre fandonie, perchè necessarie ad
infrenare il popolo ignorante, riottoso e spavaldo, ch’essi volevano
condurre al dominio del mondo. E quando i numi fur troppi, gli divisero
in _ordo et populus_, cioè in _Dii majorum gentium_ ed in _Dii minorum
gentium_. — Ma venne un giorno in cui si stancarono di quella docilità
dimostrata e parlarono e scrissero del Dio unico e lo confessarono
morendo. — D’allora in poi, a poco a poco, i deputati delle umane
sciocchezze disertarono l’olimpico Parlamento, che fu riempiuto
dall’occhio incommensurabile della ragione. Le loro statue le abbiam
nei Musei, nei giardini, nelle pubbliche piazze. — Un altro Olimpo pur
sorse — sul calco di quello antico — meno poetico, molto ridicolo e
troppo triviale. Fu popoloso in secoli d’ignoranza, in tempi di fine
ipocrisia, e nei giorni lunghi della tirannia dello spirito. — Di lassù
venivano i fulmini per punire i peccati degli uomini. E l’uomo afferrò
quel fulmine, lo chiuse in una macchina e lo fece il fattorino dei suoi
pensieri. — Di lassù venivano le febbri, il vaiuolo, gli stravasi di
sangue e tutti i guasti della fragile natura umana. E l’uomo studiò
la medecina e la farmacopea, inventò strumenti chirurgici, ed i morbi
furono domati. — Di lassù venivano i venti furiosi che inabissavano
le navi o le mandavano erranti a genio dei loro soffi. E l’uomo
inventò la bussola ed un meccanismo che rende inutile lo sforzo dei
venti contrari. — Gl’idoli sono tutti già esciti, anche una volta,
dall’Olimpo della ragione. Alcuni vennero nei Musei a far compagnia
ai predecessori. Altri rimangono ancora sugli altari, vergognosi e
raumiliati nel vedere il riso intelligente che destano e la nessuna
pietà di chi gli coltiva. Ei sanno pur troppo che omai seggono sulle
ruine.
Ora la descrizione di una cerimonia solenne in Pompei.
Il Flamine-Diale è sul peristilio del tempio di Giove. Ha la testa
coperta di un elmo bianco, sormontato da un breve cono allungato e
cinto da un fiocco di lana, che simboleggia il fulmine nel nume. Veste
la toga pretesta e va di pari coi grandi magistrati. — Non vi ha un
nodo sulle sue vesti che la sacerdotessa sua moglie filò di lana, tessè
e cucì. La calzatura fu tagliata dalla pelle di un animale ucciso. Sul
dito gli splende un anello a giorno ed unito. La consorte gli è presso
e lo assiste. Sacerdoti minori lo attorniano.
I duumviri, gli edili, i decurioni, i cavalieri salgono la gradinata
del tempio. Nel Foro è il popolo; e, separate dagli uomini — perchè
nulla si opponga alla decenza ed alla gravità della pia cerimonia —
sono le donne adorne delle loro vesti bianche e sfarzose.
Non canti di allegrezza, ma accenti di sdegno. — Non rendimenti di
grazie, ma suppliche levate al cielo perchè venga allontanato dalla
città di Pompei un crudele disastro, una tremenda sciagura. Un coro di
fanciulli e di vergini cantano in note lamentevoli l’inno del dolore.
— Alcuni soldati e centurioni sono appoggiati ai piedistalli; e, senza
parola, rimangono impassibili spettatori di quella scena.
Gli è che da tempo Pompædio Silo aveva inalberato lo stendardo della
rivolta nella Marsica; e — tranne Aiserninum e Lucera — tutte le città
adriache e tirrene avevano fatto eco a quel grido di guerra. Roma
invero stancava la Italia. Per estendere la sua potenza, ne esauriva
le ricchezze, ne toglieva i soldati e gli dava compagni d’armi ai
cittadini romani, accordando loro l’unica eguaglianza in faccia alla
morte. Corfinium, piccola terra tra il monte Corno e la Maiella, fu
decretata città capitale degl’Italioti. Capua in un versante degli
Appennini, Asculum Picenum nell’altro, tenevano acceso il fuoco
sacro della libertà e dello affrancamento dall’Urbe. Si combatteva da
parecchi mesi e vincevasi. — Ma Silla aveva preso Stabia per assalto,
ne trucidava i difensori e metteva in fiamme le case e i monumenti.
I Pompeiani vedevano quello strazio dalle loro mura; lo reputarono
presagio della sorte che gli attendeva; decisero animosamente di
difendersi, ed intanto di placare l’ira celeste con una espiazione
solenne, offerendo sacrifizi a Giove, agli Dei maggiori e alle divinità
inferiori e recitando preghiere, dette _obsecrationes_.
Sotto la gradinata del tempio sono due buoi di manto bianchissimo;
sette vacche ed un toro, grassi tanto che stentano a muoversi. Hanno
le corna dorate, la fronte incoronata di fiori, ed il corpo cinto da
una stola terminante con una frangia. — Un vittimario, nudo sino alla
cintura, e coperti i fianchi da una stoffa di porpora, era presso
ogni bestia, tenendola con una corda che le stringeva il muso e colla
sinistra sosteneva un martello rotondo e a lungo manico che appoggiava
sulla spalla. Taluno impugnava la scure invece del martello.
Dietro di essi erano i _cultrarii_ ed i _popes_, aventi appeso alla
cintura un grosso astuccio guarnito di parecchi coltelli. Alcuni
fanciulli tenevano un vaso di bronzo con acqua lustrale e nell’altra
mano un aspersorio come una coda di cavallo con manico ornato. Altri,
una cassetta quadrata, piena di farina e di sale, per la consacrazione
delle vittime. Vi erano anche i suonatori di flauto.
Il Flamine si avanza e discende. — I vicini lo seguono. Dopo i
magistrati vengono i collegi sacerdotali. — Essi erano coronati di rami
di quercia.
La processione — cui prende parte il popolo tutto — percorre le grandi
vie della città e va verso le XII torri per sempre più animare i
soldati che sono sopra le mura. Quindi il numeroso corteo — compiuto
il giro — si approssima al tempio dalla diritta via della fontana di
Mercurio. — I buoi erano già sul peristilio. — Vi ascesero i sacerdoti
ed i magistrati. Gli altri taciti e pensierosi ristanno.
Sotto quel portico elevasi lo altare dei sacrifizi: chè non immolavasi
mai nello interno dei templi. Ghirlande di verbena cingono l’ara. Il
Flamine si avanza. — Prende lo incenso dall’_acerra_ ov’era chiuso;
lo spande sul _præfericulum_ e ne volge il fumo alla statua del re
dell’Olimpo. — Quindi liba il vino in onore di Giano.
Seguìto dai sacerdoti, entra nel tempio e saluta Giove portando la mano
destra alla bocca. Voltosi a manca, fa lo stesso saluto alla porta.
Quando gli altri lo ebbero imitato tutti si assisero nella cella e —
racchiuso il capo nel lembo della toga per evitare distrazioni — ognuno
prega a voce bassa o mentalmente. — Dopo alcuni momenti, il Flamine si
leva, esce dalla edicola e grida alla folla adunata.
— _Favete linguis._ —
Raccomandato così il silenzio all’assemblea, si appressa allo altare,
si purifica le mani coll’acqua contenuta in un vaso senza piede, detto
_futilis_, e le asciuga con un tessuto di bianco lino. Allora i popi si
accostarono colle vittime. — Ei le asperse di quell’acqua; gittò sulle
loro teste farina e sale; e disse loro:
— Sia addoppiato il valor vostro, perchè possiate, o buoi, essere
accetti ai sommi iddii. —
Impolverò lo altare di farina e di sale; così, i coltelli
sacrificatori. — Spinse quindi leggermente la lama di uno di essi dalla
fronte alla coda. Tagliò un ciuffo dei più lunghi peli tra le corna di
un bue, lo gittò sulle fiamme, e disse, libando altro vino:
— Sii aumentato per questo vino nuovo. — _Macte hoc vino inferio
esto._ —
E a ciascuna consacrazione di animale pronunciava il nome di Dio o
della Deessa a cui faceva la oblazione. Così, offerì due buoi a Giove;
due vacche a Giunone; due a Minerva, due alla Iddia della Salute
pubblica; una alla Felicità; ed un toro all’esercito che difendeva il
paese. — Quindi, voltosi al simulacro:
— O sommo Giove, magnanimo e grande, se tu difendi questo tuo popolo
devoto, se tu ispiri coraggio nei suoi difensori, se tu disperdi il
pericolo che noi tutti circonda, in nome dei collegi sacerdotali qui
uniti, noi ti votiamo due buoi dalle corna dorate. —
Ed alla celeste sorella e consorte.
— O Giunone, regina, accetta anche tu la preghiera rivolta al signor
dell’Olimpo. Allora ti offriremo due vacche dalle corna dorate. —
Così alle altre Iddie.
Compiuto il rituale, un vittimario a lui si accosta e dice:
— Posso? —
E avendone ricevuto l’ordine, scaglia violentemente un colpo di
martello sulla fronte del bue. Questo vacilla sui piedi e cade. — Gli
accoltellatori lo ghermiscono per le corna e gli cacciano l’acuta lama
nel cuore. Il sangue sgorga nella patere di bronzo, gorgoglia e fuma.
Il Flamine ne raccoglie con una patella e lo gitta sullo altare dei
sacrifizi. — I _jecurarii_ aprono il ventre della vittima, e poi che
gli auguri hanno trovato in perfetto stato le viscere, la scuoiano,
la spezzano, e mettono in un solo paniere le gambe ed il cuore che,
impolverati di farina d’orzo, presentano al Flamine. Le fiamme sacre
accolgono la parte del Dio e la consumano.
Come quel bue, così vengono uccisi, sparati e divisi il toro e
le vacche. — E nell’atto i suonatori di flauto non cessano di far
echeggiar l’aere dei loro fischi acuti e discordanti.
Il Flamine-Diale terminò la cerimonia con una invocazione a Vesta e
disse agli assistenti:
— _I licet._ — Voi potete ritirarvi. —
Allora un sacerdote di Venere se gli accostò e lo richiese:
— Noi versiamo in grave periglio. La escita dalle mura è impossibile.
E dove ritirarsi? Se Silla entra qui..... e vita e tesori. Tu i cui
capelli e le cui unghie son sacre, non avrai la persona rispettata da
quei crudeli. Tu che hai la porta della casa ornata di lauri; e se un
uom di delitti vi penetra, si è obbligati scioglierlo dalle catene e
gittarle dallo impluvio nella strada. Tu che impedisci uno schiavo
sia fustigato, se giunge ad abbracciare le tue ginocchia,.... di’,
credi tu alla influenza di Giove nello allontanamento dei mali che ci
minacciano?
Il Flamine guardò fiso il compagno, e veramente non sapea che
rispondere. Era la prima volta che una simile interrogazione veniva
innanzi alla sua mente, in faccia al grave e certo pericolo. Egli era
tal uomo, cui un misterioso sentimento di adorazione fa vedere in un
paesaggio, ove avanza con passo distratto, un tempio che lo ritiene;
il cui orecchio risuona d’ignoti rumori; sorta di musica spirituale
che innonda l’anima di gioia segreta e l’apparecchia a consolanti
apparizioni. Il suo cuore appetiva la pace: ma sentiva il morso del
dubbio nella liturgia che amministrava. Il mondo futuro lo intravedeva
in una nube caliginosa ed oscura; ed avrebbe assai volentieri fatto
sommessione a colui che lo avesse posto sur una via semplice e certa
che nel fondo ha la statua della fede trionfante.
— Ma se non Giove, e chi? —
Un sorriso ironico e doloroso sfiorò sulle labbra di Anchario, il
vecchio ministro nel tempio di Venere. Da molti anni e lunghi egli
seguiva i sogni di una fede impossibile con pratiche misteriose. Le
bizzarre confidenze tra la Iddia seduttrice e la carne sedotta erano
le invenzioni furbe della sua mente. Finchè la gioventù e la forza
lo tennero, lo interesse, il lieto vivere e le grossolane delizie
arrestarono la coscienza del vero sulle sue labbra impudiche. Quando
le cose vive partirono da lui sulle ali larghe e fugaci, ei si vide
sprofondato nel vuoto e deposto sur una landa arida e nuda. Siccome
Vulcano, era caduto dall’empireo nella pozzanghera di una fede zoppa e
sciancata.
— Lo arcano ch’è nei cieli consola la mia tristezza e si fa mio custode
da che mi vidi spostato dal mio antico sostegno. — Giove, Giunone,
Venere, Marte sono i sacri luoghi comuni della vita, e gli sfato. — Un
Dio solo è lassù che la realtà non offende. —
— Ma credi tu che a noi pensi e provvegga alla nostra salvezza?
Il canuto pose la mano sul petto e rispose:
— Io comincio a credere che in noi esista e ci faccia arbitri delle
nostre sorti. — Quando il popolo romano volle, vinse; e non gli Dei
combatterono per lui. — Quando tu, schiavo delle abitudini sociali
di questi tempi, vuoi escire dall’audace immoralità che ne circonda,
sprigiona lo accento eroico del cuore e vincerai ogni disperata
ventura. — Fida in me. — La morte mi fa già i suoi segni e può rendermi
libero da un istante all’altro. Allorchè i nostri soldati e la gioventù
popolana combatteranno sulle mura..... e i Sanniti ci aiutino.....
saremo salvi dalla sventura che ci soprasta. —
— E gli Dei? —
— Gli Dei — sgombere le tenebre del nembo ruinoso — gli rivedrai
impassibili sui loro stalli di marmo, innanzi le lampade votive e tra i
vortici del fumo delle pelli bruciate. —
I due Flamini si divisero. Il più vecchio pareva avesse sedato le
agitazioni del cuore. — Il più giovane si avviò verso la sua casa
costernato e dolente. — Incontrò il popolo che raumiliato dallo
infortunio correva dall’un tempio nell’altro per offerir voti e preci
agli Iddii salvatori. E lo salutavano riverenti, ponendo la mano destra
alla bocca e baciandogli il lembo della toga. Un solo sentimento tutti
occupava — la processione espiatrice. — Drappelli di giovanetti di
ambedue i sessi — _patrimi e matrimi_, perchè nati di sangue equestre
con padri e madri viventi — di forme bellissime, schierati in ordine e
coronati di fiori, cantavano inni sacri. E i magistrati gli seguivano
come lui avevano pur dianzi seguito. — Ma quella turba la vedeva come
fantasmi. Le realtà della vita — preoccupato com’era — pareano lontane
lontane dal suo corpo angosciato.
Egli abitava in una delle ultime case della via che ha la fontana dalla
testa di Mercurio nel mezzo. Quando udì dalle mura una voce cui molte
rispondono:
— Soldati, all’armi!.... Ecco Silla colle legioni..... sangue sannita e
greco vi scorre nelle vene. Venere Fisica vi protegga! — Difendete gli
altari, le vostre donne, i vostri figli..... l’onore del nome. —
Ma le legioni romane non attaccavano la città. — La cavalleria
foraggiava nelle campagne vicine allo Anfiteatro e sollevava un nembo
di polvere sotto le zampe dei cavalli. — E un altro grido ben presto
scoppia dai petti agitati:
— È Cluvenzio, il generale dei Sanniti che giunge. — Marte gli arrida.
— Viva Vitelia, madre alla patria e ai suoi difensori! —
Silla si sentì insultato dallo ardir di Cluvenzio. E rapidamente move
innanzi al nemico. Questo riceve l’urto poderoso e lo respinge con
perdita. I Pompeiani escono dalla porta occidentale e da quella di
Sarnus. Il generale romano che aveva rinculato verso il padule — ove
tempo innanzi Cassinio rischiò di essere sconfitto da Spartaco, —
raccoglie i suoi e li caccia alla riscossa. Il combattimento fu lungo
e ostinato. Cluvenzio dovette piegare e ritirarsi. E lo indomani,
avendo ricevuto un soccorso di Galli, profittava della lezione di
audacia offertagli da Silla e ritornava sul campo ove aveva lasciato i
suoi morti. Ma il suo competitore era tetragono in faccia al destino.
Lo accoglie, lo preme nei fianchi, lo mira vacillante, lo siegue, lo
raggiunge presso Nola, sfascia le sue ordinanze e lo uccide.
Felicemente per Pompei, Silla volea il consolato nell’Urbe. Nè ebbe
l’agio di soffermarsi per castigare i Pompeiani e i loro torpidi numi.
Lo ardente pensiero lo spingeva a Roma per reprimervi la rivolta che
vi aveva eccitato il tribuno P. Sulpicio, alla istigazione di Mario,
suo emulo. Laonde condusse le sue legioni nel paese degli Irpini e nel
Sannio, devastò Capua e non vi lasciò gente viva che la necessaria per
la cultura delle terre. Spedì Publio Silla, suo nipote, a Pompei e lo
pose a capo delle tre coorti di veterani, come corpo di osservazione.
Ordinò che il municipio si convertisse in colonia militare — il che
impediva che la magistratura potesse trattare alleanze politiche e
private senza il permesso di Roma — ed impose un tributo in uomini ed
in pecunia. La colonia s’ebbe due nomi: quello di _Veneria_, desunto
dalla divinità protettrice della città; e l’altro di _Cornelia_,
ritolto dalla illustre famiglia, cui egli apparteneva. I Pompeiani
accettarono. — Non vollero però concedere i diritti di cittadinanza ai
soldati a piedi e a cavallo che formavano le tre coorti. — Il nipote
inalberò. — Accaddero risse, turbolenze, disordini. — Publio venne
richiamato; fu difeso da Cicerone. Quindi assoluto. — Ma i coloni
militari dovettero abitare fuori della città nella parte occidentale.
Si costruì per essi un sobborgo che ebbe nome di _Pagus Felix_ e li
comandò il valoroso generale Ninnio Mulo, di cui Silla aveva stima ben
meritata.
Cotesti avvenimenti erano giunti in buon punto per una classe di
sacerdoti, i meglio austeri nelle forme, i più destri nel maneggio
della cosa religiosa. Erano i ministri di un culto — e più che di un
culto — di una setta misteriosa sorta sulle sponde del Nilo, da Orfeo
trasportata in Eleusis e dai Greci introdotta in Pompei. Esercitavano
le cerimonie comuni e vi aggiungevano pie frodi ed oracoli meditati
dalla dottrina e dalla prudenza, e maniere gravi e gentili che
incutevano soggezione e rispetto.
Nel tempio — uno dei più completi e dei più ricchi che fossero
in Pompei — era una edicola isolata — non lungi dallo altare dei
sacrifizi — coperta al di fuori di eleganti bassirilievi di stucco,
rappresentanti Marte e Venere, Mercurio e una ninfa, delfini, genii
ed amori con sacerdotesse e donne che pregano. Al di dentro era la
scala per cui si scendeva in una cripta, ove gl’iniziati ai misteri
— pria di subire le loro prove fisiche e morali — toglievano il bagno
di purificazione. Dietro il santuario stava la grande sala alla quale
cinque porte ad arco concedeano lo accesso. Colà penetravano i soli
iniziati che accomunavano le loro preci, le loro esortazioni, i loro
canti e le loro processioni solenni. Pitture squisite ne decoravano le
pareti. E tutte eran simboli di cose strane ed ignote.
Sopra il santuario — sollevato dal suolo e disposto nel fondo del
peribolo, circuito da un portico di colonne doriche — posava la statua
della iddia, di bianco marmo, dagli occhi, dalle ciglia e dai capelli
rossi, dal peplo indorato; il cui corpo ignudo era coperto da un
velo finissimo — collantesi sulle membra — e di una leggera tinta di
porpora. Nella mano dritta stringeva un sistro di bronzo, e coll’altra,
distesa lungo la coscia, tenea la chiave regolatrice delle inondazioni
del Nilo, simbolo dell’abbondanza e della fertilità.
Quella Iddia avea nome Iside — cioè — chi fu, chi è, chi sarà. Nessun
mortale osò levare il velo che copria le sue forme. — Il solo Apuleio
nè parlò a modo di enimma quando scrisse: — «Mi accostai ai limiti
della morte. Calpestando co’ piedi la soglia di Proserpina, ritornai
a traverso ogni elemento. Nel mezzo della notte parvemi che il sole
splendesse di viva luce. E mi trovai in presenza degli Dei supremi ed
infimi e gli adorai da presso.» — Sembra che i misteri isiaci fossero
di tre gradi — la purificazione allo ingresso della tomba — il giudizio
dei morti e la dottrina di una vita futura — la contemplazione del
lume eterno nell’essenziale e nell’universale. — Gl’iniziati subivano
quattro piccole prove e tre grandi. Il sublime segreto doveva essere la
virtù e la saggezza che colla ipocrisia seduceva i profani, col volgo
ingannato domava la forza brutale e tendeva al dominio della terra
colla redenzione dello spirito umano.
L’oracolo della Iddia aveva tardato a rispondere. Finalmente aveva
detto:
— «Il popolo compirà la sua missione di giustizia e di carità. E la
città sarà salva. Si presti fede alle mie parole.» —
Lo aspetto dei sacerdoti non avea nulla di timido e d’incerto. I
loro occhi neri, brillanti sopra i candidi lini che li coprivano
maestosamente, ispiravano una tranquillità profonda che afferrava la
coscienza degli accorsi in folla nel tempio. E quando giunse il nuncio
che il paese era salvo e le bocche entusiaste lo ripeterono in ogni
canto, i doni alla egizia deità furono ricchi e copiosi. E il credito
dei suoi sacerdoti crebbe a cento doppi.
Dissipate le paure, il popolo — semi-osco, semi-etrusco, semi-greco,
semi-latino, tutto meridionale — si diè alla più grande allegrezza. E
i Luperchi — i Flamini del dio Pane — una gliene prestarono delle più
bizzarre e delle più originali.
Sui clivi del Vesvius erano caverne grigiastre, di cui le antiche
eruzioni di lava — che non eran più nella memoria degli uomini —
avevano formato le volte ruvide e spugnose. Quivi essi abitavano.
Erano sozzi, selvaggi, brutali, inintelligenti, e vivevano ignudi in
ogni stagione, ed erano in venerazione presso i campagnuoli, perchè
nunciavano i cangiamenti della temperatura, guarivano gli animali e
predicevano i buoni ricolti e i rovesci di pioggia. I villici — omai
salvi dalle scorrerie degli amici e degli inimici — corsero ad essi
e li trovarono russanti nei loro spechi sul fieno. Entrarono in un
rustico tempio formato da quattro alberi forcuti e coperto da una
tettoia di radiche nere di lupini. Il loro dio Pane era una mostruosità
fatta di legno coll’accetta. Gl’immolarono una capra ed un cane. Si
tinsero del loro sangue caldo la fronte. Si unsero il sudicio corpo
col grasso delle due bestie. Ne cucinarono sui tizzoni le carni e
ne mangiarono a furia con feroci smorfie di gioia. — Terminato il
sacrificio espiatorio, tagliarono le pelli ancor sanguinose e di alcuni
pezzi si cinsero i fianchi e di alcuni brandelli fecero fruste per
allontanare i curiosi sul loro passaggio. Così corsero a slascio pei
campi e nelle vicinanze di Pompei. Urlavano inni in una lingua ignota
e frustavano, correndo, quanti incontravano. Le donne particolarmente
si facevano loro innanzi per aver parte di quella flagellazione;
avvegnachè in quei tempi credessero come la staffilata di un Luperco
avesse la virtù di cangiare in prolifica una donna sterile. Siccome ai
nostri tempi pur credono la stessa virtù nel cordone che cinge i lombi
non casti di un frataccio da zoccoli e da cappuccio. — Più d’uno però
che si permise una brutta distrazione, vacillante e vagellante, se ne
andò anzi tempo _ad canes_. — I devoti ch’esercitarono quella pratica
liturgica sui crani e sulle costole di quei bipedi senza ragione,
scavarono una fossa sotto un albero da frutto e gli fecero utili mal
loro grado.
In quel giorno di abbandonata gioia non si guardava sottilmente alle
cose. Ognuno occupavasi a suo modo delle proprie devozioni. — E nel
vero, eravi di che. I preti — oltre i parecchi fani, fatti erigere
sontuosamente dai decurioni col denaro del popolo — oltre i _Dii
patellarii_, ch’erano i Lari delle case, adorati alle calende, agl’idi,
alle none, nei dì di festa ed anche ogni giorno — avevano ispirato le
genti bietolone — che formano la maggioranza nell’umanità — ad erigere
altari agli Dei pubblici, agli Dei ignoti — pel comodo della plebe,
pei bisogni degli stranieri — sulle crocivie. — Gli è perciò che furono
chiamati Lari Compitali da _compita_, crocicchi. — Cosa fatta capo ha.
— Napoli, Palermo, e le città minori dell’ostro avevano pure in questi
giorni i loro Compitali sur ogni strada, sotto la forma di donne o di
uomini lividi e sanguinosi. I loro padri abbatterono furiosamente la
idolatria e fecero calce delle statue di Giove e di Marte; e con quelle
di Venere e di Mercurio fusero campane. I loro figli ristabilirono
l’antica fede. Ma, avendo perduto la nozione del bello, adorarono
le mostruosità, e, non ha molto, accendevano i lumi ed appendevano
gingilli d’oro e di argento su quanto di più brutto ed osceno veniva
fuori dallo scalpello di un Lupercale.
Consultato il divo Apollo sui sacrifizi da offerirsi ai Lari Compitali,
il feroce prete — che trovossi alla instituzione di quel culto —
rispose per lui — _caput pro capite_. — Allora Tarquinio pose sui
piccoli altari capi mozzi di miseri bambini. Giunio Bruto, dopo la
cacciata di quel tiranno, tradusse meglio l’oracolo ed offerì teste di
aglio e di papaveri. Più tardi gli fecero lieti dei primi fiori delle
stagioni. — In Pompei eravene uno presso la fontana del Lupo, più in su
della bottega del lattaio, che ha per insegna una capra di terra cotta.
Era dedicato al padre dell’Olimpo. Gli altri Lari — protettori dei
quatrivi e delle strade — si dicevano figliuoli a Mercurio e prodotti
dalla ninfa Lara. E i loro altari — oltre allo aver banchi di riposo
pei viandanti — servivano altresì di asilo ai rei perseguitati. Laonde
Plauto narra nella Mostellaria come Tranione temendo di ricevere da
Teuropide i colpi che aveva sì ben meritati, si assise sul Compitale
dinanzi la casa di lui. E Properzio canta _Triviae lumina ferre Deae_,
di Cinzia che correva a portar lampade sugli altari di Diana Trivia.
Il selciato aveva perduto le sue tristezze. — Nell’odissea di quel
giorno faceva le parti dell’Oceano. — Salti, gridi, rumori per
tutto. Ogni _impedimenta_ diveniva tribuna. Ogni Compitale, teatro. E
gridavano:
— Trionfo, trionfo! Marte e Venere Fisica ci salvarono! Giano aprì
la porta dell’Olimpo e fece escirne gli Dei soccorritori. O Lari,
accordateci pace e protezione. Onore ad Iside e ai suoi sacerdoti.
Trionfo e gloria agli Dei immortali! —
E lungo le vie, e nelle _pistrinae_, e nelle _popinae_ — dovunque
era scolpito, od in terra cotta, il simbolo del Dio degli orti — le
facili e proterve fanciulle intessevano corone di rose e di frutti e le
inchiodavano come cornice intorno a quel segno della forza muscolare,
dell’abbondanza, della ricchezza della natura. Ed un uomo opulento,
— M. Epidio Prisco, poco più innanzi della fontana di Venere, gli
sacrificò un asinello, le cui carni servirono la sera al banchettare
gioioso degli schiavi in una taverna.
Intanto l’angiolo delle ore estreme, raccolte le sue ali sanguigne,
correva con passi frettolosi sul campo della offesa e della difesa.
Alle grida della battaglia erano succeduti flebili lamenti — appello
lontano ai loro cari di quei feriti che la Morte pietosa baciava sulla
bocca per soffocarvi il dolore. — La terra era spogliata di ogni suo
riso. Il sole cadeva. L’ombra uniforme spargevasi su tutto. — Membra
mozze — carni stracciate — sangue aggrumito e nero. — E sopra la
faccia della penisola, il pensiero degli Italioti — oltraggiato, ma non
defunto — attendendo per secoli l’ora della grande vittoria.
Epidio Rufo Italico — il figliuolo di Prisco — fu trasportato nella
casa paterna — quella dal lungo podio sporgente, sormontato da una
ringhiera di ferro che dalle estremità menava alla porta mercè le
due gradinate a rivolta. Acte gittò un grido e semispenta lo strinse
al suo cuore. Egli premè convulso gli occhi e le pallide guance di
quell’afflitta, girò lo sguardo intorno alla camera piena di memorie,
di tenerezze e di singhiozzi, ov’erano il padre, la sposa, la felicità
dei suoi giovani anni. E stringendo colla mano il petto piagato,
prosciolse le membra. — Aveva dato lo eterno vale al padre in lagrime,
alla sposa svenuta, alla felicità morta!
LA CAMPAGNA.
SCENE DELLA VITA RUSTICA.
=Anni di Roma 695 — Anni avanti il Cristo 59.=
A GIUSEPPE GARIBALDI.
II.
Re Gige reputavasi lo avventurato tra i mortali — Per meglio assicurare
la sua fede, interrogò l’oracolo di Delfo. Nè dubitava di una lieta
risposta.
— Di’ il nome del più felice fra gli uomini. —
— Due nomi; non uno — Fedio ed Aglao. —
Piccato nel vivo, mandò attorno i suoi consiglieri. Spedì messaggi per
ogni dove, affine di rintracciare quegli ignoti individui che nel paese
nessuno conoscea nè di persona, nè di nomèa. Dopo molte ricerche il re
venne a sapere, che Fedio era morto, difendendo dai prepotenti il sacro
suolo della sua patria; e che Aglao ancor viveva in Arcadia, coltivando
colle sue mani un povero campicello, lasciatogli dai suoi padri.
L’oracolo volle significare a quel re, la felicità non essere chiusa
nei forzieri d’oro, nella corona gemmata, nelle braccia di una donna
amica e nel numero grande degli adulatori alla fortuna, — sibbene,
nello esercizio dei doveri di un cittadino, quali sono precipuamente,
servire il proprio paese e coltivare il suo campo.
Se in Roma fosse il culto del vero Iddio, e si compiacesse rispondere
oracoli, ed un re gli chiedesse il nome del più felice tra tutti gli
umani, risponderebbe:
— Giuseppe Garibaldi! —
Ebbene! — I nostri avi gloriosi vivevano la sua vita in Caprera.
Compiuto lo ufficio di consolo, di senatore, di duumviro, di decurione,
di pretore, di edile, di questore, di tribuno di soldati, correvano
ai piaceri della vita campestre; circondati da uomini laboriosi e
contenti, vedeano coronate le modeste fatiche da una ricompensa sicura;
godevano la tranquillità e la pace in seno di una famiglia felice;
sfatavano le brighe che traggono seco notti affannose; studiavano ad un
tempo la natura e le arti; e terminavano la loro carriera, o nel bacio
degli affettuosi figliuoli, o cogli occhi irradiati dalla vittoria sul
campo di battaglia della repubblica.
Due uomini montarono a cavallo — salendo sur un sasso elevato sull’orlo
della via, come di aiuto — allo escire della porta di Herculanum, in
Pompei. L’uno era giovane e l’altro nella piena maturità. — E siccome
il cielo annuvolato minacciava la pioggia, eransi avvolti in una veste
di pelle detta _scortea_ e sul capo avevano il _petasus_, berretto a
larghe ali. — Di qua e di là della via erano vigne, olivi, pioppi,
ciliegi, mandorli e fichi. Lo aspetto di una ricca cultura e del
fertilissimo territorio offeriva uno spettacolo maraviglioso.
— Sì. — Ho deciso. — Quei coloni non mi vanno. Gli è vero che tutto è
a loro rischio e pericolo. Ma per fornirmi delle legna convenute, mi
tagliano il bosco che io stesso piantai. I primi frutti raramente li
portano in casa. E i denari del fitto a centellini. — Il lustro scade.
Siamo presso alle calende di marzo. E ritoglierò la terra per conto
proprio.
— Credo, anche lo agente che tu mandavi sul luogo per raccogliere le
parti di frutti convenute, ti fosse mal fido. — Gli è che ognun tira
l’acqua al suo prato. —
Ben dici. — Ma gli schiavi — razza incurante e onerosa — che colà
impiegherò, converrà sorvegliarli. Al mio vicino lasciarono deperire
il gregge; e i buoi e le vacche ed i muli li affittavano a chi loro li
chiedeva. Per abito, quei pigri coltivano male, lasciano rubare le uve,
o le rubano per sè. E sul registro segnano minori quantità di grano
raccolto e più semenza di quella impiegata. — Come regolare la cosa?
Di uso se ne seminano da quattro a cinque _modii_ per jugero, secondo
la bontà del terreno. E il ricolto è diverso se si semina in autunno
o all’appressare del verno; se in un tempo umido, od in tempo secco; e
secondo la pioggia abbondante o la neve.
— Le visite le faremo frequenti — _Frons occipitio prior est_. —
È proverbio trito. L’occhio dello schiavo non può valer quello del
padrone. — E perciò leggeva l’altro dì nel trattato di Agricoltura di
Magone, il cartaginese: _Qui agrum parabit domum vendat_. —