_Firenze, dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia
del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa
uccidere suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di
Baviera._
1343 = 1346.
La tirannide di pochi mesi basta a distruggere la prosperità, prezzo di
molti anni di vittoria, e la saggia economia di molte generazioni.
Firenze che uguagliava Venezia in ricchezze ed in potere, e superava
tutte le altre repubbliche d'Europa, perdette nel breve corso della
signoria del duca d'Atene tutti i suoi tesori, e tutti i suoi stati. In
tempo della guerra con Mastino della Scala la signoria aveva guarnigione
propria in Arezzo, Pistoja, Volterra e Colle di Val d'Elsa, possedeva
diecinove castelli murati nel territorio di Lucca, e quarantasei nel
proprio, senza contare quelli che appartenevano ai nobili suoi
cittadini. Le pubbliche entrate ascendevano allora a trecento mila
fiorini[408]. Il solo re di Francia era più ricco assai fra tutti i
monarchi della cristianità; quelli di Sicilia e di Arragona erano più
poveri, e quello di Napoli aveva un'entrata eguale appena a quella de'
Fiorentini[409].
[408] Peso per peso 3,600,000 lire; ma il valore del danaro era
quadruplo del presente, ed inoltre tutti i sovrani erano
infinitamente più poveri.
[409] _Gio. Villani l. XI, c. 91._
Le spese del comune in tempo di pace non consumavano il sesto delle
entrate[410]. Lo stato ordinario delle spese non oltrepassava i quaranta
mila fiorini, senza per altro contare il salario delle truppe a cavallo.
Ma perchè la repubblica, appena falla la pace, licenziava i suoi
condottieri, essa riprendeva un reggime economico, che la poneva ben
tosto in situazione di pagare i suoi debiti[411]. A me pare che nel
circostanziato conto della spesa siavi qualche cosa di commovente,
quando ci ricordiamo essere un cotal conto di uno de' più potenti stati
d'Europa, e che non vi si trova pagato un solo pubblico funzionario
quando non sia forastiere. In una repubblica è sufficiente compenso del
lavoro l'onore di governare, e quando il buon nome è la sola ricompensa
de' magistrati, tutti si sforzano di meritarlo; per lo contrario,
ricevendo un salario, conseguono il loro intento quando ottengono la
mercede, e l'impiego non lascia d'essere loro utile sebbene non siansi
meritato l'amore del popolo, nè il rispetto della posterità.
[410] Di quest'epoca appunto abbiamo uno stato dell'entrate e delle
spese della repubblica fiorentina, dettato da Giovan Villani ed in
appresso copiato con poche variazioni da Marchione de Stefani. Gli è
questo un curioso documento per l'economia politica e per la storia
delle finanze.
_Entrate della città e repubblica di Firenze dal 1336 al 1338 a
fiorini d'oro del peso di 72 grani, di 24 carati._
Gabella delle porte e diritto di
entrata ed uscita, appaltate per un anno _fior._ 90,200
Gabella per la vendita del vino alla
spicciolata 1/3 del valore 59,300
Estimo 30,100
Gabella del sale venduto quaranta soldi
per stajo ai borghesi e venti soldi ai
contadini 14,450
Entrata dei beni de' ribelli, esiliati e
condannati 7,000
Gabella sui prestatori ed usuraj 3,000
Prestazione dei nobili possidenti nel
territorio dello stato 2,000
Gabella dei contratti (iscrizioni in ipoteca) 11,000
Gabella dei macellaj di città 15,000
Gabella dei macellaj di campagna 4,400
Gabella degli albergatori 4,050
Gabella delle farine e mulini 4,250
Tassa sui cittadini nominati podestà in
paesi esteri 3,500
Gabella delle accuse 1,400
Prodotto della zecca sulle monete d'oro 2,300
Simile per le monete di rame 1,500
Rendita dei beni del comune e de' pedaggi 1,600
Gabella sui mercanti di bestie in città 2,150
Gabella per la verificazione dei pesi e
delle misure 600
Immondezza ed affitto dei vasi d'Orsanmichele 750
Gabella sugli albergatori di campagna 550
Gabella dei mercanti della campagna 2,000
Ammende e condannazioni delle quali si
ottengono il pagamento 20,000
Mancanza de' soldati (per esempio a titolo
di dispensa dalla milizia) 7,000
Gabella sulle porte delle case di Firenze 5,550
Gabelle sulle fruttajuole e venditrici alla
spicciolata 450
Licenza per portar armi a 20 soldi per testa 1,300
Gabella dei sergenti 100
Gabella sulla zattera dell'Arno 100
Gabella dei revisori delle guarenzie date
alla comunità 200
Parte spettante allo stato dai diritti percetti
dai consoli delle arti 300
Gabelle sui cittadini abitanti in campagna 1,000
-------
_fior._ 297,100
Gabella sulle possessioni di campagna
Gabella sulle battaglie senz'armi
Gabella di Firenzuola
Gabella de' mulini e pescagioni
-------
Il totale oltrepassa _fior._ 300,000
[411] _Spese della repubblica di Firenze dal 1336 al 1333 in lire
fiorentine, valutato il fiorino d'oro lir. 3, sold. 2._
Salario del podestà e della sua famiglia,
cioè arcieri e birri _lir._ 15,240
---- del capitano del popolo e della
sua famiglia 5,880
---- dell'esecutore dell'ordinanza di giustizia 4,900
---- del conservatore con cinquanta cavalli
e cento fanti (ufficio straordinario
ben tosto abolito ) 26,040
Giudice delle appellazioni sui diritti della
comunità 1,100
Ufficiale incaricato di contenere il lusso
delle donne 1,000
---- del mercato d'Orsanmichele 1,300
Ufficio del salario delle truppe 1,000
---- delle paghe morte ai soldati 250
Tesorieri del comune loro ufficiali e notaj 1,400
Ufficio delle entrate fondiarie del comune 200
Custodi e guardie delle prigioni 800
Tavola dei priori e della loro famiglia
in palazzo 3,600
Salario dei donzelli del comune e dei
guardiani delle torri del podestà e dei
priori 550
Sessanta arcieri e loro capitano in servigio
dei priori 5,700
Notajo delle riformazioni col suo ajutante 450
Leoni, torcie, lumi e fuoco in palazzo 2,400
Notajo al palazzo de' priori 100
Salario degli arcieri ed uscieri 1,500
Trombetti del comune 1,000
Elemosine ai religiosi ed agli spedali 2,000
Seicento guardie di notte in città 10,800
Stendardi per le feste e corse de' cavalli 310
Spie e messaggieri del comune 1,200
Ambasciatori 15,500
Castellani e guardie delle fortezze 12,400
Approvvigionamento annuale di armi e freccie 4,650
-------
Fior. 39,119 a lir. 3, ss. 2 per fiorino _lir._ 121,270
I lavori alle mura, ai ponti, alle chiese formano la spesa
straordinaria unitamente al soldo delle milizie di guerra. In tempo
di pace la repubblica non manteneva che settecento in mille cavalli
ed altrettanti pedoni.
Tutte le classi della nazione avevano prosperato sotto questo provido
governo, e quanto più l'entrate dello stato venivano economicamente
amministrate, vedevansi maggiormente crescere le ricchezze de' privati.
La sola vista di Firenze annunciava l'opulenza de' cittadini. Deliziosi
giardini circondavano la città, ed in quella ridente campagna ogni
poggio era coronato da qualche edificio, ed ogni casa privata sembrava
un palazzo. Entro la città l'architettura era ancora più magnifica,
antichi monumenti, che ne formano anche al presente uno de' più vaghi
ornamenti, univano la solidità e la maestà. Il lusso de' nostri antenati
aveva su quello della presente età il vantaggio di essere destinato a
durare lungamente. L'emulazione de' suoi cittadini nasceva da desiderio
di gloria, onde aveva sempre innanzi agli occhi la posterità; la nostra
non è che vanità, e, non cercando che l'ammirazione de' contemporanei, i
nostri monumenti si distruggono in pari tempo che la nostra fama.
La città di Firenze contava 25 mila cittadini atti alle armi; ritenuto
per altro che l'obbligo della milizia durava dai quindici anni fino ai
settanta; e l'intera popolazione ammontava a 150 mila abitanti[412]. Gli
uomini atti alle armi nel territorio ammontavano ad 80 mila; mille
cinquecento nobili erano subordinati alle ordinanze di giustizia,
sessantacinque de' quali soltanto erano ordinati cavalieri. Le scuole di
leggere e scrivere venivano frequentate da otto in dieci mila fanciulli;
mille duecento studiavano l'aritmetica sotto sei maestri, e cinque in
sei cento applicavansi allo studio della grammatica e della logica.
Contavansi entro le mura cento dieci chiese, cinquantasette delle quali
erano parrocchiali, cinque abbazie, due priorati abitati da ottanta
regolari; ventiquattro monasteri di donne, che racchiudevano cinquecento
religiose; settecento monachi di differenti ordini, duecento cinquanta
in trecento preti cappellani, e trenta spedali con mille letti per i
poveri e gli infermi. Oltre gli abitanti trovavansi sempre in Firenze
almeno mille cinquecento forastieri.
[412] Calcolando in ragione di 5,800 in 6,000 battesimi all'anno, lo
stesso Villani ritiene la popolazione di Firenze assai più bassa, ma
nella peste, del 1348, morì più gente in Firenze, che il Villani non
credeva trovarsi in città.
La prosperità del commercio era proporzionata alla popolazione; eranvi
duecento fabbriche di lane che davano ogni anno settanta in ottanta mila
pezze di stoffe del valore complessivo di un milione e cinquecento mila
fiorini. Calcolavasi che il terzo di questa somma serviva al pagamento
di trenta mila operai ch'erano impiegati in questa manifattura. Il
commercio delle stoffe straniere si faceva da venti mercanti riuniti
sotto il nome di compagnia della _Calimala_, che smerciava, un anno
compensato l'altro, dieci mila pezze del valore di trecento mila
fiorini. Ventiquattro case erano destinate al commercio di banco, e la
zecca coniava ogni anno trecento cinquanta in quattrocento mila fiorini
d'oro, e venti mila lire in bilione di rame[413]. Trent'anni prima le
manifature delle lane avevano occupate un centinajo di fabbriche di più,
e date perfino cento mila pezze di stoffe; ma quelle stoffe erano molto
più grossolane, ed il loro valore minore della metà, perchè ancora non
vi s'impiegavano le lane dell'Inghilterra.
[413] _Gio. Villani l. XI, c. 93._ Il collegio dei giudici era
composto di ottanta in cento persone; quello de' notai di seicento.
Eranvi sessanta tra medici e chirurgi, cento farmacisti o droghieri,
cento quarantasei maestri muratori o falegnami, trecento maestri o
calzolaj; non erasi potuto calcolare il numero de' merciajuoli
perchè avevano botteghe ambulanti. _Ibid._
Tale era la prosperità della repubblica fiorentina prima che l'ambizione
e la discordia de' suoi cittadini, la gelosia, e l'avarizia dasse loro
un padrone. Allorchè ne scossero il giogo, e con uno sforzo generoso
giunsero a ristabilire la repubblica, trovaronsi spogliati di ogni loro
conquista. Gli Aretini, all'avviso che il duca d'Atene trovavasi
assediato dal popolo, presero le armi per ricuperare la loro libertà,
attaccarono la fortezza fabbricata dai Fiorentini nella loro città, e
costrinsero Guelfo Bondelmonti, suo comandante, a darla in loro potere.
In pari tempo i Tarlati con i Ghibellini d'Arezzo occuparono Castiglione
Aretino[414]. I Pistojesi cacciarono la guarnigione fiorentina, e
spianarono il castello che occupava, ricuperarono Serravalle, la chiave
del loro territorio, e ripristinarono il governo de' loro padri, quello
del popolo e della libertà[415]. Santa Maria a Monte e Montopoli, due
castelli in altri tempi tolti ai Lucchesi, si ribellarono, e presero a
governarsi come terre indipendenti; altrettanto fecero Colle e san
Gemignano; e per ultimo ancora Volterra prese le armi, a ciò consigliata
da Ottaviano de' Belforti, ch'era già stato signore di questa città; ma
in cambio di racquistare la perduta libertà, mutò la signoria del duca
d'Atene con quella del suo domestico tiranno.
[414] _Gio. Villani l. XII, c. 16._
[415] _Storie Pistolesi p. 496._
I Fiorentini frattanto, dopo ch'ebbero cacciato il duca, pensarono al
ristabilimento della loro repubblica, ed alla riforma delle leggi. Il
Vescovo, gli ambasciatori di Siena ed i quattordici cittadini eletti
durante la sedizione cercavano di conciliare le pretese delle opposte
fazioni. Prima di tutto mutarono la divisione della città, e ridussero a
quattro i sei quartieri, facendoli presso a poco eguali di popolazione e
di ricchezze, i quali dovevano avere un'eguale rappresentanza nella
suprema magistratura[416].
[416] Nell'antica divisione i due sestieri d'Oltr'Arno e di san
Pietro Scheraggio comprendevano essi soli la metà di tutta la città.
I quattro nuovi quartieri furono santo Spirito (Oltr'Arno), santa
Croce, santa Maria Novella, e san Giovanni.
Ma era più facile assai il ricondurre all'uguaglianza i diversi
quartieri della città, che non i diversi ordini dei cittadini. I nobili
erano esclusi dal governo in forza dell'ordinanza di giustizia. I ricchi
borghesi avevano formata più tardi una nuova oligarchia, che non
eccitava meno la gelosia del popolo, di quello che si facesse altra
volta l'oligarchia della nobiltà. A guisa dei nobili avevano essi
palazzi fortificati, grandi possedimenti in campagna, vassalli, clienti,
ed una numerosa famiglia; essi educavano nelle case loro una gioventù
orgogliosa; e per dirlo in una parola, univano tutti que' mezzi di forza
e di resistenza che possono rendere pericoloso un ordine di cittadini.
L'abuso del passato potere, faceva temere che tentassero di rinnovarlo;
e loro si rinfacciavano tutte le perdite fatte dalla repubblica per la
mala fede di Mastino della Scala, per la guerra di Lucca, per la
tirannide del duca d'Atene. La gelosia ed il desiderio di dominare
manifestavasi egualmente nelle inferiori classi del popolo, e già sotto
il nome di mezzi borghesi e di artigiani si distinguevano due separati
ordini di cittadini, le di cui rivalità difficilmente si sarebbero
potute conciliare.
Venticinque deputati di ogni quartiere, otto nobili e diecisette
cittadini, furono chiamati dal vescovo e dai commissarj del popolo a
formare una _balìa_ per riunire i diversi partiti, e dare una nuova
forma alla costituzione. La balìa decise che, avendo tutti i cittadini
preso parte alla distruzione della tirannia, dovevano tutti partecipare
alla libertà. La balìa non volle riconoscere che due ordini nella
nazione, il popolo e la nobiltà; attribuì al primo i due terzi degli
onori pubblici, l'altro terzo ai secondi; e sospese il rigore
dell'ordinanza di giustizia, affinchè i delitti de' grandi fossero
puniti colle forme e le leggi comuni agli altri cittadini.
Ma i grandi non si videro appena usciti dall'oppressione in cui vissero
sì lungo tempo, che presero a vendicare le ingiurie fin allora sofferte
in silenzio. Molti loro nemici furono uccisi non solo nelle campagne, ma
nelle contrade e nelle piazze della città, senza che le leggi comuni
avessero forza di reprimere o punire tanta audacia. Una generale
indignazione secondò la gelosia de' borghesi; perfino alcuni nobili
unironsi al popolo, ed il 22 settembre del 1343, non ancora compiuti due
mesi dopo la cacciata del duca d'Atene, cominciò una sedizione sulla
pubblica piazza de' priori, ed i quattro nobili che sedevano nella
signoria, furono forzati dalle minacce e dalle grida del popolo ad
uscire del palazzo ed a rinunciare alla loro magistratura[417].
[417] _Gio. Villani l. XII, c. 18._
Ma i nobili non si ritrassero per altro dalle difese. Uno di loro,
Andrea Strozzi, cercò d'ammutinare il popolaccio contro i borghesi; ma
dissipati i sediziosi da lui adunati, fu costretto di sottrarsi colla
fuga ad una condanna di morte[418]. I suoi consorti facevano entrare in
città i loro vassalli e contadini, e gli armavano; si diceva pure che
avevano domandato ajuto alla nobiltà immediata degli Appennini, ai
Pisani ed ai tiranni di Lombardia. Ma il popolo li prevenne; chiamato
dai Medici alle armi nel quartiere di san Giovanni, attaccò i palazzi
degli Ademari-Cavicciuoli situati in vicinanza della cattedrale, e dopo
una lunga accanita zuffa, gli sforzò a capitolare; le loro barricate
furono atterrate, disarmati e dispersi i loro clienti; ma rispettate le
loro persone e le proprietà. Dopo questa vittoria il popolo assediò
successivamente tutti i palazzi fortificati. Non poteva opporsi lunga
resistenza alle forze di tutti adunate contro un solo; i Donati ed i
Cavalcanti furono i primi a sottomettersi, maggior tempo resistettero i
gentiluomini che abitavano oltr'Arno e che avevano afforzate le teste
dei ponti; ma occupato finalmente dal popolo il ponte della Carraja,
s'arresero subito i Frescobaldi, i Nerli ed i Rossi; le case de' Bardi
furono prese d'assalto, saccheggiati e distrutti ventidue palazzi di
questa famiglia[419].
[418] _Ivi, c. 19._
[419] _Gio. Villani l. XII, c. 20._
Dopo tale vittoria fu creata una nuova balìa per cambiare un'altra volta
la costituzione. La signoria continuò ad essere composta di un
gonfaloniere di giustizia e di otto priori delle arti e della libertà,
scelti due per ogni quartiere. Di questi nove magistrati dovevano
prendersene tre a sorte da ciascheduna classe del popolo. Dodici buoni
uomini e sedici gonfalonieri delle compagnie furono dati per consiglieri
alla signoria[420].
[420] _Gio. Villani l. XII, c. 21, p. 903._
L'ordinanza di giustizia contro i grandi fu rimessa in attività colle
modificazioni volute dall'equità; e fu ristretto ai più vicini parenti
del reo l'obbligo di rispondere per il commesso delitto, che prima
estendevasi a tutti i membri d'una nobile famiglia; cinquecento trenta
famiglie furono cancellate dal ruolo della nobiltà, per essere poste in
quello dei popolani. Gli uni col loro impoverimento, o coll'estinzione
di molti rami collaterali avevano cessato d'ispirar timore; altri colla
lodevole loro condotta eransi meritata la benevolenza del popolo, onde
alcune delle più illustri case di Firenze furono ascritte alla classe
de' popolani[421].
[421] Come gli Spini, gli Scali, i Brunelleschi, i Compiombesi, i
Giandonati, i Guidi, alcuni Tosinghi, ed i conti di Certaldo e di
Puntorno. _Gio. Villani l. XII, c. 22._
Mentre i Fiorentini venivano agitati da queste interne rivoluzioni,
cercavano di mantenersi in pace colle vicine potenze, affinchè i nemici
del nuovo governo non trovassero appoggio presso i nemici dello stato;
perciò il 16 novembre ratificarono il trattato che il duca d'Atene aveva
fatto coi Pisani, aggiugnendovi soltanto alcune nuove condizioni[422].
[422] _Ivi, c. 24._
Dopo la conquista di Lucca pareva che la repubblica di Pisa tenesse il
primo rango tra gli stati toscani. Pistoja e Volterra, staccandosi dai
Fiorentini, eransi poste sotto la sua protezione, e l'alleanza che i
Pisani avevano contratta coi Visconti poteva moltiplicare le sue
risorse[423]. Ma l'ultima guerra aveva costato ai Pisani un milione e
mezzo di fiorini, le antiche contese tra la nobiltà ed il popolo si
andavano ravvivando, e Lucchino Visconti, invece d'essere un utile
alleato, doveva ben tosto riconoscersi per un terribile nemico.
[423] _Cronica di Pisa t. XV, p. 1014._
Mentre Betto dei Sismondi aveva condotte al signore di Milano le truppe
ausiliarie della repubblica pisana, Giovanni Visconti d'Oleggio
cospirava in Pisa unito ad un altro Sismondi[424] e ad alcuni capi
dell'antica nobiltà. Volevano essi richiamare i figli di Castruccio, e
cacciare fuori di città il conte della Gherardesca, in allora capitano
generale. Ma, scopertasi la trama, uno de' congiurati perdette la testa
sul palco, altri cacciati in bando, e furono spianate le loro case, e
Giovanni d'Oleggio costretto ad uscire vergognosamente da Pisa. Avutane
notizia il signore di Milano, fece imprigionare i Pisani che militavano
nella sua armata, e rimandò Oleggio in Toscana con due mila cavalli per
vendicarsi; ma quest'armata avanzatasi per la via di Pietra Santa e di
Lucca, essendo poi entrata nelle Maremme, dovette combattere un clima
più pericoloso che i nemici. Onde dopo avere perduta molta gente senza
essersi azzuffata colle truppe pisane, fu richiamata dal Visconti il
quale fece la pace con Pisa nel 1345[425].
[424] Guelfo Buzzaccherini, secondo la cronaca di Pisa, o
Bartolomeo, secondo quella di Pistoja.
[425] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1012-1015. — Storie Pistol. Anon. p.
490-505. — B. Marang. Cron. di Pisa, p. 697. — Gio. Villani l. XII,
c. 28, e 37._
E per tal modo questa guerra tra le due prime potenze d'Italia non si
rese notabile per alcuno importante avvenimento; lo che non sarebbe
accaduto se Pisa avesse conservata sotto i suoi ordini la bella
cavalleria colla quale aveva protetto l'assedio di Lucca; ma quand'ebbe
sottoscritto il suo trattato di pace col duca d'Atene, si era data
premura di licenziarla, e quell'armata che già militava sotto i suoi
ordini, erasi resa indipendente: nuova potenza senza stati e senza
sudditi, e che non essendo composta che di soldati, era appunto per tale
motivo più formidabile. Un avventuriere tedesco, che facevasi chiamare
il duca Guarnieri, aveva proposto ai soldati che si licenziavano dai
Pisani, di rimanere uniti e di fare la guerra per conto loro. Si obbligò
di pagare il soldo ai militari che volessero servire sotto di lui, e con
ciò ottenne senza difficoltà d'essere riconosciuto per capo da uomini
che guerreggiavano per mestiere e non per dovere. Non proponevasi già
Guarnieri di fare in Italia qualche conquista di paese, ma solamente di
taglieggiare tutti quelli che si proporrebbe di trattare come nemici.
Quando sortì di Pisa la sua armata, ch'egli intitolò la grande
compagnia, contava due mila cavalli. Si diresse colla medesima verso il
territorio di Siena con intenzione d'abbandonarlo al saccheggio, e ne'
pochi giorni che durò la marcia ingrossò l'armata con molte
reclute[426].
[426] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1012._
Le repubbliche ed i piccoli principi d'Italia non potevano opporre che
una debole resistenza a queste formidabili compagnie che cominciarono in
quest'epoca a minacciare l'esistenza di tutti gli stati. La loro
formazione era sempre inaspettata; e siccome niun sovrano teneva in
tempo di pace al suo soldo un grosso corpo di truppe, niuna forza
trovavasi in istato di opporre loro una valida resistenza. E
quand'ancora i soldati arruolati in queste compagnie non fossero stati
superiori di numero, l'abitudine della guerra dava loro un infinito
vantaggio sulle milizie che dovevano combatterli. Se in cambio venivano
loro opposti altri soldati mercenarj, erano questi sempre disposti ad
abbandonare i loro stendardi per entrare nella compagnia; in ogni evento
essi non si battevano che mollemente, non dimenticandosi mai che
potrebbero in breve trovare vantaggioso un asilo in seno ai loro
fratelli d'arme, entrando a parte dei loro pericoli e dei loro guadagni.
La più sfrenata licenza regnava nel campo di questi assassini: gli
stessi capi applaudivano ai loro eccessi per guadagnarsi l'amore dei
soldati, ed allettare un maggior numero di reclute ad arruolarsi sotto
le loro insegne. Essi non si vergognavano di verun delitto o crudeltà;
ed il duca Guarnieri accoppiava al titolo di signore della grande
compagnia quelli di _nemico di Dio, della pietà e della misericordia_.
Aveva fatti incidere questi odiosi titoli sopra una lastra d'argento che
portava per ornamento sul petto[427].
[427] _Istorie Pistolesi t. XI, p. 489._
I cittadini sienesi, che non sospettavano nè meno di vedere turbata la
profonda pace di cui godevano, furono all'impensata assaliti da questi
feroci soldati, che, non contenti del saccheggio delle case e delle loro
mandre, cercavano frequentemente di levar loro il danaro, sottoponendoli
a crudeli torture. Il governo non sapeva come difendere i suoi sudditi,
che fuggivano all'avvicinarsi degli assassini, seco portando gli effetti
che avevano potuto sottrarre al saccheggio; e la città riempivasi di
contadini, di donne, di vecchi. Frattanto Guarnieri, cui la signoria
faceva chiedere la ragione di quest'attacco, le offeriva di uscire
all'istante dal territorio di Siena per la tenue somma di dodici mila
fiorini. Egli voleva ostentare in faccia ai più deboli stati le
umilianti condizioni che accordava alla repubblica di Siena, onde
maggiormente atterriti dall'avvicinamento della compagnia si
sottoponessero più facilmente ancor essi alle condizioni ch'egli
crederebbe loro d'imporre[428]. In fatti i Sienesi gli pagarono la
chiesta contribuzione, e Guarnieri, abbandonando il loro territorio, si
gettò in quello di Montepulciano, di Città di Castello e di Perugia, le
quali tre città, per non esporsi a maggiori danni, furono costrette di
pagare la taglia che volle Guarnieri.
[428] _Stor. Pistol. p. 487. — And. Dei Cron. Sanese t. XV, p. 105._
Dopo avere sparso il terrore in tutto il patrimonio di san Pietro,
Guarnieri piegò bruscamente a sinistra, ed attraversò la Romagna,
mettendola a fuoco e sangue. Era in allora questa provincia divisa fra
molti piccoli tiranni, nemici gli uni degli altri, sebbene troppo deboli
per farsi la guerra: perciò ognuno di loro offriva danaro a Guarnieri,
perchè danneggiasse i suoi rivali; poi era ognuno costretto di pagare
altro danaro per liberarsi dalle sue molestie. Francesco degli
Ordelaffi, signore di Forlì, impegnò il duca ad attaccare Rimini, ove
comandava Malatestino de' Malatesta; e Ferrantino Malatesta approfittò
di quest'occasione per ribellarsi contro il suo parente; onde il
territorio di Rimini fu per tutto un mese saccheggiato dagli assassini
della compagnia, i quali nel susseguente mese guastarono il Cesenatico,
benchè Cesena appartenesse a Francesco degli Ordelaffi che gli aveva
chiamati in Romagna[429].
[429] _Cronaca Riminese t. XV, p. 900._
Conosceva Guarnieri il pericolo di rimanere in una provincia così lungo
tempo da ridurre gli abitanti agli estremi di prendere in comune le armi
contro di lui. Perciò sempre avanzandosi d'uno in altro stato, senza
mettere distinzione alcuna tra amici e nemici, era omai pervenuto ai
confini del territorio bolognese. Per quanto far potesse di male nel suo
passaggio, un nemico era sempre meno odioso ai repubblicani di Bologna,
del tiranno che gli opprimeva; il primo guastava le campagne a guisa di
passaggero turbine, l'altro corrompeva il principio dell'esistenza, come
que' pestilenziali miasmi de' pantani che infettano l'aria. I Gozzadini,
i Beccadelli, e tutti i vecchi amici della libertà recaronsi al campo
del duca, promettendogli quante ricchezze sapeva desiderare, se cacciava
di Bologna Taddeo dei Pepoli, e ridonava alla libertà quest'antica e
potente città. Ma il generale tedesco preferiva alle promesse de'
fuorusciti le immediate offerte del signore di Bologna, che aveva
trovato alla testa di tre mila cinquecento cavalli in vicinanza di
Faenza. La battaglia era dubbiosa, e la vittoria non lo avrebbe
compensato del sangue che gli sarebbe costata. Accettò dunque sessanta
mila lire di Bologna, che Taddeo Pepoli gli fece dare a titolo del soldo
di due mesi dovuto alle sue truppe, ed attraversò pacificamente il
territorio bolognese, conducendo la grande compagnia nello stato di
Modena[430].
[430] _Cron. di Bologna t. VIII, p. 387._
In questa breve campagna aveva Guarnieri levate ragguardevoli
contribuzioni, e le sue truppe eransi arricchite col saccheggio; onde il
capitano ed i soldati desideravano del pari di tornare in Germania per
godervi tranquillamente le ammassate ricchezze. Ma non sembrava loro che
la Lombardia, che dovevano attraversare, potesse facilmente essere vinta
o intimidita come i piccoli stati che avevano fino allora posti a
soqquadro. Guastarono, gli è vero, una porzione del territorio di
Modena, di Reggio, di Mantova finchè non si trovarono a fronte con
ragguardevoli forze i marchesi d'Este ed i Gonzaga, spalleggiati da
Mastino della Scala, dai Pepoli e dallo stesso Luchino Visconti.
Guarnieri non conosceva ancora tutto il vantaggio che la compagnia
avrebbe avuto sulle truppe che gli venivano opposte; egli non aveva
ancora perfezionata con una lunga pratica quell'arte del saccheggio
che doveva ancora esercitare molti anni, ed acconsentì, per una grossa
somma di danaro, che gli venne pagata dai principi lombardi, di
ricondurre in Germania la formidabile sua truppa, divisa in così piccoli
corpi, che non potessero incutere spavento alle province che egli
attraversava[431]. Guarnieri ed i suoi soldati più non ricomparvero in
Italia finchè tutto ebbero dissipato ne' vizj e nelle dissolutezze il
danaro ammassato colle rapine.
[431] _Istor. Pist. p. 990. — Cortusior. Hist. l. VIII, c. 10, p.
909. — Chron. Estensa t. XV, p. 408._
Se le burrascose passioni delle repubbliche, se la debolezza delle
piccole signorie esponevano le prime a frequenti rivoluzioni e le altre
a crudeli vessazioni, nè meno i grandi stati d'Europa erano in
quell'epoca più felici o più tranquilli, perciocchè trovavansi tutti in
preda ad accanite guerre, o internamente divisi da violenti rivoluzioni.
La Germania era agitata dagl'intrighi della corte pontificia, che si
valeva della gelosia e dell'ambizione de' principi per tenere
perpetuamente vive le guerre civili. Giovanni di Boemia erasi fatto capo
dei nemici dell'imperatore, e la sua attività aveva ridotto l'impero a
mal termine ed accresciuti gl'imbarazzi di Luigi di Baviera. La Francia,
perduto il suo antico splendore sotto il rovinoso regno di Filippo di
Valois, veniva saccheggiata dagl'Inglesi; ma in pari tempo le vittorie
d'Edoardo III non riuscivano meno funeste all'Inghilterra, spogliandola
d'uomini e di danaro. La Spagna consumava le proprie forze nelle guerre
civili suscitate dalle tiranniche imprese dei due Pietri, il crudele di
Castiglia, ed il cerimonioso d'Arragona. Per ultimo il regno di Napoli,
avendo perduto il vecchio re Roberto, trovavasi nuovamente esposto
all'anarchia ed alle convulsioni da cui l'aveva preservato sessant'anni
il regno dei principi Angioini.
Roberto era morto in Napoli il 19 gennajo del 1843 in età di ottant'anni
dopo un regno di oltre trentatre anni[432]. Suo nipote Cariberto, o sia
Carlo Uberto, re d'Ungheria, cui Roberto aveva sottratto il regno di
Napoli, era morto sei mesi prima di lui, il 14 luglio del 1342, a
Visgrado, dopo avere regnato quarantadue anni[433]. Il primo lasciava
erede una figlia di suo figlio, chiamata Giovanna, maritata ad Andrea,
secondo figlio di Cariberto. Il primogenito Luigi, re d'Ungheria, era
succeduto al padre.
[432] _Gio. Villani l. XII, c. 9. — Dominici de Gravina Chron. de
rebus in Apulia Gestis t. XII, p. 553._
[433] _Antonii Bonfinii Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 254._
Pochi sovrani godettero così alta riputazione di sapere e di virtù al
pari di Roberto, re di Napoli; ma la pubblica opinione, indulgente per i
principi, colloca spesse volte tra gli uomini grandi coloro che, se
fossero privati, non uscirebbero dalla mediocrità. La costante
protezione da Roberto accordata ai letterati, e l'equità di molte sue
leggi, gli meritarono in parte a giusto diritto gli elogi del suo
secolo: ma devonsi rimproverare alla sua avarizia gli arbitrj dati ai
giudici di permettere che si scontasse col danaro la pena dei
delitti[434]; alla sua ambizione l'aver fomentato l'odio tra Guelfi e
Ghibellini, quando era già cessato il motivo dei loro partiti, e di
avere suscitate quasi tutte le guerre che lacerarono, durante il suo
regno, l'Italia e la Germania, dalle quali ne derivarono a' suoi stati
più mali che prosperità. Il regno della nipote Giovanna fece dimenticare
i suoi falli, e diede all'Italia gravi motivi di desiderare una più
ferma e felice amministrazione.
[434] Tra le sue _lettere arbitrali_ vedasi la 4.ª _de componendo et
commutatione pœnarum_, colla quale autorizza i giudici _in certa
quantitate pecuniæ componere pro curiæ nostræ parte. Gian. l. XXII, c.
5, t. III, p. 251._
La regina Giovanna contava soltanto sedici anni quando successe a suo
avo, ed Andrea, suo cugino e suo sposo, era nato pochi mesi prima di
lei. Molti principi del sangue, figliuoli de' fratelli di Roberto[435],
facevano splendida e voluttuosa la corte di Giovanna, e cercavano a gara
il favore de' giovanetti sposi, onde governare lo stato in loro nome.
Sebbene i sovrani fossero più inclinati ai piaceri che alla gloria o al
potere, davano di già non equivoci indizj di rivalità. Gelosi l'uno
dell'altro, ma egualmente incapaci di amministrare il regno, nè il re,
nè la regina sapevano soffrire che l'altro volesse regnare in proprio
nome[436]. Andrea, figliuolo di Cariberto, nipote di Carlo Martello e
pronipote di Carlo II, pretendeva d'essere il legittimo erede del trono.
Vero è che suo padre era stato soppiantato da Roberto; ma dopo la morte
di questi risguardavasi come rientrato negli originarj suoi
diritti[437]; e gli Ungari che aveva seco condotti, ed in particolare un
monaco, detto frate Roberto, suo principale consigliere, cercavano di
fomentare questa sua pretesa onde avere poi esclusivamente nelle loro
mani l'autorità reale. D'altra parte Giovanna ed i principi del sangue
suoi cugini sostenevano che legittima era stata la successione di
Roberto e convalidata dall'approvazione di Clemente V l'anno 1309; e che
un re, riconosciuto legittimo dal suo popolo nel corso di trent'anni,
non poteva essere altrimenti considerato come un usurpatore. Roberto,
che prima di morire aveva già veduto gl'indizj di questa gelosia, si era
fatto sollecito di consolidare i diritti della nipote. Aveva richiesto
da tutti i baroni suoi feudatarj, e dagli ufficiali della corona, che
prestassero il giuramento di fedeltà a Giovanna; ed aveva nel suo
testamento ordinato che si dilazionasse la coronazione d'Andrea fino
all'epoca in cui questo principe toccherebbe i ventidue anni[438].
[435] Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo, fratelli di Roberto,
avevano ambidue lasciati tre figli; Roberto, Luigi e Filippo di
Taranto; Carlo, Luigi e Roberto di Durazzo.
[436] _Domin. de Gravina de rebus in Apulia gestis, p. 554._
[437] Il re Luigi d'Ungheria, fratello d'Andrea, acconsentì nel 1344
a pagare 44,000 marche alla corte pontificia per ottenere da
Clemente VI che per diritto di successione coronasse Andrea, re di
Sicilia. _Contin. Chr. Hungar. Jo. de Thwrocz a Jo. Archid. de
Kikullew, p. III, c. 4, p. 176. Scrip. rer. Hungar, t. III._
[438] _Matteo Villani Ist. Fiorent. t. XIV, l. I, c. 9._
In questa corte, la più colta ad un tempo e la più corrotta d'Europa, il
principe ungaro aveva conservata la natìa rozzezza. Orgoglioso ed
iracondo dava il nome di ribellione alla più leggiera resistenza, e di
oltraggio al sorriso o al silenzio de' cortigiani della regina.
Disprezzava i costumi e gli usi de' Napoletani, e non pertanto credevasi
continuamente oggetto delle loro derisioni; sdegnavasi di non avere che
il titolo di duca di Calabria, di non essere re che per i cortigiani, e
di non potere pretendere da tutti ubbidienza[439]. Fu spesso udito
minacciare la regina, i principi del sangue, ed i principali baroni del
regno, aspettando ogni giorno una bolla pontificia che acconsentisse
alla sua coronazione, onde sullo stesso stendardo reale destinato a tale
cerimonia aveva fatto dipingere al di sopra de' suoi stemmi due
stromenti di supplicio, la mannaja e la scure, quasi per annunciare che
dall'istante in cui regnerebbe, farebbe giustizia de' suoi nemici, ai
quali volle anticipatamente mostrare questa bandiera[440].
[439]
«Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi
Superbi, usati a me dagli insolenti
Ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi;
Ch'io ben non so come a nomar me gli abbia,
Quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo
Quanti ogni giorno a me si fan; del nome
Appellarmi di re, mentre mi è tolto
Non che il poter, perfin la inutil pompa
Apparente di re; vedermi sempre
Più a servitù che a libertà vicino;
E i miei passi e i miei detti, opre e pensieri,
Tutto esplorarsi, e riferirsi tutto.»
_Alfieri in Maria Stuarda Att. II, Sc. 3._
[440] _Domin. de Gravina Chron. rer. Apulia p. 559._
Andrea aveva sospetta la regina di tenere colpevoli pratiche con Luigi
di Taranto, suo cugino; e la pubblica opinione accreditava tali
sospetti, accusando inoltre la regina d'altri secondari amori. Caterina,
madre dei principi di Taranto, che portava il titolo d'imperatrice di
Costantinopoli, dava l'esempio della più scandalosa scostumatezza, ed
avendo la più alta influenza sul cuore della sua pronipote, favoreggiava
le di lei pratiche con Luigi, sperando di potere coll'allontanare Andrea
dalla corona farla dare a suo figliuolo. La regina Sancha, vedova di
Roberto, abborriva tanta corruzione, ed erasi ritirata in un convento,
ove morì un anno dopo il consorte; onde più veruno salutare rispetto
contener poteva la piena di questa voluttuosa corte.
Gl'intriganti che avvicinavano la giovane regina, non si appagarono di
averle ispirata avversione per Andrea; ma mirando a disfarsi d'un
principe, di cui avevano a temere le vendette ed il collerico
temperamento, fomentavano la criminosa passione della regina per suo
cugino: poi tutt'ad un tratto l'atterrivano riferendole i sospetti e le
minacce del marito; talvolta ancora gli parlavano del bene de' suoi
popoli, del tiranno cui permetterebbe di regnare sopra di loro,
rappresentandogli come un atto virtuoso il delitto che gli proponevano
di commettere. In mezzo a tante seduzioni, Giovanna, strascinata,
sedotta dalla sua passione, permise ai suoi cortigiani di servirla,
acconsentendo alla loro trama senza volerne conoscere le circostanze.
Il conte d'Artusio, bastardo del re Roberto, e Filippina la Catanese,
confidente della regina, si fecero capi della congiura[441]. Ottennero
che la corte abbandonasse Napoli in settembre del 1345, per villeggiare
in un luogo solitario, nel convento di san Pietro di Morone o dei
Celestini posto a poca distanza d'Aversa. La notte del 18 di settembre,
mentre Andrea stava a letto a canto alla regina, alcune cameriere
vennero ad avvisarlo essere giunte da Napoli importanti notizie, e che i
consiglieri lo aspettavano per avere i suoi ordini. La regina
mostrossene turbata, e cercò di trattenere il marito; ma questo
impotente rimorso fece luogo al timore[442]. Andrea uscì, e le cameriere
chiusero dietro lui le porte della camera della regina.
[441] Gli altri congiurati erano, Bertrando figlio del conte
d'Artusio, Tommaso e Massolo della Lionessa camerieri del re,
Caraffello Caraffa, i conti di Tralizzo e di Eboli, Raimondo di
Catania, Giacomo Capanno gran marescalco, i conti della Stella, Pace
di Turpia, e Nicola di Merizzano.
[442] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano t._ XV, _p._ 612.
I congiurati aspettavano Andrea nel vicino corritojo, ove appena giunto,
gli furono sopra; ma persuasi che un anello regalatogli da sua madre
fosse un talismano che gl'impedirebbe di morire di ferro o di
veleno[443], cercavano di passargli intorno al collo un laccio di seta.
Andrea difesesi vigorosamente, e ferì alcuni de' congiurati; ma
finalmente fu spinto fuori d'una finestra, ed alcuni de' congiurati, che
stavano appostati nel giardino, lo presero per i piedi, e terminarono di
strozzarlo[444].
[443] _Domin. de Gravina Chr. de rer. Apulia p._ 560.
[444] _Gio. Villani l._ XII, _c._ 50, _p._ 931.
La nudrice d'Andrea, chiamata Isolda, che lo aveva accompagnato a
Napoli, e che, teneramente amandolo, gli stava quasi sempre vicina,
improvvisamente risvegliata dalle grida e dal tumulto, entrò nella
camera della regina, e la vide sola seduta presso al letto nuziale
tenendosi la testa tra le mani. Le chiese affannosa ove fosse il suo
padrone; e spaventata dalla di lei risposta, si affacciò con una
fiaccola ad una finestra, onde i congiurati fuggirono, lasciando il
cadavere d'Andrea steso al suolo: l'infelice Isolda chiamando con
disperate grida alla vendetta la corte, il convento e la stessa città
d'Aversa, non lasciò tempo ai congiurati di mascherare il loro
delitto[445].
[445] _Chron. Estense t_. XV, _p._ 421.
Giovanna, oppressa dal terrore e dal rimorso, tornò subito a Napoli seco
conducendo il cadavere dello sposo, che fu sepolto con poca pompa nella
chiesa di san Luigi[446]. Coloro che non avevano avuta parte nella
congiura, non dissimulavano l'orrore che loro ispirava così grave
delitto; ognuno si precauzionava come se fosse personalmente minacciato,
o come se questo delitto avesse tutti infranti i legami della società.
Roberto di Taranto, fratello di Luigi, armava i suoi vascelli, e
fortificava i suoi palazzi; Carlo di Durazzo eccitava il popolo a
vendicare la morte del suo re; questi, avendo sposata la sorella di
Giovanna, sperava probabilmente di succederle, quando il popolo la
privasse del trono. Finalmente la regina ed il suo amante, Luigi di
Taranto, adunavano i loro partigiani, e preparavansi a sostenere la
guerra civile di cui vedevansi minacciati.
[446] _Tristani Caraccioli opus. historic. t. XXII, p. 12. — Domin.
de Gravina Chr. Apul. p. 562._
Tutta l'Europa parve sollevarsi udendo tale attentato. Clemente VI, che
il 7 maggio 1342 era succeduto a Benedetto XII morto il 25 aprile, si
credette chiamato dalla sua suprema dignità e dall'alto dominio sul
regno di Napoli a punire i colpevoli che non potevano essere giudicati
dai giudici ordinarj. Incaricò pertanto Bertrando di Baux, grande
giustiziere del regno, a formare un processo contro l'uccisore del re
Andrea, e di perseguitare il delitto senza aver riguardo a veruna
persona, e senza rispetto alcuno per le secolari dignità[447]. La regina
che non ardiva proteggere i congiurati, per non confessarsi complice,
vide soggiacere alla tortura Raimondo di Catania, suo grande maniscalco;
dopo di che il grande giustiziere, facendosi portare innanzi uno
stendardo, sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, venne seguito
dal popolaccio di Napoli a prendere perfino nel palazzo della regina i
suoi amici, i suoi servitori più affezionati, ed in particolare la
Catanese, confidente de' suoi più intimi segreti. Vero è che la regina
tentò alcun tempo di difenderla, ma, temendo il furore popolare,
l'abbandonò poscia ai suoi carnefici[448].
[447] _Gio. Villani l. XII, c. 51. — Note alle Memorie per la Vita
del Petrarca, t. II, p. 23. — Domin. de Gravina p. 564._
[448] _Chron. Esten. t. XV, 442. — Istor. Pist. p. 513. — Memor. per
la Vita di Petr. t. II, l. III, p. 145._
Prima d'essere condotti al supplicio, gl'imputati furono sottoposti a
terribili torture per istrappar loro la confessione del proprio delitto;
nel qual tempo uno steccato custodito dai soldati non permetteva al
popolo di udire le loro deposizioni. La Catanese morì tra gli orrori
della tortura; gli altri furono condannati ad un ributtante supplicio,
durante il quale venne loro posto un amo in bocca perchè non potessero
parlare[449].
[449] _Gio. Villani l. XII, c. 51._
È indubitato che temevasi da coloro che venivano mandati al supplicio
l'accusa della complicità della regina; ma le precauzioni prese per
impedirla, l'accusavano ancora più apertamente. Non pertanto Giovanna
scrisse al re d'Ungheria, fratello di suo marito, per iscolparsi di un
delitto di cui l'accusava la voce pubblica. In risposta ricevette una
lettera, resa celebre dal suo laconismo. «Giovanna, gli scriveva Luigi,
i disordini della tua passata vita, l'ambizione che ti fece ritenere il
regio potere, la vendetta trascurata, e le scuse in appresso allegate,
provano abbastanza che tu sei complice della morte di tuo marito[450].»
Alcuni ambasciatori del re d'Ungheria eransi nel mese di maggio del 1346
presentati alla corte del papa chiedendo che al loro padrone fosse dato
il possesso del regno di Napoli, di cui era il più prossimo erede, e
venisse deposta Giovanna, resasi, per il commesso delitto, indegna di
regnare. In pari tempo Luigi appellava ad un altro tribunale, a quello
delle armi, invocando il valore de' suoi sudditi. Fece fare uno
stendardo sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, e lo inalberò
egli stesso in su gli occhi d'una dieta ungarese per impegnare quella
valorosa nobiltà a vendicare il fratello del suo re. In appresso marciò
verso Zara, in Dalmazia, con trenta mila cavalli, sperando d'obbligare i
Veneziani a levare l'assedio di quella città che si era loro ribellata,
onde colà imbarcarsi alla volta del regno di Napoli[451].
[450] _Johanna! inordinata vita præterita, ambitiosa continuatio
potestatis, neglecta vindicta, et excusatio subsequuta, te viri tui
necis arguunt consciam, et fuisse participem._ — _Bonfinius de rebus
Hungaric. Dec. II, l. X, p. 261. — Chron. Esten. t. XV, p. 445. —
Cron. di Bologna t. XVIII, p. 408. — Giannone Ist. Civile del regno
di Napoli l. XXIII, t. III. p. 301._
[451] _Bonfinius Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 259. — Petri de
Reva, De Monarchia et S. Corona Regni Hungar. Cent. VI. — In Script.
Rer. Hung. t. II. p. II, p. 644._ (Vienna 6 vol. in foglio 1746) —
_Joh. de Kikullew Chr. Ungaror. p. III, c. 8, p. 178. — Scr. Rer.
Hungar. t. I._
I Veneziani, all'avvicinarsi del re d'Ungheria, afforzarono il loro
campo, guastarono il paese intorno a loro, ma non si rimossero perciò
dall'assedio, e senza esporsi all'eventualità d'una battaglia,
impedirono al re di comunicare cogli assediati, e di avanzarsi fino al
mare. Gli Ungari non tardarono a soffrire mancanza di vittovaglie ed a
conoscere l'impossibilità di attraversare l'Adriatico coperto da una
flotta veneziana; onde il re Luigi, rinunciando nel presente anno
all'impresa del regno, tornò in Ungheria onde entrare in trattati coi
suoi vicini ed assicurarsi della loro amicizia, mentre rimarrebbe
lontano da' suoi stati[452].
[452] _Gio. Villani l. XII, c. 38, p. 938. — Hist. Pist. p. 515._
Mentre il re d'Ungheria s'impegnava in una lontana guerra, gli si
rendeva più che mai necessaria l'amicizia de' Polacchi; e fortunatamente
trovavansi unite queste due nazioni da stretta alleanza, giacchè Luigi
dal canto di sua madre Elisabetta era nipote di Loctec, re di Polonia; e
suo zio Casimiro, non avendo figliuoli, lo aveva destinato suo
successore[453]. Il re d'Ungheria era inoltre alleato dell'imperatore
Luigi di Baviera, e questo monarca, padrone del Tirolo, poteva aprire
agli Ungari le porte dell'Italia. Il nuovo papa Clemente VI aveva
rinnovate contro i Bavari le scomuniche fulminate da Giovanni XXII;
aveva rotte le negoziazioni aperte da Benedetto XII; non voleva ad alcun
patto accordare l'assoluzione all'imperatore, e non curandosi delle sue
offerte e delle sue umiliazioni non si lasciava placare dalla sua
penitenza, e voleva costringerlo alla guerra a dispetto de' suoi
scrupoli[454]. Luigi di Baviera, ridotto alle ultime estremità, accettò
le proposizioni del re d'Ungheria, promise di scendere nel susseguente
anno in Italia con suo figlio il marchese di Brandeburgo, e con il suo
alleato il duca d'Austria, allettato dalla speranza di potersi una volta
vendicare de' Guelfi, della Chiesa e di quella casa d'Angiò che pel
corso di trent'anni l'aveva tanto crudelmente perseguitato.
[453] La successione al trono di Polonia era stata assicurata a
Luigi fino nel 1338 nel congresso di Visgrado. _Bonfinius, decad.
II, l. IX, p. 254._ Pure Luigi non ebbe quella corona che nel 1371,
dopo morto Casimiro. Maritò la più giovane delle sue figlie, Adiuga,
al principe di Lituania, che prese il nome di Ladislao Jagellon,
facendosi cristiano. Di qui ebbe origine l'illustre famiglia de'
Jagelloni, e le pretese della corona d'Ungheria sulla Polonia.
_Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l. X, p. 273-275._
[454] _Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 7, t. IV, p. 522._
Ma il papa non poteva essere indifferente al movimento della metà
dell'Europa verso l'Italia. Allorchè assoggettava la regina Giovanna
alle criminali procedure del conte Bertrand de Baux, onde umiliare in
tal modo i troni al di sotto della cattedra di san Pietro, era ben
lontano dal voler permettere che questa regina, sua vassalla, venisse
spogliata dal re d'Ungheria, e molto meno dall'imperatore. Accrebbe
pertanto le sue pratiche per muovere contro il Bavaro nuovi nemici, e
risolse finalmente di nominare il suo successore, estremo rimedio
protratto dalla santa sede fino a quest'epoca.
A tale oggetto Clemente VI s'addirizzò a Giovanni, re di Boemia, quello
stesso che procurato aveva a Luigi la corona imperiale, e che già da più
anni mostravasi il più accanito de' suoi nemici. Giovanni era diventato
cieco, ma non aveva perduti que' militari talenti e quella rapidità che
confondeva tutti i progetti de' suoi nemici, nè quella instabilità che
gli toglieva di condurre a buon fine i proprj. Non era proponibile per
imperatore un cieco, ma suo figlio, Carlo, margravio di Moravia,
sembrava opportunissimo ai disegni del papa; onde il re di Boemia
cominciò a sollecitare a di lui favore i suffragi degli elettori.
Carlo, che acconsentiva a ricevere la corona dai preti, si portò subito
in Avignone per concertare col papa le condizioni della sua elezione.
Soscrisse una capitolazione, colla quale prometteva di abrogare tutti
gli atti di Luigi in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sopra lo
stato ecclesiastico, e non entrarvi che con espressa licenza del papa,
di non trattenersi che un solo giorno in Roma in tempo della sua
coronazione[455]. A tale prezzo Clemente VI prometteva a Carlo tutto il
suo appoggio; e dopo avere, con una nuova bolla, dichiarato il Bavaro
infame, eretico, scismatico ed incapace di più regnare, adunò gli
elettori a Rense per nominare il successore.
[455] Il diploma _apud Olenschlager Geschichte § 93._ — _Kaiser karl
der vierte von Franz Martin Pelzel I. Theil, p. 143._ (2 vol. in 8
Praga 1780) — _Schmidt, Stor. dei Tedeschi l. VII, c. 7, p. 532._ La
vita di Carlo IV scritta da lui medesimo finisce sgraziatamente
all'epoca della sua coronazione. _Apud R. Reim. Steinhemium, p. II,
p. 39, v._
Baldovino fratello d'Enrico VII occupava ancora la sede elettorale di
Treveri, ed il suo suffragio era per suo nipote[456]. L'elettore di
Colonia era ugualmente attaccato alla casa di Lussemburgo; ma Enrico di
Virnebourg, elettore di Magonza, gli era contrario: perciò Clemente VI
lo depose, e nominò per succedergli un giovane di vent'anni, chiamato
Gerlach di Nassau. Rodolfo duca di Sassonia, che Luigi di Baviera aveva
spogliato del Brandeburghese, si unì ai suoi nemici per vendicarsi.
Finalmente il re Giovanni portava alla dieta di Rense il voto della
Boemia; nella quale non facendosi carico dell'assenza dell'elettore
palatino di Baviera, e del marchese di Brandeburgo figliuolo di Luigi,
il 10 di luglio fu solennemente eletto re de' Romani Carlo, margravio di
Moravia, e posto in trono.
[456] _Epitome Rerum Bohemicarum l. III, c. 18, p. 348._
Ma nel collegio elettorale la pluralità de' suffragi non decideva di
quella degli stati e delle forze della Germania; ed il nuovo re de'
Romani chiamavasi comunemente l'imperatore de' preti. La casa di Baviera
che si era appropriata il Tirolo, il Margraviato di Brandeburgo, le
province dell'Olanda, della Zelanda e della Frisia che si era afforzata
coll'alleanza de' re d'Ungheria e di Polonia, e dei duchi d'Austria,
poteva far pentire Carlo IV dell'ardir suo, tanto più che, sei settimane
dopo la sua elezione, Giovanni di Boemia, suo padre era stato ucciso
nella battaglia di Crecy, il 26 agosto del 1346[457]. Lo stesso stato
della chiesa e l'equilibrio d'Italia potevano essere rovesciati
dall'imprudente maniera, colla quale Clemente VI provocava un potente
monarca. Il collegio de' cardinali erasene accorto, perciò non aveva
dato il suo assenso all'elezione di Carlo IV, che in seguito ad un
violento alterco, nel quale furono veduti i cardinali di Perigueux e di
Comminges sguainare i loro coltelli per azzuffarsi[458]. Ma la Chiesa fu
avventurosamente salvata dai pericoli in cui la strascinava il suo capo.
Luigi di Baviera, dopo avere avuti molti vantaggi sopra il suo rivale
pel corso d'un anno, si uccise quando meno credevasi cadendo da cavallo
l'undici ottobre del 1347. Invano i suoi partigiani offrirono la corona
ad Odoardo III re d'Inghilterra, ed a Federico margravio di Misnia. In
vista del loro rifiuto proclamarono re de' Romani Gontieri, conte di
Schwarzembourg, che a poco a poco, abbandonato dai suoi fautori, fu
costretto di rinunciare egli stesso alla corona, e venne riconosciuto
Carlo IV legittimo monarca, non meno dall'impero che dalla chiesa[459].
[457] _Gio. Villani l. XII, c. 66. — Epit. Rer. Boemic. Balbini, l.
III, c. 18, p. 348._
[458] _Gio. Villani l. XII, c. 59._
[459] _Schmidt, Storia degli Allemanni, l. VIII, c. 8, p. 540._