_I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle
armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca
d'Atene in Firenze._
1340 = 1343.
I Fiorentini avevano accettato il trattato di Venezia onde por fine ad
una guerra che mantenevasi in Toscana quasi senza intervallo da oltre
dieciotto anni. Le ostilità, cominciate da Castruccio nel 1320, eransi
continuate contro Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia e Mastino della
Scala, senza che le campagne di Val di Nievole, dello stato di Lucca e
di Val d'Arno godessero un solo anno di riposo. A vicenda guaste dai
nemici e dai soldati destinati a difenderle, erano state spogliate delle
loro ricchezze, ed abbandonate da non pochi coltivatori. Non pertanto i
ricchi commercianti di Firenze, proprietarj di non poche di quelle
campagne, soccorrevano i loro spogliati coloni, e riparavano
generosamente i danni della guerra. Infinite ricchezze dei Fiorentini
non esposte alla rapacità del nemico circolavano continuamente dall'una
all'altra estremità dell'Europa. Ne' magazzini d'Anversa e di Venezia,
ne' mercati di Parigi e di Londra, sopra le navi che scorrevano il
Mediterraneo e l'Oceano, nelle carovane che attraversavano la Germania,
la Francia, l'Italia, trovavansi ovunque proprietà fiorentine, ed il
mercante cui appartenevano, disponeva con piacere per la difesa della
libertà, di que' beni che non erano sottoposti alle leggi del paese.
Come i guasti della guerra erano presto risarciti dai Fiorentini, così
erano ben tosto scordate ancora le sue calamità; e lo stato dopo un
breve riposo veniva strascinato in nuove guerre. Il rango che oramai
occupava la repubblica tra le potenze italiane, più non gli permetteva
di rimanersi neutrale nelle rivoluzioni di questa contrada; e la sua
ambizione andava acquistando attività in ragione dell'ingrandimento del
suo potere. Firenze non era più contenta de' suoi antichi confini, e
cercava in ogni occasione di allargarli, aspirando al dominio di tutta
la Toscana: per cui non durò che tre anni la pace conchiusa in Venezia,
sebbene calamità di altro genere, la peste e le civili discordie,
avessero, prima di ricominciare la guerra, privata la repubblica di
quella tranquillità che aveva sperato di godere.
La peste tenne dietro, nel 1340, ai cattivi raccolti di due anni
consecutivi, che avevano fatto soffrire al popolo la fame, ed indebolito
il temperamento dei poveri. Ne' caldi dell'estate l'epidemia colse
quindici mila vittime, non lasciando, per così dire, intatta veruna
famiglia. Pure per impedire che l'immaginazione si spaventasse alla
vista di tanti morti e delle continue processioni funebri, i magistrati
vietarono al banditore pubblico d'invitare alle tumulazioni, ed ai
parenti di tenersi adunati nella chiesa ov'era portato il morto[370]. I
freddi dell'inverno misero finalmente termine al contagio, che dopo
pochi anni doveva riprodursi con maggiore violenza, e rinnovarsi altre
volte in diverse epoche del 14º secolo, togliendo alla terra la metà de'
suoi abitanti.
[370] _Gio. Villani l. XI, c. 113, p. 840. — Istorie Pistolesi t.
XI, p. 477._ — Eguali divieti si fecero ancora a Siena, ove la peste
non fu meno perniciosa. _Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 98._
Quasi senza interrompimento tenne dietro a tanta calamità quella della
civile discordia. Dodici cittadini di Firenze eransi in quest'epoca
usurpata tutta l'autorità della repubblica; non già mutando le leggi
costituzionali, o le magistrature dello stato; ma rendendo le ultime
dipendenti dalla propria autorità, ed assicurando che le elezioni
dell'estrazione a sorte non cadessero che sopra loro, e sui loro amici
clienti. Per conservare questo potere oligarchico, egualmente odioso ai
grandi ed al popolo, e per impedire che una più attenta sopravveglianza
sullo scrutinio de' priori non correggesse gli abusi da loro introdotti,
crearono un nuovo rettore o magistrato; ed in onta della legge che
dichiarava quelli di Agobbio incapaci d'esercitare in Firenze veruna
signoria, chiamarono, col titolo di capitano della guardia, lo stesso
Giacomo Gabrielli d'Agobbio che aveva dato motivo a tale legge; e gli
affidarono una guardia di cento uomini a cavallo e di duecento fanti al
soldo del comune, destinandolo a mantenere, con una giurisdizione
affatto arbitraria, l'usurpato potere[371].
[371] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 841._
Fra coloro che trovaronsi esposti i primi alla persecuzione di
Gabrielli, si credettero le più offese le nobili famiglie dei Baldi e
dei Frescobaldi, per essere state condannate ad arbitrarie non meritate
ammende, e costrette a deporre in mano della signoria i castelli di
Mangona, di Vernia ed altri, che avevano comperati dai loro antichi
conti. I Baldi ed i Frescobaldi non si sottoposero senza resistenza
all'oppressione; tentarono di disfarsi di Gabrielli e dell'oligarchia
che governava; fecero entrare in una congiura i principali capi della
nobiltà; in pari tempo mossero una corrispondenza coi signori de'
castelli, che ancora si mantenevano quasi indipendenti, i conti Guidi, i
Tarlati d'Arezzo, i Pazzi di Val d'Arno, i Guazzallotti di Prato, i
Belforti di Volterra, gli Ubertini e gli Ubaldini degli Appennini, e
chiesero il loro soccorso. Tutti questi gentiluomini avrebbero dovuto
trovarsi presso le mura della città la notte d'Ognissanti, ed
all'indomani, in tempo del divino ufficio, i congiurati prendere le armi
per disfarsi di Giacomo Gabrielli, e di coloro che lo avevano chiamato.
Ma la congiura fu scoperta un dì prima dell'esecuzione da Giacomo
Alberti membro della dominante oligarchia; e la stessa sera d'Ognissanti
gli amici del governo si adunarono nel palazzo dei priori, e fecero dar
il segno dell'allarme. Le compagnie del popolo vennero in piazza coi
loro gonfaloni, e furono chiuse le porte della città prima che i
congiurati potessero ricevere i soccorsi dai loro amici di fuori. I
Baldi ed i Frescobaldi, vedendo la trama scoperta, si fortificarono
oltr'Arno, e tentarono di tagliare i ponti; ma non riuscì loro
d'impadronirsi di quello di Rubaconte; onde non essendo impedita la
comunicazione tra le due parti della città, convennero col podestà di
uscire di Firenze senza venire alle mani[372].
[372] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 843. — Istorie Pistolesi t.
XI, p. 477._
La parte vittoriosa fece condannare i Baldi, i Frescobaldi ed altri
gentiluomini all'esilio. In appresso fece atterrare le loro case, ed
invitare le città guelfe sue amiche a non accordar loro asilo. Tanta
asprezza usata dal governo nel vendicarsi forzò gli esiliati a ripararsi
a Pisa, ed unirsi colà ai nemici dello stato, ai quali non fu inutile il
loro soccorso[373].
[373] _Gio. Villani l. XI, c. 118, p. 844._
Nel seguente anno 1341 i Fiorentini avendo tentato d'acquistare la
signoria di Lucca, fecero esperienza degli ostacoli che i loro emigrati
sapevano opporre ai loro progetti. Mastino della Scala aveva posto ad
altissimo prezzo il possedimento di Lucca quando questa città gli apriva
le porte della Toscana. Il territorio di Lucca comunicava allora per
mezzo dello stato di Parma cogli stati degli Scaligeri posti al di là
dell'Adige. Parma univa in un solo corpo i diversi paesi sottomessi a
questa famiglia, onde per meglio assicurarsi della sua ubbidienza,
Mastino l'aveva ceduta in feudo ai suoi zii materni, i figliuoli di
Giberto da Coreggio. Egli credeva di potersi fidar loro interamente sia
pei legami del sangue, come per la riconoscenza che gli dovevano, e per
l'odio inveterato che la casa di Coreggio nudriva contro quella dei
Rossi da lui spogliata di Parma, e cacciata in esilio. Ma Azzo, il terzo
de' quattro fratelli da Coreggio, non si accontentava del rango di
signore feudatario, ed aspirando alla sovranità, sperava di poterla
conseguire congiurando contro il suo benefattore. Per riuscire ne' suoi
progetti chiese soccorsi a Roberto di Napoli, a Luchino Visconti ed al
Gonzaga di Mantova; ed il 17 maggio del 1341, essendogli state aperte
dai fratelli le porte di Parma, corse la città alla testa de' cavalieri
che aveva adunati, facendosene proclamare signore[374]. Allora fu tolta
ogni comunicazione tra Lucca e gli stati di Mastino, il quale trovossi
impegnato in una pericolosa guerra coi signori di Milano e di Mantova;
onde posto fuori di speranza di ricuperare Parma e di conservare Lucca,
risolse di vendere l'ultima ai Fiorentini o ai Pisani, che ne
desideravano egualmente la signoria.
[374] _Gio. da Cornazzano Stor. di Parma t. XII, p. 742. — Gio.
Villani l. XI, c. 126, p. 848. — Istorie Pistolesi, p. 479. —
Cortus. Hist. l. VIII, c. 6, t. XII, p. 905. — Chron. Mutin. Joh. de
Bazano, t. XV, p. 600. — Chr. Esten. t. XV, p. 404._
I Fiorentini avevano avuto sentore della trama di Azzo da Coreggio,
senza che volessero avervi parte; ed avevano pure rifiutata l'alleanza
di Luchino Visconti, che loro faceva l'offerta di mille cavalli per
attaccar Lucca[375]: bensì accolsero avidamente le prime aperture loro
fatte da Mastino. Non si era mai cessato di rinfacciare alla signoria il
rifiuto dell'acquisto di Lucca quando i Tedeschi volevano venderla
all'incanto; ed il governo credette giunta l'opportunità di riparare
quest'errore. Si nominarono venti commissarj con illimitate facoltà di
stringere con Mastino il contratto, e di riscuotere le somme necessarie
al pagamento[376]. Questi, coll'intervento del marchese d'Este,
convennero di pagare duecento cinquanta mila fiorini al signore della
Scala pel possesso di Lucca, e si mandarono cinquanta ostaggi a Ferrara
dalle due parti contraenti, per rimanervi fino alla totale esecuzione
del trattato[377].
[375] _Gio. Villani l. XI, c. 126, p. 848._
[376] _Ibid. c. 129, p. 850._
[377] Il Villani era uno degli ostaggi, dandocene egli stesso
notizia, e non pertanto _eransi scelti dei migliori uomini popolani
e dei più ricchi di tutta Fiorenza_, dice _Andrea Dei Cron. Sanese
t. XV, p. 99_. Ma il Villani era ad un tempo ricco mercante, buon
magistrato e grande storico.
I Pisani, che dal canto loro erano entrati in negoziazioni con Mastino,
ma che non avevano potuto offrire così alto prezzo, intesero con
ispavento che i naturali loro nemici erano in procinto di acquistare
così importante città, e di chiuderli con tale acquisto da ogni lato. La
signoria avendo adunato un consiglio generale nella chiesa cattedrale,
il priore degli anziani si alzò per aprire la deliberazione.
«Signori, egli disse, noi vi abbiamo chiamati presso di noi per
avvertirvi che i Fiorentini hanno comperato Lucca: essi pretendono che
tale acquisto loro aprirà ben tosto le porte di Pisa, e già ne
minacciano di porre steccati fino al piede delle nostre mura, e ridurci
in servitù colle privazioni e colla fame: e finalmente quando la nostra
città si sarà loro resa, di spianare le fortificazioni, di distruggere
tre de' suoi principali quartieri, conservandone un solo, cui daranno il
nome di Firenzuola. Vedete voi medesimi ciò che convenga di fare.»
A tali parole tutta l'adunanza fremè di sdegno. Invano alcuni oratori
tentarono di richiamarla a pacifici sentimenti.
«È a Lucca, risposero, che dobbiamo marciare; per la guerra impegneremo
le nostre fortune e le nostre vite; per la guerra prenderanno le armi
anche le nostre spose, e Dio accorderà la vittoria al diritto contro
l'orgoglio e l'iniquità!» Allora gli Anziani fecero votare per la
proposizione di dichiarare la guerra ai Fiorentini, e fu adottata quasi
unanimamente[378].
[378] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1004. — Bernar. Marangoni Cron. di
Pisa p. 688._
Gli esiliati fiorentini che si erano rifugiati in Pisa, procurarono a
questa repubblica l'alleanza di tutti i signori che avevano presa parte
alla loro trama nel precedente anno, i conti Guidi, gli Ubaldini,
Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, e tutti i Ghibellini di
Toscana e della Romagna. Unironsi inoltre ai Pisani nemici di Mastino il
doge di Genova, i Gonzaga, i Carrara, i Coreggieschi di Parma, ed in
prima il signore di Milano, Luchino Visconti, che mandò loro due mila
cavalli sotto la condotta di Giovan Visconti d'Oleggio, suo nipote.
Anche prima che arrivassero le truppe sussidiarie, un'armata pisana,
composta delle milizie di due quartieri della città, sostenuta da mille
duecento cavalli, e da cinquecento arcieri, aveva invaso lo stato di
Lucca nel mese di luglio, ed occupati Ceruglio, Montechiaro, Porcari, ed
alcuni ponti sul Serchio[379].
[379] _Gio. Villani l. XI, c. 139, p. 851. — Beverini Annales
Lucens. l. VII, p. 912._
I Fiorentini non si erano preparati a sostenere una non preveduta
guerra; ed i Lucchesi non potevano mantenersi in campagna; onde l'armata
Pisana, dopo avere occupate tutte le strade di Lucca, strinse la città
stessa con una linea fortificata di dodici miglia di circuito, quasi
senza incontrare resistenza. Era questa linea formata da due profonde
fosse, difese da una palafitta con ridotti di piazza in piazza. L'armata
dividevasi in tre campi, posti di fronte alle tre porte della città, ed
il frapposto terreno tra l'un campo e l'altro era stato da ogni luogo
appianato ed aperto alla cavalleria. Dopo pochi giorni di servizio le
milizie dei due quartieri di Pisa che formavano l'assedio di Lucca,
venivano rilevate da quelle degli altri due[380]. Intanto si presentò
innanzi a Pisa il Visconti d'Oleggio colle truppe sussidiarie mandate
dal signore di Milano. Si dà per certo che fosse segretamente
intenzionato di occupare la città che avevalo chiamato in suo soccorso;
ma la signoria, che n'ebbe sospetto, aveva spediti ufficiali incontro
alla cavalleria per pagarle un doppio soldo nell'istante che giugnerebbe
alle porte e farla all'istante partire per raggiugnere l'armata.
[380] _Gio. Villani l. IX, c. 130, p. 853. — Cron. Pis. t. XV, p.
1006. — And. Dei Cron. Sanese p. 99. — B. Marangoni Cron. di Pisa p.
491. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 913._
I Fiorentini avevano consumati due mesi nell'adunare un'armata capace di
attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Quest'armata composta di due
mila cavalli al soldo della repubblica, di mille seicento ausiliarj
somministrati in parte da Mastino della Scala, e di dieci mila pedoni,
entrò finalmente in campagna verso la metà di agosto comandata da Matteo
di Pontecarali di Brescia, in allora capitano della guardia. Questo
generale non era nè pel suo rango, nè per la sua esperienza fatto per
così grande impresa, e non tardò a darne prova. Dopo aver fatta
inoltrare la sua armata tra Pisa e Lucca in un luogo acconcio a tagliare
al campo degli assedianti ogni comunicazione colla loro patria, si
ritirò per ripararsi dalle violenti piogge che lo sorpresero[381]. Entrò
in appresso nel territorio lucchese per Val di Nievole, seco conducendo
i commissarj di Mastino che dovevano dargli il possesso di Lucca. Il
signore di Verona, da che seppe essere questa città in pericolo, aveva
abbassate le sue pretese; egli la cedeva ai Fiorentini per cento
cinquanta mila scudi, e l'avrebbe ceduta ancora a più basso prezzo, se
questi avessero saputo tirar profitto dalle circostanze. Pontecarali,
avvicinandosi alle linee pisane, s'aprì il passaggio sopra un punto, che
attaccò di concerto cogli assediati, e fece entrare in città trecento
cavalli e cinquecento pedoni coi commissarj dei due governi; ma invece
di approfittare dell'ottenuto vantaggio attaccando l'armata pisana, che
il suo avvicinamento aveva già posta in qualche disordine[382], si
ritirò sulle colline di Gragnano e di san Gennaro, per isloggiarne
alcuni corpi pisani che le occupavano.
[381] _Gio. Villani l. XI. c. 133, p. 853. — Ist. Pistolesi p. 481._
[382] _Gio. Villani l. XI, c. 132, p. 855. — Beverini Ann. Lucens.
l. VII, p. 915._
Lucca essendo stata consegnata ai commissarj fiorentini da quelli di
Mastino, e congedato la guarnigione ghibellina per far luogo alla
guelfa, la signoria di Firenze ordinò al suo generale di dar battaglia.
Di fatti Pontecarali sfidò i Pisani a battaglia, e questi l'accettarono
pel giorno 2 ottobre; onde svelsero le palafitte, per non avere altra
difesa che il proprio valore, ed ogni armata appianò dal canto suo il
terreno che la separava dal nemico[383].
[383] _Gio. Villani l. XI, c. 135, p. 857. — B. Marangoni Cron. di
Pisa p. 692._
Alcuni giovani appartenenti alle più nobili famiglie di Siena che si
ritrovavano in qualità di ausiliarj nel campo fiorentino, si fecero
armare cavalieri la stessa mattina del 2 ottobre prima che cominciasse
la battaglia, e subito si posero nelle prime file della prima divisione
condotta da Pontecarali. Questa divisione si condusse valorosamente,
rompendo le due prime linee pisane che le si opposero consecutivamente,
e facendo prigionieri la maggior parte de' loro capi, fra i quali
Visconti d'Oleggio. Ma la seconda linea de' Fiorentini non si mosse
quando doveva farlo, ed ingannata da un falso avviso sull'esito del
precedente combattimento, fuggì senza avere abbassata la lancia. Ciupo
degli scolari, che comandava la terza linea dei Pisani, piombò in allora
sulla prima divisione fiorentina, i di cui soldati trovavansi in parte
spossati dai due sostenuti combattimenti, ed in parte dispersi
nell'inseguire i nemici fuggitivi: non gli fu quindi difficile di
romperli affatto e di ricuperare tutti i prigionieri, tranne Visconti
d'Oleggio, ch'era di già stato mandato all'altro corpo d'armata, e di
far prigioniero con mille soldati il generale de' Fiorentini Matteo di
Pontecarali[384].
[384] _Gio. Villani l. XI, c. 133, p. 858. — Istorie Pistolesi p.
482. — And. Dei Cron. Sanese p. 100. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1007.
— Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 918._
Dopo questa disfatta si affrettò di lasciare il territorio di Lucca, e
la signoria, rinunciando per il presente anno ad un secondo attacco,
cercò di afforzarsi con nuove alleanze, per ricominciare più
vigorosamente la guerra nella seguente campagna. Prima di tutto ella si
volse al re Roberto di Napoli, che da lungo tempo non soddisfaceva agli
obblighi contratti nelle precedenti alleanze, e acconsentì pure, per
fargli cosa grata, di riconoscere i pretesi suoi diritti sopra
Lucca[385]; ma perchè Roberto non si mosse per sostenere queste sue
pretese nè per difendere i suoi alleati, i Fiorentini scordarono gli
antichi odj, come altri aveva a riguardo loro scordata un'antica
amicizia, e promossero l'alleanza d'un uomo di cui eransi fin allora
mostrati acerbissimi nemici.
[385] _Gio. Villani l. XI, c. 136, p. 861. — Beverini Annales
Lucens. l. VII, p. 919. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1008._
Luigi di Baviera, sempre scomunicato dal papa, sempre da lui spogliato
di tutte le dignità, non lasciava perciò di regnare come imperatore
sopra una vasta parte della Germania. Erasi egli intimamente unito al
duca d'Austria, mentre Giovanni, re di Boemia, dichiaravasi suo nemico.
La guerra che i Fiorentini avevano fatta al Boemo diventava per Luigi un
motivo di scordare la guerra fatta prima a lui medesimo: altronde, dopo
l'assenza di quattordici anni, l'imperatore desiderava di rivedere
l'Italia, onde entrò in negoziazioni per condurre, a condizione di
pagargli un considerabile sussidio, un'armata in servigio de'
Fiorentini. I suoi ambasciatori giunsero per quest'oggetto in Firenze, e
furono magnificamente ricevuti; ma mentre un tale trattato incontrava di
sua natura molte difficoltà e veniva inoltre ritardato da nuovi affari
che occupavano l'imperatore in Germania, la sua pubblicità arrecò ai
Fiorentini gravissimi danni, perchè si cominciò a tenere per indubitato
che fossero in procinto di abbandonare la parte guelfa per allearsi
colla ghibellina. I nobili napoletani, che avevano fidate le loro
sostanze al mercanti di Firenze, temettero una rivoluzione che
obbligherebbe il loro re ad entrare in guerra contro la repubblica, e
rivollero i loro capitali; la quale inaspettata domanda fu cagione del
fallimento delle migliori case di Firenze[386].
[386] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 863. — Beverini Annales
Lucens. l. VII, p. 920._
Frattanto Malatesta de' Malatesti di Rimini aveva preso il comando
dell'armata fiorentina; ed il 27 marzo del 1342 si pose in campagna
accampandosi a Gragnano sui poggi che separano la Valle di Nievole dal
piano di Lucca. Colà trovandosi ebbe modo di avere segrete
corrispondenze nel campo nemico, ad oggetto di sedurre i Tedeschi che
militavano per i Pisani. Ma questi avevano nominato loro capitano Nolfo
di Montefeltro, parente di Malatesta, anche esso romagnolo, e non meno
di lui addestrato negli intrighi e nelle trame, di cui la Romagna fu
sempre maestra. Durante un mese e mezzo cercarono d'ingannarsi
vicendevolmente, senza venir mai ad un fatto d'armi. In pari tempo i
Fiorentini, sospettando che i Tarlati, signori di Pietra Mala, avessero
tramato di sorprendere Arezzo, fecero sostenere in prigione i principali
capi di questa famiglia: ma molti altri essendosi rifugiati ne' loro
castelli, li fecero ribellare alla repubblica e spiegarono le insegne
ghibelline[387].
[387] _Gio. Villani l. XI, c. 138. — Istorie Pistol. p. 483. — Cron.
di Pisa t. XV, p. 1010. — Ser Gorello, Cronaca d'Arezzo c. 5. p.
832._
Mentre ciò accadeva, Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, quello stesso
che nel 1326 era stato in Firenze luogotenente del duca di Calabria,
andando dalla Francia a Napoli passò per Firenze. Era Gualtieri nato in
Grecia, ed apparteneva a quella tralignata stirpe ch'era in Levante
succeduta ai primi crociati, indicati perciò con ingiurioso soprannome.
Era di bassa statura, ed aveva un ributtante aspetto, che nascondeva uno
spirito sospettoso e falso, un cuor perfido, costumi corrottissimi. La
sua ambizione non sentiva nè il freno della morale, nè quello della
religione, e la sola avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una
parola, di tutte le virtù che avevano resi gloriosi i suoi antenati, non
aveva ereditato che il valor militare; qualità abbagliante, sebbene non
rara, compatibile con ogni sorta di vizj, e talvolta ancora colla stessa
viltà. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre dai Catalani l'anno
1312[388]; il ducato di Lecce, in Puglia, gli rimaneva, e quello era il
solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la compagnia de' Catalani essendosi
sottomessa al re di Sicilia, tre figliuoli di Federico avevano
successivamente avuto il titolo ed il governo del ducato d'Atene[389].
Nondimeno Gualtieri era tenuto in molta considerazione perchè
supponevasi che avesse il favore dei re di Francia e di Napoli; e
quest'ultimo nelle negoziazioni avute colla repubblica fiorentina le
aveva annunziato che avrebbe dato a Gualtieri il comando della truppa
che disponevasi a mandare in di lei soccorso; onde la signoria
lusingavasi di vincere finalmente l'avarizia e l'irresoluzione
dell'antico alleato, affidando qualche impiego a colui ch'era stato
favorito di suo figliuolo, e che adesso veniva indicato come suo
luogotenente[390].
[388] _Ducange, Storia di Costantinopoli l. VI, c. 8, p. 118._
[389] _Ib. l. VII, c. 21 e 22, p. 124._
[390] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 862._
Gualtieri di Brienne recossi effettivamente all'armata fiorentina, che
il Malatesta teneva accampata a san Pietro in Campo, presso Lucca, e fu
colà raggiunto da molti baroni di Luigi di Baviera, che venivano in
qualità di volontarj a militare sotto le bandiere di Firenze. Per le
dirotte piogge del mese di maggio le acque del Serchio cresciute a
dismisura, avevano rotti gli argini, e resa l'armata affatto inattiva,
sebbene i Fiorentini avessero due volte più forze dei Pisani. Non
potendo far altro, il duca d'Atene ed i baroni tedeschi si segnalarono
vicendevolmente in alcune scaramucce, nelle quali se fossero stati
sostenuti da Malatesta, avrebbero più d'una volta potuto romper tutta
l'armata pisana: ma il Malatesta diede all'opposto ai Pisani quanto
tempo volevano per afforzare le loro linee; e quando vide che più non
potevano essere vantaggiosamente attaccati, e che le inondazioni del
Serchio impedivano i trasporti delle vittovaglie, s'allontanò da Lucca
il 29 di maggio, riconducendo la sua armata in Val d'Arno. Coloro che
comandavano a Lucca per parte della repubblica fiorentina, vedendo che
l'armata che doveva liberarli, non aveva potuto far levare l'assedio, e
mancando affatto di munizioni, capitolarono, cedendo la città ai Pisani
il giorno 6 di luglio del 1342[391].
[391] _Gio. Villani l. XI, c. 139. — Istorie Pistolesi; p. 484. —
Cronica di Pisa t. XV, p. 1011. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p.
696. — Andrea Dei Cronica Sanese, t. XV, p. 104. — Beverini Ann.
Lucens. l. VII, p. 923._
Il malcontento del popolo manifestossi in Firenze con una terribile
violenza, allorchè fu veduta entrare la potente armata di Malatesta che
aveva lasciato prender Lucca sotto i suoi occhi; il pubblico accusava a
vicenda d'inesperienza e di viltà il generale, d'ignoranza, di
presonzione o di venalità i signori della guerra. Se avesse comandato,
si diceva, il duca d'Atene, non avrebbe sofferta una così dannosa
inazione, nè così vile ritirata; ma questi, a dispetto della fortuna de'
Fiorentini che aveva loro mandato un così riputato generale, era stato
ridotto al rango di semplice spettatore dei mancamenti e dell'ignoranza
di un altro. Convenne, per soddisfare al popolo, dare all'istante il
titolo di capitano di giustizia al duca d'Atene; ed allorchè il 1º
agosto terminò la condotta del Malatesta, si dovette confidare al duca
il comando generale dell'armata. In forza delle quali attribuzioni ebbe
questi il diritto di alta giustizia nella città e nel campo[392].
[392] _Gio. Villani l. XII, c. 1._
Due fazioni erano di que' tempi in Firenze che miravano a distruggere la
pubblica libertà. Formavasi la prima dell'antica nobiltà. Esclusi i
nobili dal governo da un'ordinanza di giustizia, vedevansi esposti ad
arbitrarie e talvolte ingiuste procedure qualunque volta il solo loro
nome veniva pronunciato in qualche sommossa, e la gelosia del popolo
rimproverava loro perfino il potere di cui esso gli aveva spogliati:
perciò erano essi disposti a tutto intraprendere per rovesciare quella
libertà cui essi non partecipavano. Un'altra non meno potente fazione
trovavasi alla testa del governo, indicata col nome di _popolani
grassi_; i quali in una repubblica, le di cui leggi erano tutte
democratiche, avevano trovato il modo di arrogarsi esclusivamente la
sovranità che doveva appartenere a tutto il popolo. La loro oligarchia
borghese era oggetto dell'universale gelosia; erano accusati
d'imprudenza e d'incapacità nel trattare gli affari, e di venalità
negl'impieghi. Il Villani attesta che costoro s'arricchivano con
vergognosa impudenza, appropriandosi il danaro dello stato, e che a
Mastino della Scala per la compra di Lucca avevano dati cinquanta mila
fiorini meno della somma portata nel conto. Questi per deviare la
pubblica censura dalla loro amministrazione, progettarono di abbandonare
il popolo alle vessazioni di un giudice crudele, lusingandosi di
nascondere le azioni loro dietro questa subalterna tirannide. Sperarono
di dirigere a voglia loro il duca d'Atene, come due anni prima avevano
diretto Jacopo Gabrielli, senza che venisse perciò loro rimproverata la
crudeltà del capitan generale. Eccitavano dunque segretamente Gualtieri
ad abusare del potere ch'essi medesimi gli avevano affidato. Ma questi
più di loro esperimentato nell'arte degl'intrighi, più di loro straniero
alla pubblica ruina ed alle private disgrazie, si offerse come strumento
a que' medesimi, di cui voleva essere padrone, promettendo di servire a
tutte le passioni di que' malaccorti che di già sagrificava alla propria
avarizia ed ambizione.
Ma le prime sentenze capitali che pronunciò il duca d'Atene, lasciarono
travedere le sue intenzioni di non limitarsi ad un potere subalterno.
Egli fece decapitare Giovanni de Medici che aveva il comando della
fortezza di Lucca quando s'arrese ai Pisani, ed a Guglielmo Ottoviti,
governatore d'Arezzo, che con alcune ingiustizie aveva provocata la
sommossa dei Tarlati; sottopose a disonoranti processi Riccardo dei
Ricci e Naddo Rucellai, accusati d'arricchirsi a spese del tesoro, e
condannati avendoli ad enormi ammende a stento si lasciò piegare a
salvar loro la vita[393]. Le quattro famiglie così duramente trattate
dal duca nel primo mese della sua amministrazione facevano parte di
quella dominante oligarchia, cui lo stesso Gualtieri andava debitore
della sua autorità. Mentre le pronunciate sentenze spargevano il terrore
nella classe de' grassi borghesi, rallegravano la nobiltà ed il popolo,
soddisfacendo alla gelosia dei primi, ed all'odio degli altri. La scure
della giustizia vedevasi posta in mano al vendicatore degli ordini
oppressi, innanzi al quale il favore e l'intrigo restavano impotenti, ed
i meglio radicati abusi sarebbero stati distrutti. Avendo Gualtieri dato
a conoscere la strada che voleva tenere, e quali parti desiderava di
rendersi amiche, accolse favorevolmente i loro progetti e s'unì coi più
stretti vincoli ai nemici del governo. Promise ai grandi di far rivocare
l'ordinanza di giustizia, se col mezzo loro poteva ottenere più stabile
dominio, e con tale promessa le principali famiglie della nobiltà si
dichiararono per lui[394]. Poi ch'ebbe guadagnata la nobiltà, si volse
ad alcuni mercanti in procinto di fallire, promettendo loro grosse
sovvenzioni dal tesoro dello stato onde potessero sostenere il ritardato
pagamento de' loro crediti; e molte delle più riputate famiglie borghesi
presero a favorirlo[395]: finalmente non contento di farsi strumento
dell'odio e delle vendette del basso popolo contro la classe superiore,
lo accarezzò mostrandosi popolare con affettata famigliarità e
promettendogli di metterlo a parte de' pubblici onori.
[393] _Gio. Villani l. XII, c. 1 e 2. — Istorie Pistolesi p. 484. —
Andrea Dei Cron. Sanese p. 104._
[394] I Bardi, Frescobaldi, Rossi, Cavalcanti, Bondelmonti, Adimari,
Cavicciuoli, Donati, Gianfigliazzi e Tornaquinci.
[395] Come i Peruzzi, gli Acciajuoli, i Baroncelli e gli Antellesi.
Frattanto l'ufficio de' venti commissarj, o signori della guerra
nominati per l'acquisto di Lucca, era spirato in principio di settembre;
onde i partigiani del duca, liberati dalla loro sopraveglianza, ardivano
più apertamente manifestare i loro progetti; dichiaravano che la
repubblica aveva bisogno di essere riformata; che l'esito dell'ultima
guerra dava a conoscere la totale corruzione del governo; che soltanto
una mano vigorosa poteva svellere gli abusi, e riconciliare le parti
esacerbate le une contro le altre; finalmente che il duca d'Atene aveva
già fatto esperimento della sua capacità per così eminente carica, che
richiedeva appunto quella fermezza di carattere, e quella giustizia, che
aveva fin qui mostrata nella sua amministrazione. Simili discorsi
ripetuti nelle adunanze de' corpi de' mestieri, e nelle taverne, ove i
soldati del duca frammischiavansi al popolo per corromperlo,
incoraggiarono alcuni grandi a proporre ai priori di offrire al duca la
signoria di Firenze.
Il gonfaloniere fece, prima di rispondere, adunare il collegio de'
dodici buoni uomini ed i sedici gonfalonieri delle compagnie della
milizia, onde deliberassero colla signoria; e dopo aver manifestati a
questi consiglieri i pericoli che sovrastavano alla pubblica libertà, si
volse ai gentiluomini che avevano parlato per il duca. «Con estremo
dolore, loro disse, vi vediamo dimentichi della virtù de' vostri
antenati, e de' costumi della vostra patria; la repubblica, per la quale
chiedete così estremo rimedio, non conosce verun altro pericolo fuor di
quello, cui l'esponete al presente. Andate non pertanto, e dite al duca
d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i
vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri
principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli
ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed
il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà;
giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed
i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della
schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere
liberi»[396].
[396] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che
risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli
medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello
stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo,
finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non
pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in
tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno
di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i
consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città
chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per
deliberare intorno ai bisogni della repubblica.
L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le
repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante
della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima
era adunata. Non si era potuto far capire al popolo che il numero de'
suoi suffragi non è l'espressione della sua volontà; che, supponendo
ancora tutti i cittadini eguali, nè tutti vogliono, nè tutti sentono
egualmente, e che il popolo non è sovrano che allora quando l'interesse
di tutte le sue classi è ugualmente sacro, non quando la loro voce è
confusa col clamore popolare. Per altro tutti i governi sapevano che
l'interesse nazionale non è mai con tanta facilità sacrificato da
qualunque altra adunanza, come da quella della nazione medesima; e che
mentre i consigli mantenevansi fedeli al proprio dovere, i parlamenti
avevano frequentemente acconsentito alla ruina della libertà, o alla
sovversione della costituzione. I priori di Firenze temettero che il
parlamento dasse la repubblica in mano al duca d'Atene. Essi non
potevano impedire una convocazione che Gualtieri aveva diritto
d'ordinare come capitano del popolo; si rivolsero perciò subito a lui
medesimo, onde impegnarlo a ratificare solennemente le promesse che
andava facendo. Gualtieri vi acconsentì di buon grado, convenne che i
priori aprissero le deliberazioni, a condizione che eglino chiedessero
al popolo la proroga per un anno dell'autorità data al duca d'Atene
cogli stessi privilegi accordati sedici anni prima al duca di Calabria,
e sotto le stesse riserve e restrizioni. Gualtieri obbligò la sua parola
di cavaliere a non chiedere nè accettare maggiori poteri, quand'anche
gli venissero dal popolo offerti. Questa vicendevole convenzione venne
ridotta a formale contratto, ratificata dai notai e confermata con
giuramento[397].
[397] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
All'indomani 8 settembre, giorno della festa della Vergine, il popolo si
adunò nella piazza del palazzo, ove giunse il duca in mezzo a cento
venti uomini d'armi ed ai trecento fanti che formavano la sua guardia;
ma tutti i nobili, tranne la famiglia della Tosa, avevano prese le armi,
ed ingrossato il suo corteggio. I priori e gli altri magistrati scesero
di palazzo e si collocarono presso al duca innanzi alla balaustrata di
ferro. Francesco Rustichelli, uno de' priori, fece, a nome della
signoria, la proposizione, convenuta il giorno avanti, di prorogare per
un anno il potere del duca. Allora molti della più abbietta plebe,
appostati da Gualtieri, interruppero all'istante il priore con grida da
forsennati, chiedendo che gli si accordasse a vita la sovrana autorità.
Nello stesso tempo, strettisi intorno a lui, lo sollevarono sulle loro
braccia, mentre le guardie atterravano le porte del palazzo, e lo
portarono sulla tribuna nelle sale riservate ai priori. Il popolaccio
avido di oltraggiare ciò che aveva sempre rispettato, costrinse la
signoria a ricoverarsi in una sala terrena, e poco dopo ad uscire di
palazzo; diede in mano ai nobili il libro delle ordinanze di giustizia
perchè lo facessero in pezzi, strascinò nel fango il gonfalone dello
stato, indi lo abbruciò sulla pubblica piazza. Per ultimo gittò ovunque
a terra gli stemmi del comune di Firenze, sostituendogli le insegne del
duca[398].
[398] _Gio. Villani l. XII, c. 3. — Istor. Pist. p. 486. — And. Dei
Cron. San. t. XV, p. 105._
Pochi giorni dopo il duca approfittò dello spavento dei consigli per far
da loro ratificare quella signoria a vita, che si era arrogata colla
forza. Invece di risguardare le diverse città conquistate da Firenze,
come una dipendenza del medesimo stato, egli si fece successivamente
dare dai popoli delle rispettive città le signorie di Arezzo, di
Pistoja, di Colle di Val d'Elsa, di san Gemignano e di Volterra, onde
lusingare la vanità loro e ravvivare l'animosità che conservavano contro
i Fiorentini. In pari tempo il duca chiamò presso di sè tutti i Francesi
ed i Borgognoni che servivano in Italia, e adunò in tal modo sotto i
suoi ordini ottocento cavalieri suoi patriotti: fece inoltre venire
dalla Francia molti suoi parenti ed amici per affidar loro i comandi
militari. In tal modo egli credeva d'avere solidamente fondata la sua
signoria; ma Filippo di Valois, cui il viaggio a Napoli del duca d'Atene
era stato annunziato come un pellegrinaggio, rispose a chi gli parlava
della recente sua grandezza: «il pellegrino ha trovato albergo, ma in
cattiva locanda[399]».
[399] _Gio. Villani l. XII, c. 3._
Speravano i Fiorentini che il duca d'Atene li vendicarebbe almeno
dell'affronto ricevuto sotto Lucca; ma il duca era povero, e voleva
prima di tutto impinguare il suo tesoro, per rassodare il suo dominio se
gli veniva fatto di conservarlo, o per avere un compenso se gli accadeva
di perderlo. La guerra sempre dispendiosa non poteva perciò piacergli;
altronde l'avrebbe obbligato ad abbandonare la città di fresco
sottomessa, che avrebbe approfittato del primo rovescio per ricuperare
la libertà. Propose quindi ai Pisani ed ai loro alleati condizioni di
pace, che furono subito accettate. Loro cedette per quindici anni la
sovranità di Lucca, riservando a sè la nomina in tutto questo tempo del
podestà. Dopo tale epoca Lucca doveva tornare libera; essere richiamati
tutti i Guelfi fuorusciti, e posti in possesso dei loro beni; ma in pari
tempo dovevano pure rientrare in Firenze tutti i suoi esiliati, e
rendersi i prigionieri senza taglia: Pisa inoltre si obbligava a pagare
un annuo tributo di otto mila fiorini, ed accordava per cinque anni
l'assoluta franchigia de' suoi porti ai Fiorentini[400].
[400] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Istor. Pistol. p. 487. — Cron.
di Pisa t. XV, p. 1012._
Come tale trattato, che si pubblicò il 14 ottobre nelle due città, non
cancellava pei Fiorentini la vergogna delle ultime disfatte, scontentò
perfino i partigiani del duca. Invano cercava questi di accarezzare il
popolaccio, non chiamando agl'impieghi che persone della più bassa
classe, gli artigiani de' mestieri minori, che appunto allora vennero a
Firenze chiamati _ciompi_, voce derivata dal viziato vocabolo di
_compères_ che loro davano nelle orgie loro i soldati francesi[401]. Ma
gl'impieghi del duca più non appagavano nè meno l'ambizione della
plebaglia. Gualtieri aveva cacciati i priori dal loro palazzo, e
rilegatili in quello in addietro abitato dal giudice esecutore; gli
aveva spogliati di ogni appariscenza e di ogni autorità; distrutto
l'ufficio de' gonfalonieri di compagnia, levati i gonfaloni, e distrutta
egli stesso la ricompensa che mostrava di promettere al popolaccio. In
appresso annullò tutte le ordinanze intorno alle arti e mestieri, e
successivamente indispose tutte le classi del popolo, tranne i macellai,
i mercanti di vino ed i conduttori delle lane, de' quali cercava di
conservarsi l'attaccamento con vili adulazioni.
[401] _Marchione de Stefani Ist. Fior. l. VIII, Rub. 575, t. XIII. —
Deliz. degli Erud. Tosc._
Accrebbero ben tosto il malcontento altre novità: voleva rendere il
pubblico palazzo da lui abitato una fortezza capace di tenere in freno
la città; ed a tale oggetto fece atterrare molte case vicine; altre fece
occupare dai suoi soldati cacciandone i proprietarj senza dar loro verun
compenso. Ai creditori dello stato levò le gabelle loro date in
pagamento, appropriandosene i profitti; accrebbe l'imposta del
territorio, che portò dai trenta mila agli ottanta mila fiorini;
assoggettò i più ricchi cittadini a prestiti forzati, e stabilì nuove
gabelle delle prime assai più onerose; di modo che in dieci mesi e mezzo
cavò da Firenze più di quattrocento mila fiorini, de' quali ne mandò più
di duecento mila in Puglia o in Francia[402].
[402] _Gio. Villani l. XII, c. 7. — Istor. Pistol. p. 493._
Non era ignoto al duca d'Atene il malcontento da lui eccitato; onde si
assicurò i soccorsi degli stranieri contro i suoi sudditi, naturali
nemici di un tiranno, facendo, in primavera del 1343, alleanza coi
Pisani, con Mastino della Scala, col marchese d'Este e col signore di
Bologna. Obbligavansi i confederati a mantenere reciprocamente il loro
governo ed a difenderlo contro tutti i nemici: e questa lega parve
formarsi tra tutti i tiranni d'Italia per privare affatto questa
contrada della sua libertà. Ma il duca d'Atene di mano in mano che
vedeva rendersi più stabile la sua signoria, abbandonavasi con minore
riserva alle proprie passioni. Le mogli de' più riputati cittadini erano
esposte alle seduzioni che loro preparava il suo libertinaggio; e gli
uomini che osavano lagnarsi, coloro che domandavano gli antichi
privilegi, o in qualsiasi altro modo rendevansi sospetti al tiranno,
erano condannati ad atrocissimi supplizj[403].
[403] _Gio. Villani l. XII, c. 7, p. 881._
Il potere di un solo era stato creato dalla discordia degli ordini della
nazione; ma tutte le classi de' cittadini provavano a vicenda
l'oppressione e si adiravano contro il giogo che le opprimeva. I grandi
che avevano procurata al duca la signoria, erano disgustati della sua
ingratitudine, vedendo che non dava loro parte alcuna nel governo. La
superior classe de' borghesi, che prima di lui era la sola potente,
l'odiava mortalmente trovandosi da lui ingannata e spogliata
degl'impieghi; nè meno di questi erano irritati i borghesi del
second'ordine a cagione dell'accrescimento delle imposte, del
sovvertimento d'ogni giustizia, e pei vergognosi trattati fatti in nome
della loro patria; finalmente il minuto popolo, sedotto da ineseguibili
promesse, aveva aperti gli occhi; all'odio contro i suoi magistrati, era
succeduta la compassione, onde la gioja che a principio avevano
manifestata pei supplicj ordinati dal duca, eccitava adesso l'orrore.
Una carestia probabilmente non imputabile a Gualtieri accresceva il
malcontento del popolo. _Firenze_, dice un antico suo proverbio, _non si
muove se tutta non si duole_. Firenze soffriva tutta intera, e tutta
intera si sollevò. Ogni classe era separatamente oppressa; ed ogni
classe cercò separatamente di liberare la patria senza l'altrui
soccorso. Tramaronsi molte congiure senza che le une avessero sentore
delle altre; ma tre furono più potenti delle altre, e più delle altre a
portata di presto eseguire i loro progetti. Capo della prima era lo
stesso vescovo di Firenze, di casa Acciajuoli, e vi entravano quasi
tutti i grandi e spezialmente i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, gli
Scali, ed alcuni potenti borghesi, come gli Altoviti, i Magalotti, gli
Strozzi ed i Mancini. Questi congiurati erano uniti coi Pisani, coi
Sienesi, coi Perugini e coi conti Guidi. Erano intenzionati d'attaccare
il duca d'Atene nel proprio palazzo nell'atto che riunirebbe il
consiglio; ma il duca che facevasi ogni giorno più sospettoso, licenziò
una parte delle sue guardie, tra le quali trovavansene molte guadagnate
dai congiurati, e loro sostituì nuovi soldati più fedeli ed in maggior
numero, onde porsi in sicuro contro qualunque attacco; fece inoltre
chiudere con cancelli di ferro tutti i passaggi pei quali i congiurati,
delusi ne' loro progetti precedenti, pensavano d'entrare in
palazzo[404].
[404] _Gio. Villani l. XII, c. 15._
Dirigevano la seconda congiura Manno e Corso Donati coi Pazzi, coi
Cavicciuoli ed alcuni Albizzi. Avevano questi determinato d'attaccare il
duca il dì della festa di san Giovanni nell'atto ch'entrerebbe nel
palazzo degli Albizzi per vedere una corsa di cavalli. Ma il duca ebbe
qualche sospetto del pericolo, e non v'andò.
Principali della terza congiura erano Antonio degli Adimari, i Medici, i
Bordoni, gli Oricellai, gli Aldobrandini e moltissimi altri ricchi
borghesi. Saputosi da questi che il duca manteneva una corrispondenza
amorosa in una delle case Bordoni, fecero alcuni preparativi per
sbarrare la strada, e posero cinquanta uomini de' più coraggiosi alle
due estremità, i quali dovevano chiudere l'uscita tosto che il duca
sarebbe entrato nella casa dei Bordoni; ma Gualtieri che rendevasi ogni
giorno più sospettoso, cominciò appunto allora a farsi accompagnare,
anche nelle visite galanti, da cinquanta cavalli e da cento pedoni ben
armati, che restavano di guardia presso la casa in cui entrava; ed erano
tali da sostenere vantaggiosamente un primo attacco.
Le tre congiure, sebbene continuamente impedite dal timore o antivegenza
del duca, sussistevano sempre, e meditavano nuove imprese, quando la
terza fu scoperta per l'imprudenza d'un uomo d'armi ch'essa aveva
guadagnato. Tostochè il duca ebbe un leggero sospetto, fece il 18 luglio
arrestare due oscuri cittadini del numero de' congiurati, e per mezzo
della tortura strappò loro di bocca la confessione della congiura, ed il
nome di Antonio di Baldinaccio degli Adimari che n'era capo; il quale fu
subito per ordine del duca posto in prigione ed avvisato di prepararsi
alla morte[405].
[405] _Istorie Pistolesi p. 494._
Ma la notizia dell'imprigionamento di così distinto cittadino, e
dell'imminente suo pericolo, sparse il terrore in tutta la città:
ciascuno trovavasi a parte di qualche congiura, o conoscevasi colpevole
d'avere assistito a qualche adunanza in cui disponevansi nuove trame;
ciascuno credevasi compromesso, e cercando di porsi in istato di difesa,
mostrava di essere reo. Il duca, veduto questo generale movimento,
s'accorse che tutta la città era contro di lui congiurata, e trovandosi
troppo debole per incrudelire all'istante contro coloro che aveva fatti
sostenere, volle prima di tutto assicurarsi i soccorsi de' suoi alleati,
ond'essere poi in istato d'avviluppare i capi di tutte le congiure in
una sola vendetta. Fece chiedere a Taddeo Pepoli, signore di Bologna, di
spedirgli alcuni rinforzi, e quando seppe che trecento cavalli eransi
avanzati negli Appennini per venire in suo ajuto, ordinò a trecento de'
principali cittadini di Firenze di portarsi all'indomani, 26 luglio, nel
suo palazzo, per deliberare con lui intorno alla sorte de' colpevoli.
Per l'adunanza di questo consiglio scelse una sala le di cui finestre
erano difese da cancelli di ferro, ed ingiunse alle sue guardie di
chiudere le porte del palazzo tosto che sarebbersi adunati i cittadini,
di assalirli all'impensata ed ucciderli, promettendo loro in premio di
tanta barbarie il sacco della città[406].
[406] _Gio. Villani l. XII, c. 15._
Tra coloro che il duca aveva chiamati nel suo consiglio, trovavansi i
principali capi di tutte le congiure, i quali avevano ragione di credere
il tiranno almeno in parte informato delle loro trame, e non erano
altrimenti disposti di porsi essi medesimi nelle sue mani. Altronde un
confuso bucinamento dei preparativi che facevansi in palazzo erasi
sparso in tutta la città, e ne accresceva ii terrore. Fin allora eransi
tutti per timore taciuti, ma un nuovo motivo di timore più grande e più
imminente fece rompere questo silenzio; tutti presero a domandare
consiglio o assistenza ai loro vicini, ai loro amici; tutti fecero
conoscere la situazione in cui si trovavano; durante quella notte tutti
i diversi conciliaboli comunicarono assieme, ed i Fiorentini vennero in
chiaro che tre congiure indipendenti le une dalle altre erano in
procinto di scoppiare nello stesso tempo. L'occasione di sorprendere il
tiranno non era più sperabile, ma le forze per attaccarlo apertamente
erano maggiori assai che non lo avevano creduto gli stessi congiurati.
Tutti coloro che il duca aveva chiamati, convennero prima di tutto di
non andare al consiglio, tenendosi invece armati nelle proprie case coi
loro servi, clienti ed amici. Intanto molte persone s'andavano in
silenzio adunando senza che si facesse per le strade verun movimento:
seicento cavalli del duca occupavano diversi quartieri della città per
mantenervi la quiete, e gli ajuti che aspettava da Bologna e dalla
Romagna avevano di già passata la sommità degli Appennini. Tutto ad un
tratto alcuni oscuri plebei diedero il segno della rivoluzione gridando
alle armi sulla piazza di mercato vecchio ed alla porta di san Pietro. A
questo grido tutti i palazzi di Firenze s'aprirono, e le truppe che vi
si erano adunate in silenzio marciarono rapidamente alle loro piazze
d'armi; le strade furono barricate, ovunque spiegati gli stendardi del
comune e del popolo, e tutti i cittadini chiamaronsi e si risposero col
grido di viva il popolo, il comune, la libertà.
La cavalleria del duca, sorpresa ne' diversi quartieri della città,
faceva ogni sforzo per ritirarsi verso il palazzo ed unirsi presso al
duca, ma non ve ne giunsero che trecento, essendone stati uccisi molti,
altri fatti prigionieri e spogliati delle loro armi. Frattanto il
principale corpo della cavalleria del duca occupava la piazza de' priori
innanzi al palazzo, onde il popolo vi accorse affollato, e, barricando
tutte le strade che vi conducevano, impedì alla cavalleria d'attaccare i
cittadini, e di scorrere la città. Allora tutte le case che circondano
la piazza si aprirono ai cittadini armati per la libertà; tutti i tetti
si cuoprirono di assalitori che passando dagli uni agli altri,
lanciavano pietre e tegole contro i soldati, bersagliati ancora dagli
arcieri che stavano alle finestre. La cavalleria chiusa in piazza ed
esposta ad una grandine di saette, fu avanti sera forzata a fuggire in
palazzo, abbandonando i cavalli al popolo, che occupò pure la piazza
medesima.
Intanto era stato attaccato e preso da altri insorgenti il palazzo del
podestà, aperte le prigioni della Stinca e di Volognano, e liberati i
prigionieri. Dall'altra parte dell'Arno gl'insorgenti avevano occupate
le porte, le mura ed i ponti e convertito il loro quartiere in una
fortezza, nella quale erano disposti a difendere la loro libertà, se i
loro concittadini rimanevano altrove soccombenti; ma in sul fare della
sera attraversarono essi medesimi i ponti, distrussero le barricate, e
riaprirono le comunicazioni cogli altri quartieri della città; poi si
avanzarono verso la piazza dei priori ripetendo la parola che aveva
servito di segnale all'insurrezione: _muora il duca, viva il comune e la
libertà!_ Ebbe allora Firenze sotto le armi mille cittadini a cavallo, e
dieci mila, che, quantunque a piedi, erano armati di corazze e di
barbuti come i cavalieri. Quelli non avevano intera armatura, o soltanto
gli stromenti che avevano mutati in armi non furono contati.
Il duca assediato nel suo palazzo da forze tanto superiori, cercò di
calmare il popolo. Armò cavaliere di propria mano Antonio degli Adimari
che aveva prima fatto imprigionare, e lo mandò verso i congiurati per
cercar di calmare la loro collera. Di già molti satelliti della sua
tirannide erano stati sorpresi in varj luoghi, ed implacabilmente
uccisi. Da ogni banda giugnevano soccorsi ai Fiorentini, i quali avevano
di già organizzato un nuovo governo composto di sette nobili e di sette
cittadini; e il duca che difendeva il palazzo con circa quattrocento
Borgognoni, cominciava a soffrire la fame. In tale stato di cose il
vescovo di Fiorenza, che aveva congiurato contro la tirannide, si fece
mediatore tra il popolo irritato ed il tiranno per salvargli la vita; ma
il duca non ottenne grazia dal popolo, che abbandonandogli Guglielmo
d'Assisi il più odiato de' suoi ministri, il giudice che aveva prestato
il proprio ministero a tutte le sue crudeltà. Quest'uomo feroce fu dalla
plebe furibonda fatto in pezzi con suo figliuolo, il quale non contava
più di quattordici anni, ed aveva un volto fatto per intenerire il
popolo; ma era stato veduto sempre assistere ai supplicj ordinati dal
padre, e domandare in grazia agli esecutori la continuazione della
tortura, ch'era il suo più favorito spettacolo; onde a suo riguardo
veniva dato un nuovo colpo di corda a coloro che il carnefice aveva
cessato di tormentare.
In forza del trattato convenuto colla mediazione del vescovo, il duca
d'Atene rinunciava a qualunque siasi autorità sopra Firenze, ed a
qualunque diritto dipendente dalla elezione del popolo. Prometteva di
ratificare tale rinuncia tostochè fosse condotto sano e salvo fuori del
territorio fiorentino. D'altra parte il vescovo, i quattordici
commissarj del popolo, gli ambasciatori dei Sienesi ed il conte di
Battifolle, ch'era accorso in ajuto degl'insorgenti, si obbligavano di
proteggere la ritirata del duca e de' suoi soldati, assicurandoli
dagl'insulti del basso popolo finchè fossero in sicuro fuori del
territorio della repubblica. Il duca d'Atene aprì il 3 agosto il suo
palazzo ai negoziatori, dopo avere sofferti otto giorni di assedio; ma
vi rimase, così da loro consigliato, fino alla notte del mercoledì 6
agosto, onde dar tempo al popolo di calmarsi. Uscì finalmente in quella
notte dal palazzo e dalla città sotto la scorta de' più potenti
cittadini di Firenze, che dovevano guarentire da ogni insulto la sua
persona, e fu condotto per la via di Valombrosa a Poppi, feudo
indipendente, posto su le montagne. Giunto in questo territorio neutrale
rinunciò a tutti i diritti che aver poteva sopra Firenze, suo distretto,
e sopra le città che gli si erano assoggettate, promettendo di non
cercare mai più vendetta della loro ribellione. In appresso attraversò
la Romagna, e passò a Venezia, ove s'imbarcò, quando meno si credeva,
per andare in Puglia, abbandonando senza averli pagati i suoi più fedeli
soldati. Il 26 luglio, giorno di sant'Anna, in cui la sua tirannide era
stata distrutta, fu dai Fiorentini dichiarata festa solenne[407].
[407] _Gio. Villani l. XII, c. 16. — Ist. Pist. p. 494. — Andrea Dei
Cron. Sanese, p. 108._