_Cola da Rienzo dà una nuova costituzione alla repubblica
romana. — Abbagliato dalla sua grandezza, disgusta il popolo che
lo abbandona._
1347
Mentre gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare l'assassinio di
suo fratello, a sè chiamava tutti gli occhi degl'Italiani; mentre la
resistenza de' Veneziani in Dalmazia chiudeva a questo monarca il
passaggio dell'Adriatico, e che l'elezione di Carlo IV privava gli
Ungari de' soccorsi che loro poteva dare Luigi di Baviera; mentre per
ultimo si trepidava tra il timore d'un'invasione de' barbari, ed il
desiderio di vedere punito un delitto, un'inaspettata rivoluzione fissò
sull'antica capitale del mondo l'attenzione di tutta la cristianità. La
città di Roma, risvegliata da un eloquente entusiasta demagogo, riclamò
le antiche sue prerogative, e volle sottomettere alla sua sovranità il
papa e l'imperatore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo
romano.
Cola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, era un uomo di bassi
natali[460]. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, ed i suoi
singolari talenti avevangli fatti fare rapidissimi progressi. Erasi egli
in particolar modo dato allo studio degli storici e degli oratori
dell'antichità; e trovandosi in mezzo ai monumenti della gloria della
romana potenza, aveva cercato altresì d'investirsi dell'antico spirito
de' suoi concittadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore
venerazione per l'antichità, o una più nobile emulazione per farne
rivivere le virtù; veruno aveva più profondamente studiati i costumi e
le leggi della repubblica romana, nè meglio sapeva interpretare le
iscrizioni ed i monumenti che fino allora erano stati con occhio stupido
risguardati dal popolo, senza trovarvi memoria delle virtù de' loro
antenati; verun altro uomo era animato da uno zelo più puro per il ben
comune, o da più caldo patriottismo; verun altro finalmente sapeva agli
altri comunicare con più persuasiva eloquenza i proprj pensieri e
sentimenti. Questo distinto letterato, questo profondo antiquario, dai
suoi talenti fatto capo del governo, non tardò a far conoscere che non
aveva nè il coraggio necessario per la difesa del popolo, nè la modestia
che avrebbe dovuto preservarlo dall'abbagliamento dell'inaspettata sua
grandezza, nè la cognizione degli uomini, che si acquista difficilmente
sui libri, e senza la quale un dotto non è un uomo di stato.
[460] Suo padre Rienzo, diminutivo di Lorenzo, era oste, e sua madre
lavandaja.
Durante l'assenza dei papi, Roma trovavasi in preda alla più turbulenta
anarchia; i baroni romani avevano afforzate tutte le castella dello
stato della chiesa, e tutti i palazzi che possedevano in città; avevano
posta guarnigione in tutti gli antichi monumenti capaci d'essere ridotti
a fortezze, e perchè nel vasto circondario delle mura di Aureliano la
metà dei quartieri era deserta, i baroni trovavansi soli padroni di
molte strade, ove avevano innalzati steccati ed altre difese in mezzo
alle ruinate case. Ma perchè non erano abbastanza ricchi per tenere
continuamente truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia
ad assassini, a persone perseguitate dai tribunali, cui accordavano la
loro protezione e l'impunità de' delitti, accordando loro un luogo
sicuro onde riporre i profitti degli assassinj[461].
[461] _Frammenti di Storia Romana d'anonimo contemporaneo, l. II, c.
5, p. 411. — Ant. Ital. t. III._
Per altro vedevansi ancora in Roma gli avanzi d'un governo popolare: i
tredici quartieri della città nominavano il rispettivo capo, e
l'adunanza di questi magistrati, chiamati _Caporioni_, rappresentava il
sovrano; ma non aveva nè la forza nè l'autorità per farsi ubbidire. Il
papa erasi usurpata l'elezione del senatore, e non affidava questa
sublime dignità che a nobilissimi personaggi; quindi il potere
giudiziario e la forza armata trovavansi in mano di quell'ordine contro
del quale avrebbero dovuto adoperarsi.
Il senatore chiudeva gli occhi sui disordini dei gentiluomini, non
prendendo le armi per punire i delitti che quando trattavasi di un suo
personale nemico. Allora la vendetta nazionale si esercitava in modo da
turbare maggiormente la pubblica tranquillità. I nobili scendevano
frequentemente ai più bassi intrighi per ottenere dalla corte d'Avignone
grazie o beneficj, non però essi riconoscevano nel papa un'autorità
sovrana, ed i feudatarj della Chiesa credevano di avere diritto ad una
maggiore indipendenza, che quelli dell'impero. Ne abusavano specialmente
nelle guerre civili; la rivalità delle case Colonna ed Orsini divideva
in due partiti tutta la nobiltà, e rinnovava ogni giorno le ostilità.
Cola da Rienzo quando commettevasi qualche delitto, un ratto, un
omicidio, un incendio, aveva nuovi motivi d'imputare ai nobili
l'anarchia in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro
da un odio che confondeva colle memorie della storia, da un odio
ereditato dai Gracchi; ed egli aveva ben più ragione degli antichi
tribuni, di trovare i patrizj del suo tempo degni della collera e della
vendetta del popolo.
Cola si mostrò per la prima volta rivestito di un pubblico carattere
poco dopo l'elezione di Clemente VI. Egli fu spedito ad Avignone nel
1342 per supplicare il nuovo papa di ritornare la santa sede nella sua
naturale residenza[462]. In tale deputazione sebbene gli fosse associato
il Petrarca, parlò Cola; la sua eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma
gli avevano già guadagnata l'amicizia del poeta. Clemente VI non si
lasciava dirigere nelle sue decisioni politiche dagli oratori popolari;
ma notò lo straordinario talento del deputato romano; lo nominò notajo
apostolico con ragguardevole assegno[463], e lo incaricò di annunciare
ai suoi compatriotti che pel loro vantaggio e di tutta la cristianità
pubblicherebbe un secondo giubbileo l'anno 1350 colle indulgenze che
Bonifacio aveva accordate alla festa secolare, e che dovevano rendersi
comuni a tutte le generazioni.
[462] _Framm. della storia Romana, l. II. c. I, p. 399._
[463] _Memorie per servire alla vita del Petrarca, l. III, t. II, p.
50._
Cola, di ritorno a Roma, si acquistò il rispetto de' suoi concittadini
esercitando con integrità la sua nuova carica. Cercò di ricondurre i
suoi colleghi alla stessa purità di condotta; ma dovette ben tosto
avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva rivolgersi allo
stesso popolo se voleva far cessare l'anarchia, e rendere a Roma quella
gloria e quella grandezza, quella giustizia e quella potenza, ch'egli
enfaticamente chiamava il buono stato.
Per fare impressione sopra la moltitudine, parlò da principio ai suoi
occhi. L'impiego lo chiamava in Campidoglio; ed egli vi fece esporre un
quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il mercato. «Vi si
vedeva, dice lo storico di Roma anonimo e contemporaneo, un gran mare
burrascoso; nel mezzo una nave senza timone e senza vele in procinto di
affondare. Una donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e
colla cintura della tristezza; aveva la veste squarciata sul petto, i
capegli sparsi, le mani incrocicchiate in atto di chi prega per essere
salvato da imminente pericolo. Vedevasi in cima al quadro un breve che
diceva: _è questa Roma_. Intorno a questo vascello stavano altri quattro
che già avevano fatto naufragio; le loro vele erano cadute, rotte le
antenne, spezzato il timone; e sopra cadauna di loro vedevansi i
cadaveri di una donna coi nomi di _Babilonia_, _Cartagine_, _Troja_,
_Gerusalemme_, ed al di sopra: _l'ingiustizia è quella che le pose in
pericolo, e che le fece finalmente perire_[464]». Quando il popolo
affollato intorno a questo quadro l'ebbe considerato alquanto, Cola si
avanzò in mezzo a tutti e con maschia eloquenza inveì contro i delitti
dei nobili che strascinavano la loro patria nell'abisso.
[464] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 2, p. 401._
Pochi giorni dopo, fece collocare nel coro di san Giovanni di Laterano
una tavola di rame con una bella iscrizione latina ch'egli aveva
scoperta. Invitò i dotti ed il popolo a venire ad interpretarla, e
quando l'assemblea fu adunata, egli si fece innanzi per leggere
l'iscrizione. Era un senatoconsulto, col quale il senato conferiva a
Vespasiano i diversi poteri de' Romani imperatori: atto di schiavitù,
nel quale erano ancora conservate le forme de' tempi liberi. Cola, poi
ch'ebbe terminata l'interpretazione, si volse al popolo adunato: «Voi
vedete, o signori, egli disse, quale era l'antica maestà del popolo
romano; egli era quello che conferiva agli imperatori, come suoi vicarj,
i proprj diritti e la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la
possanza dalla libera volontà de' vostri antenati, e voi, voi avete
acconsentito che a Roma fossero cavati gli occhi; che il papa e
l'imperatore abbandonassero le vostre mura, e non fossero più da voi
dipendenti. Da quell'istante la pace fu sbandita dalle vostre mura, il
sangue de' vostri nobili e de' vostri cittadini fu versato inutilmente
in private contese; le vostre forze esaurite dalla discordia, e la
città, già regina delle nazioni, diventata oggetto del loro scherno.
Romani, io ve ne scongiuro, riflettete che voi vi esponete ad essere lo
spettacolo dell'universo; il giubbileo si avvicina, i Cristiani verranno
dall'estremità del mondo a visitare la vostra città; volete che non
trovino che debolezza e ruina, che oppressione e delitti[465]!»
[465] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 3, p. 405._
I nobili, da Cola da Rienzo attaccati così gagliardamente, ascoltavano
motteggiando i suoi discorsi, e non pensando che potessero avere qualche
effetto; i cittadini andavano dicendo che un oratore romano non
cambierebbe lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie; ma il popolo
cominciava a fermentare, e le persone suscettibili di entusiasmo erano
non meno scosse del volgo. Cola conobbe ch'era tempo di andare più
avanti, ed il primo giorno di quaresima fece affigere alla porta di san
Giorgio al Velabro una scrittura con queste sole parole: _entro pochi
giorni i Romani ritorneranno nel loro antico e buono stato_. Dopo ciò
tenne sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone che
credette animate da patriotici sentimenti. Ebbero parte a quest'unione
mercanti, letterati, ed ancora varj nobili di second'ordine. Cola da
Rienzo supplicò quest'assemblea di veri Romani, di ajutarlo a salvare la
patria; rappresentò loro la miseria, la servitù, i pericoli cui
trovavasi abbandonata la loro città patria; ricordò l'antica estensione
della romana repubblica, la fedele sommissione delle città d'Italia, che
tutte al presente erano ribellate; egli piangeva parlando, e con lui
piangevano i suoi uditori: ma ben tosto cercò di risvegliare il loro
coraggio, assicurandoli che Roma non aveva ancora perduti gli elementi
della sua potenza, che le sole imposizioni da loro pagate ogni anno
bastavano per rendere la forza al governo e sottomettere i loro sudditi
ribelli[466]; che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per
repristinare il _buono stato_, e che potevano far capitale della sua
assistenza. Dopo averli raggirati con questi discorsi, Cola volle che
tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di prestarsi
con tutte le loro forze al ristabilimento della romana libertà[467].
[466] Lo storico Romano fa dire a Cola, che oltre la capitazione, le
gabelle del sale e quella delle porte, le entrate di Roma
ammontavano a trecento mila fiorini; ma vi dev'essere senza dubbio
qualche cosa di esagerato: le entrate di Roma non potevano di que'
tempi uguagliare quelle di Firenze.
[467] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 4, p. 409._
Era necessario valersi d'un favorevole istante per privare i nobili
della sovrana autorità. Cola avvisato, il 19 maggio, che Stefano Colonna
aveva condotto un grosso numero di gentiluomini a Corneto per iscortare
un convoglio di biade, non aspettò più oltre; fece pubblicare a suono di
trombe, in tutta la città, che chiunque dovesse nel susseguente giorno
recarsi senz'armi presso di lui, onde provvedere al buono stato di Roma.
Dalla mezza notte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua
presenza trenta messe dello Spirito Santo, nella chiesa di san Giovanni
della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, uscì di chiesa
armato, ma col capo scoperto. Gli stava intorno molta gioventù che
faceva risuonare l'aere con grida di giubbilo. Raimondo, vescovo
d'Orvieto, vicario del papa in Roma stava al suo fianco; tre de' più
grandi patriotti di Roma portavano i gonfaloni innanzi a lui, ne' quali
vedevansi figurati soggetti allegorici della libertà, della giustizia e
della pace. Lo scortavano cento uomini d'armi ed un'infinita moltitudine
di popolo disarmato, e tutto questo pacifico corteggio si avanzò
tranquillamente verso il Campidoglio.
Giunto al limitare dello scalone, Cola fermossi presso al Leone di
basalto, e, voltosi al popolo, lo richiese di approvare i regolamenti
per lo stabilimento del buono stato, che fece tutti leggere ad alta
voce. Questo primo schizzo di costituzione provvedeva alla pubblica
sicurezza, piuttosto che alla libertà dei diversi ordini dello stato. Si
stabiliva per ogni quartiere della città una guardia di venticinque
cavalli e di cento pedoni; alcuni vascelli guardacoste venivano
destinati lungo le rive del Tevere per proteggere il commercio, i nobili
erano privati del diritto di tenere fortezze, ed il popolo doveva avere
la guardia dei ponti, delle porte e di tutti i luoghi fortificati. In
ogni quartiere della città si dovevano stabilire pubblici granaj;
guarentire i sussidj di carità ai poveri; ed i magistrati dovevano dare
sollecito corso alle procedure ad al castigo dei delitti[468]. Queste
leggi vennero accolte con entusiasmo dal popolo adunato, che autorizzò
Cola a dar loro esecuzione, investendolo a tale effetto del suo sovrano
potere.
[468] _Frammenti di Storia Rom. l. II, c. 6, p. 413._
Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto de' movimenti del
popolo, rivolò a Roma coi suoi gentiluomini. Questo signore era ad un
tempo il più potente de' Romani baroni, ed il più amato dal papa.
All'indomani del di lui arrivo, Cola gli ordinò di uscire dalla città; e
quando seppe che il Colonna aveva con disprezzo lacerato il suo ordine,
fece suonare la campana d'allarme del Campidoglio; onde tutto il popolo
fu in armi, e Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore
verso Palestrina. Gli altri baroni romani ebbero tutti ordine
d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i luoghi fortificati
della città, le porte, i ponti ec. furono dati in custodia alle
compagnie della milizia. I più famosi banditi che da molti anni
sprezzavano la giustizia e le leggi furono mandati al supplicio; ed il
popolo adunato in parlamento conferì i titoli di tribuno e di liberatore
di Roma a Cola da Rienzo. I medesimi titoli furono pure accordati al
vescovo d'Orvieto, vicario del papa, che raggirato, come gli altri,
dalla eloquenza di quest'uomo straordinario, contribuiva di buon cuore
all'abbassamento dell'antica oligarchia ed al ristabilimento del buono
stato[469].
[469] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 7, p. 415._ — Il vicario
dei papa in Roma lo rappresentava in sua assenza per le cose
spirituali, non per le temporali.
Il tribuno, dopo aver fatta riconoscere la propria autorità entro il
circondario di Roma, cercò di richiamare il territorio all'ubbidienza
del popolo romano. Erano le campagne di Roma sotto l'immediata
giurisdizione della nobiltà, la quale vi teneva un infinito numero di
fortezze, ed inoltre poteva far capitale della fedeltà dei contadini
suoi vassalli. Non pertanto Cola mandò ad ordinare a tutti i
gentiluomini di recarsi in Campidoglio a giurare di contribuire dal
canto loro al buono stato di Roma. Un giovane Colonna si presentò a
Cola, non mosso da desiderio d'ubbidire, ma per osservare ciò che
facevasi in città: poichè vide il tribuno in Campidoglio, circondato da
un popolo immenso, cui faceva giustizia, e sempre preparato ad eseguire
i suoi ordini, giurò sull'Eucaristia e sul Vangelo quanto gli veniva
domandato. Poco dopo si videro arrivare tre altri Colonna, un Orsini ed
un Savelli, ed altri distinti baroni, che prestarono lo stesso
giuramento. Obbligavansi tutti a spedire vittovaglie al mercato di Roma,
a mantenere la sicurezza delle strade, a proteggere le vedove e gli
orfani, ed a presentarsi in Campidoglio colle armi o senza ad ogni
richiesta. Promettevano in pari tempo di non attaccare i tribuni ed il
popolo di Roma, di non prestare asilo ai malfattori ed agli assassini, e
finalmente di non appropriarsi le entrate del comune. I gentiluomini, i
giudici, i notaj, i mercanti furono chiamati a dare lo stesso giuramento
di mantenere il buono stato[470].
[470] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 8, p. 417._
Dopo una violenta anarchia, durante la quale uomini colpevoli di
orribili misfatti osavano passeggiare per le contrade di Roma con piena
sicurezza e facendo tremare i pacifici cittadini, sembrava a' Romani
d'avere ricuperata la libertà quando videro puniti gli assassini, i
furti, gli adulterj. Arbitrarie ma giuste sentenze atterrivano i
delinquenti; e l'ordine vedevasi ristabilito in Roma. La giustizia d'un
despota non era più separata da quella d'un popolo libero, e la
sicurezza del maggior numero faceva dimenticare l'arbitrario potere che
opprimeva pochi individui.
Frattanto Cola da Rienzo aveva spediti ambasciatori in Avignone per
informare il papa di quanto aveva fatto, ed averne la sua approvazione.
Le proteste del tribuno di sommissione e di ubbidienza calmarono
alquanto l'estremo terrore che prodotto aveva nella corte pontificia il
primo avviso della recente rivoluzione[471]. Era il secolo
dell'erudizione e della pedanteria: le stesse opinioni intorno agli
eterni diritti de' Romani, alla loro antica potenza, all'ubbidienza loro
dovuta dai papi, dagl'imperatori, da tutto il mondo, che avevano invaso
Cola da Rienzo, e procuratogli un caldo difensore ed entusiasta nel
Petrarca, erano poco più poco meno comuni a tutti i letterati d'Europa,
ed ottenevano a Cola partigiani che da lui si ripromettevano le più
grandi imprese. In allora, secondo lo andava con orgoglio dicendo il
Petrarca, il solo nome di Roma valeva assai. La sicurezza ridonata alle
strade nelle vicinanze di Roma risguardavasi da tutta l'Europa come un
pubblico vantaggio, perchè mantenevasi tuttavia in vigore la moda dei
pellegrinaggi, e perchè il giubbileo annunciato per l'anno 1350 andava a
richiamare la moltitudine de' fedeli nella capitale della cristianità. I
corrieri di Cola portavano una bacchetta argentata colle insegne del
popolo di Roma, del papa e del tribuno; e tale distintivo li faceva
ovunque rispettare. «Ho portata questa bacchetta, diceva uno di loro,
nelle strade delle città e nelle foreste; migliaja di persone sonosi
poste in ginocchio, e la baciarono con lagrime di gioja, riconoscenti
della sicurezza resa alle strade, e dell'espulsione degli
assassini[472].»
[471] _Petrar. Epistolæ edit. Basil. in fol. 1071. — Mem. per la
vita del Petrar. l. III, p. 328._
[472] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 11, p. 421._
In effetto i corrieri di Cola avevano attraversata quasi tutta l'Europa,
essendo stati mandati alle città ed ai comuni della Toscana, della
Lombardia, della Campania e della Romagna, al doge di Venezia, ai
signori di Milano e di Ferrara, ai principi di Napoli, al re d'Ungheria,
al papa ed ai due imperatori eletti, per annunciar loro il
ristabilimento in Roma del buono stato, della pace e della giustizia.
_Nicola severo e clemente, tribuno della libertà, della pace e della
giustizia, illustre liberatore della santa repubblica romana_ (tali sono
i titoli ch'egli prendeva[473]) gli eccitava colle sue lettere a mandare
a Roma deputati, muniti di bastanti istruzioni, per deliberare con lui
in un'adunanza europea intorno al buono stato dell'Europa. Tutte le
strade, soggiugneva egli, sono oramai sicure, ed i pellegrini, non meno
che gli ambasciatori dei principi, possono fare senza timore il viaggio
di Roma[474].
[473] In appresso adottò titoli più fastosi e più ridicoli:
_Candidatus Spiritus Sancti, Miles Nicolaus, severus et clemens,
liberator Urbis, zelator Italiæ, amator Orbis, et Tribunus
augustus_. _Ist. Pist. p. 520. — Cron. Sanese, p. 118. — Cron. Est.
p. 441._
[474] _Cron. Est. p. 438._
Questi messi del tribuno furono ben accolti, e più che altrove in
Toscana: i Fiorentini onorati dal titolo di figliuoli di Roma, e Colonia
de' Romani, gli spedirono cento cavalieri, promettendo di mandarne un
maggior numero, tostochè ne avesse bisogno[475]. I Perugini gli
mandarono sessanta cavalli, cinquanta i Sienesi[476]; e l'intera Italia
mostrossi disposta ad assecondare, o fors'anco a ricevere ben tosto i
suoi ordini.
[475] _Gio. Villani l. XII, c. 89._
[476] _Andrea Dei Cronica Sanese t. XV, p. 118._
Ma il capo del tribuno non era abbastanza forte per resistere alla
vertigine cagionata da un inaspettato innalzamento. Pochi uomini usciti
da una classe subalterna sanno conservarsi veramente grandi in mezzo
alla prosperità. Cola da Rienzo aveva fatta impressione sul popolo di
Roma colle allegorie, seguendo in ciò il gusto del suo secolo, e lo
spirito di una nazione avida di spettacoli; proseguì anche quand'ebbe
conseguito il potere, a voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi; i
suoi abiti, le corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le
iscrizioni sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni,
ogni cosa era simbolica e destinata ad istruire i Romani. Frattanto lo
stesso tribuno era più abbagliato da questa pompa, che il popolo
spettatore. Di già egli andava moltiplicando le feste e le ceremonie non
meno per viste politiche, che per piacere o per vanità; e dimenticando
che la sua grandezza consisteva nell'essere uomo unico e non
paragonabile a verun altro, sforzavasi d'imitare gli altri sovrani, e di
emularli nel fasto dei titoli, e nella pompa che lo circondava.
Compiacevasi di vedersi servito dai principali signori, e godeva della
loro umiliazione. La sua consorte era corteggiata dalle signore, i suoi
parenti innalzati a grandi dignità; ed egli medesimo cercava il
parentado dell'antica nobiltà maritando la sorella ad un barone
romano[477].
[477] Lo storico anonimo di Roma ci lasciò nel suo ingenuo dialetto
una curiosa descrizione di questa corte. «Puoi se faceva stare
denanti a se, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle
vraccia piecate, e colli capucci tratti. Deh! como stavano paurosi!
aveva questo Cola una sia moglie molto iovene e bella, la quale
quanno ieva a santo Pietro, ieva accompagnata da iovani armati.
Delle patricie la sequitavano. Le fantecche colli sottili pannicelli
nanti a lo visaio li facevano viento, e innustriosamente rostavano,
che soa faccia non fosse offesa da mosche. Havea uno sio zio, Janni
Barbieri avea nome, Barbieri fò, e fatto fò granne signiore, e fò
chiamato Janni Roscio; ieva a cavallo forte accompagnato da
cittatini romani. Tutti li siei parenti ievano a paro; havea una soa
sorella bedoa, la quale voize maritare à barone de castella, ec.»
_Frammenti di Storia Romana p. 20, p. 439._
La prosperità delle imprese di Cola e l'approvazione dell'universo che
sembrava aspettare i suoi ordini, accresceva la presunzione del tribuno.
Giovanni di Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, era stato
forzato a sottomettersi: assediato dai Romani in Viterbo, ne uscì col
favore d'un salvocondotto ed era venuto in Campidoglio a gettarsi ai
piedi di Cola implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano,
che gli conservò il suo governo[478]. Tutte le fortezze del patrimonio
di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il quale
vedeva continuamente arrivare a Roma solenni ambascerie di Fiorenza,
d'Arezzo, Siena, Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri,
Pistoja, Foligno ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò dieci mila
fiorini, i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per
difesa del buono stato. Luchino Visconti di Milano gli scrisse
chiedendogli la sua alleanza. Vero è che gli altri tiranni d'Italia,
Taddeo de' Pepoli, il marchese d'Este, Mastino della Scala, Filippino
Gonzaga, i signori di Carrara, gli Ordelaffi ed i Malatesti avevano
ingiuriosamente risposto alle sue lettere; ma siccome il tribuno aveva
annunciato il progetto di liberare l'Italia dai tiranni, la nimicizia
loro poteva essere per lui compensata dall'affetto de' loro popoli.
Luigi di Baviera che ancora viveva colla coscienza inquieta per
scomuniche contro di lui fulminate, gli aveva scritto, pregandolo a
riconciliarlo colla Chiesa. Il duca di Durazzo, il principe Luigi di
Taranto, e la regina Giovanna l'avevano nelle loro lettere chiamato
_carissimo amico_; per ultimo il re Luigi d'Ungheria gli aveva spedita
un'ambasciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il
tribuno condusse gli araldi d'armi di quest'ambasciata innanzi al popolo
adunato, e ponendogli la corona tribunizia in sul capo, rispose loro:
_io giudicherò il globo della terra secondo la giustizia, ed i popoli
secondo l'equità_[479]. Ben tosto infatti la causa della regina Giovanna
e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale dagli ambasciatori
nominati dalle contrarie parti[480]; ma Cola non pronunciò veruna
sentenza.
[478] _Chronic. Estense t. XV, p. 439._
[479] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 22, p. 443._
[480] _Ivi, c. 24, p. 447._
Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno l'impegnò a farsi
armare cavaliere, come se tale distinzione, che lo innalzava al rango
della nobiltà, non lo riponesse al di sotto di coloro, di cui era in
avanti padrone. Questa ceremonia si fece il primo giorno d'agosto nella
chiesa di san Giovanni di Laterano. Venne preceduta da una corte
plenaria, ove splendidissime feste furono date a tutti gli ambasciatori,
agli stranieri ed ai più distinti Romani nei tre palazzi di Laterano. La
vigilia della festa di san Pietro in Vincola, il tribuno bagnossi nella
conca di porfido, ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino,
dopo essere guarito dalla lepra da papa san Silvestro. Cola passò la
notte nel recinto del tempio, e nel susseguente giorno si presentò al
popolo coperto di scarlatto e di vajo, facendosi cingere la spada da
messer Vico Scotto, cavaliere e gentiluomo romano[481]. Ascoltò poscia
la messa nella cappella di papa Bonifacio, durante la quale si volse al
popolo gridando: «Noi vi citiamo messer papa Clemente a venire a Roma,
sede della vostra chiesa con tutto il collegio de' vostri
cardinali[482]. Citiamo voi Luigi di Baviera e Carlo di Boemia, che vi
chiamate re ed imperatori de' Romani, e con voi tutto il collegio degli
elettori germanici, perchè giustifichino innanzi a noi i diritti che
hanno all'impero, e su quali fondamenti pretendono disporne. Dichiariamo
intanto, che la città di Roma e tutte le città d'Italia sono e devono
conservarsi libere; noi accordiamo a tutti i cittadini di queste città
la cittadinanza romana, e chiamiamo il mondo in testimonio che
l'elezione dell'imperatore romano, la giurisdizione e la monarchia
appartengono alla città di Roma, al suo popolo ed a tutta l'Italia.» In
appresso sguainando la sua spada, percosse l'aria verso cadauna delle
tre parti del mondo, ripetendo: _questo appartiene a me, questo
appartiene a me, questo appartiene a me_. Spedì subito corrieri a
portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due imperatori[483]. Il
vicario del papa, vescovo d'Orvieto, che aveva assistito a tutta questa
cerimonia, rimaneva come fuor di sè vedendo tanto e così inaspettato
ardire. Chiamò per altro un notajo per protestare in faccia a lui ed al
popolo, che ciò facevasi dal tribuno senza sua saputa e senza l'assenso
del papa. Ma Cola fece subito suonare le trombe, onde i Romani non
potessero udire tali proteste[484].
[481] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 25, p. 449._
[482] Il signor de Sade lascia in dubbio la chiamata del papa, ed
adduce varj buoni motivi per distruggere la testimonianza
dell'anonimo di Roma.
[483] Alcune lettere mandate in tale occasione a tutte le città
d'Italia, sono riferite da Giovanni di Bazzano, _Chron. Mut. t. XV,
p. 609_.
[484] _Frammenti della Storia Romana l. II, c. 26, p. 451. — Cortus.
Histor. l. IX, c. 12, p. 923. — Chron. Esten. t. XV, p. 440._
Ciò null'ostante il vicario non rifiutò di pranzare solo col tribuno
alla tavola di marmo, mentre la moglie di Cola presiedeva nel palazzo
nuovo alla mensa di nobili signore. Altre tavole venivano servite nel
palazzo vecchio, senza distinzione di ranghi, ad abbati, a monaci, a
cavalieri, a mercanti, invitati alla ceremonia; e fin allora non erasi
altrove veduta in un banchetto tanta magnificenza[485].
[485] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 27, p. 453._
Questo fasto esauriva l'entrate di Roma, e le persone sagge cominciavano
ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola poche settimane dopo ai
principali signori della nobiltà romana, il vecchio Stefano Colonna
propose se meglio convenisse ad un popolo l'essere governato da un
prodigo o da un avaro. Dopo molte parole Stefano sollevò il lembo del
mantello del tribuno ch'era ornato di frange d'oro e di ricami, e gli
disse presentandoglielo: «Tu stesso, o tribuno, dovresti portare i
modesti abiti de' tuoi eguali, piuttosto che questi pomposi ornamenti.»
Cola turbossi ad un rimprovero che pareva accomunarlo al volgo, ed uscì
della sala senza rispondere; ed in un primo movimento di collera ordinò
l'arresto di tutti i nobili che si trovavano nella sala. Per
giustificare questo subito rigore, disse ben tosto d'avere scoperta una
congiura che i nobili ordivano contro il popolo e contro di lui[486].
Fece adunare in Campidoglio il parlamento, o assemblea generale, per il
susseguente giorno 17 di settembre, ed annunciò che per liberare per
sempre il popolo dal giogo dell'oligarchia, disponevasi a far decapitare
tutti i nobili che avevano presa parte al tradimento. Tutto parve
disposto per quest'orribile esecuzione; nella sala de' giudizj si stese
un drappo di seta bianca screziata a colore di sangue; fu mandato ad
ogni barone un frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed
intanto le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. Il
vecchio Stefano Colonna, cui pesava il morire, rimandò il frate e la
comunione, dichiarando che non era disposto, e che gli affari dell'anima
sua e quelli della sua famiglia non erano altrimenti accomodati, nè lo
potevano essere così presto[487].
[486] Nella sala furono arrestati il vecchio Stefano Colonna, Pietro
Agapito Colonna, signore di Jenazzano, ch'era allora senatore, il
conte Bertoldo Orsino suo collega, Giovan Colonna, Giordano,
Rainaldo e Nicola Orsini, e Bertoldo di Vicovaro. _Frammenti di
Storia Romana l. II, c. 28, p. 453._
[487] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 28, p. 455._
Forse il Tribuno non aveva altra mira che quella di spaventare i nobili,
e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze de' loro amici: quando vide
il popolo adunato salì la tribuna delle arringhe, e prese per tema le
parole _dimitte nobis peccata nostra_, e si fece presso al popolo
intercessore per i baroni prigionieri; dichiarò in loro nome che questi
gentiluomini si pentivano dei loro errori, e che d'or innanzi
servirebbero il popolo con fedeltà. I prigionieri si presentarono l'un
dopo l'altro innanzi al popolo, e ricevettero la grazia a capo chino; in
seguito risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola accordò loro
importanti cariche, prefetture e ducati nella Campania ed in
Toscana[488].
[488] _Idem, c. 29, p. 455._
La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera, non merita in verun
caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori delle prigioni del
tribuno e delle mura di Roma, che pensarono a vendicarsi. Il Colonna e
due Orsini presero a fortificare il castello di Marino; vi adunarono
uomini d'armi e munizioni, senza che Cola pensasse ad opporsi a questi
ostili apparecchi; in breve spiegarono lo stendardo della ribellione,
ed, occupato Nepi, abbruciarono molte castella, e portarono i loro
guasti fino alle porte di Roma[489].
[489] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 50, p. 457._
Il ristauratore della repubblica romana non era fatto per le cose della
guerra; egli non conosceva altrimenti quel valore che ammirava negli
antichi, e che pensava di far rivivere: e per tal modo l'opposizione tra
il coraggio di spirito spiegato nella sua impresa, e l'assoluta mancanza
di coraggio militare che mostrò in appresso, può sembrare
all'osservatore o ridicola o affliggente. Lungo tempo prima di prendere
le armi, cercò d'intimidire i suoi nemici colle citazioni o colle
minacce. Finalmente le grida del popolo, che non sapeva pazientemente
soffrire il guasto delle campagne, l'obbligarono a muovere la milizia
romana. Ottocento cavalli e venti mila pedoni sotto la condotta di Cola
da Rienzo si avanzarono contro i Colonna e guastarono il territorio di
Marino com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di
minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse l'armata in
città; si fece vestire in Vaticano della _dalmatica_, mantello fino
allora riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale abito un legato
che il papa mandava a Roma per farvi rivivere la propria autorità[490].
[490] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 31, p. 459._
Frattanto i Colonna avevano, dal canto loro, fatta ribellare Palestrina;
e molti de' loro partigiani li richiamavano in Roma, assicurandoli
d'essere pronti ad aprir loro le porte tosto che li vedessero
avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono in
Palestrina seicento uomini d'armi e quattro mila fanti, avanzandosi poi
fino al luogo, detto il Monumento, lontano quattro miglia dalle porte.
Ma il romano valore era egualmente spento nel petto de' nobili come nel
popolo, e la lotta per difendere o per rovesciare il buono stato, la
libertà e la repubblica, trattavasi da ambo le parti con una
pusillanimità indegna di così gloriosi nomi. Benchè il tribuno avesse
ragguardevoli forze, non osava sortire di città; ma invece faceva ogni
mattina chiamare a suono di campana il popolo a parlamento; e per
incoraggiare il popolo adunato, faceva il racconto de' sogni avuti la
precedente notte, e le promesse di soccorsi a lui fatte da papa san
Martino, figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio VIII, nemico dei
Colonna[491].
[491] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 32, p. 461._
I nobili, dal canto loro, occupavansi ancor essi dei loro sogni; e
Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'armi a
ritirarsi, perchè aveva veduto ne' suoi sogni sua moglie in abito di
corrotto. Malgrado questo presagio, il vecchio Stefano Colonna
presentossi ad una delle porte di Roma accompagnato da un solo
servitore, e domandò d'essere introdotto in città; le guardie lo
minacciarono, senza per altro cercare di farlo prigioniero, come
avrebbero potuto agevolmente fare. L'armata dei nobili erasi avanzata
dalla banda di Monte Testaceo[492] fin presso alla porta di san Paolo,
di dove i Colonna potevano udire la campana del Campidoglio che suonava
sempre a stormo; onde argomentarono che v'erano aspettati, e si
ritrassero dall'attaccare il popolo, tostochè ebbero perduta la speranza
di sorprenderlo. Ma senza voler venire ad un fatto d'armi, risolsero,
prima di ritirarsi, di sfilare avanti le porte in atto di sfidare il
tribuno. La truppa loro era divisa in tre battaglioni; i due primi
passarono senz'essere molestati, e la porta fu tenuta chiusa finchè
cominciò a passare il terzo battaglione, ed allora fu aperta per
rispondere colle bravate alle bravate. Il giovane Giovanni Colonna
quando vide aperta la porta sperò che i suoi partigiani se ne fossero
impadroniti, spronò il cavallo ed entrò in città, avanzandosi fino ad un
tratto d'arco. Con eguale viltà i suoi compagni d'armi lo lasciarono
solo mentre i cittadini fuggivano innanzi a lui. Quando Giovanni
s'accorse d'essere abbandonato, volle dar addietro, ma il suo cavallo
inciampò, ed il popolo affollandoglisi addosso, lo uccise mentre
domandava la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna, giunto la
volta sua innanzi alla porta volle entrare per soccorrere il figliuolo,
poi ripartì quando conobbe la grandezza del pericolo; ma ferito con un
sasso lanciatogli mentre fuggiva, fu atterrato ed ucciso alla stessa
porta senza avere neppure potuto valersi delle sue armi. Gli altri
gentiluomini non tentarono nè meno di prendere parte alla battaglia,
inseguiti nella loro fuga da un popolo furibondo, che ne fece molti
prigionieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedere furono
uccisi in una vigna ove cercavano di nascondersi; gli altri gittarono le
armi e non si fermarono avanti di giugnere ne' loro castelli[493].
[492] _Storie Pistolesi t. XI, p. 521._
[493] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 34, p. 467._ Ho seguito
il racconto dell'anonimo di Roma, che trovavasi presente a tale
fatto, e che non aveva pensiere di dileggiare i suoi compatriotti.
Non devesi per altro lasciar di dire che altri contemporanei più
lontani da Roma, raccontarono ch'erasi combattuto da ambe le parti
con valore ed ostinazione. _Ist. Pistol. t. XI, p. 521. — Gio.
Villani l. XII, c. 104. — Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 119. —
Cron. Esten. p. 444._
La gioja del tribuno dopo questa vittoria cui aveva presa sì poca parte,
fu tanto più smoderata, quanto più grande era stata la sua paura. Tornò
trionfante in Campidoglio, e depose innanzi all'immagine della Vergine
in Araceli la sua bacchetta tribunizia, e la sua corona d'argento a
foglie d'ulivo. Arringò in seguito il popolo, e si vantò d'aver
abbattute quelle teste che nè gl'imperatori nè i papi avevano potuto mai
far piegare. Finalmente non permise che si rendessero gli onori funebri
ai cadaveri dei Colonna[494]: ma invece di approfittare della vittoria e
di assediare Marino, che i nobili avrebbero, in quel primo istante di
terrore, abbandonato, perdette un tempo prezioso nelle feste ed intorno
a ridicole cerimonie; armò cavaliere della vittoria suo figliuolo, nel
luogo medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna; accrebbe le
imposte per pagare i soldati, e ne consumò i proventi in un fasto
insensato. Frattanto il popolo s'andava da lui alienando; vedeva
Giordano Orsini portare la desolazione fino sulle porte di Roma; vedeva
che il tribuno era incapace di far rispettare il suo governo, e lo
accusava egualmente degli errori che gli vedeva commettere e degli
oltraggi che gli facevano i suoi nemici.
[494] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 56, p. 469._
Il legato che Clemente VI aveva spedito a Roma, chiamavasi Bertrando di
Deux; il quale manteneva corrispondenza colla nobiltà romana, e dopo il
suo arrivo in Italia erasi formato una svantaggiosa opinione del
tribuno. Passando per Siena aveva detto a que' magistrati, che Cola da
Rienzo era un nemico della chiesa; che il papa disponevasi a farlo
processare per delitto di ribellione, onde pregava la repubblica a
richiamare le truppe ausiliarie che gli aveva fin allora
somministrate[495]. Non pertanto il legato era stato ricevuto, entrando
in Roma, da Cola da Rienzo con segni di profondo rispetto per la sua
persona e per il pontefice; era stato presentato al popolo in pieno
parlamento, ed assicurato dell'ubbidienza della repubblica e del suo
capo. Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori
dimostrazioni di sommissione; egli volle privare il popolo dell'autorità
per renderla alla nobiltà romana che godeva il favore del papa e del
collegio de' cardinali: perciò fece alleanza con Luca Savelli e
Sciarreta Colonna; ed accusando il tribuno di eresia, fulminò contro di
lui una sentenza di scomunica.
[495] _Cron. Sanese di And. Dei t. XV, p. 119._
Un altro ancora più pericoloso nemico e più intraprendente armavasi in
pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pepino, conte di Minorbino,
esiliato dal regno di Napoli, dove aveva, col mezzo di assassinj,
tentato di vendicare la morte del re Andrea[496], erasi rifugiato in
Roma con alcuni de' suoi compagni d'armi, accostumati com'egli a
disprezzare gli ordini e le leggi. Il tribuno, avvisato dei disordini
che commettevano e degli omicidj di cui si rendevano colpevoli, volle
arrestarli, o costringerli ad uscire di Roma: ma il conte di Minorbino
erasi fatto forte coll'alleanza del legato e dei Colonna; e con cento
cinquanta cavalli si pose nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro
palazzi, ed avevano più partigiani che altrove; vi si afforzò con
barricate; e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordini
del tribuno.
[496] _Dom. de Gravina Chron. de reb. in Apulia gestis._
Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di cavalleria le
barricate del conte di Minorbino, e nello stesso tempo fece suonare a
stormo la campana di sant'Angelo Pescivendolo. Ma tutto quel giorno e
tutta la seguente notte il popolo non volle prendere le armi sebbene la
campana suonasse sempre. I Romani rifiutavansi ugualmente di combattere
contro il conte di Minorbino, o di difenderlo, non prendendo verun
interesse alla sorte di questo straniero; perciò non pensavano nè a
seguire il suo esempio, resistendo al tribuno, nè ad approfittare di
quest'occasione per ribellarsi. Erano omai diventati affatto
indifferenti per quel _buono stato_ tanto pomposamente annunciato, poi
trovato così poco stabile; erano stanchi delle rappresentazioni teatrali
e delle arringhe del tribuno; determinati di aspettare tranquilli gli
avvenimenti, e non di prepararli essi medesimi.
Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma disarmato; il
tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò della propria amministrazione,
del bene che aveva fatto, di quello che voleva fare; imputò all'altrui
invidia d'aver posti ostacoli a' suoi benefici progetti, pianse,
sospirò, e la sua eloquenza seppe ancora farsi strada al cuore, di modo
che i sospiri e le lagrime del popolo risposero alle sue; ma non perciò
si vide tra i suoi uditori alcun movimento coraggioso, niuno gli
annunziò una vittoria facile ad ottenersi. «Dopo aver governato sette
mesi, disse alla fine, io deporrò adunque la mia autorità;» e niuna voce
fu udita per fargli una dolce violenza per pregarlo di tenere ancora le
redini del governo. Allora Cola da Rienzo fece suonare le trombe
d'argento, e coperto di tutte le insegne della sua dignità, accompagnato
da tutti coloro che trovavansi dipendenti dalla sua fortuna, e dai suoi
soldati, scese dal Campidoglio, attraversò in pompa Roma quasi in tutta
la sua lunghezza ed andò a chiudersi in Castel sant'Angelo. Sua moglie
si trasvestì per seguirlo; e tre giorni dopo la sua ritirata i baroni
esiliati rientrarono in Roma, che ricadde all'istante in uno stato di
anarchia peggiore di quella che precedette il governo del tribuno[497].
[497] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 38, p. 475. — Gio.
Villani l. XII, c. 104. — Chron. Estense t. XV, p. 446._
La rivoluzione che rovesciò Cola da Rienzo, ebbe luogo il 15 dicembre
del 1347, meno di sette mesi dopo essersi fatto capo della repubblica.
In questo breve spazio di tempo, quest'uomo aveva dato al mondo un
maraviglioso esempio del poter dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il
nome e le memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure
dell'inebriamento cui si espone il dotto che dalla sua biblioteca viene
portato sul trono, e che non ha potuto prepararsi che coi libri
all'esercizio del sovrano potere.