_Bologna sottomessa da Taddeo de' Pepoli. — Guerra de' mercenarj
o di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità del
Petrarca: viene coronato in Campidoglio._
1338 = 1341.
La repubblica di Bologna, posta quasi nel centro dell'Italia, aveva
lungo tempo disputato a Fiorenza il primato nella parte guelfa; nè meno
popolata, nè meno ricca, o meno commerciante, aveva sopra le città della
Romagna quella stessa influenza che Fiorenza sopra quelle della Toscana;
finalmente Bologna era resa celebre dalla più antica università
d'Italia. Irremovibile pel suo attaccamento alla parte guelfa, questa
repubblica aveva acquistati i suoi primi trionfi con lunghe e ruinose
guerre. I Lambertazzi e molte migliaja dei loro partigiani erano stati
esiliati l'anno 1237, e la loro partenza aveva lasciata la città
deserta[311]. Ma i disastri della guerra civile erano stati rifatti
dalla uniforme e vigorosa amministrazione del partito vittorioso. Il
governo più assodato aveva potuto ponderatamente maturare i suoi
progetti ed eseguirli, e procurare allo stato una lunga prosperità. Ora
siamo giunti all'epoca in cui questa prosperità ebbe fine. La tirannide
del legato Bertrando aveva viziato il principio vitale della repubblica;
i cittadini corrotti da alcuni anni di servitù non erano più capaci di
reggersi liberi. I loro odj provocati da più gravi oltraggi avevano
preso un più feroce carattere; essi non erano più repressi dall'antico
spirito pubblico; la salute della patria o il timore di compromettere la
libertà più non essendo bastanti motivi per farli tacere, assoggettarono
Bologna dopo quattro anni di agitazioni ad una nuova tirannide. Questa,
a dir vero, fu più volte rovesciata, ma la libertà che le teneva dietro,
non era di più lunga durata, o meno vacillante ed incerta del potere
tirannico.
[311] _Vedasi nel t. III il c. 22._
Le recenti fazioni di Bologna eransi manifestate quando Romeo de'
Pepoli, il più ricco cittadino di questa repubblica, era stato esiliato:
egli morì lontano dalla sua patria; ma suo figliuolo Taddeo vi era stato
richiamato in tempo dell'amministrazione del legato. I Pepoli eransi
fatti molti partigiani tra il basso popolo e tra la povera nobiltà col
mezzo delle loro immense ricchezze di cui usavano generosamente. Essi
eransi mostrati zelantissimi per il partito guelfo, ed erano rimasti
attaccati al legato più lungo tempo dei Maltraversa loro avversarj[312].
Accusavano essi questi ultimi di favorire i Ghibellini, e quest'accusa
poco non influiva sullo spirito del popolo. Alcune illustri famiglie
erano attaccate alla loro sorte[313], la più rinomata delle quali era
quella dei Bentivoglio, che i suoi genealogisti fanno discendere da
Enzio, re di Sardegna e figliuolo di Federico II, che morì prigioniere
in Bologna. I nemici di questa famiglia, che doveva un giorno
signoreggiare Bologna, dicevano al contrario che discendeva da un
macellajo[314].
[312] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 360._
[313] I Samaritani, Ghisilieri, Bianchi e Lambertini.
[314] Filippo Bentivoglio era infatti bargello ossia ufficiale di
polizia l'anno 1336 per la compagnia de' macellaj. _Cron. Miscella
di Bologna p. 367._
Poco dopo la cacciata del legato, manifestossi in Bologna una
sollevazione, il 27 aprile del 1334, nella quale le due fazioni
s'azzuffarono sulla piazza, essendo stati rotti i Maltraversi,
saccheggiate le case de' Sabbadini, e tutti i capi di queste grandi
famiglie esiliati[315]. I soli Gozzadini erano stati eccettuati da
questa proscrizione in ricompensa della parte grandissima che avevano
avuta nell'espulsione del legato[316].
[315] I conti di Panico, Beccadelli, Sabbadini, Robaldi e Boattieri.
[316] _Cronaca Miscella di Bologna p. 362._
La fazione de' Pepoli, per assicurarsi la vittoria, o per raccoglierne i
frutti, procedette ben tosto a nuovi atti di rigore contro i suoi
avversarj. Tutti i Ghibellini ch'erano stati esiliati coi Lambertazzi, e
che in seguito erano tornati a Bologna per condiscendenza del governo,
furono di nuovo esiliati in numero di trecento cinquantasette; i loro
padri ed i loro fratelli obbligati a fissare il loro domicilio in
campagna; e quando gli affari li chiamavano in città, era loro vietato
d'avvicinarsi alla piazza sino a cinquanta braccia sotto pena di due
mila lire di multa[317].
[317] _Cron. Miscella di Bologna p. 363._
I Pepoli si comportavano in città come se già ne fossero padroni.
Giacomo, figlio di Taddeo, aveva promesso ad un prete suo amico di
procurargli un beneficio vacante, ed avendolo chiesto inutilmente al
vescovo, in un impeto di collera oltraggiò il prelato cogli schiaffi: il
vescovo, preso un coltello, ferì il Pepoli in una guancia. Si corse alle
armi da ambe le parti; il palazzo vescovile fu saccheggiato ed
abbruciato; ed il capo della Chiesa di Bologna si sottrasse alla morte
colla fuga[318].
[318] Il 20 agosto 1336. _Cron. Misc. di Bologna t. XVIII, p. 370. —
Math. de Griffon. Mem. Hist. p. 158._
Non pertanto, la considerazione personale che si era acquistata
Brandaligi dei Gozzadini coll'espulsione del legato, conservava alcuna
indipendenza al partito Maltraversa di cui era capo. L'anno 1337 Taddeo
dei Pepoli eccitò contro i Gozzadini i Bianchi, loro particolari nemici;
e quando seppe che gli uni e gli altri erano armati e pronti a battersi,
si fece innanzi in mezzo a loro sulla piazza maggiore offrendosi loro
mediatore. Prese Brandaligi per la mano, lo chiamò suo fratello e
l'arbitro di Bologna; lo ricondusse a casa sua prodigandogli gli
attestati del suo rispetto e del suo attaccamento; fece deporre le armi
a' suoi proprj figliuoli, ch'eransi associati ai Bianchi, e determinò
tutta la fazione dei Maltraversa a deporre le armi ed a disperdersi; ma
appena si era il Pepoli ritirato, che i suoi partigiani, adunati in un
altro quartiere, piombarono sopra le case dei Gozzadini, le
saccheggiarono, le bruciarono, e forzarono Brandaligi a fuggire. Dopo
ciò i sediziosi scacciarono dalla signoria tutti i magistrati attaccati
al partito Maltraversa, e costrinsero gli altri a condannare all'esilio
i Gozzadini ed i loro partigiani[319].
[319] Il 7 luglio 1337. _Cronica di Bologna p. 374._
I Bolognesi erano entrati nella lega de' Fiorentini e de' Veneziani
contro i signori della Scala, e la guerra in cui trovavansi impegnati,
obbligavali a tenere molti cavalieri al loro soldo. Questi mercenarj,
per la maggior parte Tedeschi, preferivano il servigio di un principe a
quello della repubblica. D'altra parte, i tiranni la di cui potenza era
fondata sulla forza militare avevano tutti studiata l'arte di rendersi
cari ai soldati. Taddeo dei Pepoli aveva saputo guadagnarsi coloro che
stavano allora in Bologna; avevali impegnati per mezzo di segreti
emissarj ad accorrere a romore sulla piazza il 28 agosto 1337, gridando:
_viva messer Taddeo dei Pepoli!_... I cittadini si ragunarono alle grida
di viva il popolo; ma essi erano senza capo, ed i veri repubblicani
erano stati esiliati colla fazione de' Maltraversa. Taddeo incoraggiava
i suoi soldati, che disarmarono la guardia della signoria, e senza
combattere, anzi senza resistenza, Taddeo fu introdotto nel pubblico
palazzo. I mercenarj, che gli avevano aperto l'ingresso, lo proclamarono
i primi signore generale di Bologna; alcuni giorni dopo le compagnie
delle milizie, e più tardi ancora il consiglio del popolo acconsentirono
a questa elezione. Gli amici della libertà erano affatto scoraggiati; e,
perduta ogni speranza d'impedire lo stabilimento del despotismo, si
assentarono da queste assemblee, nelle quali dieci soli cittadini ebbero
la fermezza, di dichiararsi contro Taddeo dei Pepoli[320].
[320] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 375. — Math. de
Griffon. Hist. p. 161. — Gio. Villani l. XI, c. 69._
Il nuovo signore scoprì ben tosto, o suppose delle congiure contro di
lui per esiliare, sotto questo pretesto, i cittadini che potevano ancora
tenerlo inquieto[321]. Cercò poi di rappacificarsi col papa, che aveva
messa la sua capitale sotto l'interdetto; riconobbe la sovranità dei
pontefici sopra Bologna; promise alla Chiesa un annuo tributo di otto
mila lire bolognesi; obbligossi a far marciare le sue truppe qualunque
volta ne fosse richiesto dalla corte d'Avignone, ed ottenne a questi
patti d'essere ammesso da Benedetto XII in seno della Chiesa, e fu
riconosciuta la legittimità del suo potere[322].
[321] _Cron. di Bologna p. 377._
[322] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXII, t. II, p. 136 e
seguenti._
La pace di Venezia fu posteriore a queste diverse rivoluzioni di
Bologna. Questa pace, smembrando gli stati di Mastino della Scala, aveva
posto il rimanente dell'Italia al coperto dalla sua ambizione; ma una
casa più potente erasi di già arricchita delle sue spoglie. I talenti e
le virtù d'Azzo Visconti, il quale era succeduto in Lombardia alla
preponderanza di Mastino, rendeva la sua ambizione ancora più
pericolosa. Visconti era in allora il solo signore che si occupasse del
ben essere de' suoi popoli, e che sapesse farsi amare. La dolcezza della
sua amministrazione gli guadagnava ammiratori e partigiani in ogni
luogo, ed i sudditi del tiranno si felicitavano d'essere da lui
conquistati. Brescia erasi ribellata contro Mastino per aprire le porte
al signore di Milano; ed altre città avevano tentato d'imitarne
l'esempio; ma il signore di Verona, facendo la pace con Azzo, occupavasi
di già della sua vendetta; e fu precisamente col deporre le armi che
suscitò contro al principe che lo aveva umiliato, i più pericolosi
nemici.
(1338) Noi abbiamo veduto che i sobborghi di Vicenza erano stati
abbandonati all'armata della lega: i Tedeschi assoldati prima da
Fiorenza e da Venezia, vi si erano accantonati dopo conchiusa la pace,
conservandoli come pegno d'una pretesa indennizzazione; onde rifiutarono
di separarsi minacciando egualmente Mastino e gli alleati al di cui
servigio erano stati fin allora. Il signore di Verona, volendosene
liberare, pensò di rovesciarli addosso ad Azzo Visconti. Incaricò di
quest'affare quello stesso Lodrisio Visconti che aveva due volte
congiurato contro Galeazzo, e, costretto ad emigrare da Milano, erasi
riparato a Verona.
(1339) Enrico VII, Federico d'Austria, Luigi di Baviera, il duca di
Carinzia ed il re di Boemia avevano successivamente condotte in Italia
nuove armate tedesche, e ben pochi degli avventurieri venuti con loro
erano tornati in Germania: i sovrani d'Italia gli avevano assoldati,
promettendo loro ricompense maggiori di quelle che trovar potevano nella
loro patria. La prodigiosa superiorità che aveva nelle battaglie la
cavalleria pesante, dovevasi molto meno al numero che all'abitudine
delle armi: il cavaliere aveva un soldo proporzionato al lungo tempo che
doveva impiegare, ed ai pericoli cui doveva soggiacere per imparare un
tale mestiere; e mentre oggi la paga del soldato è minore di quella
dell'ultimo mercenario, era in allora maggiore di quella del più esperto
e ricco artefice.
I principi e le città d'Italia non erano in istato di tenere
costantemente queste truppe al loro soldo; in tempo di guerra invitavano
i mercenarj che avevano militato in altre armate, e li licenziavano
all'epoca della pace. I Tedeschi, arrivati in Italia al seguito de' loro
principi, erano ben tosto chiamati a servire altre potenze
coll'allettamento di più larga mercede; e perchè le contese
degl'Italiani erano affatto indifferenti a questi stranieri, vendevansi
sempre al migliore offerente.
Generalmente parlando, ai principi tornava meglio d'avere dei Tedeschi
al loro soldo, che dei nazionali, perchè la diversità della lingua li
faceva più stranieri allo spirito di partito, e meno accessibili
agl'intrighi. Sembrò a bella prima che le truppe mercenarie avessero
pure altri vantaggi. Le forze degli stati si proporzionarono alle loro
ricchezze, non alla popolazione; esse s'accrebbero coll'industria e
coll'attività, e si perdettero per l'inerzia; si risparmiò il sangue de'
sudditi cittadini; gli stessi soldati vestirono un carattere più umano,
e la guerra si trattò con minor ferocia, perchè i combattenti erano
quasi tutti compatriotti e non avevano veruna cagione di odio, che gli
esacerbasse gli uni contro gli altri. In tempo della battaglia si
risparmiavano reciprocamente; dopo la vittoria i vinti venivano
spogliati delle loro armi e de' loro cavalli, e posti in libertà senza
taglia. Non si previde a principio che l'uso de' soldati stranieri
faceva perdere alla nazione il carattere militare, e la privava dei
mezzi di respingere colle proprie forze le aggressioni che potevano
opprimerla; non si previde che i mercenarj, ne' quali essa riponeva la
sua confidenza, potevano un giorno tradirla. La negoziazione di Lodrisio
Visconti con quelli che occupavano i sobborghi di Vicenza, fece per la
prima volta conoscere ciò che doveva temersi da tali truppe.
Lodrisio Visconti giunse presso ai Tedeschi che occupavano i sobborghi
di Vicenza, col danaro datogli da Mastino. Propose loro, poichè allora
verun sovrano assoldava truppe, di marciare con lui contro Azzo
Visconti; ed in cambio di soldo promise loro il saccheggio della città e
del territorio di Milano. Richiamò alla loro memoria la grande compagnia
de' Catalani ed Arragonesi che in principio del secolo era passata in
Grecia e vi aveva fondato uno stabilimento, e li determinò ad
intraprendere la guerra per conto loro proprio. I Tedeschi nominarono
generali Lodrisio Visconti ed uno de' loro compatriotti detto Rinaldo di
Givres[323]; presero il titolo di compagnia di san Giorgio, ed in
principio di febbrajo del 1339 passarono l'Adige per entrare nel
territorio milanese. La compagnia quando si pose in cammino era numerosa
di due mila cinquecento cavalli e di molta infanteria, e di mano in mano
che andava avanzando, faceva sempre nuove reclute.
[323] _Cortusiorum Hist. de novit. Paduæ l. VII, c. 20._
Azzo Visconti trovavasi allora a letto tormentato dalla gotta, onde gli
fu forza di affidare il comando della sua armata a suo zio Lucchino
Visconti. Quest'armata, composta di tre mila cavalli e di dieci mila
pedoni, uscì di Milano il giorno 15 febbrajo per andar contro alla
compagnia di san Giorgio ch'erasi accampata a Legnano, e guastava il
territorio milanese.
Lucchino divise la sua armata in due colonne, una delle quali sotto gli
ordini di Giovanni da Fieno e di Giovanelli Visconti, e stabilì il suo
quartiere a Parabiago; l'altra sotto l'immediato comando di Lucchino
s'accampò a Nerviano. Lodrisio approfittò di questa divisione, e la
notte del 19 al 20 febbrajo piombò improvvisamente sopra la colonna di
Parabiago, e la ruppe interamente. Lasciò allora quattrocento cavalli a
Parabiago per custodire il bottino ed i prigionieri, ne mandò settecento
presso all'Olona per tagliare la ritirata ai fuggiaschi, e col rimanente
s'avanzò contro Lucchino. La battaglia si rinnovò con un furore che non
erasi da molto tempo veduto nelle guerre d'Italia: la speranza del
saccheggio di Milano animava i soldati della compagnia; quelli di
Lucchino erano animati dalla difesa di quanto avevano di più prezioso
contro una truppa di assassini che non avrebbero usato moderatamente
della vittoria. Pure i Milanesi furono vinti, ma dopo una vigorosa
difesa che aveva poco meno dei vinti indeboliti anche i vincitori. Lo
stesso Lucchino venne in potere de' nemici. Mentre durava la battaglia,
un'altra colonna di settecento cavalieri tutti italiani era uscita di
Milano sotto la condotta d'Ettore da Panigo, ed entrata in Parabiago,
aveva sorpresi e tagliati in pezzi i quattrocento cavalieri lasciati da
Lodrisio a guardare il castello, e si era ingrossata coi prigionieri che
aveva liberati. Di là marciò verso Nerviano, e giunse sul campo di
battaglia mentre lo truppe di Lucchino di già rotte si difendevano
ancora debolmente. Ettore da Panigo piomba su la compagnia rifinita
dalla fatica di due battaglie e disordinata dalla caccia data al vinti,
fa un orribile macello di questi avventurieri; libera Lucchino e fa
Lodrisio prigioniero.
In una sola giornata la compagnia aveva ottenute due vittorie, e due ne
aveva pure ottenute il conte da Panigo suo avversario. Questi ricondusse
allora le vittoriose sue truppe verso Milano. Al passaggio dell'Olona
incontrò il capitano tedesco Malerba che da Lodrisio era stato posto
alla custodia di quel fiume per tagliare la ritirata ai fuggitivi. Fu
anche questi disfatto dopo un ostinato combattimento che fu il quinto di
questo giorno e pose fine alla battaglia di Parabiago distruggendo la
compagnia di san Giorgio. Questa rapida campagna, terminata in meno di
venti giorni, richiamò a sè gli sguardi di tutta l'Italia: l'incredibile
accanimento con cui aveano combattuto i mercenarj in quest'occasione,
nella quale portavano le armi contro l'intera società, ispirava tanto
maggiore spavento, in quanto che si paragonava alla mollezza con cui
sostenevano le altre guerre. La spedizione di Parabiago disvelò il loro
segreto.
Si osservò che le loro ordinarie battaglie non erano che un trastullo
nel quale cercavano di guadagnare la paga col minor sangue e fatica
possibile; ma che non facevan uso di tutte le loro forze, che quando le
destinavano alla sovversione dell'ordine sociale. Più di quattro mila
cavalieri delle due armate erano rimasti sul campo di battaglia[324]:
assai maggiori erano i morti dell'infanteria. I soli Milanesi avevano
perduti più di cinquecento cavalieri e di tre mila fanti[325]. Lodrisio
Visconti ed i due suoi figliuoli furono chiusi nelle prigioni di Milano.
Si rimandarono senza taglia gli altri prigionieri dopo aver loro tolti i
cavalli e le armi e avuta da loro la promessa che più non servirebbero
contro i Visconti. Non si sarebbero potuti ritenere senza condannarli ad
una perpetua prigionia, perchè veruna potenza sarebbesi curata di
comperare la loro libertà[326].
[324] _Cortusior. Hist. l. VII, c. 20._
[325] _Gio. Villani l. XI, c. 96._
[326] _Chron. Modoet. l. IV, c. 2. — Galvan. Flamma Opuscula t. XII,
p. 1022. — Istor. Pistol. Ann. t. XI, p. 475._
Sebbene la guerra di Parabiago togliesse al Visconti alcune migliaja di
soldati, aveva non pertanto accresciuta la sua riputazione e la sua
potenza. Era a quest'epoca sovrano di dieci città lombarde prima
indipendenti[327], senza contare Pavia di cui ne divideva il dominio
colla casa Beccaria. Cercava occasione d'acquistare qualche diritto in
Toscana, onde aprirvi una nuova carriera alle sue pratiche ed alla sua
ambizione; nè dovette aspettarne lungo tempo l'occasione: sua madre
Beatrice d'Este aveva avuto dal suo primo marito, il giudice Nino di
Gallura, una unica figliuola detta Giovanna, sorella uterina d'Azzo
Visconti; la quale morì ed era l'ultima erede dei Visconti di Pisa,
signori di una parte della Sardegna. Azzo presentossi subito per
raccogliere l'eredità di quest'illustre famiglia; chiese ed ottenne la
cittadinanza pisana, entrò in possesso dei beni di sua sorella, e per
far comprendere che le sue pretensioni stendevansi altresì sul terzo
della Sardegna, che gli Arragonesi avevano tolta ai giudici di Gallura,
inquartò i suoi stemmi coi loro[328]. I Pisani desideravano ardentemente
la sua alleanza, e le loro forze riunite avrebbero potuto togliere agli
Arragonesi quest'isola, sulla quale i Pisani avevano così giusti
diritti, ed il di cui possesso era tanto necessario alla sua potenza
marittima. Ma Azzo Visconti fu colpito dalla morte nel colmo delle sue
prosperità e de' suoi vasti progetti. Spirò il 16 agosto del 1339 nella
fresca età di 37 anni[329]; e perchè non lasciava figliuoli maschi, i
suoi due zii, Giovanni, vescovo di Novara, e Lucchino, ambedue figliuoli
di Matteo, furono dall'elezione della nobiltà e del popolo chiamati
insieme alla sovranità di Milano[330]. Il primo rassegnò ben tosto al
fratello la parte della sua signoria, per sollecitare l'investitura del
vacante arcivescovado di Milano, che ottenne dalla corte d'Avignone
contro il pagamento di cinquanta mila fiorini, e la riserva di dieci
mila fiorini di rendita[331].
[327] Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Borgo san
Donnino, Bergamo e Brescia.
[328] _Galvan. de la Flamma Opusc. de Gestis Vicecomitum t. XII, c.
1028._
[329] _Gio. Villani l. XI, c. 100._
[330] _Galv. de la Flam. Opusc. p. 1030._
[331] _Gio. Villani l. XI, c. 100._
Fu pure quest'anno memorabile per una importante rivoluzione nella
repubblica di Genova. Dopo liberata dall'assedio, ci siamo limitati,
rispetto a questa città, d'indicare sommariamente gli avvenimenti della
guerra civile che laceravano questa repubblica: indebolita da continue
zuffe, non impiegava nelle sue guerre intestine tali forze che richiamar
potessero l'attenzione dell'Italia. Ma le nuove fazioni, che si
manifestarono nel presente anno, meritano di essere più
circostanziatamente descritte, poichè produssero nel governo della
repubblica un durevole cambiamento, che forma epoca nella sua storia.
Era questo il tempo in cui Filippo di Valois sosteneva contro gl'Inglesi
una ruinosa guerra. L'anno 1338 aveva prese al suo servigio venti galere
armate dai Guelfi di Monaco e venti armate dai Ghibellini genovesi.
Queste quaranta galere passarono in Francia sotto il comando d'Antonio
Doria. I marinai genovesi dopo un anno di servigio lagnaronsi che questo
ammiraglio loro non pagasse l'intero soldo. In una sedizione, ch'ebbe
luogo sopra le galere, furono scacciati il Doria ed i suoi capitani, ed
i marinai nominarono altri ufficiali[332]. Il re di Francia si dichiarò
a favore dell'ammiraglio; fece porre in prigione Pietro Capurro di
Valtaggio risguardato quale capo dei sediziosi e quindici suoi compagni.
La subordinazione si ristabilì sulla flotta, ma fu abbandonata da
moltissimi marinai, che tornarono alla loro patria lagnandosi
dell'ammiraglio.
[332] _Georg. Stellae Ann. Genuens. t. XVII, p. 1071._
Al loro arrivo questi uomini inquieti trovarono molti concittadini mal
disposti contro gli Spinola, i Doria, i Fieschi ed i Grimaldi. Da oltre
sessant'anni queste quattro grandi famiglie avevano scossa la repubblica
colle loro rivalità. A vicenda vittoriose o fuggitive, avevano a vicenda
oppressi gli altri nobili ed il popolo. Sembrava che aspirassero ad
assoggettare Genova ad una oligarchia ereditaria; attribuivansi tutte le
funzioni onorevoli sia nella capitale, sia nelle città e castelli che ne
dipendevano, come nelle flotte e nelle armate. Gli abitanti di Valtaggio
presero i primi le armi per difendere o vendicare il loro compatriota
Pietro Capurro, capo de' sediziosi della flotta. Il loro esempio fu
seguìto dagli abitanti delle valli della Polsevera e di Bisagno ed in
ultimo dai cittadini di Savona; nella quale città i sediziosi si
adunarono nella chiesa di san Domenico, ove uno de' loro capi, salito
sulla cattedra dei predicatori, e richiamando alla memoria de' suoi
uditori le ingiurie e l'orgoglio della nobiltà, gli eccitò a scuotere il
giogo di quest'ordine, ed a vendicarsi. «L'arroganza de' nobili è tanto
grande, egli disse, che sdegnansi perfino che il popolo riclami i
diritti guarentiti dalle leggi. Colui che alza gli occhi sopra di loro,
e che ricordandosi d'essere Genovese osa invocare la libertà, viene
strascinato in prigione o punito di morte come un ribelle. Chi dobbiamo
però accusare di una così ingiuriosa oppressione? La nobiltà che
l'impone, o noi che la soffriamo? La nobiltà prima di tutto nulla fece
di nuovo, nulla che non sia conforme alla sua natura: ma noi con una
vergognosa viltà, con una imperdonabile debolezza, noi non impieghiamo
in nostra difesa le armi che d'ogni tempo sono state riservate al
popolo. Non lo sappiamo noi forse, che agli oppressi non rimane che una
risorsa, la sollevazione? E che in questa sola trovano la guarenzia dei
loro diritti? Speriamo noi forse che un giudizio, o procedure giudiziali
ne ridonino i nostri privilegi? Che potremmo noi sperare dai consigli
composti di soli nobili, da tribunali creati da loro, da giuristi che
sviano con tutti i sutterfugi della cavillazione? Il popolo ha egli un
mezzo regolare d'ottenere giustizia quando la domanda contro i suoi
magistrati? Può egli invocare in suo soccorso l'ordine sociale, quando
questo istesso ordine sociale è corrotto? Non temete, cittadini, i
giudizj dei tribunali venduti ai vostri nemici, l'obbrobrio di cui
vorrebbero vedervi coperti, o i supplicj di cui vi minacciano; non
temete i nomi di ribelli e di sediziosi di cui vi caricano; voi
conoscete i vostri diritti, le leggi che devono proteggervi, e ch'essi
violano senza pudore; voi le avete tutte scolpite nella vostra memoria;
queste medesime leggi si sono fatte delle vostre braccia l'ultima
guarenzia[333].»
[333] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII._
Gli abitanti di Savona, riscaldati da questo discorso, assediano il
pretorio, ove Odoardo Doria governatore della città erasi rifugiato coi
magistrati e con pochi gentiluomini. Dopo averli costretti ad
arrendersi, li rinchiusero nella fortezza di santa Maria; nominarono
capitani del popolo due plebei, e formarono loro un consiglio di venti
marinai. Marciarono in appresso contro Genova, ove tutto era disposto
per un'eguale rivoluzione che non tardò a scoppiare. La repubblica era
governata da due capitani di parte ghibellina, un Doria ed uno Spinola,
i quali avevano spogliato il popolo dell'elezione del suo Abate,
magistrato che come i tribuni di Roma era specialmente incaricato della
protezione e della difesa de' plebei. I malcontenti di Genova, tosto che
videro arrivare in loro soccorso gli ammutinati di Savona, domandarono
che fosse loro restituito il diritto d'eleggere il magistrato del
popolo; ed il governo riconobbe la giustizia di questa domanda.
Venti plebei scelti dai loro concittadini per l'elezione dell'Abate
adunaronsi in pretorio il 23 settembre del 1339[334]. I capitani, i
nobili ed il popolo riuniti intorno a loro ne aspettavano la decisione;
quando un uomo oscuro, alzando la voce, propose di nominare alla vacante
piazza Simone Boccanigra, uomo attivo e pieno d'esperienza, che a somma
prudenza univa un coraggio a tutte prove, e che sempre aveva protetti i
plebei sebbene appartenente ad una delle più antiche famiglie della
nobiltà. Questo nome venne ripetuto con entusiasmo; il popolo unendo la
sua voce a quella degli elettori proclama il nuovo Abate che malgrado la
sua resistenza fu costretto a sedersi tra i due capitani del popolo, e
gli fu posta in mano la spada del comando.
[334] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1072._
Quando Boccanigra potè ottenere un istante di silenzio, disse: «Io
sento, cittadini, tutta la riconoscenza ch'io debbo a tanto zelo, a
tanta benevolenza; ma il titolo che voi mi date, non era ancora entrato
nella mia famiglia, ed io non voglio essere il primo ad introdurvelo.
Accordate dunque, vi prego, quest'onore ad alcun altro cui meglio che a
me si convenga[335].» I cittadini sentirono allora che il titolo di
Abate del popolo non poteva appartenere che ad un plebeo, e che
Boccanigra, che contava un capitano del popolo tra i suoi antenati, non
poteva, senza far loro torto, accettare una così diversa
magistratura[336]. «Siate dunque nostro signore, nostro doge, gridarono
essi; ma siete voi, voi solo che vogliamo riconoscere per nostro
protettore.» I medesimi capitani del popolo, temendo che la rivoluzione
si rendesse più feroce, supplicarono Boccanigra ad accettare la sua
elezione; e perchè il titolo di doge, che per accidente eragli stato
offerto, ricordava il doge di Venezia, capo d'uno stato libero simile a
Genova, la nuova costituzione, stabilita in mezzo ai clamori popolari,
rimase libera e repubblicana: Boccanigra ebbe un consiglio popolare, e
la sua autorità venne limitata dai poteri che si riservò la
nazione[337].
[335] _Georg. Stellae Ann. Genuens. p. 1073. — Ann. Mediol. t. XVI,
c. 11._ Quest'ultimo non è, a dir vero, che un miserabile plagiario
che qui copia verbalmente lo Stella, come in altri luoghi. _Galv.
Flamma e Azario._
[336] Un Guglielmo Boccanigra aveva il primo, del 1257, portato il
titolo di capitano del popolo; e come Simone era stato eletto dalla
fazione democratica. Veggasi nel _tomo III, il cap. 20_.
[337] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1074._
Boccanigra nel corso de' cinque anni che tenne l'affidatogli potere, ne
usò gloriosamente: con mano vigorosa represse gli eccessi cui il popolo
si abbandonava ne' primi istanti della rivoluzione; trasse di mano ai
sediziosi Rebella Grimaldi, sebbene suo particolare nemico; contenne il
marchese del Carretto e gli altri feudatarj che commettevano frequenti
ladronecci in vicinanza de' loro feudi; assoggettò ai magistrati della
repubblica le fortezze tutte ed i castelli delle due riviere, tranne
Monaco, difeso dai Grimaldi, e Ventimiglia in cui si erano uniti i capi
delle quattro grandi famiglie[338]. E la sua amministrazione fu pure
illustrata da alcune vittorie ottenute dalle flotte della repubblica sui
Turchi nel mar nero, sui Tartari presso Caffa, ed in Ispagna sui
Mori[339].
[338] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII._
[339] _Ivi. — Georgii Stellæ An. Gen. p. 1076._
Peraltro dovette lottare incessantemente contro gl'intrighi delle
quattro potenti famiglie escluse dal governo; le quali avevano
dimenticate le vicendevoli nimistà ed i nomi di Guelfi e di Ghibellini,
che le tennero tanti anni divise, per collegarsi contro di lui; ed
unitesi in Venti miglia mossero guerra alla repubblica ed al suo
capo[340]. Vedremo altrove il Boccanigra, stanco di così lunga guerra,
deporre spontaneamente il comando, e lasciare in altrui mano la cura di
proteggere il popolo contro la nobiltà.
[340] _Uberti Folietæ Gen. Hist. l. VII._
E per tal modo gli stati d'Italia o monarchici o repubblicani andavano
perdendo per le interne loro convulsioni i vantaggi dell'ordine sociale;
verun riposo compensava sotto il governo dei principi la perdita della
libertà; nelle repubbliche veruna stabile amministrazione rassicurava
dai timori d'un tempestoso avvenire. Ogni anno un'improvvisa rivoluzione
precipitava dal suo trono un principe italiano, o in una città libera
privava un partito dell'autorità che godeva. Masnadieri riuniti in
regolari corpi d'armata movevano guerra ai sovrani, e ne minacciavano
l'esistenza; avventurieri, scesi in Italia dalla Francia e dalla
Germania, innalzavano rapidamente grandiosi edificj di nuovi potentati
che venivano rapidamente distrutti. Siamo perciò costretti di presentare
ai nostri lettori, come sopra una mobile scena, nuovi stati e nuovi
personaggi che si premono e incalzano e distruggono gli uni gli altri,
senza dar tempo di fissare sopra di loro lo sguardo. Non è da dubitarsi
che i popoli soffrissero per questa instabilità d'istituzioni, ma i loro
patimenti ci pajono ancora più grandi di quel che lo fossero realmente,
perchè nella narrazione storica gli avvenimenti lontani si vanno gli uni
sugli altri ammucchiando. Era l'Italia più tosto agitata che infelice; e
lo sforzo energico e costante di tutti i cittadini rialzava la fortuna
nazionale abbattuta da ogni pubblica calamità: la piccolezza degli stati
favoreggiava la fuga de' proscritti, cui prestava facile asilo la
gelosia de' sovrani, e conforto nel loro esilio la speranza di non
lontana vendetta. Quell'attività di spirito, quella energia di
carattere, quella fermezza di volontà, di cui i moderni tempi non ci
offrono verun esempio, erano per l'intera popolazione il risultato d'una
vita agitata. L'uomo non può giungere alla grandezza, cui fu destinato
dalla divinità, finchè ogni individuo non si risguarda come un essere
indipendente, e come una potenza isolata rimpetto agli altri. Guasto è
l'ordine sociale e degradata l'umana natura, quando ogni uomo cessa
d'essere lo scopo della sua propria esistenza, e non è che un mezzo
impiegato dal sovrano per soddisfare alla propria ambizione.
Passioni più violenti di quelle della presente età strascinavano gli
uomini nei pubblici affari: ma al potere politico non andava congiunta
molta celebrità; e nell'agitamento d'una vita tanto attiva, più che la
vanità, era soddisfatta l'ambizione. Il magistrato d'una repubblica, il
ministro d'un principe appena potevano sperare di rendersi noti a tutta
l'Italia; e un nome che fosse noto a tutta Europa, non poteva
acquistarsi che colla superiorità dell'ingegno. La considerazione era la
ricompensa accordata ad una vita consacrata al ben pubblico; la gloria
si acquistava soltanto colle lettere; e questa divisione riusciva
egualmente utile all'amministrazione ed alla scienza. La piccolezza
degli stati tanto favorevole alla indipendenza, diminuendo alquanto il
lustro de' principi, dava ai sommi ingegni un rango superiore a quello
de' sovrani.
Era infatti convenevole cosa che a coloro, i quali consacravano allo
studio que' talenti che avrebbero potuto procurar loro le principali
cariche ed il supremo potere dello stato, si accordassero le più
onorevoli ricompense. La lingua era appena formata, ed il capo d'opera
di Dante faceva soltanto conoscere quel che poteva diventare. Non erano
per anco stabilmente fissati i confini tra l'italiano ed il latino
idioma; il primo non aveva ancora la sua grammatica, ed ancora incerto
ne era il carattere. Il Villani, il Boccaccio e Franco Sacchetti
formarono la prosa, e lasciarono eccellenti esemplari d'eleganza, di
chiarezza, d'ingenuità e di gusto, che i susseguenti secoli non
superarono. Cino da Pistoja, Cecco d'Ascoli, Petrarca, Zanobio Strada
crearono, o perfezionarono la poesia lirica; facendo a vicenda parlare
ne' loro versi l'amore, la religione, l'immaginazione e l'entusiasmo;
fissarono per l'Italiano il linguaggio poetico, quel linguaggio
pittorico, ove non sono ammessi vocaboli che non presentino alcuna
immagine. L'antichità era mal conosciuta, e su la terra la più doviziosa
d'ogni altra per antiche memorie, il popolo poteva appena approfittare
dell'esperienza de' passati secoli. Ma Albertino Mussato, Ferreto
Vicentino e Giovanni da Cermenate mostrarono come doveva studiarsi la
lingua de' Romani per possederla come se fosse la propria. Cola da
Rienzo, Petrarca e Boccaccio insegnarono il modo di cercare lo spirito
dell'antichità ne' suoi monumenti e ne' suoi scrittori, di spiegar gli
uni col soccorso degli altri, riunendo in un solo corpo le parti
staccate dell'erudizione classica. Giovanni Calderino e Giovanni Andrea
consacrarono un'erudizione dello stesso genere nell'interpretazione
delle leggi civili e canoniche; Giovanni Gianduno e Marsiglio di Padova
rischiararono coi lumi della filosofia i rapporti che esistono tra
l'autorità civile e l'autorità religiosa; la medicina, la fisica, le
scienze naturali cominciarono in pari tempo ad uscire dalle tenebre che
le avevano affatto ricoperte. Lo zelo dei discepoli era più caldo di
quello de' maestri: ogni città voleva avere un'università, per leggere
nella quale chiamava gli uomini più famosi per dottrina, cercando colle
ricompense e cogli onori, che loro accordava, di soverchiare le città
vicine. A fronte di tanti studi pubblici, nella sola Bologna contavansi
dieci mila scolari che udivano le lezioni de' più illustri professori.
In altro tempo non eransi giammai con tanta passione coltivate le
scienze e le lettere; al merito letterario non era mai stata accordata
così larga ricompensa di gloria, nè così magnifici trionfi ai poeti ed
ai filosofi.
Tra i sommi ingegni, che illustrarono il quattordicesimo secolo, parve
che il Petrarca fosse scelto dai suoi contemporanei per ricevere in nome
di tutti i poeti e di tutti i dotti la più luminosa ricompensa che sia
mai stata accordata al merito letterario. Nel 23 agosto del 1340
ricevette una lettera dal senato di Roma, che lo invitava in quella
capitale del mondo, per ricevervi in Campidoglio la corona d'alloro, che
ne' tempi della romana grandezza accordavasi talvolta ai poeti in
occasione de' giuochi capitolini. La sera dello stesso giorno ebbe
Petrarca una seconda lettera da Roberto de' Bardi Fiorentino,
cancelliere dell'università di Parigi, in allora la più celebre
dell'Europa, che in nome della medesima lo invitava colle più
lusinghiere espressioni a Parigi per esservi egualmente coronato
d'alloro. Francesco Petrarca aveva in allora trentasei anni, e vivea nel
suo tranquillo ritiro di Valchiusa, presso Avignone, quando le due più
grandi città del mondo sembravano disputarsi l'onore di preparargli un
trionfo[341].
[341] _Memorie per la vita del Petrarca dell'ab. de Sade t. I, l.
II, p. 428._
Petrarca, per la sua coronazione, diventò un personaggio affatto degno
di storia: e fu così altamente collocato nell'opinione del suo secolo,
che da qui innanzi lo vedremo pronunciare i suoi oracoli sulla politica
e sulla letteratura; giudicare i pontefici e gl'imperatori, ed ottenere
un rispetto talvolta esagerato da que' medesimi ch'egli condannava.
Notabile fu l'influenza di tanta gloria sopra un carattere pieno di
vanità: Petrarca non cessò mai nella sua carriera politica di essere un
trovatore; e tutti i tiranni d'Italia, lusingando il suo amor proprio,
ottennero da lui ricompensa di bassa adulazione. Alcuni lo impegnarono
in azioni contrarie a' suoi principj ed a' suoi doveri come cittadino di
Fiorenza e come Guelfo[342]. Anche il suo merito letterario medesimo può
essere attaccato. Molti critici accusarono le sue poesie di ricercatezza
e di affettazione; molti osservarono che nelle sue lettere ed altre
opere latine traspare una stentata vanità, mentre in mezzo ai continui
sforzi che fa l'autore per comparire eloquente, non sanno ove trovare i
suoi veri sentimenti e pensieri; per ultimo molti lo accusano in
particolare d'avere guasto il gusto della sua nazione, ritraendo
gl'Italiani dal cercare il vero bello per farli tener dietro a futili
gentilezze, ad apparenti bellezze. Ma per altro costoro devono
confessare che Petrarca fu dotato di talenti tali, di un tal genio, di
cui non possono forse portar essi giudizio; imperciocchè non è possibile
di riscuotere l'ammirazione d'un intero secolo, nè di trasmettere il
proprio nome alle più remote nazioni, e di generazione in generazione
alla posterità, se tali veri o supposti difetti non vengono largamente
compensati da una vera grandezza degna di una gloria così universale e
durevole.
[342] Petrarca non era di nulla debitore alla sua patria, da cui
visse sempre in esilio e che solo assai tardi gli mandò Giovanni
Boccaccio col decreto del suo richiamo. Desiderò la libertà
d'Italia, ma non prese alcuna parte ben decisa nè pel partito
guelfo, nè pel ghibellino.
Era Petrarca figlio di ser Petracco dell'Ancisa, notajo fiorentino,
originario del castello dell'Ancisa posto sulla strada d'Arezzo,
quattordici miglia lontano da Firenze. Ser Petracco era notajo delle
riformagioni[343] quando furono esiliati i Bianchi di Firenze. Bandito
con Dante del 1302, si stabilì in Arezzo, ove nacque Petrarca nella
notte del 19 al 20 luglio del 1304 quasi all'epoca del mal diretto
tentativo fatto dai Bianchi sotto la condotta di Baschiera dei Tosinghi,
per rientrare in Firenze[344].
[343] Così chiamavasi l'archivista delle deliberazioni della
signoria.
[344] Il 22 luglio del 1304. Vedasi nel _tomo IV, il cap. XXVI_. —
_Memorie per la vita del Petrarca t. I, p. 16._
Il nome di Petrarca dato al poeta toscano non è che il nome del padre
alquanto alterato, Petracco, ossia Pietro. Pare che questa famiglia non
avesse ancora nome proprio, come di que' tempi non lo avevano ancora
molte famiglie della plebe. Petrarca incominciò di otto anni a studiare
in Pisa la grammatica; di dove, perduta ogni speranza di rientrare in
patria, suo padre lo trasportò con tutta la famiglia in Avignone
allorchè morì Enrico VII. Avignone, diventata residenza dei papi,
apparteneva in allora al re Roberto; ma il contado limitrofo Venosino
formava da oltre trent'anni parte del dominio della Chiesa. Filippo
l'ardito, re di Francia, aveva ceduta quella piccola provincia alla
chiesa in forza d'un trattato conchiuso nel 1228 tra il papa e Raimondo
VII, conte di Tolosa.
Petrarca trovò a Carpentasso, lontano quattro sole leghe da Avignone, il
precettore toscano Convannole, che gli aveva date le prime lezioni di
grammatica in Pisa[345], e proseguì a studiare sotto di lui pel corso di
cinque anni la grammatica, la dialettica e la rettorica. Di 14 anni fu
mandato a Monpellier per istudiare il diritto; ma ne' quattro anni che
vi si trattenne trascurava lo studio commessogli per leggere Cicerone;
pel quale fino da quell'epoca sentiva una così violenta passione, che
propose di averlo a suo unico esemplare; e in fatti l'imitazione dello
stile ciceroniano fu la cagione principale della sua gloria. Del 1322 fu
dal padre mandato a Bologna per continuarvi lo studio del diritto sotto
il famoso canonista Giovanni Andrea, sotto Giovanni Caldarini ed altri
riputatissimi professori: ma anche in Bologna lo studio de' classici lo
alienavano in modo da quello della giurisprudenza, che suo padre
credette indispensabile un viaggio a quella città per toglierlo a così
gagliarda seduzione, gettando sul fuoco tutti i prediletti suoi
libri[346].
[345] _Memorie di Sade t. I, p. 30._
[346] _Memorie di Sade t. I, p. 44._
Ma in Bologna eranvi di que' tempi, oltre i legisti, altri maestri dai
quali poteva Petrarca ascoltare lezioni al suo gusto più confacenti.
Scelse adunque quelle di Cino da Pistoja e di Cecco d'Ascoli, dopo
Dante, i due più illustri poeti di que' tempi, sebbene fosse il primo
professore di diritto, l'altro di filosofia e di astrologia. L'uno e
l'altro ispirarono a Petrarca il gusto per la poesia lirica italiana
leggendogli le loro poesie ch'egli superò di lunga mano. Del 1327,
sotto il governo del duca di Calabria, il professore d'astrologia
Cecco d'Ascoli, che appunto in tale anno era pure astrologo del
duca, fu abbruciato in Firenze come fattucchiere dal tribunale
dell'Inquisizione[347].
[347] _Gio. Villani l. X, c. 39, p. 625._
Petrarca aveva, del 1325, perduta la madre, cui nel susseguente anno
tenne dietro anche il genitore; onde gli fu forza di lasciare Bologna e
di recarsi in Avignone col fratello Gerardo per raccoglierne la piccola
eredità[348]. I sottili redditi del loro patrimonio consigliarono i due
fratelli ad abbracciare lo stato ecclesiastico; e Petrarca, già
conosciuto per alcune poesie alla corte pontificia, vi fu cortesemente
accolto da alcuni principali signori romani e da alcuni prelati. Era
Petrarca di gentile aspetto, e gagliardamente inclinato a conversare
colle donne, la di cui protezione, in allora potente alla corte
d'Avignone, conduceva facilmente a grandi fortune. Petrarca, volendo
cattivarsene il favore coi versi, fece scelta della lingua italiana;
perfezionando la quale, e dandole maggiore armonia, si acquistò tanta
gloria[349].
[348] _Memorie de Sade, t. I, p. 54._
[349] «Questo dialetto» così parlò l'A. de Sade del maraviglioso
linguaggio di Dante, «questo dialetto era tuttavia assai grossolano,
quando Petrarca si degnò di sceglierlo per le sue poesie.» _Memor.
l. I, p. 80._
La rima formava una parte essenziale della poesia italiana e della
provenzale; e Dante aveva artificiosamente alternate le rime in modo che
si legassero le une alle altre, onde giovare alla memoria di coloro che
canterebbero i suoi versi, senza affaticare l'orecchio con una monotona
consonanza. Petrarca non fu forse di così fino gusto nell'avvicendare le
sue rime; e cercò più d'ogni altra cosa la tortura e la difficoltà,
scrivendo trecento in quattrocento sonetti, e talvolta duplicando la
tortura di questo infernale letto di Procuste, come ingegnosamente
chiamò il Sonetto un poeta italiano[350].
[350]
_In questo di Procuste orrido letto_
_Chi ti sforza a giacer?_
Petrarca non impiegò per le quattro rime de' quattordici versi ond'è
composto un sonetto, che le più ricche e più sonore desinenze: lo
che gli fece più volte trascurare i vocaboli più adattati al
sentimento. Imitò ancora le sestine de' Provenzali, piccoli poemi di
sei stanze, cadauna di sei versi, dovendo ogni verso essere
terminato da un sostantivo di due sillabe, senza che i versi della
medesima stanza rimino fra di loro. In cambio di rima, gli stessi
vocaboli sostantivi dissillabici devono soli terminare i versi delle
seguenti cinque stanze, in modo che la rima che chiude la prima
stanza sia principio della seconda, e così di seguito; infinchè
cadauno de' sei vocaboli trovisi a suo luogo in fine di ognuno de'
sei versi di ciascheduna stanza. Alcune sestine sono doppie, talchè
la tortura si protrae per dodici stanze. Il poema si chiude col
ripigliare tre versi che devono essere terminati da tre vocaboli de'
sei adoperati nelle precedenti strofe. Questo metodico collocamento
di vocaboli non offre veruna specie d'armonia all'orecchio, ma non è
perciò meno difficile ad eseguirsi, e sottopone il poeta a tante
difficoltà, che gli riesce quasi impossibile di conservare il
pensiero della sua composizione (ciò sarà accaduto più
frequentemente che al Petrarca, ai poeti provenzali).
In quasi tutte le edizioni del Petrarca le sestine sono stampate
sotto il titolo di _canzoni_; ma la 3ª, 21ª, 32ª e 36ª canzoni, sono
sestine. La 46ª, _Mia benigna fortuna e 'l viver lieto_, è una
doppia sestina di 12 stanze.
Le canzoni sono i componimenti nei quali il Petrarca spaziò con maggiore
libertà, e sono altresì quelli nei quali trovasi frequentemente una
grandezza lirica che lo pareggia agli antichi lirici, ed a Dante, suo
maestro. Le canzoni sono composte di più strofe di versi endecasillabi e
settenarj; ma ogni strofe dev'essere perfettamente eguale alla prima,
sia per conto delle rime, che per rispetto ai differenti piedi, ed alla
distribuzione dei riposi. La canzone non deve avere più di quindici
strofe, nè la strofa più di venti versi; e terminare con una chiusa o
invio, nel quale l'autore addirizzava la parola ai suoi versi. Rare
volte accade che quest'aggiunta che riconduce in iscena il poeta non
distrugga con alcun poco di vanità o di galanteria l'impressione fatta
dal poema con più elevati pensieri e con un andamento più lirico[351].
[351] La canzone 5.ª: _O aspettata in ciel beata e bella_, destinata
ad incoraggiare Carlo IV alla Crociata, può addursi in esempio di
questa mancanza di gusto. Questo canto di guerra veramente lirico
viene chiuso da questi versi:
_Tu vedra' Italia e l'onorata riva,_
_Canzon, che agli occhi miei cela e contende_
_Non mar, non poggio o fiume,_
_Ma solo Amor ec._
Nel 1326, Petrarca strinse amicizia con Giacomo, figliuolo di Stefano
Colonna, di età conforme e di studj, dal papa in appresso nominato
vescovo di Lombez. Questi lo fece conoscere ai più rispettati personaggi
della corte d'Avignone onde potè spiegare i suoi talenti in più vasto
teatro[352].
[352] _Memorie de Sade t. I, p. 96._
Ma la celebrità del Petrarca crebbe a dismisura da che cominciò a
cantare i suoi amori per madonna Laura, da lui veduta la prima volta
nella chiesa delle monache di santa Chiara il 16 aprile del 1327. Per lo
spazio di venti anni, e fino alla morte di Laura, non cessò d'esprimere
ne' suoi versi la propria passione e di lagnarsi del suo rigore. Era
Laura figlia d'Odiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese,
che la maritò in gennaio del 1325 con Ugo di Sade, figliuolo di Paolo,
ed uno de' sindaci della città d'Avignone[353]; se dobbiamo dar fede ai
versi dell'innamorato giovane, fu scrupolosamente fedele allo sposo,
sebbene non fosse insensibile agli omaggi di così riputato poeta ed alla
celebrità che le procurava; e sebbene non trascurasse i mezzi familiari
alle donne per non perdere un prigioniere che di quando in quando
minacciava di fuggire.
[353] _Memorie de Sade l. II, p. 130._
In tempo che Petrarca trovavasi a Lombez presso l'illustre suo amico
Stefano Colonna, riprese i suoi studj de' classici. Petrarca sentiva un
vivo trasporto per le cose de' Romani, onde cercava di conoscerne a
fondo i poeti, gli oratori, gli storici. Per avanzarsi in così vasta
erudizione richiedevansi, a que' tempi, maggiori sforzi assai, che ne'
nostri. Rarissimi erano i manoscritti e venduti a caro prezzo; non
trovavansi riuniti nello stesso luogo, ma era d'uopo intraprendere
diversi viaggi per leggere il solo Cicerone, di cui conservavansi alcuni
libri in una provincia, altri in altre. Il Petrarca che aspirava ad
averli tutti, e che apprezzava più d'ogni altro questo autore, possedeva
il trattato _de Gloria_ di Cicerone, che prestò al suo maestro
Convennole, che lo smarrì, senza che fino a' nostri giorni siasi potuto
più rinvenire.
Il Petrarca, pieno la mente ed il cuore delle opere de' Romani
scrittori, non credeva esservi altre scienze oltre quelle da loro
coltivate, nè maggiore grandezza di quella della loro patria. Egli aveva
adottati perfino i pregiudizj dell'antica Roma, che per lui continuava
ad essere la capitale del mondo, risguardando come barbaro tutto quanto
non era romano. Perciò non poteva tenere segreto il suo sdegno contro i
papi per avere trasportata la loro sede in un'oscura e schifosa città
delle Gallie, preferendola alla capitale dell'universo ricca di
magnifici palazzi. I Barbari francesi ed allemanni che osavano scendere
armati in Italia, eccitavano egualmente la sua collera, non vedendo in
costoro che schiavi ribelli, cui di continuo rimproverava i ferri che
avevano infranti[354].
[354] Così scriveva nel 1333 quando Giovanni di Boemia entrò in
Italia col conte di Armagnac. «Ove troverò io bastanti lagrime per
piangere la ruina della mia patria? Terribile destino! quale
vergognoso giogo siamo vicini a portare! Nemici mille volte vinti
immergeranno ne' nostri fianchi quelle spade che servirono ai nostri
trofei, la signora del mondo gemerà nella schiavitù, porterà i ferri
fabbricati da mani che furono strette dalle sue catene; e ciò che
pone il colmo alle nostre sventure, ciò che i più feroci popoli e lo
stesso Annibale non avrebbero veduto senza piangere, la bella, la
possente Ausonia pagherà tributo ai Galli, a que' barbari, di cui
Cesare non potè comprimere la rabbia, che tingendo del loro sangue i
fiumi ed il mare.» Lettera in versi a Bartolomeo Tolomei di Siena.
_Fran. Pet. Car. l. I, ep. 3. De Sade Mem. l. II, p. 197._ Del resto
il terrore del Petrarca non fu giustificato dagli avvenimenti.
Abbiamo di già veduto che Giovanni di Boemia dopo una campagna senza
gloria tornò in Germania; che il conte d'Armagnac fu fatto
prigioniero, e l'Italia quasi interamente sottratta a straniero
dominio.
Non pertanto il Petrarca credette ben fatto di raccogliere da que'
popoli, che tanto spesso chiamava barbari, tutto quanto conservavano di
scienza. Visitò Parigi nel 1333, poi le città delle Fiandre, Aquisgrana
e Colonia, di dove, passando per Lione, tornò ad Avignone[355]. Stefano
Colonna, suo protettore, andava intanto a Roma, di modo che la fama del
Petrarca dilatavasi in tutta l'Europa per mezzo suo e de' suoi amici.
L'anno 1336 venne per mare in Italia, ove visse alcuni mesi in casa dei
Colonna, allora in aperta guerra cogli Orsini; ed avanti di tornare in
Provenza, visitò pure le coste della Spagna[356]; dopo i quali viaggi
comperò in Valchiusa una piccola casa per istabilirsi in quel solitario
paese. Nel 1339 diede principio ad un poema epico in versi latini, di
cui Scipione doveva essere l'eroe, e che intitolò l'Africa. Lusingavasi
di eternare con quest'opera la sua memoria; ma l'effetto non corrispose
alle sue speranze[357].
[355] _Franc. Petr. Famil. Epist. l. I, ep. 3 e 4. — Memor. de Sade
l. II, p. 206._
[356] _Memor. de Sade l. II, p. 330._
[357] _Ivi, l. II, p. 403._
Ritirato nella sua solitudine, nulla trascurava il nostro poeta che
potesse giovare alla sua celebrità. Le lettere che gli furono ricapitate
nello stesso giorno, per invitarlo a Parigi ed a Roma, gli arrecarono
più gioja che sorpresa; poichè già da lungo tempo andava egli stesso
preparando questo glorioso avvenimento. La sua ammirazione per la romana
grandezza non lo lasciò nell'incertezza; ma per dare maggiore splendore
al suo coronamento in Roma, risolse di subire un esame che non gli
veniva richiesto; e prima di cingersi l'offerto alloro, si addirizzò a
Roberto, re di Napoli, il più letterato sovrano di que' tempi, e grande
protettore de' letterati, pregandolo di giudicare intorno alle sue
cognizioni ed ai suoi talenti. Quando seppe accolta la sua domanda,
Petrarca s'imbarcò alla volta di Napoli, ove sbarcò alla metà di marzo
del 1341[358].
[358] _Memor. de Sade per tenere alla vita del Petrarca l. II, p.
435._
Il vecchio Roberto che aveva più gusto per lo studio, e rispetto per le
scienze letterarie che militari, pareva scontare finalmente i delitti da
suo avo Carlo I, il conquistatore di Napoli ed il carnefice di
Corradino. Nel 1328 Roberto aveva perduto l'unico figlio Carlo, duca di
Calabria, il quale morendo aveva lasciata una fanciulla, e la consorte
gravida di un'altra. Il nipote di Roberto, Carlo Uberto, figlio di Carlo
Martello, e nipote di Carlo II di Napoli, regnava allora in Ungheria.
Roberto che gli aveva tolta la corona di Napoli col favore della corte
pontificia, quando vide spenta la sua maschile discendenza, pensò di
ritornare la corona alla casa d'Ungheria. Carlo Uberto venne a
Manfredonia colla sua famiglia, e, valendosi della dispensa del papa,
fece sposare ad Andrea suo secondogenito, allora di sette anni,
Giovanna, maggior figliuola del duca di Calabria, che ne aveva cinque.
Tale maritaggio si celebrò il 26 settembre del 1333; ed Andrea che fu
dal padre lasciato alla corte di Napoli per esservi educato dall'avo
della sposa, ricevette il titolo di duca di Calabria, e fu riconosciuto
erede presuntivo della corona[359].
[359] _Gio. Villani l. X, c. 224._
D'altra parte il re di Sicilia, Federico, quello stesso che dal 1295
innanzi aveva difesa la Sicilia con tanto coraggio e fortuna contro gli
attacchi de' Napoletani, de' Francesi e della Chiesa, morì assai vecchio
il 14 giugno del 1337, lasciando la corona a D. Pedro suo maggior
figliuolo, che, lungi dall'avere i talenti e le virtù del padre, aveva
opinione di scimunito[360].
[360] _Gio. Villani l. XI, c. 70._
Roberto tentò invano di approfittare della debolezza del nuovo re
siciliano e della ribellione che si manifestò ne' suoi stati. I
Napoletani, dopo un'inutile campagna nel 1338, furono forzati di
ritirarsi[361]. Genova e molte altre città della Lombardia e del
Piemonte eransi sottratte al dominio di Roberto. La guarnigione che
aveva posta in Asti, non vedendosi pagata, vendè quella importante
piazza al duca di Monferrato[362]. Intanto l'avarizia e la debolezza di
Roberto davano il regno in preda a gravissimi disordini. I conti di
Minerbino e di san Severino si facevano la guerra; e le città di
Barletta, Sulmona, Aquila, Gaeta e Salerno erano divise in accanite
parti che distruggevansi a vicenda. I fuorusciti eransi fatti assassini,
e tutto il regno era esposto alle vessazioni dei proscritti e dei
malviventi[363]. Roberto non andava dunque debitore alla prosperità de'
suoi stati, o alla gloria delle sue armi del titolo di più saggio re
della Cristianità. I letterati da lui beneficati furono i soli artefici
della sua fama, celebrando quali prodigi di scienza e di buon gusto le
lettere del monarca, i suoi editti, le sue scritture d'ogni genere. In
fatti la sua pedantesca erudizione somministrava materia ai loro
elogi[364].
[361] _Ivi, c. 78._
[362] _Ivi, c. 103._
[363] _Gio. Villani l. XI, c. 79. — Dominici de Gravina Chron. de
rebus in Apulia gestis, t. XII, p. 551._
[364] Veggasi, tra le altre, la sua lettera ai Fiorentini in
occasione dell'inondazione, riportata dal Villani nel _l. XI, c. 3_.
Tale fu l'esaminatore scelto da Petrarca per giudicarlo degno di
ricevere la corona in Campidoglio. Dopo l'esame, il poeta addirizzò una
lettera alla posterità per informarla di tutte le particolarità del suo
trionfo. «Roberto, egli scrive, fissò per quest'esame un giorno solenne,
e mi tenne sotto le prove da mezzodì fino a sera; ma perchè discutendo
ogni materia, la vedevamo andar crescendo, ricominciò l'esame ne' due
susseguenti giorni. Così dopo avere tre giorni _scossa_ la mia
ignoranza, il terzo mi dichiarò degno dell'alloro poetico[365]». Allora
Roberto cercò d'indurre Petrarca a ricevere la corona in Napoli; ma non
potendo ottenere l'assenso del poeta, destinò Giovan Barili, uno de'
suoi cortigiani, a rappresentarlo in questa cerimonia, impedito da
vecchiaia di recarsi egli stesso a Roma[366]. Il Barili che sulla strada
di Roma erasi separato dal Petrarca, fu svaligiato dagli assassini e
costretto di rifare la strada di Napoli.
[365] _Franc. Petrar. Epistola ad posteros._
[366] _Memorie per la vita del Petrarca, l. II, p. 445._
Roma aveva allora due senatori, Orso, conte d'Anguillara, di casa
Colonna, e Giordano Orsini. Il primo, amico e protettore del Petrarca,
aveva operato per la sua coronazione. Egli usciva di carica all'indomani
di Pasqua, ed il giorno appunto destinato a tale funzione, che nel 1341
cadeva nell'otto d'aprile, fu scelto per la cerimonia[367].
[367] _Ivi, l. III, t. II, p. I._
Erano passati dodici secoli dopo che il Campidoglio più non vedeva
trionfi; ed il popolo di Roma applaudì il poeta che saliva la sacra
scala collo stesso trasporto con cui applaudiva in altri tempi i
vincitori de' barbari, i liberatori della patria. Alcuni giovanetti
vestiti di porpora indirizzavano ai Romani, in nome del Petrarca, versi
fatti dal poeta per questa cerimonia. Le più illustri famiglie della
nobiltà eransi conteso l'onore di far entrare i loro figli nel corteggio
del grand'uomo[368].
[368] Dodici giovanetti vestiti di porpora appartenevano alle
famiglie Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri,
Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni ed Astalli.
Altri sei in abito verde, che lo circondavano, portavano gl'illustri
nomi de' Savelli, de' Conti, degli Orsini, degli Annibaldi, de'
Paparesi, e de' Montanari.
Il Petrarca, coperto da una veste di porpora, donatagli dal re Roberto,
era preceduto dal suono delle trombe e dei tamburi. Giunto nella sala
della giustizia si rivolse al popolo che lo accompagnava, dicendo ad
alta voce: «Dio conservi il popolo romano, il senato e la libertà!» Indi
postosi ginocchioni innanzi al senatore, questi, che teneva in mano la
corona di lauro, la collocò sul capo di Petrarca, ed il popolo fece
allora eccheggiare il palazzo e la piazza de' suoi applausi, gridando:
«viva il Campidoglio ed il poeta[369].»
[369] _Annali di Lodovico Bonconte Monaldeschi, t. XII, Rer. Ital.
p. 540._ Il Monaldeschi incomincia il suo racconto dicendo che ne'
cento quindici anni da lui vissuti, e de' quali pensa di scrivere la
storia, non ebbe altra malattia che quella di cui morì. Ma l'autore
che faceva fondamento sopra una vita così lunga, e che di già
l'annunziava come una verità storica, non continuò che per pochi
anni il suo giornale.