CAPITOLO XXXIII.

_Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia e

del Legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle

repubbliche di Fiorenza e di Venezia._

1333 = 1338.

Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitava ancora l'Europa dopo

l'origine di quelle famose fazioni. Le abbiamo vedute passare dalla

Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili tra Lotario III e

Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i difensori della chiesa

e dei privilegi del popolo, mentre i Ghibellini erano i campioni delle

prerogative dell'imperatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi

egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano

la guarenzia per due opposte strade; la prima voleva consolidare le

costituzioni delle città, gli altri mantenere quelle dell'impero.

Accordando loro intenzioni egualmente liberali, ci siamo preferibilmente

attaccati prima ai Guelfi quando nel dodicesimo secolo opposero a

Federico Barbarossa una generosa opposizione; in seguito ai Ghibellini

quando nel tredicesimo secolo difesero con tanta fermezza gli eroici

principj della casa di Svevia contro i pontefici impegnati a

distruggerli. Forse mi verrà chiesto per quale parte desidero

interessare i miei lettori nella prima metà del quattordicesimo secolo,

e sono obbligato di confessare la mia trista imparzialità. Per lo

storico contemporaneo è un merito quello di non ascoltare le passioni

che tuttavia si agitano intorno a lui e di giudicare con severa

imparzialità; ma quando que' popoli più non esistono o sono spente le

fazioni, quando veruno interesse presente non può dipendere da dispute

già abbandonate, solo la giustizia e la virtù ci guidano nella scelta, e

lo storico ed il lettore sono dolenti se debbono rimanere imparziali. I

nomi di Guelfo e di Ghibellino omai più non erano nella prima metà del

quattordicesimo secolo che un'eredità di antico odio. I figli si

facevano la guerra perchè i loro padri eransi combattuti, perchè

rimanevano delle antiche offese da vendicare e del sangue da lavarsi col

sangue. Questi odj sonosi spenti, le famiglie rivali o più non esistono

o più non rammentano le antiche offese; e la storia delle loro contese

non offre da ambe le parti che delitti e violenze. I Guelfi alleati de'

Francesi non sapevano meglio mantenere l'indipendenza d'Italia, di

quello che si facessero i Ghibellini alleati de' Tedeschi. Ogni fazione

contavasi un numero press'a poco eguale di tiranni e di repubbliche. I

marchesi d'Este a Ferrara, i Carrara a Padova, a Parma i Rossi, ed i

Malatesta a Rimini appartenevano al partito guelfo. La sorte, gli è

vero, fece sorgere più grandi uomini tra le famiglie ghibelline. Più

tardi la potenza degli Scala e dei Visconti associò il timore della

tirannide al nome della parte ghibellina. In sul finire dello stesso

secolo vedremo questa lunga lotta assumere un carattere più nobile, e

confondersi con quella dei repubblicani contro il despotismo. Fiorenza,

che stava alla testa del partito guelfo, associò ben tosto alla difesa

di questo partito la difesa della libertà ed illustrò colle sue virtù

una causa che più non era raccomandata dal nome de' papi e

dall'interesse della chiesa.

I Fiorentini, dopo essere stati due volte spaventati dalla discesa in

Italia di Luigi di Baviera e dalla subita grandezza del re Giovanni di

Boemia, credevano di più non aver nulla a temere. Erano ancora, a dir

vero, impegnati in una guerra; ma l'avevano incominciata spontaneamente,

sperando di accrescere lo stato con facili conquiste. I nemici da loro

attaccati non potevano diventare pericolosi, ed era inevitabile e

prossima la loro caduta. Tranne la sola città di Lucca, che avevano

preso a sottomettere colle armi, tutto il rimanente della Toscana

domandava loro alleanza. I Pisani erano indeboliti dalle fazioni tra i

soldati ed il popolo, ed avevano scelto arbitro il vescovo di Fiorenza

onde terminare coi Sienesi una guerra, nella quale avevano presa parte

per il possedimento di Massa di Maremma. Gli Aretini vivevano tranquilli

sotto il governo di Pietro Saccone de' Tarlati. Erano strettamente

legate con Fiorenza pel comune interesse della parte guelfa le

repubbliche di Perugia e di Siena; mentre le più piccole città di

Pistoja, Volterra, Colle e san Gemignano erano piuttosto suddite che

alleate della signoria di Fiorenza. In mezzo a tanta prosperità i

Fiorentini si abbandonavano alla loro inclinazione pei piaceri. Due

compagnie d'artigiani diedero tutto un mese feste e spettacoli nelle

strade. Talora vedevansi scorrere la città in abito uniforme col capo

coronato di ghirlande di fiori, e un'allegra musica dirigeva i loro

misurati passi; altra volta si disputavano nelle pubbliche piazze il

premio delle giostre e de' tornei; finalmente intrattenevano spesso il

popolo cogli spettacoli, ne' quali la pittura, la poesia, la musica

dovevano parlare insieme all'immaginazione e preparare da lontano il

risorgimento del teatro. E per tal modo si andava sviluppando quello

squisito gusto delle arti, quel genio creatore che doveva sollevare i

Fiorentini tanto al di sopra degli altri popoli d'Italia[258].

[258] _Gio. Villani l. X, c. 218._

Ma ben tosto tenne dietro a queste feste una grande calamità: il primo

di novembre del 1333 cominciò a piovere con tanta furia, sia in

Fiorenza, come in tutte le valli dell'Appennino che tributano le loro

acque nell'Arno, che le cataratte dei cieli parvero aperte ed il popolo

nuovamente minacciato da un generale diluvio. Onde tutta la gente vivea

in grande paura suonando al continuo per la città tutte le campane delle

chiese, infino che non alzò l'acqua, e in ciascuna casa bacini o pajuoli

con grande strida gridando a Dio _misericordia, misericordia_, per le

genti che erano in pericolo, e fuggendo le genti di casa in casa e di

tetto in tetto, facendo ponti da casa in casa, onde era sì grande il

rumore e 'l tumulto che appena si poteva udire il suono del tuono. Per

la detta pioggia il fiume d'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acqua, che

prima onde si muove scendendo dell'Alpi con grandi ruine ed impeto sì

che sommerse molto del piano di Casentino; e poi tutto il piano d'Arezzo

e di Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse d'acqua. La Sieve

soverchiò le sponde con non minore violenza ed allagò tutto Mugello.

Ogni piccolo ruscello che metteva nell'Arno sembrava un gran fiume.

Tutti i mulini, tutte le case fabbricate lungo i fiumi, tutti gli alberi

piantati sulle loro rive furono sradicati e strascinati dall'impeto

dell'acque. Le acque che già sollevavansi otto in dieci braccia al di

sopra dei piani, urtavano con istraordinaria forza contro le mura di

Fiorenza. Finalmente il quarto giorno atterrarono il muro ed entrarono

in città per il _corso de' Tintori_ dopo aver fatta nel muro una breccia

larga cento braccia. In pari tempo caddero tre dei quattro ponti che

attraversavano l'Arno: l'acqua inondava tutta la città, e molte case

scosse dall'impeto delle acque caddero sepellendo gli abitanti sotto le

loro ruine, e quelle che rimanevano in piedi erano riempite da una

fetida melma. I magazzini di questa ricca città mercantile furono quasi

tutti distrutti dalle acque. Incalcolabile fu il danno de' privati, e

quello che cadde a carico del governo sorpassò due cento cinquanta mila

fiorini. Finalmente le acque alzandosi sempre più in città, le mura non

ne sostennero il peso, e nella notte del 5 al 6 novembre cadde la

muraglia d'Ogni Santi, e per la fatta breccia di quattrocento cinquanta

braccia l'acqua scolò verso pian d'Arno di sotto.

Tutta la Toscana fu ruinata da così terribile allagamento, i piani

vennero coperti dalle acque, le colline e le montagne spogliate del loro

terreno; molti villaggi furono affatto distrutti dalla violenza de'

torrenti, e tutti i seminati perduti. Pisa, situata in più basso luogo

di Fiorenza, trovandosi circondata da un ampio lago, non si sottrasse a

più grande infortunio che per la nuova strada che le acque si aprirono

al di sotto della città: una metà si rovesciò nell'Arnaccio e venne a

sboccare presso Livorno, mentre l'altra metà si aperse una diritta

strada nel letto del Serchio[259].

[259] _Framm. d'Anon. Pis. t. XXIV, p. 668. — Andrea Dei Cron.

Senese t. XV, p. 92._

Le finanze fiorentine erano rifinite per le immense perdite che lo stato

ed i particolari avevano fatto; i cittadini vedevansi scoraggiati da un

flagello che sembrava un castigo del cielo; la città trovavasi aperta

per due enormi rotture, e le comunicazioni erano chiuse tra un quartiere

e l'altro da case ruinate o interrotte per la caduta de' ponti

principali. Se in tali circostanze un successore di Castruccio avesse

avuta parte della sua audacia o della sua attività, la città di Fiorenza

poteva essere facilmente sorpresa. Ma i signori ai quali il re di Boemia

aveva venduti i suoi stati, erano occupati a difendere il proprio, non

che pensassero ad occupare quel d'altri; e gli stessi pericoli della

loro posizione non permettevano loro di pensare ad imprese che avrebbero

potuto liberarli dalle presenti angustie. In settembre avevano fatto un

trattato d'alleanza col cardinale Bertrando del Poggetto. I signori di

Parma, Lucca, Reggio, Modena e Cremona ed il legato eransi

vicendevolmente obbligati a difendersi contro i limitrofi nemici[260].

Ma il legato, capo di questa confederazione, più non comandava allo

spirito di partito, non era più l'arbitro di quell'antica potenza di

opinione che lo aveva per sì lungo tempo secondato in Italia. Tutti gli

occhi erano aperti su gl'interessati motivi della sua condotta; gli

entusiasti si erano disingannati; i popoli sospiravano l'istante di

scuotere il giogo; la Romagna era sollevata, ed il malcontento de'

Bolognesi andava ogni giorno facendosi maggiore.

[260] _Gazata Chron. Regiense t. XVIII, p. 48._

Bertrando del Poggetto, gettando in Bologna i fondamenti di una

fortezza, col di cui mezzo tenersi la città soggetta, aveva adoperata

l'astuzia perchè il popolo non si opponesse alla sua costruzione. Andava

dicendo che il papa, stanco del soggiorno d'Avignone, pensava di tornare

in Italia, onde fabbricava per lui questo palazzo; ma quando i muri

cominciarono ad essere capaci di difesa, vi alloggiò i suoi soldati di

Linguadocca ed aggravò il giogo sopra una repubblica ancora gelosa della

sua libertà.

Due fazioni esistevano da molto tempo in Bologna; una, che da principio

aveva favorite le viste del legato, era diretta da Taddeo de' Pepoli, il

più ricco ed ambizioso cittadino della repubblica; l'altra, più

favorevole alla libertà, aveva per capi Brandaligi dei Gozzadini, e

Collazzo di Beccadelli colle loro famiglie. Questi si proposero prima

degli altri di scuotere il giogo che pesava sopra la loro patria, ed in

principio del 1334 concertarono col marchese d'Este, capo dell'armata

della lega, i mezzi di sollevare Bologna.

Il marchese d'Este, dopo essersi impadronito del castello d'Argenta,

spinse la sua armata sopra Cento per obbligare il legato a venirgli

incontro. Di fatti la guarnigione dei Guasconi che teneva in rispetto i

cittadini di Bologna, uscì il 17 marzo per attaccare i Ferraresi. Questo

era l'istante aspettato da Brandaligi e da Collazzo per richiamare il

popolo alla libertà. Vennero sulla piazza del Pretorio colla spada in

mano. «Alle armi, gridarono, cittadini di Bologna, prendete le armi e

seguiteci; finalmente è giunto l'istante in cui il nostro coraggio può

bastare a scuotere il giogo della tirannide. Un'armata straniera

attraversa le vostre campagne; questi soldati, nemici del vostro

tiranno, sono i vostri vindici. Quali preferite voi di combattere? essi,

o i Guasconi che vi opprimono? esporrete voi la vita per vivere schiavi

o per vivere liberi? Armatevi, perchè convien scegliere; armatevi perchè

il tiranno vuole mandarvi contro i Ferraresi, se voi rifiutate di

marciare con noi. Osservate le prigioni ch'egli ha fabbricate nella sua

fortezza, osservate i patiboli innalzati sulle vostre mura; queste, se

vincete con lui, sono le ricompense che vi aspettano. Ma noi, se abbiamo

il vostro appoggio, apriremo al popolo quel palazzo in cui i vostri ed i

nostri padri, ove noi stessi e voi rendemmo liberamente giustizia quando

la repubblica sussisteva nella sua gloria, quando noi non conoscevamo

ancora la cupidigia del prete francese, nè la brutale insolenza e

l'impudicizia de' suoi soldati. Noi, le di cui dimora e famiglie sono

conosciute, le di cui case verranno bruciate e le proprietà confiscate

se siamo perdenti, noi tutto allegramente esponiamo per la libertà: fate

voi lo stesso; voi che arrischiate meno di noi».

Di mezzo alla folla si udì rispondere a questo discorso il grido di

_viva il popolo, muoja il legato, muoja il tiranno iniquo e crudele_. I

Guasconi sparsi per le contrade furono uccisi, gli altri fuggirono verso

la fortezza, abbandonando la guardia delle porte che vennero aperte al

marchese di Ferrara. Il popolo condotto da Colazzo e da Brandaligi diede

un primo assalto a questa fortezza in cui erasi chiuso il legato, e non

essendo riuscito ad atterrarne le porte, o a sormontarne le mura, prese

a farne regolarmente l'assedio[261].

[261] _Mathæi de Griffonibus, Memor. Hist. l. XVIII, p. 150. — Cronica

Miscella di Bologna t. XVIII, p. 358. — Cherub. Ghirardacci Stor. di

Bologna l. XXI. — Gazata Chron. Regiense p. 49. — Annal. Cœsenat. t.

XIV, p. 1158. — Istorie Pistolesi t. XI, p. 467._

I Fiorentini, avuto avviso dello stato in cui trovavasi il legato,

mandarono a Bologna quattro ambasciatori e trecento cavalli per prendere

il prelato sotto la loro protezione. Bertrando del Poggetto, quale

signore di Bologna, era stato loro nemico; ma quando conobbero il suo

pericolo, non lo risguardarono sott'altro aspetto che di rappresentante

della chiesa. Gli ambasciatori trattarono con lui e col popolo che lo

assediava; il legato abbandonò di buon grado la sua fortezza che non

poteva lungo tempo difendere, e che, abbandonata ai Bolognesi, fu dal

popolo immediatamente spianata. I Fiorentini coprirono la ritirata del

legato che prese la strada della Toscana co' suoi soldati. La

salvaguardia mandatagli dalla repubblica potè a stento salvarlo dalla

rabbia degli abitanti della campagna che si affollavano lungo la strada,

e volevano vendicarsi della sua lunga tirannia[262].

[262] _Gio. Villani l. XI, c. 6. — Leon. Aretino l. VI._

Bertrando trovò a Firenze un'ospitalità che avrebbe dovuto fargli

dimenticare il suo precedente malcontento contro la repubblica: pure si

pretende che giunto in Avignone adoperasse ogni mezzo per ridurre il

papa, suo zio, a far vendetta di coloro che gli avevano salvata la vita;

ma il regno di Giovanni XXII non durò ancora tanto, perchè Bertrando,

valendosi del credito che aveva grandissimo presso il pontefice, potesse

far pentire i Fiorentini della protezione che gli avevano accordata.

Giovanni XXII morì in Avignone il 4 dicembre del 1334, dopo un lungo

regno, durante il quale aveva scandalizzata tutta la cristianità. Tale

era stata la sua avarizia, che lasciò, morendo, un tesoro di dieciotto

milioni di fiorini in danaro, e di sette milioni in gioje ed in vasi di

chiesa[263]: aveva raccolte tante ricchezze colla riserva de' beneficj

vacanti in tutti i paesi cristiani de' quali percepiva i primi frutti.

Fu questo papa che attribuì alla santa sede il diritto esercitato prima

dalle chiese di nominare esse medesime i proprj pastori; e la simonia

che presiedeva a queste elezioni eccitò l'universale malcontento. Ma la

condotta del papa in Italia, la perfidia e la crudeltà de' suoi agenti

per conseguire gli ambiziosi loro fini, accrescevano a dismisura

l'indignazione dei popoli. La persecuzione di Luigi di Baviera aveva

stomacata tutta la Germania, ed un grido universale si alzava contro

tante ingiustizie e parzialità; quando finalmente per mettere il colmo

allo scontentamento della chiesa, la stessa fede del papa cadde in

sospetto d'eresia ed i devoti unirono le loro imprecazioni alla furia

de' mondani contro di lui.

[263] Il fratello dello storico Villani, banchiere del papa in

Avignone, fu con altri impiegato a numerare questo tesoro. _Gio.

Villani l. XI, c. 19 e 20._ Bonconte Monaldeschi, per altro, non lo

fa montare che a quindici milioni di fiorini.

Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle

discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa

non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato

delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo.

Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro

le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel

gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria;

egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava

coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la

sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che

non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente,

poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze:

siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi

l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti

della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime,

dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco

del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi

a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale

che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un

tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per

prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa

a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei

teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che

comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato

costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe

trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266].

Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua

opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con

cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca

diventò un domma della chiesa[267].

[264] _Olenschlager Geschichte des XIV jahrhund. § 109, p. 252._

[265] _Fleury Storia Eccles. l. XCIV, c. 33._

[266] _Gio. Villani l. X, c. 228. — Memorie per la Vita di Petrarca

del de Sade l. II, t. I._

[267] _Gio. Villani l. XI, c. 19._

I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in

numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che

s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello

scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo

uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire

tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno

riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di

Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di

monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui

venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero

egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè

ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi _riuniti

a favore di un asino_. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo

papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e

di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma

in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine

per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da

oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].

[268] _Gio. Villani l. XI, c. 21._

Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di

Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il

suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi

fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte

le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la

pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a

tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece

ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali,

minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano

col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne

il papa, e la negoziazione fu rotta[269].

[269] _Olenschlager Geschichte § 112. — Albertus Argentin. p. 126._

Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi

lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni

aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano

successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda

per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al

Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una

dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i

Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro

contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a

far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti

confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti

trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati.

Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi

furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai

Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].

[270] _Gio. Villani l. XI, c. 30-31. — Gazata Chron. Regiens. t.

XVIII, p. 50. — Joh. de Buzano Chron. Mutin. t. XV, p. 596. —

Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p. 126. — Chron. Estense t.

XV, p. 399. — Chron. Placent. t. XVI, p. 496. — Stor. Pistol. p.

468._

Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui

intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato

l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per

non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che

speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di

Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino

della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione

della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero

al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così

importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il

20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi

comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi

nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].

[271] _Gio. Villani l. XI, c. 40. — Chron. Veron. t. VIII, p. 649._

I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che

questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini.

Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle

frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di

quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una

città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di

Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di

stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo

tempo attaccate a questa fazione.

Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa

della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei

e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i

vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro

politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le

fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro

infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti

e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo

avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo.

Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro

patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la

gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio

contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano

interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai

figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e

purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il

commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse

la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo

partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste

di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi

offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini

l'antico potere.

[272] Maccaroni era il soprannome di un ramo della famiglia

Gualandi.

Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un

cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle

armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli

spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col

pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria.

Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i

gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico,

e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i

gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello

stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in

seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la

peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che

Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di

Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo

ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto

partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo

combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non

venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono

i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I

Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta

nobiltà furono esiliate[273].

[273] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1002. — Fram. d'anonimo Pisano t.

XXIV, p. 670. — Gio. Villani l. XI, c. 42. — B. Marangoni Cron. di

Pisa p. 684._

I Fiorentini informati di questa sedizione di Pisa, ed avvisati in pari

tempo che Pietro de' Rossi erasi avanzato fino ad Asciano alla testa dei

soldati di Mastino per sostenere i Ghibellini, e che gli aveva

incontrati mentre fuggivano, conobbero facilmente le pratiche che il

signore di Verona stendeva in tutta la Toscana. Essi lo invitarono

ancora una volta ad aprir loro le porte di Lucca, in conformità delle

convenzioni; e per non lasciare veruna scusa alla sua mala fede,

acconsentirono di pagargli tutto quanto saprebbe chiedere per

indennizzarlo delle spese sostenute per conto di Lucca. Mastino portò le

sue pretese all'esorbitante somma di trecento sessanta mila fiorini; e

quando con estrema sua sorpresa gli ambasciatori della repubblica

risposero che erano pronti a pagarla, gridò ch'era abbastanza ricco per

non avere bisogno del loro danaro, e che non evacuerebbe Lucca se i

Fiorentini non gli permettevano d'impadronirsi di Bologna. Così fu rotta

la negoziazione il 23 febbrajo del 1336, e subito cominciarono le

ostilità in Val di Nievole[274].

[274] _Gio. Villani l. XI, c. 44._

In tal maniera i Fiorentini trovaronsi impegnati in una pericolosa

guerra con un tiranno, ch'essi avevano in parte sollevato a tanto

potere. Mastino era allora signore di nove città altra volta capitali

d'altrettanti stati sovrani[275], e traeva dalle gabelle loro settecento

mila fiorini d'entrata. Verun monarca della cristianità, ad eccezione di

quello di Francia, possedeva tante ricchezze. Tutto il rimanente della

Lombardia era soggetto a principi ghibellini, alleati naturali della

casa della Scala, e la corte di Mastino era l'asilo di tutti gl'illustri

esiliati. Lo storico Cortusio, mandato di que' tempi per un'ambasciata a

Mastino, lo trovò circondato da ventitre principi spogliati dei loro

stati i quali s'erano rifugiati nella sua capitale[276]. Il signore di

Verona, reso orgoglioso dalle sue alleanze, dalle sue ricchezze e dalla

prosperità delle sue armi, non aspirava niente meno che alla conquista

di tutta l'Italia; ed i Fiorentini erano i soli che ardissero opporsi a'

suoi ambiziosi disegni.

[275] Verona, Padova, Vicenza, Treviso, Brescia, Feltre, Belluno,

Parma e Lucca. _Gio. Villani l. XI, c. 45._

[276] _Cortus. Hist. l. VI, c. 1, t. XII, p. 869._

Troppo mancava perchè la repubblica fiorentina potesse pareggiarsi a

Mastino sia pel numero delle piazze forti e de' sudditi, che pel numero

de' soldati e per la quantità delle pubbliche entrate. Pure le private

ricchezze dei Fiorentini in allora padroni di molta parte del commercio

del mondo, davano alla loro repubblica un rango assai distinto tra le

potenze, perchè sagrificavano sempre con piacere le proprie ricchezze in

servigio della patria. Quando scoppiò la guerra con Mastino della Scala,

formarono un consiglio di finanza, incaricato di trovare danaro; e tutte

le casse del commercio gli furono aperte; onde la repubblica si trovò a

portata di opporsi a così formidabile avversario[277]. Fu pure creato un

consiglio militare, detto _Ufficio della guerra_, e composto di sei

cittadini deputati dai sei quartieri della città al quale fu rimessa la

direzione delle operazioni dell'armata per tutto un anno; affinchè la

più frequente rielezione della signoria non interrompesse l'andamento

degli affari.

[277] _Gio. Villani l. XI, c. 45._

Ma i Fiorentini non erano soltanto esposti ad essere attaccati dalla

parte di Lucca: un ardito capo de' Ghibellini dava loro vivissime

inquietudini all'opposto confine. Pietro Saccone dei Tarlati, uno de'

signori di Pietra Mala, era succeduto, nel governo d'Arezzo, a suo

fratello ch'era stato vescovo di quella città. Allevato nella più

selvaggia regione degli Appennini ove il castello di Pietra Mala

signoreggia i deserti coperti per più mesi dell'anno da alte nevi,

Saccone era avvezzo a sprezzare tutti i pericoli, tutte le fatiche e le

intemperie dell'aria. In un secolo incivilito, tra popoli ammolliti,

conservava Saccone i costumi e le abitudini dei conquistatori del Nord,

autori della sua stirpe. Egli disprezzava il lusso e la mollezza

d'Italia, ma ne conosceva la politica e sapeva valersi de' suoi

artifizj. Era nello stesso tempo sul campo di battaglia uno de' più

formidabili soldati, ed il più accorto ed ingegnoso condottiere quando

trattavasi di sorprendere una piazza o d'ingannare i nemici con qualche

stratagemma. Affezionato alle sue montagne, pareva piuttosto aspirare

alla sovranità delle Alpi, che a signoreggiare le fertili contrade che

stanno alle loro falde; come l'aquila che vola sugli Appennini di balza

in balza, ma che rare volte scende al piano. Egli aveva interamente

sottomessa la famiglia della Faggiuola che aveva spogliata di Massa

Trebaria e di tutta la sua eredità; aveva pure soggiogati gli Ubertini

con tutti i loro castelli ed i conti di Montefeltro e di

Montedoglio[278], di modo che la sua potenza stendevasi su tutte le

montagne della Toscana, della Romagna e della Marca d'Ancona. Dalla

signoria d'Arezzo era in seguito passato a quella di città di Castello e

di Borgo san Sepolcro; e per ultimo aveva attaccata Perugia che a stento

si andava contro di lui difendendo.

[278] _Gio. Villani l. XI, c. 25._

Saccone aveva osservata fedelmente la pace che vent'anni prima erasi

fatta tra le repubbliche di Fiorenza e di Arezzo, ed aveva, sebbene capo

del partito ghibellino, schivato di provocare sopra di sè le potenti

armi della signoria. Ma quando Mastino della Scala portò la guerra in

Toscana, Saccone accettò la sua alleanza, ed obbligossi ad introdurre in

Arezzo ottocento cavalli che il signore di Verona aveva mandati fino a

Forlì. In tali circostanze l'Ufficio della guerra non volle più rimanere

esposto alle sorprese di un vicino che aspettava il favorevole istante

per ismascherarsi. Perciò i Fiorentini dichiararono la guerra al signore

d'Arezzo, ed il 4 aprile del 1336 spinsero un corpo di cavalleria in

Romagna per opporsi a quella di Mastino, e fecero guastare dalle truppe

tutto lo stato d'Arezzo[279].

[279] _Gio. Villani l. XI, c. 48. — Leon. Aret. l. VI._

Le città di Siena, Perugia e Bologna erano, siccome ancora il re

Roberto, obbligati da un'antica alleanza a difendere i Fiorentini per la

salvezza del partito guelfo. L'Ufficio della guerra rinnovò

quest'alleanza, sebbene se ne potessero sperare pochi frutti, perciocchè

le repubbliche erano snervate dalle guerre civili, ed il re Roberto

dall'età e dallo scoraggiamento. Non si poteva far conto dei soccorsi

della repubblica di Genova, già da due anni in preda al partito

ghibellino che volgeva tutte le forze dello stato contro la stessa

repubblica[280]. Il potere della chiesa era in Italia omai spento

affatto; e le città della Romagna e della Marca erano dominate da

piccoli tiranni, la di cui politica limitavasi a far lega colla parte

più potente onde essere risparmiati dall'usurpatore almeno per tutto il

tempo che questi avrebbe qualche cagione di temere. Luigi di Baviera

continuava a proteggere Mastino, il quale chiamavasi sempre vicario

imperiale; e se alcuna potenza d'oltremonti doveva prendere parte nella

guerra che stava per ricominciare, non poteva farlo che in favore del

signore di Verona.

[280] _Gio. Villani l. XI, c. 24._

Venezia soltanto, mossa da più profonda politica, avrebbe potuto

associarsi a Fiorenza per difesa della libertà italiana. La potente

repubblica di Venezia fin allora occupata unicamente delle sue conquiste

del Levante, della marina, del commercio, non aveva acquistato alcun

possedimento sul continente, non aveva voluto contrarre alleanze, nè

prender parte alla politica italiana. I nomi de' Guelfi e de' Ghibellini

erano esclusi dai suoi dominj; non dipendeva dall'impero e teneva il

clero subordinato al proprio governo. Risguardavasi non pertanto

piuttosto come affezionata al partito imperiale; ed una certa gelosia di

commercio o di possanza sembrava che l'alienasse dai Fiorentini.

I signori della guerra di Fiorenza non si lasciarono ributtare da queste

apparenze. Per non risvegliare l'attenzione di Mastino sulle loro

negoziazioni, ne diedero l'incarico ad alcuni mercanti fiorentini

stabiliti in Venezia, e trovarono, siccome lo avevano preveduto, questa

signoria disposta ad ascoltarli.

Aveva Mastino della Scala con diverse imprese offesa la repubblica sua

potente vicina. Aveva tentato di togliere il castello di Camino alla

famiglia di tal nome, che in addietro aveva regnato a Treviso, e che

posteriormente erasi aggregata alla nobiltà veneziana; fabbricava un

castello tra Padova e Chioggia per impedire ai Veneziani di far sali su

quelle coste, e per assicurarne l'esclusiva fabbricazione ai suoi

sudditi; finalmente aveva fatto chiudere con una catena il Po ad

Ostiglia, ed assoggettate ad un gravoso pedaggio le navi che rimontavano

il fiume[281]. Tali novità erano tutte contrarie ai trattati stipulati

dai suoi predecessori colla repubblica, onde la signoria accolse con

piacere l'occasione di rintuzzare l'orgoglio di un vicino potente che

incominciava ad adombrarla.

[281] _Cortus. Hist. l. VI, c. 2. — Chron. Veron. t. VIII, p. 650. —

Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 52. — Marin Sanuto Vite dei

Duchi. — And. Navagero Stor. Ven. — Sandi Stor. civ. Ven. p. II, l.

V._

Il trattato d'alleanza tra le due repubbliche fu segnato il 21 giugno

del 1336. Fiorenza non cercava che il vantaggio di sollevare contro

Mastino un potente nemico: obbligavasi a mantenere metà dell'armata ed a

sostenere metà delle spese per attaccare il signore di Verona nella

Marca Trivigiana; ma tutti gli acquisti che farebbe quest'armata,

dovevano appartenere ai Veneziani, non riservandosi i Fiorentini che la

città di Lucca, che dovevano acquistare a proprie spese e colle loro

forze[282].

[282] _Gio. Villani l. XI, c. 49._

Un solo generale doveva avere l'assoluto comando delle due armate

repubblicane; e la cupidigia di Mastino ne presentò loro uno veramente

meritevole di tanta confidenza. L'illustre famiglia de' Rossi di Parma

era stata capo del partito guelfo fino ai tempi ne' quali la perfidia di

Bertrando del Poggetto l'aveva sforzata a rifugiarsi tra i nemici della

chiesa: nella venuta di Giovanni di Boemia gli aveva ceduta la sua

sovranità, che aveva ricomperata quando Giovanni abbandonò l'Italia.

Finalmente la guerra aveala obbligata a rinunciare a Mastino della Scala

tutti i suoi diritti sopra Parma e sopra Lucca. La città di Pontremoli e

molte castella con ragguardevoli proprietà erano state da Mastino

guarentite ai Rossi; ma quando il signore di Verona ebbe raccolti i

frutti del suo trattato, pensò a sciogliersi dagli obblighi del

trattato. Eccitò contro i Rossi i Corregieschi capi dell'opposta fazione

in Parma; e spogliatili di tutti i loro castelli, gli assediò in

Pontremoli loro ultimo asilo. Pietro de' Rossi, il più giovane de' sei

fratelli, aveva allora opinione di essere il più perfetto cavaliere

d'Italia. Nelle guerre civili che da tanto tempo desolavano il suo

paese, aveva date luminose prove di valore, senza macchiarsi mai con

atti di crudeltà. I soldati tedeschi che servivano allora in Italia,

l'avevano chiamato loro signore e gli mostravano un illimitato

attaccamento. Liberale coi suoi compagni d'armi fino all'imprudenza,

appena per sè conservava una tonaca ed un cavallo. L'alta sua statura e

le sue eleganti maniere chiamavano sulla di lui persona gli sguardi di

tutte le donne, e la verginale purità de' suoi costumi, che assicuravasi

non esser giammai stata smentita, dava un nuovo pregio alla sua nobile

figura[283]. Pietro de' Rossi era ritenuto come ostaggio a Verona, ma

trovò modo di fuggire, e venne a chiedere soccorso ai Fiorentini, che

seppe eccitare alla vendetta. Dopo aver date prove de' suoi militari

talenti in una breve campagna nel territorio di Lucca, passò il primo

ottobre al comando della grande armata della lega nella Marca

Trivigiana[284].

[283] _Cortusiorum Histor. l. VII, c. 4._

[284] _Ist. Pistol. t. XI, p. 470. — Gio. Villani l. XI, c. 51. —

Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 901._

Pietro de' Rossi attraversò colla sua armata i territorj di Treviso e di

Padova, insultò le guarnigioni delle due città, abbandonò le campagne al

saccheggio, e con mille cinquecento cavalli tenne a bada l'armata di

Mastino composta di quattro mila. Ma i Veneziani vedendolo aggirarsi in

quel labirinto di fiumi e di canali, che attraversano in mille maniere

il territorio padovano, ne furono inquietissimi, tanto più che il nemico

aveva rotti tutti i ponti e fortificati i passaggi: ma Pietro finse di

cercar la battaglia, e secondo la costumanza cavalleresca mandò ad

offrirne il pegno al campo di Mastino; perchè questi persuadendosi che

doveva essere per lui vantaggioso il non far quello che desiderava il

nemico, lasciò fuggire l'occasione d'attaccarlo e gli permise di

stabilirsi e di fortificarsi a Bovolento sul Bacchiglione, sette miglia

al di sotto di Padova[285].

[285] _Gio. Villani l. XI, c. 53. — Cortusior. Histor. l. VI, c. 4,

p. 874._

Nel tempo che i Fiorentini mantenevano un'armata nella Marca Trivigiana,

e combattevano in Toscana contro i Lucchesi, e contro Pietro Saccone e

gli Aretini, non ignoravano che dovevano stare in guardia contro le

trame dei Ghibellini, che nelle città della provincia ed anche entro

Firenze mantenevano segrete intelligenze, oltre che venivano caldamente

eccitati dalle promesse di Saccone e dagli artificj di Mastino. In così

pericolose circostanze sapevano che i Romani avrebbero creato un

dittatore; onde, seguendo l'esempio loro, credettero di dovere innalzare

un magistrato al di sopra delle leggi, affinchè il grandissimo potere

che gli confidavano, tenesse in dovere i segreti nemici della

repubblica, e la rapidità de' giudizj li colpisse a tempo ne' loro

complotti. Ma presso i Romani, popolo affatto militare, il dittatore

diventava il generale dell'armata. I Fiorentini non avevano trovato tra

i loro concittadini un generale abbastanza sperimentato da mettersi alla

testa di tutto lo stato: accostumati a confidare agli stranieri il

potere dell'armi, avrebbero temuto assai più di riunire in mani

sconosciute la potenza civile e militare; e se giammai si fossero in tal

maniera dato un padrone, difficilmente avrebbero poi potuto scuoterne il

giogo. Immaginarono quindi di non rivestire il loro nuovo magistrato che

dell'autorità di supremo giudice, e lo nominarono conservatore, dandogli

una guardia di cinquanta cavalieri e di cento fanti, autorizzandolo a

giudicare compendiosamente ed a far eseguire all'istante le sentenze.

Uno straniero, Giacomo Gabriello d'Agobbio, fu chiamato il primo ad

occupare questa carica. Il popolo doveva tremare innanzi a questo

magistrato, ma la signoria tenutasi superiore alla sua giurisdizione

poteva sopravvegliarlo ed imporre limiti al suo potere. Frattanto il

Gabrielli, abbandonandosi senza ritegno al suo carattere sospettoso e

crudele, fece spargere dai suoi carnefici molto sangue. Quando uscì di

carica, il popolo, sdegnato contro di lui, promulgò una legge che

proibiva di nominare in avvenire giudici di Agobbio o del suo

territorio[286]. Dopo di lui un altro conservatore, Accorimbeno di

Tolentino, fece succedere la giustizia venale alla crudeltà; ed i

Fiorentini, abolendo tale carica, si convinsero finalmente che la

libertà non si mantiene giammai con mezzi dispotici, e che l'innalzare

un potere al di sopra delle leggi, quand'anche fosse per la loro difesa,

è lo stesso che preparare la loro ruina[287].

[286] Una simile ordinanza era stata portata a Siena l'anno

precedente contro gli abitanti d'Agobbio. _And. Dei Cron. Sanese p.

95._ I gentiluomini di questa città, e specialmente i Gabrielli

destinavansi tutti al mestiere di giudice.

[287] _Gio. Villani l. XI, c. 39._

Nel susseguente anno 1337 la campagna s'aprì dai Fiorentini in Toscana

con uno strepitoso avvenimento. Pietro Saccone, stretto dalle armate di

Fiorenza e di Perugia, e non potendo tenere aperta comunicazione con

Mastino che non gli mandava i promessi soccorsi, vedendo di avere già

perduti molti castelli, prese finalmente il partito di negoziare

vendendo ai Fiorentini la signoria d'Arezzo. La repubblica acquistò

separatamente i diritti di Pietro Saccone e quelli del conte Guido; pagò

il soldo delle truppe assediate e sborsò circa sessanta mila fiorini per

ottenere il possesso della città, che le fu aperta il 10 di marzo. Ma

tal acquisto costò alla repubblica assai più che tesori, avendo

compromessa la sua buona fede: per la prima volta fu accusata d'avere

mal osservato i trattati, d'avere combattuto di concerto coi Perugini, e

d'aver sola raccolti i frutti del loro sudore, e del loro sangue[288].

Il partito guelfo venne in Arezzo ristabilito dopo un esilio di

sessant'anni; i Tarlati furono ridotti alla condizione di cittadini; si

fabbricarono nella città due fortezze per tenerla in soggezione, e venne

stabilita una nuova magistratura incaricata di sopravvegliare alla

tranquillità ed al buon essere degli Aretini[289].

[288] _Gio. Villani l. XI, c. 58-60. — Istorie Pistol. p. 471. —

And. Dei Cronica Sanese t. XV._

[289] _Gio. Villani l. XI, c. 59. — Cronaca di ser Gorello d'Arezzo

t. XV, c. 4._

I Fiorentini che nella precedente guerra erano stati vittima dei loro

riguardi per il territorio di Lucca, tenevansi fermi nello stesso

sistema di politica: la guerra che gl'interessava esclusivamente e che

si faceva senza il concorso de' loro alleati, era quella che facevasi

meno vigorosamente. Accontentaronsi in questa campagna di saccheggiar

Pescia, Buggiano e pochi altri castelli di Val di Nievole e di Val di

Serchio, senza fare verun acquisto[290].

[290] _Gio. Villani l. XI, c. 62. — Beverini Annales Lucenses l.

VII, p. 904._

Ma nello stesso tempo spingevano con una straordinaria attività il loro

progetto di eccitare in Lombardia nuovi nemici a Mastino della Scala.

Nella stessa maniera ch'essi avevano chiamati i capi dei Ghibellini a

dividere le conquiste del re di Boemia, abbandonavano adesso alla loro

avidità gli stati del signore di Verona. Ricordavano a ciascheduno

l'insultante arroganza di Mastino, ed offrivano ricompense a qualunque

volesse far lega con loro per punirlo. Obizzo d'Este, Luigi di Gonzaga

ed Azzo Visconti entrarono successivamente nella lega delle due

repubbliche. L'ultimo aveva approfittato della guerra generale, cui

avevano preso parte i suoi vicini per impadronirsi nello stesso tempo di

Lodi, di Como e di Crema[291]. Carlo, figliuolo di Giovanni di Boemia e

duca di Carintia, si unì anch'esso ai nemici di Mastino, e gli tolse in

sul cominciare di luglio le città di Cividiale e di Feltre[292].

[291] _Chron. Est. t. XV, p. 400. — Marin Sanuto vite dei Duchi, t.

XXII, p. 603. — Ann. Mediol t. XVI, c. 108._

[292] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 9. — Istor. Pistolesi, p. 472. —

Chron. Veron. t. VIII, p. 650._

Mentre un'armata condotta da Lucchino Visconti minacciava a ponente gli

stati di Mastino, indi ritiravasi senza combattere[293], Pietro de'

Rossi rimaneva nelle vicinanze di Padova onde cogliere qualche

opportunità per togliere questa grande città ad Alberto della Scala, che

ne aveva il comando. Alberto, fratel maggiore di Mastino, era suo eguale

in autorità, ma di talenti e di coraggio a lui inferiore d'assai.

Impaziente del travaglio, abbandonava i pubblici affari per dedicarsi

interamente ai piaceri. Marsiglio ed Ubertino da Carrara, gli antichi

signori di Padova e capi del partito guelfo, erano i soli suoi

consiglieri. Nell'ebbrezza dell'assoluto potere aveva fatto violenza

alla moglie d'Ubertino da Carrara; ma come egli aveva dimenticato

quest'oltraggio, figuravasi che lo avesse egualmente dimenticato ancora

l'offeso. Ubertino non erasene in verun modo lagnato, o dato indizio

dell'interna sua rabbia; ma aveva aggiunto alla testa di moro, che

formava il cimiero del suo elmo, due corna di oro, perchè gli

rammentassero continuamente la sua vergogna e la vendetta che meditava

di fare[294].

[293] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 6. — Gio. Villani l. XI, c. 63._

[294] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro t. XVII, p. 21._

Mastino, che non accordava ai Carrara tanta confidenza, aveva più volte

scritto a suo fratello di osservarne gli andamenti, di arrestarli ed

anche di farli morire. Alberto mostrava tutte queste lettere ai Carrara;

e questi che già da più mesi trattavano col doge di Venezia[295],

cercavano di risvegliare in Padova lo zelo de' loro partigiani, e

mantenevano strette intelligenze con Pietro de' Rossi, loro nipote, cui

chiedevano all'opportunità soccorso di gente. Mastino scoperse tutte

queste pratiche e scrisse il 2 agosto a suo fratello di far arrestare

senza ritardo i due Carrara che lo tradivano e di farli morire. Quando

fu introdotto il messaggiere, che aveva ordine di consegnare la lettera

al solo Alberto, questi stava giocando agli scacchi. Egli prese la

lettera e senza aprirla la consegnò a Marsiglio da Carrara, che gli

stava vicino. Marsiglio lesse l'ordine del suo supplicio senza lasciar

travedere sul suo volto alcun turbamento. «Vostro fratello, disse in

seguito al signore, domanda che voi gli mandiate senza ritardo un

falcone pellegrino di cui abbisogna per la caccia.» Nello stesso tempo

prevenne Ubertino di apparecchiare ogni cosa per quella notte, e più non

perdette Alberto di vista onde impedire che gli giugnesse qualche nuovo

avviso[296].

[295] _Navagero Storia Veneta t. XXIII, p. 1018._

[296] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro p. 27._

A mezza notte i Guelfi ch'erano di guardia alla porta di ponte Curvo,

l'aprirono a Pietro de' Rossi, che entrò in Padova alla testa della sua

cavalleria. I partigiani di Carrara che si erano adunati in silenzio

intorno al palazzo pubblico, sorpresero nell'ora medesima le guardie, le

disarmarono, arrestarono Alberto della Scala nel suo appartamento, e lo

condussero subito nelle prigioni di Venezia. Nicoletto, suo buffone,

domandò di partecipare alla sua sorte, e fu il solo che lo accompagnasse

in quella trista dimora: un così generoso sentimento trovossi in un uomo

che aveva fin allora fatto traffico di una vile buffoneria, e che nelle

altrui risate aveva cercata l'indipendenza[297].

[297] _Cortusiorum hist. l. VII, c. 5._

Pietro de' Rossi fece osservare ai suoi soldati la più severa

disciplina. Impadronendosi di Padova, non fu commesso verun rubamento,

verun disordine turbò il contento del popolo che tornava alle fazioni

de' suoi padri. Furono sequestrate le sole proprietà della casa della

Scala, siccome appartenenti al vincitore. Marsiglio di Carrara fu

proclamato signore di Padova da' suoi concittadini; ed ammesso nella

lega delle repubbliche, si obbligò a somministrare quattrocento

cavalieri all'armata che faceva la guerra a Mastino[298].

[298] _Gio. Villani l. XI, c. 64. — Cortus. hist. l. VII, c. 1-2 e

3._

Questo segnalato vantaggio ottenuto dalla lega fu ben tosto funestato

dalla morte di colui che lo aveva procurato. Pietro de' Rossi avendo

intrapreso l'assedio del castello di Monselice, vi fu colpito il 7

agosto da un colpo di lancia, e morì il susseguente giorno. Suo fratello

Marsiglio che aveva un comando nella medesima armata, morì di febbre

sette giorni dopo[299]. Per riconoscenza e per rispetto dovuto alla

memoria di questi due generali, la lega affidò il comando della loro

armata ad un terzo fratello, Orlando de' Rossi che non aveva i talenti

de' suoi predecessori.

[299] _Cortus. hist. l. VII, c. 4. — Gio. Villani l. XI, c. 63. —

Istorie Pistolesi p. 473._

Ma la situazione di Mastino della Scala era diventata così pericolosa,

che la lega non aveva omai più bisogno d'un grande generale per trarre

profitto dai già ottenuti vantaggi. Tutti i Guelfi che avevano ubbidito

a questo signore, tutti i gentiluomini che avevano motivo di dolersi di

lui, coglievano avidamente l'occasione di ribellarsi, e si scoprivano

nella condotta dell'uomo potente caduto in minor fortuna offese prima

egualmente ignorate dall'offensore e dall'offeso. Brescia si ribellò l'8

ottobre contro Mastino; e la guarnigione tedesca, dopo avere difesa

alcun tempo la città nuova, fu costretta anch'essa di capitolare. Questa

nuova conquista passò in dominio d'Azzo Visconti, che vi aveva più degli

altri contribuito[300].

[300] _Gio. Villani l. XI, c. 72._

Questa guerra non era per anco stata illustrata da una battaglia

formale, nè meno quando le armate nemiche presso a poco di forze eguali

non dovevano temere di far prova del loro valore. Ma dopo l'abbassamento

del signore della Scala, più non poteva aver luogo un fatto importante,

poichè egli tenevasi chiuso nella sua capitale, difendeva i suoi

castelli e non ardiva avventurare una battaglia. Si consumò l'inverno in

trattati infruttuosi, e la seguente campagna del 1338 fu consacrata

all'assedio di alcune fortezze. Frattanto i Fiorentini distribuirono i

premj per la corsa sotto le stesse mura di Verona. Occuparono in

appresso Soave, Montecchio e Monselice, e verso la metà d'ottobre

s'impadronirono finalmente dei sobborghi di Vicenza[301]. Mastino aveva

chiesti gli ajuti dell'imperatore Luigi di Baviera, al di cui partito

erasi sempre conservato fedele. Ma Luigi era allora il nemico della casa

di Lussemburgo, con cui aveva tanto tempo fatto causa comune; ed il

conte Giovanni Enrico, secondo figlio del re di Boemia, occupò i

passaggi delle montagne, e trattenne in Tirolo l'imperatore che con sei

mila cavalli veniva in soccorso del signore di Verona[302]. Mastino

abbandonato da tutti i suoi alleati, e temendo di vedersi in breve

assediato nella propria capitale, si appigliò finalmente alle

negoziazioni. Doveva trattare con una lega, onde impiegò contro la

medesima quell'arte che d'ordinario basta per discioglierle. Offrì di

dare pieno soddisfacimento ad uno de' confederati, e lo fece rinunciare

alla difesa degl'interessi altrui. I Veneziani trattarono con lui

separatamente, ed avendo ottenuto quanto desideravano, il 17 dicembre

del 1338 firmarono un trattato che comunicarono soltanto dopo fatto alla

repubblica Fiorentina, perchè ancor essa vi si uniformasse[303].

[301] _Gio. Villani l. XI, c. 76-81._

[302] _Olenschlager Geschichte § 130, p. 302._

[303] _Gio. Villani l. XI, c. 89._

Con tale trattato Treviso, Castelfranco e Ceneda venivano cedute alla

signoria di Venezia; Bassano e Castel Baldo al signore di Padova; Pescia

ed alcune castella di Val di Nievole ai Fiorentini[304]. La navigazione

del Po era dichiarata libera; i Rossi dovevano rientrare al possesso de'

loro beni nello stato di Parma, ed Alberto della Scala sarebbe liberato

senza taglia.

[304] Buggiano, la Costa, Colle ed Altopascio. Inoltre Mastino

rinunciava ai suoi diritti sopra altre castella già acquistate, cioè

Fucecchio, Castelfranco, santa Croce, santa Maria a Monte,

Montopoli, Monte Catini, Monsummano, Monte vettorino, Massa,

Cozzile, Uzzano, Vellano, Scrana e Castel vecchio.

Queste condizioni erano troppo diverse da quelle che i Fiorentini

chiedevano, e che loro erano state promesse dagli alleati. Da una guerra

che loro costava seicento mila fiorini, altro frutto non raccoglievano

che l'acquisto di tre o quattro castelli che Mastino più non poteva

difendere; mentre colla stessa guerra la casa di Carrara aveva

acquistata la signoria di Padova, il Visconti facevasi assicurare quella

di Brescia, ed i Veneziani gittavano i fondamenti d'una nuova potenza in

terra ferma[305]. Rimasero alcun tempo incerti se dovessero restar soli

in guerra contro Mastino, piuttosto che aderire a così svantaggioso

trattato, e lasciarsi in tal modo deludere un'altra volta dai loro

alleati. Pure essi avevano contratto un debito di quattrocento cinquanta

mila fiorini; avevano impegnate ai loro creditori le gabelle per sei

anni; e due enormi perdite fatte in quest'epoca dal loro commercio li

determinarono ad accettare il trattato di Venezia, e la pace si pubblicò

in Toscana il giorno 11 febbrajo del 1339[306].

[305] _Gio. Villani l. XI, c. 89. — Navagero stor. Venez. p. 1030. —

Cortusiorum hist. l. VII, c. 18._

[306] I Guelfi emigrati di Lucca ebbero da Mastino il permesso di

rientrare in patria. D'altra parte molte famiglie ghibelline di

Pescia e di Buggiano preferirono l'autorità di Mastino a quella

d'una repubblica guelfa. I Garzoni, Pucci, Vanni, Nuti, Puccini,

Lippi, Orsucci ec., si stabilirono a Lucca, ed ebbero i diritti di

cittadinanza. _Beverini l. VII, p. 908._

Per terminare la guerra, un motivo assai più potente dell'abbandono in

cui trovavansi i Fiorentini, fu la ruina che apportava al loro commercio

la guerra tra Filippo di Valois ed Edoardo III d'Inghilterra. Questi due

monarchi non erano stati troppo scrupolosi nello scegliere i mezzi di

far danaro. Filippo aveva più volte alterate le monete del suo regno, di

modo che il fiorino d'oro di Fiorenza, che ne' primi anni del suo regno

valeva dieci soldi di Parigi, giunse in breve al valore di trenta. In

appresso fece arrestare in un sol giorno (10 aprile 1337) tutti

gl'Italiani che commerciavano ne' suoi stati, ed accusandoli d'usura, li

forzò a liberarsi con enormi contribuzioni[307]. D'altra parte Edoardo

d'Inghilterra aveva scelti per banchieri due negozianti o case di

Firenze, ed i prestiti che faceva per loro mezzo, superavano talmente

gli assegni del rimborso, che i Bardi trovarono d'avergli prestate cento

ottanta mila marchi sterlini, ed i Peruzzi cento trentacinque mila;

ossia, fra l'uno e l'altro, sedici milioni trecento mila lire delle

nostre lire d'Italia, in un tempo in cui il denaro era cinque o sei

volte più raro che a' nostri giorni[308]. Queste due case furono

obbligate di sospendere i loro pagamenti, dal che ne risultò per

contraccolpo un infinito numero di fallimenti in Fiorenza[309]. Tali

furono le circostanze che consigliarono la repubblica ad accettare la

pace di Venezia, senza che la sua pubblicazione cagionasse allegrezza

nel popolo[310].

[307] _Gio. Villani l. XI, c. 71._

[308] Il marco sterlino valeva allora quattro fiorini e mezzo, o

circa sessanta franchi.

[309] _Gio. Villani l. XI, c. 87._

[310] _Storie Pistolesi p. 474. — Joh. de Bazano Chron. Mutin. t.

XV, p. 598. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 605. —

Leonar. Aretino l. V._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16) · 第 6 / 14 题