_Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina
de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia._
1328 = 1333.
Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche
della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico,
dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua
politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre
apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza,
la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio
politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro
indipendenza, ai popoli il proprio governo.
D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi
dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo
è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano
acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare,
e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del
suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.
Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto;
motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando
trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e
facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i
lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le
conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non
pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata
assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a
risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli;
ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed
impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla
prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la
facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva
presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva
formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva
stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa
legislazione.
La scuola di pittura che allora fioriva nella loro città, porta
l'impronta del genio creatore, di cui venivano per altro corretti i
traviamenti. Il pittore che inventava il paradiso ed osava
rappresentarvi gli eletti nella loro gloria, consigliavasi col pubblico
di cui temeva il giudizio. Giotto fioriva a quest'epoca in Firenze:
figliuolo d'un povero montanaro, aveva ricevuto dalla repubblica l'onore
della cittadinanza ed una ragguardevole pensione. Con una prodigiosa
diligenza arricchiva tutte le chiese di quadri assai più belli di quanto
erasi fatto fino allora, e trovava tempo per dipingerne ancora per le
altre città d'Italia. Aveva egli fatto il modello del bel campanile
della cattedrale di Firenze; ed i molti discepoli ai quali amorosamente
insegnava l'arte sua, erano destinati a darle maggior perfezione[178].
Stefano, Andrea di Cione, Buffalmacco, Taddeo Gaddi ec., ottennero
grandissima celebrità.
[178] _Vasari, Vita di Giotto p. I._
Ma più che l'amore delle lettere e delle belle arti radicato era nel
popolo fiorentino quello della libertà. La sua gelosia della suprema
autorità lo chiamava ad opporsi vigorosamente ad ogni specie di
aristocrazia; ed i suoi talenti per le combinazioni politiche lo
riconducevano sempre verso lo stesso scopo con venti sperienze in
diverse costituzioni. Nello stesso tempo egli sapeva circoscrivere il
potere dei capi, e porsi in guardia contro le agitazioni delle assemblee
popolari.
(1328) La morte del duca di Calabria diede ai Fiorentini nuova cagione
di riformare la loro costituzione, e di equilibrare i diversi poteri
della repubblica. I parlamenti o assemblee generali dei cittadini che
tenevansi nella pubblica piazza, avevano più spesso servito al
sovvertimento delle leggi che a tenerle in vigore; quindi i buoni
cittadini andavano sempre proponendo di chiamare il popolo all'esercizio
della sovranità per mezzo di rappresentanti, e non direttamente; di
consultare la sua opinione, non di contarne i suffragi; poichè non può
esistere la pubblica opinione, nè ha tempo di formarsi in que' paesi,
ne' quali il regime democratico la converte subito in legge; e quando
vengono interpellati tutti i cittadini sopra oggetti non meditati che da
pochi, quasi tutti non danno la propria ma l'altrui opinione. I
Fiorentini non meno gelosi de' cittadini ateniesi non volevano
persuadersi che la nascita, il rango, gl'impieghi rendessero gli uni più
che gli altri cittadini proprj al governo. Non pretendevano per altro,
che la nazione intera fosse nello stesso tempo sovrana e suddita; ma
bensì volevano tutti giugnere successivamente alla magistratura ed ai
consigli, acconsentendo che la magistratura ed i consigli, finchè durava
la loro amministrazione, governassero soli in nome della repubblica.
Ed a fronte del loro esagerato amore dell'eguaglianza, erano non
pertanto costretti di confessare che molti cittadini avrebbero avvilito
il governo colla bassezza della loro condizione, coi villani loro modi,
e colla loro ignoranza. Non volevano per altro escluderli con leggi
generali, le quali verrebbero considerate e come ingiuriose a coloro
contro i quali erano dirette, ed inoltre come insufficienti; onde
preferirono di provvedervi indirettamente, non accordando le cariche che
a quelli che ne sarebbero giudicati degni da una autorità nazionale.
Chiesero adunque che si facesse una nota generale di tutti i cittadini
eleggibili, guelfi, e dell'età di trent'anni: e questa nota si formò
coll'intervento di cinque magistrature indipendenti, cadauna delle quali
rappresentava un interesse nazionale: i priori in nome del governo, i
confalonieri in nome della milizia, i capitani di parte in nome de'
Guelfi, i giudici di commercio in nome de' mercanti, i consoli delle
arti in nome degli artisti, indicavano tutti la volta loro i cittadini
che riputavano degni de' pubblici onori. Alcuni aggiunti cavati dalla
massa del popolo sussidiavano questi elettori, onde verun cittadino non
fosse dimenticato o escluso per sorpresa: e così colui che non veniva
ricordato da nessuno come abbastanza degno, non era più chiamato alle
cariche.
La nota degli eleggibili veniva poscia assoggettata alla ricognizione di
una balìa. Componevasi questo corpo elettorale dei magistrati in numero
di novantasette[179]; e dovevansi avere sessant'otto suffragi per essere
iscritto nella lista de' priori. I buoni uomini, i consoli delle arti, i
confalonieri della compagnia venivano eletti nella stessa maniera.
Finalmente furono aboliti i quattro antichi consigli, e surrogati due
nuovi; quello del popolo composto di trecento membri che dovevano
provare di essere guelfi e popolani; ed il consiglio del comune formato
di cento venti nobili e di cento venti cittadini dell'ordine popolare. I
due consigli venivano rinnovati ogni quattro mesi[180].
[179] Cioè sei priori, dodici buoni uomini, diecinove confalonieri
delle compagnie, ventiquattro consoli delle arti, e sei deputati di
ogni quartiere. La balìa veniva presieduta dal confaloniere di
giustizia.
[180] _Gio. Villani l. X, c. 110. — Leon. Aretino l. V._
Per tal modo ebbero nel governo la loro rappresentanza tutte le
principali parti componenti lo stato, la nobiltà ed il popolo, il
commercio e le manifatture, ogni corpo militare, ogni mestiere, ogni
quartiere della città. La sovranità rimase tutta intera alla nazione,
senza che la nazione fosse adunata; la volontà del popolo giudicò di
tutte le più importanti quistioni, ma dopo essere state lungamente
disaminate dalla magistratura e dai consigli.
Quel medesimo spirito di libertà che aveva presieduto alla formazione
della costituzione, dirigeva il governo nelle sue relazioni esteriori. I
Fiorentini furono appena liberati dal timore di Castruccio, che
determinarono di liberare dal giogo dei tiranni anche i popoli vicini.
Dopo aver veduto l'indipendenza d'Italia minacciata dal Bavaro,
determinarono di opporsi allo stabilimento di qualunque potenza
straniera al di qua delle Alpi.
Luigi di Baviera erasi avanzato fino alle frontiere della repubblica
fiorentina, e pel 13 dicembre del 1328 aveva convocata in Pisa
un'assemblea de' principali capi del partito ghibellino: ma mentre la
teneva occupata soltanto intorno al processo che faceva contro il papa
d'Avignone il suo antipapa Nicolò V[181], la cavalleria fiorentina due
volte s'avanzò ad insultarla fino sotto le mura di Pisa. Luigi di
Baviera aveva perduto in Castruccio il suo miglior consigliere ed il suo
campione. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata così lontana dal
proprio paese; ed era talvolta costretto di procurarsene coi più perfidi
e vergognosi modi[182]: veniva perciò doppiamente diffamato, per la sua
povertà e per le frodi e per l'ingratitudine che questa obbligavalo a
praticare[183].
[181] _Gio. Villani l. X, c. 113 e 114._
[182] D'ordine di Massimiliano, duca di Baviera, Gio. Giorgio
Herwart, suo cancelliere, scrisse del 1618 un'opera per difendere
Luigi IV contro le imputazioni de' Guelfi, e specialmente di Bzovio,
continuatore degli Annali ecclesiastici. È un grosso libro in 4.º
stampato a Monaco. Ma ridonda più d'invettive che di ragioni, e non
basta a ristabilire la riputazione dell'imperatore.
[183] Il Petrarca vi allude nella canzone _Italia mia_ composta
quando i Fiorentini pensavano di richiamare il Bavaro in Italia:
_Nè v'accorgete ancor per tante prove_
_Del Bavarico inganno_
_Che alzando 'l dito colla morte scherza?_
Durante la sua dimora in Roma aveva fatto imprigionare e mettere
barbaramente alla tortura Salvestro de' Gatti, signore di Viterbo, per
obbligarlo a scoprire il luogo in cui teneva nascosti i suoi tesori,
sebbene fosse questi il primo signore dello stato ecclesiastico, che
aveva volontariamente data in mano dell'imperatore una fortezza[184].
Cercava in pari tempo di aver danaro da' Visconti e di cavare nuovi
frutti del tradimento loro fatto. Il 6 di luglio del precedente anno
aveva fatto ritenere Galeazzo accusato d'aver trattato coi Guelfi; ma
aveva, senza verun pretesto, fatto imprigionare in Monza il figlio ed il
fratello di questo signore. Dopo otto mesi lasciatosi finalmente piegare
dalle istanze di Castruccio, avea ritornata loro la libertà il 25 marzo
del 1328, ma lasciato morire nella miseria e nell'esilio il valoroso
capo di questa famiglia. Presentemente negoziava coi superstiti di
vender loro la sovranità rapitagli. Egli voleva danaro, ed inoltre
chiedeva un pegno della futura fedeltà di coloro che aveva tanto
crudelmente offesi. Per fargli cosa grata, Giovanni Visconti, il terzo
de' figliuoli del grande Matteo, aveva accettato il cappello
cardinalizio dell'antipapa Nicolò V; e mentre suo nipote Azzo
mercanteggiava coll'imperatore il riacquisto di Milano, un impreveduto
avvenimento affrettò la conclusione del trattato[185].
[184] _Gio. Villani l. X, c. 65._
[185] _Gio. Villani l. X, c. 117._
Tutte le truppe imperiali lagnavansi di non essere pagate; ma più
impazienti di tutti erano i Sassoni e gli abitanti della Germania
inferiore, che anche nello stato ecclesiastico avevano minacciato di
battersi coi loro patriotti. Finalmente risolsero di sorprendere una
fortezza, perchè servisse loro di pegno; ed ottocento cavalieri della
bassa Germania con molti pedoni partirono il giorno 29 ottobre del 1329
alla volta di Lucca con tanta celerità, che l'imperatore ebbe appena
tempo di far chiudere le porte della città[186]. Dopo aver saccheggiati
i sobborghi di Lucca ed i villaggi di Val di Nievole, si stabilirono
sulla montagna del Ceruglio, il più alto tra i colli che dividono il
piano delle paludi di Fucecchio da quello del lago di Bientina. Si
afforzarono in questa vantaggiosa posizione, lontana quindici miglia da
Lucca e dodici da Pisa, signoreggiando egualmente le pianure di Val di
Nievole e quelle di Val d'Arno, onde chiudevano l'ingresso ne' territorj
pisano e lucchese. Allora minacciando indistintamente i Guelfi ed i
Ghibellini posero all'incanto i loro servigi e la loro nimicizia[187].
[186] _Gio. Villani l. X, c. 107._
[187] _Bart. Beverini Annales Lucens. l. VII._
Luigi di Baviera, conoscendo quanto pericolosa fosse la sua situazione,
volendo richiamare gli ammutinati, si determinò finalmente a conchiudere
la lunga negoziazione coi Visconti, ritornando ad Azzo il titolo di
vicario imperiale e facendogli aprire le porte di Milano. Azzo Visconti
promise il pagamento di cento venticinque mila fiorini, e mandò suo zio
Marco al corpo tedesco di Ceruglio, per informarlo di questo trattato e
pregarlo a pazientare finchè il danaro giugnesse da Milano. Ma i
Tedeschi, dopo avere aspettato pochi giorni, fermarono Marco Visconti,
come sigurtà del danaro che loro aveva promesso[188].
[188] _Gio. Villani l. X, c. 117._
Intanto l'imperatore cercava d'imporre contribuzioni sui paesi già
governati da Castruccio. Egli aveva accordato ai di lui figliuoli il
titolo di duchi di Lucca, che loro ubbidiva ancora; sebbene molte
famiglie repubblicane, gli Onesti, i Pozzinghi ed i Salamoncelli,
cercassero di ristabilire l'antica forma del governo[189]. Luigi di
Baviera sotto colore di proteggere i giovanetti orfani, de' quali era
naturale tutore, entrò in Lucca, ove fu ricevuto senza sospetto il 16
marzo del 1329. Ma egli ordinò subito al suo maresciallo di correre per
le strade con un corpo di cavalleria, come costumasi nel prender
possesso di una città. I Tedeschi attaccarono gli steccati eretti contro
di loro, bruciarono le case de' Pozzinghi, ove incontrarono resistenza,
ed il fuoco comunicandosi ai vicini edificj ridusse in cenere il più
ricco quartiere della città, quello di san Michele. Dopo ciò
l'imperatore vendette Lucca per ventidue mila fiorini a Francesco
Castracani, parente, ma nemico, di Castruccio e de' suoi figliuoli[190].
[189] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 857-859._
[190] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, p. 453. — Gio. Villani l. X,
c. 125._
Filippo Tedici, che aveva venduta Pistoja a Castruccio, voleva almeno
conservare la signoria di questa città ai giovani Castracani; ma i
Panciatichi, antichi capi del partito ghibellino, vi si opposero colle
armi, e Tedici fu cacciato di Pistoja coi soldati di Castruccio. Così fu
in pochi mesi distrutta la potenza di questo valoroso ed accorto
principe che fatti aveva tremare tutti i Guelfi d'Italia. I suoi
figliuoli, scacciati dalle città in cui aveva egli regnato, furono
forzati di ripararsi ne' castelli degli Appennini, finchè giunti all'età
atta alle armi professarono il mestiere di _condottieri_. I diversi
stati da Castruccio uniti in un solo, si separarono per essere un dopo
l'altro ridotti in servitù, mostrando così che l'efimera loro potenza
era attaccata ad una sola vita. Que' popoli, cui Castruccio aveva
ispirato il proprio ardore militare, trovaronsi spossati dalle battaglie
sostenute con tanta gloria; esauriti erano i loro tesori, la loro
gioventù perita nelle battaglie, e i Lucchesi pagarono con quaranta anni
di schiavitù la breve gloria onde Castruccio gli aveva coperti.
Luigi di Baviera non prendendosi verun pensiero dei figliuoli del suo
più fedele servitore, ch'egli stesso aveva ruinati, lasciò la Toscana il
giorno 11 aprile. Vedeva ogni giorno venir meno in questa provincia il
suo credito; e non potendo ridurre sotto le sue insegne i Tedeschi del
Ceruglio, temeva di vedersi esposto a grandi rovesci di fortuna, ove
questi prendessero soldo dalla repubblica fiorentina. Affidò la custodia
di Pisa a Tarlatino di Pietra Mala, uno de' signori d'Arezzo,
lasciandogli circa seicento cavalli tedeschi, e s'incamminò col resto
delle sue truppe verso la Lombardia[191].
[191] _Gio. Villani l. X, c. 128._
Finchè l'imperatore si trattenne in Toscana, i Fiorentini non potevano
disporre delle loro forze, che per difendersi da così potente nemico; ma
ne fu appena lontano, che cominciarono ad approfittare dell'odio che
questo monarca aveva ispirato ai popoli. Dì quante conquiste aveva fatte
Castruccio, più d'ogni altra spiaceva ai Fiorentini quella di Pistoja
che apriva ai Ghibellini il passaggio delle montagne, e li metteva nella
stessa campagna di Firenze. Ma i Panciatichi, capi de' Ghibellini
pistojesi, dopo averne scacciati i Tedici che risguardavano come
traditori, mossero pratica presso il governo fiorentino per
rappacificarsi. Ne aprì le negoziazioni Pazzino de' Pazzi, loro parente,
col di cui mezzo il 24 maggio del 1329 si segnò la pace tra Pistoja e
Firenze. I Pistojesi rinunciarono ad ogni loro diritto sopra Montemurlo,
Carmignano, Artimino e Vitolino, fortezze già occupate dai Fiorentini;
si obbligarono ad avere in ogni tempo per loro amici gli amici dei
Fiorentini, per nemici i loro nemici; ed acconsentirono a ricevere entro
le loro mura, per sicurezza della città, un capitano fiorentino con una
piccola guarnigione[192]. Dopo questo trattato, sebbene si continuasse a
risguardare Pistoja qual città alleata e non suddita de' Fiorentini,
cessò d'avere un'esistenza indipendente, e cessarono i suoi abitanti di
formare un popolo.
[192] _Istor. Pistolesi anon. t. XI. — Gio. Villani l. X, c. 130._
La più ridente provincia della Toscana, Val di Nievole, occupata dai
Lucchesi l'anno 1281[193] aveva ubbidito a Castruccio. Due piccoli
fiumi, che per altro non sono mai senz'acque, la Pescia e la Nievole,
rendono fertilissimo il piano di questa bella vallata che si copre ogni
anno di ricche messi. Le colline che la circondano sparse di ulivi e di
viti, producono il più delicato olio ed i migliori vini della Toscana:
ne coronano la vetta antiche rocche, le di cui torri, coperte d'ellera e
di capperi, s'innalzano di mezzo ad alti castagni ed ai cipressi. Queste
rocche non appartenevano alla nobiltà immediata, ma vi si erano adunati
per loro sicurezza i proprietarj della valle; un ricinto comune serviva
alla difesa delle case e de' più preziosi effetti, e senza uscire dai
loro ripari gli abitanti di questo delizioso paese potevano custodire le
messi del piano ed osservare il lavoro de' loro agricoltori. Ogni
borgata aveva un governo municipale; e prima di passare sotto il dominio
de' Lucchesi, queste piccole popolazioni, tanto vicine le une alle altre
da potersi intendere parlando da un castello all'altro, si erano
talvolta fatte la guerra, ed avevano contratte fra di loro alleanze
offensive e difensive. Morto Castruccio, desiderando di separare la loro
sorte da quella dei Lucchesi, si collegarono tra di loro per assicurare
la comune indipendenza; ma l'esempio dei Pistojesi li persuase a cercare
l'alleanza e la protezione di Firenze; onde il 21 giugno del 1329 fu
firmato un trattato di perpetua pace tra la repubblica per una parte, e
per l'altra i castelli di Pescia, Montecatini, Buggiano, Uzzano, Colle,
Cozzile, Massa, Monsummano e Montevetturini. Obbligavansi questi a non
avere altri amici che gli amici dei Fiorentini, ed essere nemici dei
loro nemici, e ad ubbidire ad un capitano che manderebbe loro la
repubblica[194].
[193] _Gio. Villani l. VII, c. 76. — Prosper Omero Baldassaroni,
Istoria di Pescia, un vol. in 8.º._
[194] _Gio. Villani l. X, c. 135. — Beverini Annales Lucens. l. VII,
p. 864._
Parve che allora si presentasse alla repubblica l'opportunità di fare un
acquisto assai più importante. Le fu offerta in vendita la città di
Lucca. I Tedeschi che avevano abbandonato l'imperatore, e ch'eransi
trincierati a Ceruglio, quando seppero ch'era partito, credettero utile
di assoggettarsi ad un capo che conoscesse l'Italia e la politica
italiana, e scelsero quello stesso Marco Visconti che pochi dì prima
avevano arrestato, ma che aveva saputo farsi amare da molti loro
compatriotti per il suo valore ed i talenti militari, e perchè il suo
carattere inquieto ed intraprendente lo rendevano degno del comando
d'una banda di avventurieri. Infatti Marco Visconti trovossi appena capo
di questa temuta gente, che prese a negoziare con tutti i suoi vicini,
col governo di Firenze, coi Tedeschi di guarnigione a Lucca, e cogli
oppressi cittadini di Pisa.
La conquista di Lucca fu il primo frutto di queste segrete pratiche.
L'imperatore aveva lasciati trecento cavalieri tedeschi a Francesco
Castraccani degli Interminelli, suo vicario in Lucca; questi furono
sedotti dai Tedeschi del Ceruglio; ed altri cavalieri della stessa
nazione, che avevano militato sotto Castruccio, ed erano rimasti di
guarnigione nella rocca di Lucca, promisero di ajutare il figlio del
loro duca, che Marco Visconti aveva fatto venire nel suo campo; e nella
notte del 15 aprile le porte della città e la sua rocca furono aperte ai
Tedeschi del Ceruglio, i quali disarmarono i cittadini e ne diedero la
signoria a Marco Visconti[195]. Ma i soldati cui andava debitore della
nuova sovranità, erano accostumati a vivere coi ladronecci, ed il
territorio lucchese che andavano guastando, e la città, impoverita dalle
precedenti guerre, più omai non bastavano a mantenerli[196]. Perciò
desideravano di tornare in Germania, ed erano disposti a cedere Lucca a
qualunque loro pagasse in cumulo il soldo dovuto dall'imperatore; il
quale, stando ai loro calcoli, ammontava a ottanta mila fiorini. Per
tale prezzo offrirono Lucca ai Fiorentini, i quali rifiutarono
l'offerta; o perchè i priori della repubblica non volessero arricchire
coi proprj tesori i loro nemici, Marco Visconti ed il figliuolo di
Castruccio[197]; o perchè una vicendevole diffidenza impedisse ai
Fiorentini ed ai Tedeschi di mandare ad effetto il trattato, negando gli
uni di dare il danaro prima che fosse loro aperta la città; ne volendo
gli altri aprirla avanti di riceverlo[198]; o pure, come vogliono
alcuni, che vi si opponesse una segreta gelosia contro il primo
negoziatore incaricato di questo trattato dalla signoria[199].
[195] _Gio. Villani l. X, c. 129._
[196] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 861._
[197] _Leon. Aret. Stor. Fior. l. VI. — Machiav. Stor. Fior. l. II._
[198] _Andrea Dei Cron. Sanese t. XV, p. 86. — Beverini Ann. Lucens.
l. VII, p. 863._
[199] _Gio. Villani l. X, c. 129._
Intanto scoppiava in Pisa una seconda congiura diretta da Marco
Visconti. Questa città, sì lungo tempo fedele agl'imperatori, e che
tanti enormi sacrificj sostenne per cagion loro, aveva esperimentata,
come gli altri stati ghibellini, l'ingratitudine di Luigi di Baviera. Il
diritto delle genti era stato violato nei suoi ambasciatori, la città
assediata, la capitolazione violata, e la signoria affidata
successivamente all'imperatrice, a Castruccio, a Tarlatino di Pietra
Mala; finalmente insopportabili contribuzioni erano state imposte agli
abitanti, le quali avevano fatto succedere la miseria all'antica
opulenza. Marco Visconti concertò il modo di liberare Pisa col conte
Fazio, o Bonifazio della Gherardesca, capo della fazione plebea; gli
spedì una compagnia di cavalieri, col cui ajuto Fazio scacciò di Pisa il
vicario imperiale co' suoi soldati, e ristabilì in giugno del 1329 il
governo indipendente della repubblica[200].
[200] _Gio. Villani l. X, c. 133._
Intanto Marco Visconti non si credeva del tutto sicuro in mezzo ai
Tedeschi che lo avevano creato loro capo, e venne personalmente a
Firenze per ripigliare il trattato della vendita di Lucca. In questo
frattempo i suoi luogotenenti aprirono un eguale trattato coi Pisani, i
quali, temendo d'essere prevenuti dai Fiorentini in così notabile
acquisto, strinsero il contratto pel prezzo di sessanta mila fiorini, e
ne sborsarono incautamente per caparra tredici mila, senza farsi dare
ostaggi. I Tedeschi si fecero giuoco della data fede e rifiutarono
d'aprire la città. Intanto i Fiorentini adombrati dal tentativo de'
Pisani, fecero ben tosto avanzare le loro truppe per impedirne
l'esecuzione; ed i Pisani che avevano perduta una somma considerabile, e
risguardavano egualmente come loro nemici i Tedeschi di Tarlatino che
avevano cacciati fuori di Pisa, ed i Tedeschi di Lucca che gli avevano
ingannati, furono obbligati a fare la pace con Fiorenza il 12 agosto del
1329, rinunciando all'acquisto di Lucca[201].
[201] _Gio. Villani l. X, c. 136. — Cronica di B. Marangoni di Pisa.
— Beverini Annales Lucenses l. VII, p. 865._
I Tedeschi rinnovarono un'altra volta l'offerta di vendere Lucca ai
Fiorentini; e perchè la signoria non aveva voluto accettarla, molti
ricchi mercanti formarono una società, nella quale prese parte anche il
nostro storico Giovanni Villani, per acquistar Lucca col loro danaro.
Essi avevano raccolti tra di loro cinquantadue mila fiorini, e dieci
mila ne aggiungevano i mercanti lucchesi che desideravano di liberar la
loro patria dall'oppressione; onde dalla signoria di Fiorenza si
chiedevano soltanto quattordici mila fiorini, per i quali le si davano
in custodia le mura e la fortezza: e coloro che avevano somministrato il
danaro, sarebbero stati rimborsati col prodotto delle gabelle delle
porte di Lucca. Ma questa volta un inconcepibile acciecamento sorprese
la signoria, che d'ordinario mostrò tanta accortezza, e le fece
rigettare così utili offerte. Temette forse il ridicolo, cui sarebbe
esposta una nazione di mercanti, che invece di soggiogare i nemici colle
armi, non sapeva che comperarli. «Che fama certa, dice il Villani, era
per lo mondo che i Fiorentini per covidigia di guadagno di moneta hanno
comperata la città di Lucca. Ma al nostro parere, e a' più savi, che poi
l'hanno esaminato quistionando, che compensando le sconfitte e danni
ricevuti, e ispendii fatti per lo comune di Firenze per cagione de'
Lucchesi per la guerra Castruccina, niuna più alta vendetta si poteva
fare per li Fiorentini, nè maggiore laude e gloriosa fama poteva andare
per lo mondo che potersi dire, i mercanti e singulari cittadini di
Firenze con la loro pecunia hanno comperato Lucca, e suoi cittadini e
contadini stati loro nemici, come servi[202]».
[202] _Gio. Villani l. X, c. 142._
Intanto un emigrato ghibellino di Genova, detto Gherardino Spinola, si
fece a trattare cogli avventurieri tedeschi l'acquisto di Lucca; e
questi soldati, impazienti di ripatriare, gli cedettero la città il
giorno 2 settembre per trenta mila fiorini. I Lucchesi ne riconobbero
l'autorità, meno insopportabile al certo che quello della soldatesca cui
succedeva; ed i Fiorentini che gli dichiararono la guerra, si videro
tolti dai Ghibellini le castella di Collodi e di Montecatini[203].
[203] _Ibid., c. 143. — Leon. Aretino l. VI, p. 191. — Beverini Ann.
Lucens. l. VII, p. 869._
Tranne questa guerra, poco dannosa, eransi ristabiliti in Toscana
l'ordine e la pace. La stessa repubblica di Pisa aveva cercato di
rappacificarsi col partito guelfo e col papa: al quale oggetto obbligò
l'antipapa Nicolò V ad uscire dalle sue mura; ed in seguito lo fece
arrestare in un castello della Maremma, ove erasi nascosto, e lo mandò
prigioniero in Avignone. Giovanni XXII pianse di gioja vedendosi arbitro
della sorte di così pericoloso rivale, che fece custodire, finchè visse,
in onorata prigione; ammettendo i Pisani alla comunione della chiesa in
premio di così segnalato servigio[204].
[204] _Gio. Villani l. X, c. 162._
Ma la Lombardia, ove Luigi di Baviera aveva condotta la sua armata, non
andava esente da rivoluzioni. Sebbene i Fiorentini non avessero verun
dominio in questa contrada, non vedevano tranquilli il rapido
innalzamento d'alcuni principi ad una straordinaria potenza, e il
decadimento egualmente rapido di alcuni altri nella dipendenza o nella
disgrazia.
Uno de' più temuti capi del partito ghibellino aveva cessato d'esistere
quando Luigi di Baviera rientrò dalla Toscana in Lombardia. Passerino
dei Bonacossi, signore di Mantova e di Modena, aveva in una sedizione
popolare perduta l'ultima città il 15 giugno 1327[205]. I Guelfi ed il
legato Bertrando erano accorsi in ajuto degl'insorgenti, che loro
avevano aperte le porte. Ma Passerino era rimasto sovrano di Mantova,
città da oltre quarant'anni suddita della sua famiglia. Difesa dai
laghi, che la circondano, dalle aggressioni straniere, pareva che
Mantova non avesse pure a temere interni sconvolgimenti. Il popolo aveva
da molto tempo perduta la memoria d'una libertà appena conosciuta; i
grandi erano sottomessi ed altronde accarezzati dal signore e
confidentemente trattati; finalmente era nota la prudenza, la ricchezza
ed il valor del principe, che risguardavasi come il meglio assodato
sovrano di Lombardia[206]. Una privata offesa provocata dall'arroganza
del figlio di Passerino fu cagione della sua ruina.
[205] _Chron. Mutin. Joh. de Bussano t. XV, p. 588. — Chron. Mutin.
Bonifacii de Morano t. XI, p. 113._
[206] _Chron. Modoetiense t. XII, l. II, c. 41._
I costumi della gioventù, severi nelle repubbliche, erano licenziosi ne'
principati di Lombardia. I sovrani stessi sarebbersi adombrati
dell'austera indipendenza di un uomo onesto e sobrio. L'esempio della
corte invitava alla mollezza; ed i gentiluomini, pei quali non restava
alcuna via alla gloria ed agli onori, si occupavano unicamente dei
piaceri. Compagni delle dissolutezze ed amici del figliuolo di Passerino
erano tre suoi cugini, figliuoli di Luigi da Gonzaga; uno de' quali
avendo eccitata la gelosia del principe, questi giurò nella brutale sua
collera di vendicare sulla propria consorte di Filippino Gonzaga la
supposta infedeltà della sua amante, disonorando quella sotto gli occhi
di suo marito[207].
[207] _Platina Hist. Mantuae t. XX, l. II, p. 727._
I tre fratelli Gonzaga ed il loro amico Alberti Saviola si disposero a
prevenire così disonorante ingiuria, o a punire il figlio del tiranno
per aver soltanto osato di formarne il disegno. Chiesero segretamente
soccorso a Cane della Scala signore di Verona, e l'ottennero: perchè i
principi vicini, gelosi gli uni degli altri, erano sempre disposti a
nuocersi vicendevolmente. Filippino Gonzaga erasi ritirato nelle sue
terre sotto colore di attendere ai suoi raccolti, ed aveva presso di sè
riuniti lavoratori a lui attaccatissimi e di sperimentato coraggio.
Nella notte del 14 agosto del 1328, avendo loro date le armi, gli
associò ai soldati avuti in prestito da Cane della Scala e li condusse
presso alla porta di Marmirolo, che suo fratello si era fatta aprire
sotto pretesto di essere chiamato in campagna da una galanteria amorosa.
La guardia della porta fu sorpresa, ed i congiurati corsero la città
eccitando il popolo a scuotere il giogo di Passerino ed a distruggere le
gabelle. Questo signore recatosi a cavallo contro i congiurati fu ucciso
in su la piazza, ed il figliuolo gettato nella prigione in cui aveva
fatto morire il vecchio signore della Mirandola, e vi fu ucciso dal
figliuolo di quello sventurato gentiluomo. Luigi da Gonzaga, cognato di
Passerino e padre dei congiurati, fu da loro proclamato signore di
Mantova[208]. I suoi discendenti ne conservarono la sovranità fino alla
metà del secolo XVIII.
[208] _Cron. Miscel. di Bologna p. 349. — Gio. Villani l. X, c. 99.
— Bonifazio de Morano Chr. Mutin. t. XI, p. 116._
Luigi di Baviera non si curò di vendicare Passerino de' Bonacossi; per
lo contrario nominò in suo luogo vicario imperiale Luigi da Gonzaga, e
lo invitò al congresso dei signori ghibellini che aveva convocato pel
giorno 21 aprile del 1329 a Marcheria. V'intervennero Cane della Scala,
il Gonzaga ed i signori di Como e di Cremona, come pure gli altri capi
del partito in Lombardia[209]; ma Azzo Visconti ricusò di venire. Questo
principe, alleato dei figliuoli di Castruccio, lagnavasi
dell'ingratitudine con cui lo aveva trattato l'imperatore, e vedeva
nella loro sorte, quella che gli era destinata, se Luigi entrava nel
Milanese; e con un monarca senza fede preferiva ai trattati la guerra
aperta. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi dell'imperatore, fortificò
Milano e Monza per essere in istato di resistergli; ed invitando i
cittadini a difendersi, gli assicurò che di quattro mila cavalieri che
seguivano Luigi, due mila, nella loro miseria, avevano venduti i loro
cavalli sperando di rifarsi col saccheggio di Milano. Di fatti i
Milanesi secondarono il loro signore con tutte le loro forze, e Luigi,
dopo alcuni inutili tentativi per sorprenderli, accettò una piccola
somma di danaro offertagli dal Visconti, ed andò a portare la guerra
nella Lombardia oltre-padana[210].
[209] _Gio. Villani l. X, c. 128._
[210] _Chron. Modoet. c. 40, p. 1158. — Georg. Merulæ Hist. Mediol.
l. III, p. 111._
In questa campagna l'imperatore riportò alcuni vantaggi dovuti piuttosto
all'imprudenza del suo nemico il cardinale Bertrando, che alla propria
abilità. Aveva il cardinale fatto arrestare come ostaggio Orlando dei
Rossi, uno dei signori di Parma e de' principali capi della parte
guelfa; onde le città di Pavia, Parma, Modena e Reggio, sdegnate per
quest'atto tirannico, abbandonarono la causa della chiesa ed aprirono le
porte all'imperatore[211]. Ma Luigi, avanti che terminasse l'anno, andò
a Trento per ottenere dai principi tedeschi altri soldati. Mentre
trovavasi in questa città, morì il 13 gennajo 1330 Federico d'Austria,
ed i suoi fratelli Alberto ed Ottone adunarono truppe per attaccare la
Baviera. Conoscendo le intenzioni degli Austriaci, Luigi abbandonò
l'Italia per difendere i suoi stati ereditarj[212].
[211] _Gio. Villani l. X, c. 141._
[212] _Gio. Villani l. X, c. 146. — Bonifaz. di Morano Chron. Mutin.
p. 117. — Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserth. § 89._
Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa,
sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario
imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui
fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il
maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più
formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il
trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul
cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare
in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati
coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva
salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per
vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il
vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e
la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore
popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti;
e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di
parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato
da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella
pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo
Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro
fazione in tutta la Lombardia[214].
[213] _Gio. Villani l. X, c. 144._
[214] _Chron. Modoet. c. 42, p. 1159. — Gio. Villani l. X, c. 133._
Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni
prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di
Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani
illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una
bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare:
costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele
delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de'
soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco
sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a
proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i
fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori
dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona,
attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura.
Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande
impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che
i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara.
Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo
Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi
e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito
ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo
territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del
papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle
repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le
porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le
due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui
era stato principe[215].
[215] _Cortusiorum Historia de Novitatibus Paduæ l. III, c. 6 usque
ad l. IV, c. 4. — Gio. Villani l. X, c. 103._
Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora
soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di
unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca
Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio
del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da
pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì
il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli
legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del
fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri,
abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei
talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].
[216] _Hist. Cortusior. l. IV, c. 8 e 9, pag. 850. — Gio. Villani l.
X, c. 139. — Chron. Veron. t. VIII, p. 646._
E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli
antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto
tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa
ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di
tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in
Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava.
Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni
luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i
suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi
mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione,
ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che
la sua crudeltà.
Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca
diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva
preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma,
mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e
l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo,
scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi
partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa
colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di
Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione
beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva
e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi,
talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così
indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo
rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo
nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato
pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della
chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i
tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica
per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua
protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali
città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava
essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo
assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente
maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del
cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano
dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi
e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro
causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o
rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un
imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed
ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della
beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i
popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.
[217] _Gio. Villani l. X, c. 228._
[218] _Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 352._
L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo
figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre
Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca
di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia
come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione
l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal
regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita
di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante,
appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione,
avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della
corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo
barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro
indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e
coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle
quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de'
ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè
obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di
Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo;
di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi
quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].
[219] _Epitome Rer. Boemic., auctore Boluslao Balbino, l. III, c.
17, p. 316._
[220] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18, p. 333._
[221] _Ib. c. 17, p. 325._
[222] Il re Giovanni non sapeva probabilmente leggere. Suo figlio
Carlo IV nel Commentario, che scrisse della propria vita, dice di
lui: _Præcepit Capellano meo, ut me aliquantulum in litteris
erudiret, quamvis prædictus rex ignarus esset litterarum. Ex hoc
didici lecere horas B. M. V. gloriosæ, et eas aliquantulum
intelligens quotidie temporibus pueritiæ meæ libentius legi. — Vita
Caroli IV, p. 17, verso, in historia duorum priorum familiæ Luceburg
imperatorum. Reinerii Reineccii Stein hemii p. II, Helmestad._ 1585
(nella biblioteca di Vienna).
Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera
sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per
mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di
Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza
dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania
e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a
ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre
le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i
movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione
dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali
lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che
di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il
pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo
viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la
sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale
non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto
grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente
anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di
Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.
[223] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Olenschlager
Geschichte des Rom. Kays. in XIV Jahrhund, § 94._
Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla
città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato;
e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in
guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente
signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato
Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso
all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro
alle ultime estremità[224].
[224] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VII, c. 67. — And. Dei
Cronica Sanese, t. XVI, p. 88._
Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un
nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330;
arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in
città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve
che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo
tempo infelice, la pace e la prosperità[225].
[225] _Jacob. Malvecius in fine Chron. Brix. p. 1002. — Georg.
Merulæ Hist. Mediol. l. III, p, 119. — Bon. Morigiæ Chron. Modoet.
l. III, c. 43, p. 1160._
I Bergamaschi, vicini ai Bresciani e governati ancor essi dalla fazione
guelfa, furono i primi ad imitarne l'esempio. Giovanni accettò
l'offerta, e mandò un luogotenente a governare Bergamo ed a ricondurvi
la tranquillità[226]. Lo stesso fecero Cremona, Pavia, Vercelli e
Novara[227]; e lo stesso Azzo Visconti, mosso dall'esempio de' suoi
vicini, gli offrì la signoria di Milano, e s'intitolò suo vicario[228].
[226] _Gio. Villani l. X, c. 168._
[227] _Gazata Chron. Regiense t. XVIII, p. 45._
[228] _Georg. Merul. Hist. Mediol. l. III. — Ann. Med. t. XVI, c.
103._
Ma più che tutt'altro paese, aveva bisogno d'un pacificatore la
Lombardia cispadana; perciocchè di là partendo Luigi di Baviera aveva
lasciati soldati nelle principali città, i quali non avevano altro
sostentamento che il saccheggio. Le porte di Parma furono aperte al re
Giovanni dai signori Rossi[229], quelle di Modena e Reggio dai capi
delle famiglie ghibelline. Ogni città imponeva al re la condizione di
non richiamare gli esiliati; ma ogni città vedeva poi con piacere
violato il patto dal re, e riconciliate col richiamo de' fuorusciti le
opposte parti[230].
[229] _Chron. Mutin. t. XV, p. 592. — Gazata t. XVIII, p. 45._
[230] _Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p, 118 e 125. — Joh.
de Bazano Chron. Mutin. t. XV, p. 593._
In gennajo vennero pure al re Giovanni ambasciatori di Gherardino
Spinola, signore di Lucca. Costui, comperando quel principato, erasi
dato vanto di voler essere in Toscana un secondo Castruccio; ma ebbe
tosto motivo di essere scontento della sua sovranità. Era stato
internamente esposto ad una serie di congiure, mentre al di fuori i
Fiorentini gli facevano un'aspra guerra. Dopo un lungo assedio gli
aveano tolto il castello di Montecatini valorosamente difeso dai
Ghibellini[231]; e fino dal 10 ottobre del 1330 l'armata fiorentina
bloccava la stessa città di Lucca. Quando Spinola seppe che il re
Giovanni aveva accettata Lucca, e che vi spediva i suoi soldati,
abbandonò le città e ritirossi ne' suoi feudi senza che il re gli
restituisse il danaro che aveva sborsato per l'acquisto di quella
signoria[232].
[231] _Gio. Villani l. X, c. 157. — Ist. Pist. p. 459._
[232] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 880-884._
I Fiorentini che tenevano innanzi a Lucca una grossa armata, rinforzata
dai soldati ausiliari del re Roberto, dei Sienesi e dei Perugini, e che
lusingavansi di entrare ben tosto in città in conseguenza di un trattato
omai condotto a buon termine col signore e col comune[233], rimasero
sbalorditi quando il giorno 12 di febbrajo gli araldi d'armi del re
Giovanni di Boemia intimarono loro di rispettare il territorio dei
sudditi del loro signore, e li prevennero nello stesso tempo che il re
Giovanni, essendo in pace con tutti gli stati d'Italia, non aveva
accettata la signoria di Lucca che per mettervi l'ordine e la concordia,
e per rappacificarla co' suoi vicini[234].
[233] _Gio. Villani l. X, c. 166._
[234] _Gio. Villani l. X, c. 171. — Cronica Sanese d'And. Dei t. XV,
p. 89._
Giovanni, re di Boemia, che era l'amico, il confidente e l'appoggio di
Luigi di Baviera, era in pari tempo rispettato da Filippo di Valois e da
Giovanni XXII, ed aveva strette relazioni colle corti di Francia e
d'Avignone. In Italia non aveva fatta alcuna differenza dai Guelfi a'
Ghibellini, era stato alternativamente chiamato dagli uni e dagli altri,
aveva trattato con tutti, e gli aveva tutti accarezzati. Se talvolta la
sua riputazione eccitava qualche gelosia, le sue maniere aperte ed
amichevoli dissipavano subito i sospetti, e gli conservavano l'amicizia
delle opposte parti. I soli Fiorentini non lasciaronsi ammaliare da tale
incantesimo: videro che questo monarca, figlio dell'antico loro nemico
Enrico VII, aveva in pochi mesi formata in Italia una potenza colossale;
che non trovando chi gli resistesse, non tarderebbe ad esserne
l'arbitro, ed allora farebbe conoscere qual egoismo s'ascondeva sotto la
presente simulata imparzialità; quale dissimulazione avesse impiegata
per conciliarsi la confidenza di accaniti avversarj; quale ambizione
fosse il vero motivo di tanto zelo pel pubblico bene. Determinarono
perciò di opporsi colle armi ai progressi delle sue conquiste, e
ricusarono di levare l'assedio di Lucca: ma dovettero ben tosto chiamare
la loro armata a difendere i proprj confini, ed alcune scaramucce in Val
di Nievole furono i primi fatti d'arme del re di Boemia in Italia[235].
[235] _Gio. Villani l. X, c. 172. — Istorie Pistol. Anon. p. 461. —
Leonardo Aretino Stor. Fior. l. VI._
La protezione accordata da questo re ai Ghibellini di Modena e di Reggio
contro al legato aveva risvegliata la collera della chiesa, ed i
Fiorentini ricevettero dal papa una lettera che fu letta in presenza di
tutto il popolo, colla quale Giovanni XXII dichiarava di non aver mai
dato il suo assenso o l'approvazione della chiesa al re di Boemia per le
rivoluzioni fatte in Lombardia[236]. Ma seppesi pochi giorni dopo che
questo re aveva avuto tra Bologna e Modena un segreto intertenimento col
legato Bertrando; fu osservato che questi due ambiziosi emuli si
diedero, separandosi, non equivoci segni di amicizia, e più non si
dubitò che non fossero essi convenuti di dividere tra di loro il dominio
dell'Italia[237]. Sotto il nome del partito guelfo il cardinale si
andava formando un principato, di cui Bologna stata sarebbe la capitale.
Di già comprendeva la maggior parte delle città di Romagna: lo stesso
anno aveva tolto Rimini ai Malatesta e Forlì agli Ordelaffi, non avendo
lasciati i tiranni che regnavano nelle altre città della stessa
provincia, che dopo averli ridotti alla condizione di vicarj
subalterni[238].
[236] _Gio. Villani l. X, c. 173._
[237] _Istor. Pistor. Anon. t. XI, p. 462. — Gio. Villani l. X, c.
178. — Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXI, t. II, p. 99._
[238] _Cronica di Bologna p. 353._
La diffidenza inspirata dal re Giovanni ai Fiorentini e la loro
opposizione fu un avviso dato ai principi d'Europa di aprire gli occhi
sulle intenzioni di questo monarca. Il re Roberto si ristrinse coi
Guelfi, e Luigi di Baviera coi Ghibellini per attaccarlo. Allora fu
veduto con istupore l'imperatore fatto capo di una confederazione nella
quale avevano preso parte i due duchi d'Austria, fin allora mortali
nemici del Bavaro, i conti Palatini, i Margravj della Misnia e di
Brandeburgo ed i re di Polonia e d'Ungheria[239].
[239] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Epitome rer.
Bohemic. l. III, c. 18. — Olenschlager Geschichte § 97._
Giovanni aveva fatto venire a Parma suo figliuolo Carlo, educato alla
corte di Francia. Quando vide la burrasca ond'era minacciato in
Germania, gli affidò il comando di ottocento cavalli per tenere in
soggezione la Lombardia, e partì subito alla volta della Boemia ove
giunse affatto inaspettato e più che mai opportuno[240]. Trattenne gli
Austriaci che volevano penetrare nella Moravia, riguadagnò interamente
la confidenza di Luigi che ben tosto dimenticava i suoi progetti e la
passata gelosia; poi in cambio di pensare agli apparecchi della futura
campagna, approfittò dell'inverno per andare in Francia, onde negoziare
alla corte di Filippo ed a quella di Giovanni XXII, e proseguire i suoi
nuovi disegni sull'Italia[241].
[240] _Gio. Villani l. X, c. 181._
[241] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18. — Gio. Villani l. X, c. 195._
I principi ghibellini della Lombardia, che non si erano opposti a
Giovanni, approfittarono di questa circostanza per ingrandirsi a sue
spese. Mastino della Scala ed Azzo Visconti convennero di attaccare le
città ch'eransi a lui assoggettate, prendendo per confine dei rispettivi
loro stati e delle loro conquiste il fiume Oglio[242]. In fatti il
signore di Verona, il 14 giugno del 1332, s'impadronì di Brescia
coll'ajuto dei Guelfi, abbandonando i Ghibellini suoi antichi alleati
alle loro vendette[243]. Azzo Visconti prese Bergamo. Poco dopo i
Ghibellini gli diedero volontariamente Vercelli; e suo zio Giovanni
Visconti con una singolare astuzia lo fece padrone di Novara, di cui
egli era vescovo. Finse Giovanni Visconti d'essere caduto gravemente
infermo, e, secondo l'uso d'Italia, recaronsi a trovarlo i principali
cittadini del paese. Caccino Tornielli, che da una fazione era stato
fatto signore di Novara, essendo pure andato a ritrovarlo, mostrò
Giovanni vivo desiderio d'intertenersi con lui segretamente avanti di
morire, onde il corteggio del principe si ritirò. Allora il vescovo
mostrossi sorpreso dagli affanni dell'infermità, onde Torniello gli
porse le mani per calmarlo, che il finto ammalato prese ambedue con
molta forza, e chiamati i suoi domestici lo fece porre in una prigione,
e cavategli colle minacce le chiavi della città, v'introdusse i soldati
di suo nipote[244].
[242] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. III. — Gazata Chronic.
Regiense t. XVIII, p. 46._
[243] _Cortus. Ist. l. V, c. 2, p. 856. — Gio. Villani l. X, c. 203.
— Chron. Veron. t. VIII, p. 647._
[244] _Georgii Merulæ Hist. Med. l. III, p, 122._
I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per
loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati
capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe,
che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il
risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani
contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e
si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i
signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di
Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro
un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che
poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui
non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si
regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra
al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti,
innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la
conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e
che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in
istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione
assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma
a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al
marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].
[245] _Gio. Villani l, X. c. 203. — Hist. Pistol. Anon. t. XI, p.
462. — Leonar. Aretin. l. VI._
Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a
scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del
partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione
di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò
la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il
territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di
Boemia[247].
[246] _Gazeta Chron. Regiense t. XVIII, p. 47. — Gio. Villani l. X,
c. 210._
[247] _Gio. Villani l. X, c. 209. — Ist. Pistol. p. 464._
Il re Giovanni trovavasi a Parigi mentre suo figlio combatteva in
Italia, ed aveva colà resa più intima la sua alleanza colla casa di
Francia, facendo sposare sua figliuola all'erede della corona, Giovanni,
figliuolo di Filippo VI[248]. Il re di Boemia andò in seguito a trovare
il papa in Avignone, sebbene questa città appartenesse al re Roberto,
suo principal nemico. Al primo vederlo il papa non si contenne dal
rimproverargli le sue imprese d'Italia: ma avendo un amore veramente
paterno per il cardinale Bertrando, vedeva nel re Boemo l'alleato del
cardinale ed il nemico de' capi ghibellini di Lombardia, perlocchè diede
favorevole udienza alla sua apologia, l'accolse con amore, e, dopo
quindici giorni di segrete conferenze, gli promise tutto il favore della
chiesa, e lo licenziò colmo di onori[249].
[248] Questa figlia, detta Bonna o Gutha, del quale vocabolo si fece
Giuditta, era stata prima promessa a Locktech figlio del re di
Polonia, poi a Federico, marchese di Misnia; indi al figlio del
conte di Bar, in appresso al figlio di Luigi di Baviera, finalmente
ad Ottone, duca d'Austria. Dopo cinque contratti di matrimonio rotti
dall'incostanza del padre, Gutha sempre vergine, e bellissima, entrò
per ultimo nella casa di Francia. _Epitome Rer. Bohemic. l. III, c.
18, p. 336._
[249] _Gio. Villani l. X, c. 211._
Da Avignone Giovanni tornò a Parigi per adunare i soldati promessi dal
re di Francia, ed in gennajo del 1333 giunse a Torino con un'armata
composta dal fiore della cavalleria francese. Filippo di Valois gli
aveva prestati cento mila fiorini per montare questa truppa[250]. Il
legato, sapendolo vicino, riprese coraggio, e attaccò di nuovo il
Ferrarese; ruppe il 6 di febbrajo e fece prigioniere a Consandoli il
marchese Nicolò d'Este, dopo il qual fatto intraprese l'assedio di
Ferrara[251]. Ma l'armata della lega, che si era lentamente adunata,
venne introdotta nella città assediata, prima che il legato ne avesse
circostanziati avvisi; questa facendo un'impetuosa sortita dalla porta
opposta a quella per cui era entrata, ruppe il 14 aprile del 1333
l'armata della chiesa, che aveva già ricevuto il rinforzo di sei cento
cavalli di Linguadocca, comandati dal conte d'Armagnac, che fu fatto
prigioniere con molti altri gentiluomini bolognesi, varj signori di
Romagna, ed alcune migliaja di soldati[252].
[250] _Gio. Villani l. X, c. 213._
[251] _Ivi, c. 215. — Leonardo Aretino l. VI._
[252] _Gio. Villani l. X, c. 217._
I marchesi d'Este speravano di cambiare il conte d'Armagnac contro il
loro fratello caduto in mano de' nemici nel fatto di Consandoli; ma il
borioso Guascone pretese avere sortiti più illustri natali del marchese
di Ferrara, e non volle essere cambiato contro di lui[253]. I signori
Romagnuoli avendo chiesti al legato alcuni sussidj pecuniarj per
liberarsi dalla prigionia, ed essendo stati loro negati, ne furono
fieramente irritati, onde i capi della lega li rilasciarono tutti senza
taglia con circa due mila loro vassalli e compatriotti[254]. Per lo che
questi signori, entrando in Romagna, sollevarono i popoli. Francesco
degli Ordelaffi entrato in Forlì il 19 di settembre, nascosto entro un
carro di fieno, adunò in sua casa i suoi amici ed antichi servitori, ed
attaccò alla loro testa la guarnigione guascona del cardinale, e
scacciatala di città, ricuperò in tal modo la perduta sovranità. Il
Malatesta presentossi il 22 di settembre innanzi a Rimini con duecento
cavalli e gli furono aperte le porte dai suoi partigiani. Quasi nello
stesso tempo si ribellò Cesena; ed Ostasio e Ramberto da Polenta
sommossero Cervia e Ravenna. In una parola tutta la Romagna era
sossopra; ed il re Boemo, chiamato a Bologna dal Legato, invece di
calmare queste rivoluzioni, accresceva colla sua presenza il malcontento
de' Bolognesi, e li disponeva a tentare qualche novità contro la
chiesa[255].
[253] _Istorie Pistolesi p. 466._
[254] _Gazata Chron. Regien. p. 48. — Ghirardacci Stor. di Bologna
t. II, l. XXI._
[255] _Gio. Villani l. X, c. 226. — Annales Cœsenat. t. XIV, p. 1154.
— Cron. Rimin. t. XV, p, 899. — Ghirardacci Storia di Bologna t. II, l.
XXI._
Quando il re Giovanni si accorse che il legato era entrato di lui in
sospetto, lasciò Bologna per tornare a Parma. Andò pure due volte a
Lucca per levarvi una contribuzione, e per calmare una sedizione
eccitata dai figli di Castruccio. Volle in quest'occasione che i
Lucchesi gli giurassero individualmente fedeltà, per il quale atto
conobbe che i cittadini atti alle armi non erano che quattro mila
quattrocento cinquantotto; la guerra e la tirannide avevano spopolata
questa un tempo così fiorente città[256]. Intanto Giovanni rifletteva
dispettosamente alla sua mutata fortuna in Italia: tutti i popoli
diffidavano di ogni suo movimento; ogni giorno aveva avviso di nuove
perdite de' suoi alleati, o di ribellioni de' suoi sudditi: e quelli che
conservavansi fedeli, non erano fra loro vincolati da verun interesse,
nè il suo partito era animato da uno stesso spirito. In conseguenza di
tali osservazioni, prese bruscamente la risoluzione di abbandonare i
suoi stati d'Italia dopo averne raccolto tutto il danaro che potrebbe
cavarne. Entrò dunque in trattato coi capi di parte di ogni città per
ceder loro il principato; e vendette ai Rossi, nobili parmigiani, le
città di Parma e di Lucca per trentacinque mila fiorini, Reggio alla
casa di Fogliano, Modena a quella de' Pii, e Cremona a Ponzino Ponzoni.
Allora riuniti i suoi soldati tedeschi in un corpo, mandò suo figlio a
governare la Boemia, ed egli tornò a Parigi per vaghezza di farsi
distinguere ne' festini e ne' tornei. Abbandonò l'Italia il 15 ottobre
del 1333, dopo avervi esercitata per tre anni una influenza, cui non
sembrava chiamato dalla posizione de' suoi stati[257].
[256] _Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 886._ Non eranvi a
quest'epoca più di trecento novantacinque famiglie che avessero il
diritto di cittadinanza, e soltanto quarantaquattro di queste non
erano ancora estinte al tempo del Beverini.
[257] _Gio. Villani l. X, c. 226._