CAPITOLO XXXI.

_La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di

Calabria, signore di Fiorenza. — Spedizione in Italia

dell'imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di

Castruccio Castracani._

1324 = 1328.

L'attaccamento che i Pisani avevano mostrato pel partito ghibellino, il

loro zelo per Federico II, Corrado, Manfredi e Corradino, ed i sagrificj

fatti per Enrico VII gli avevano chiamati a figurare eminentemente nella

politica continentale dell'Italia. Erano essi stati lungo tempo capi

della fazione ghibellina in Toscana, e gli sforzi fatti per questa causa

avevano pienamente pareggiata, e talvolta superata la loro possanza e la

loro ricchezza: perciò, mentre s'indebolivano nelle guerre del

continente, avevano dovuto sempre più abbandonare il commercio e

l'impero del mare, da cui riconoscevano la loro grandezza. Dopo la

battaglia della Meloria avevano rinunciato alla guerra coi Genovesi, e

l'antica rivalità dei due popoli era spenta in tal modo, che i Pisani

non approfittarono delle guerre civili che desolarono Genova per

ricuperare la perduta superiorità. A poco a poco i più lontani

possedimenti della repubblica furono abbandonati; cessarono d'essere i

più ricchi commercianti di Costantinopoli e dell'Arcipelago;

rinunciarono ai loro banchi della Siria, sentendosi incapaci di

proteggere i loro stabilimenti contro i Musulmani, e la navigazione

contro i corsari; si astennero dal commerciare col regno di Napoli dove,

in odio del nome ghibellino, non erano sofferti dalla regnante famiglia

d'Angiò; nè poterono vantaggiosamente sostenere in Sicilia la

concorrenza coi Siciliani medesimi protetti da' Catalani. L'Africa

soltanto restava loro aperta colle isole di Sardegna e di Corsica che

avevano altra volta conquistate; ma nell'istante in cui Castruccio, dopo

averli impegnati in una guerra contro i Guelfi, aveva cercato di

sorprendere la loro città, la Sardegna veniva attaccata da un potente

monarca, che fino a quel tempo avevano risguardato come loro alleato.

Nel 1295, Bonifacio VIII aveva accordato a Giacomo, re d'Arragona,

l'investitura della Sardegna, per allettare questo monarca ad

abbandonare suo fratello Federico di Sicilia. Ma questa ingiusta mercede

d'un vergognoso contratto non gli si era poi data, ed i soccorsi dalla

repubblica di Pisa sempre somministrati ai principi arragonesi di

Sicilia, avevano fatto scordare questo progetto d'usurpazione, allorchè

alcuni feudatarj dei Pisani in Sardegna istigarono Alfonso d'Arragona,

figlio del re Giacomo, ad intraprendere la conquista della loro isola.

La Sardegna non era per i Pisani che una colonia di commercio; al quale

oggetto avevano fortificate alcune città marittime e specialmente Città

di Chiesa e Castro di Cagliari ove tenevano guarnigioni per difesa dei

loro banchi. Il rimanente dell'isola era posseduto da feudatarj

investiti dalla repubblica, i quali per altro si mostravano poco ben

affetti alla metropoli, della quale erano molti di loro originarj; meno

poi ubbidivano alle sue leggi. I più potenti feudatarj erano il giudice

d'Arborea che possedeva ancora Oristagni, e teneva sotto di lui il terzo

della Sardegna. Quello che allora regnava era Ugo Bassi dei

Visconti[115]; e perchè questi era un bastardo di quell'illustre

famiglia, la repubblica gli aveva fatti pagare per l'investitura del

feudo dieci mila fiorini[116]. Costui, tenendosi offeso di questo

procedere del governo pisano, offrì agli Arragonesi la Sardegna ed

impegnò segretamente nella loro alleanza i marchesi Malespina ed i Doria

possessori di vasti feudi nell'isola. Quando Alfonso ebbe fatti i

necessarj apparecchi, fu il primo a darne avviso alla repubblica,

chiedendole soccorsi; ma distribuì i soldati mandati dai Pisani ne' suoi

castelli; ed il giorno 11 d'aprile del 1323, quando ebbe notizia

dell'avvicinamento d'Alfonso, fece massacrare tutti i Pisani soldati e

mercanti che abitavano ne' suoi stati, ed aprì i porti alla flotta

arragonese[117].

[115] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. Hisp. illust.

t. III, p. 165._

[116] _Gio. Villani l. IX, c. 196._

[117] _Ibid. — Georg. Stellæ Ann. Genuenses t. XVII, p. 1052._

Il re Alfonso aveva chiesti soccorsi al papa per far l'impresa della

Sardegna, quasi che si trattasse di una guerra sacra; ma Giovanni XXII

erasi limitato ad invitare l'Arragonese a far valere le sue ragioni

innanzi ai tribunali ecclesiastici[118]. Il re era entrato in

negoziazioni con un conte di Donoratico che aveva molti possedimenti in

Sardegna; aveva sedotti due Visconti del ramo di Roccabertino,

finalmente aveva aggiunti tutti i mezzi di seduzione e di tradimento ad

una forza superiore. Il 30 di maggio aveva abbandonate le coste

dell'Arragona con sessanta navi da guerra, venti palandre per la

cavalleria, e trecento navi di trasporto. Conduceva su questa flotta

mille cinquecento cavalieri e più di dodici mila pedoni. Il terzo della

Sardegna fu ceduta agli Arragonesi dal giudice d'Arborea e da Doria; ma

le città di Cagliari, Castro e città di Chiesa si prepararono ad una

vigorosa difesa, come pure Terra nuova, Acqua fredda e Giojosa-Guardia;

ed i Sismondi d'Oleastro armarono i loro vassalli per secondare le

truppe della repubblica[119].

[118] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. p. 165._

[119] _Gio. Villani l. IX, c. 209. — Zurita Indices l. II, p. 166. —

B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 649. — Cron. Anon. di Pisa t. XV,

p. 998._

I Pisani, minacciati dalla lega guelfa di Toscana e da Castruccio, il

solo Ghibellino di questa contrada; traditi dai loro vassalli ed

attaccati dalla potente casa d'Arragona, senz'essere in pace colla casa

rivale di Napoli, non disperarono però di difendere la Sardegna.

Armarono trentadue galere che mandarono nel golfo di Cagliari; ma

l'ammiraglio della repubblica, trovandolo occupato dalla flotta catalana

assai più numerosa della sua, si credette abbastanza fortunato d'essersi

sottratto ad un attacco dopo avere sbarcato Manfredi, figlio del conte

Nieri della Gherardesca, con trecento cavalli tedeschi e duecento

arcieri, che si gettarono in Cagliari[120].

[120] _Zurita Ind. R. l. II, p. 166._

L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di

Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi:

l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli

assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121].

Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la

guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per

continuare la difesa di questa seconda piazza.

[121] _Gio. Villani l. IX, c. 209._

Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere

nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di

Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo,

cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza

la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli

Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi

trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà

le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga

ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero

finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro

con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu

dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli

Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne

occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati

delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la

Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo

barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato,

gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi

capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi

ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie

pisane[122].

[122] _Gio. Villani l. IX, c. 236. — Zurita Ind. l. II, p. 167._ —

Pare che a quest'epoca i Sismondi fossero spogliati del principato

d'Oleastro, posseduto da loro duecento settantaquattro anni. Per

altro un antico storico di Lucca riferisce, sotto l'anno 1404, la

morte di un Sismondi e di suo figlio Dragonetto, giudici e signori

d'Arborea. _Cronica di Lucca di Giov. Ser Cambi t. XVIII, p. 838._

Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese

l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito

delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una

vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo

e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono

a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava,

trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente

ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo

pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso,

domandarono di capitolare[123].

[123] _Zurita Indices rer. ab. Arag. Reg. Gest. l. II, p. 167. —

Gio. Villani l. IX, c. 250._

Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di

consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati

onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla

repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private

possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in

piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re

di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria,

fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare

all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria,

o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che

i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai

Pisani senza il permesso degli Arragonesi.

La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del

vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune

navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu

forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria.

Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de'

Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla

professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una

flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria.

Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare

Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani.

Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate

dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e

ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera

della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non

riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le

armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di

aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo

possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi,

e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace.

La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono

rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].

[124] _Gio. Villani l. IX, c. 307._

[125] _Georgius Stella Annal. Gen. p. 1054._

[126] _Cron. Anon. Pisa t. XV, p. 998. — B. Marangoni Cron. di Pisa

p. 665. — Gio. Villani l. IX, c. 326. — Zurita Ind. rer. l. II, p.

169. — Mariana Istoria de las Españas l. XV, c. 18. — La pace

pubblicossi in Pisa il 10 giugno 1326._

Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace

la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in

allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta

per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo,

mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.

La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un

accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de'

Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati

abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della

Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata,

cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini

avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano

opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila

uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta

dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro

riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la

battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano

molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle

falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti

prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i

prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed

i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria

cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro

forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con

un ricchissimo bottino[127].

[127] _Mathæi de Griffonibus Memor. Histor. de reb. Bonon. t. XVIII,

p. 142. — Cronica Miscel. di Bologna p. 338. — Chron. Esten. t. XV,

p. 386. — Chronicon Mutin. Joh. de Bazano t. XV. — Gio. Villani l.

IX, c. 321. — Istorie Pistolesi, p. 428._

L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla

guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli,

poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni

in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed

assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla

volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e,

passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la

signoria di quella città[128].

[128] _Georg. Stellae Annales Genuens. t. XVII, p. 1053._

Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al

re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli

esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione

ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti

dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini

avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati

minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare

Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato.

Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano

sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa.

Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle

prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite

de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321

la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma

che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli

permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese

in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti

dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti

di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di

preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del

re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio

dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà

della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri

d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace

lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo

luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo

periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria

doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in

cui fu firmato il trattato[129].

[129] _Gio. Villani l. IX, c. 318. — Istor. Pistolesi p. 430. —

Leon. Aret. l. V._

Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per

prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di

Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso

del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani

conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento

cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli

permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].

[130] Vedasi nel tomo IV il capitolo 26.

[131] _Gio. Villani l. IX, c. 346._

Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con

intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione.

Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella

città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi

condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò

solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno

delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva

sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli

condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].

[132] _Cron. Sen. di And. Dei t. XV, p. 74. — Orlando Malavolti

Stor. di Siena p. II, l. V, p. 84._

[133] _Gio. Villani l. X, c. 1._

Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie

di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto

d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il

duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese,

che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un

tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto

Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non

sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai

Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui

direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica

quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila,

che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte

l'autorità costituzionali; abolì le leggi _sontuarie_ intorno al lusso

delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante

vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].

[134] _Gio. Villani l. X, c. 6. — Ist. Pist. p. 431. — Beverini An.

Lucens. l. VI, p. 813._

[135] _Gio. Villani l. X, c. 13._

[136] _Ivi c. 9._

La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai

Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione,

assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò

in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in

Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da

Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era

passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore

di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena

eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero

rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale

legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della

città e del territorio[137].

[137] _Matthæi de Griffonibus Memor. Histor. p. 143. — Cron. Miscel.

di Bolog. t. XVIII, p. 343. — Chron. Mutin. Bonifazii de Morano t.

XI, p. 113. — Ghirard. Stor. di Bologna t. II, l. XX, p. 75._

Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della

Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era

giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del

1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini

d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este,

Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso

l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di

Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a

prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un

dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].

[138] _Gio. Villani l. X, c. 15. — Albert. Mussatus Ludovicus Bavar.

t. X, p. 770. — Istorie Pistolesi p. 442. — Cortusior. Hist. l. III,

c. 10, t. XII, p. 839. — Chron. Esten. t. XV, p. 388. — Georg.

Merulae Histor. Mediol. l. II, p. 101, t. XXV. — Leon. Aretini l. V,

p. 173._

Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne

guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente

oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia

a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo

aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la

libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed

alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che

riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso

tutti e contro di tutti, _anche contro quello_, diceva egli, _che si dà

il titolo di papa_. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue

promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano

Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del

duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue

promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola

ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità

imperiale[140].

[139] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kays. § 63. — Schmidt, Hist.

des Allemands l. VII, c. 5._

[140] _Olenschlager Geschichte § 67._

Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi

aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace,

ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in

Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di

sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è

che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il

paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia

più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle

ricche contrade, per dividerne le spoglie.

L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più

implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come

prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i

Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa

rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo

papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe

cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di

esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in

aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora

impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla

povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti

abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano,

non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li

mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa

suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo

aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi

Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose

appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani

erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che

negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde

i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il

papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una

crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più

ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per

ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].

[141] _Raynald. An. Eccles. t. XV, ad an. 1322 § 53 ec. — Ann.

Coesenatenses t. XIV, p. 1148._ In questi Annali, opera d'un

Francescano, viene riportata una lunga lettera del generale de'

frati Minori intorno a questa controversia.

Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le

parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle

usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità

secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta

energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova,

medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le

loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].

[142] _Olenschlager Geschichte § 53. — Tiraboschi Stor. della

Letter. Ital. t. V, l. II, c. 1, § 27._

Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e

sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia

senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della

Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova,

ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla

loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de'

Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di

sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già

deposti e scomunicati[143].

[143] _Gio. Villani l. X, c. 18. — Chron. Veron. t. VIII, p. 644. —

An. Mediol. t. XVI, c. 99, p. 704. — Olenschlager Geschichte § 74,

p. 182._

Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di

Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva

gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi

stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di

Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore,

riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati

nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo

parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non

sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè

acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva

Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità

rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due

fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi

credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro

eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo

gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino

Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi

trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza.

Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era

stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo

del principato[144].

[144] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II. — Albert. Mussati Lud.

Bavar. p. 771. — Boninc. Morigiæ Chron. Modoet. t. XII, c. 35 e 36.

— Pet. Azarii Chron. t. XVI, c. 7. — Georgii Stellæ Ann. Genuens. t.

XVII, p. 1056. — Pauli Jovii Galeaz. p. 288._

Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re

de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta

generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale.

Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio:

vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si

credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi

sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene

loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta

riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli

accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo

Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino,

pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa

ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui

servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli

aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa

contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due

fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di

tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili

prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].

[145] _Gio. Villani l. X, c. 30. — Galv. Flam. Man. Flor. c. 365. —

Chron. Modoet. c. 37. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II, p. 104. —

Olenschlager Geschichte § 76, p. 186._

Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo

scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di

ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte,

governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del

monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano

altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.

Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la

triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai

quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di

giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel

territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei

Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea

alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò

l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa

Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano

di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e

di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille

cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati

al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai

tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e

giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale

legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse

opporsi alla sua marcia.

[146] _Gio. Villani l. X, c. 32._

Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di

Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del

valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava

ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato

dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria,

signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per

difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani

dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i

Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito

all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una

trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o

fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva

alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne

condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo

allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini

di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe

voluto[147].

[147] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 821._

Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e

dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e

minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso

dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso

Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a

Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le

porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra,

gli fece prendere la strada di Pisa.

[148] _Gio. Villani l. X, c. 28 e 29. — Leon. Aret. l. V. — Beverini

Annales Lucens, l. VI, p. 825._

I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito

ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano

spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati

dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di

tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati.

Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso

motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori

mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella

loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della

loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso

Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non

essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al

loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così

consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato,

mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi

ambasciatori a Luigi[149].

[149] Cioè Lemuno Guinicello dei Sismondi, Albizzo da Vico e Giacomo

da Calci. _Gio. Villani l. X, c. 23. — Marangoni Cronica di Pisa p.

657._

Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa,

consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica,

rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati

tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio,

protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la

patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo

d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a

Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto

delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato

l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da

questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero,

invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le

conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava.

Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto

ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella

d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al

bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la

probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di

senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad

un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la

virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era

bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli

avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre

Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe

in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per

Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo

imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del

trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di

avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia

che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a

Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo,

affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi

nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso

de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro

indipendenza nelle montagne[152].

[150] _Cron. Sanese d'And. Dei, t. XV, p. 78._ Tale minaccia non fu

eseguita: gli ambasciatori furono liberati il 10 ottobre, dopo presa

la città.

[151] _Leon. Aret. l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 827._

[152] _Gio. Villani l. X, c. 34. — Cronica di ser Gorello d'Arezzo,

c. 4, t. XV, p. 827._

Mentre i Pisani stavano aspettando i loro ambasciatori, Luigi di Baviera

e Castruccio alla testa dell'armata ghibellina si presentarono alle

porte della loro città. La signoria le fece subito chiudere,

rifiutandosi di ricevere l'imperatore; il quale, risoluto

d'intraprenderne l'assedio, si accampò alla sinistra dell'Arno.

Castruccio occupò la riva destra; e due ponti di barche, uno sopra

l'altro al di sotto della città, univano i due campi e terminavano la

linea che chiudeva Pisa, mentre i distaccamenti di cavalleria

approfittavano dell'inclinazione del popolo per la parte ghibellina,

onde soggiogare tutti i castelli della repubblica. Frattanto la signoria

era forzata a praticare certi ritegni che distruggevano le sue risorse;

non osava chiedere soccorso di truppe al duca di Calabria per non

rinunciare con tal passo al partito ghibellino; e non si attentava di

levare nuove contribuzioni, e di prendere le energiche misure che

potevano metter fine agl'intrighi de' suoi interni nemici. Dopo aver

sostenuto un mese d'assedio, quando Luigi incominciava a scoraggiarsi il

governo fu forzato a domandare la pace dalle grida della plebaglia,

ammutinata dai capi del partito democratico per vendicarsi dell'essere

stati da sett'anni in qua esclusi dall'amministrazione.

Onorevoli furono le condizioni accordate da Luigi ai Pisani; promise

loro che nè Castruccio nè gli esiliati entrerebbero in città, ch'egli

medesimo non promoverebbe verun cambiamento nel governo, e che la

contribuzione pagabile da Pisa, siccome da tutte le città imperiali pel

suo felice arrivo, sarebbe fissata in sessanta mila fiorini, che gli

erano stati fin da principio offerti. A tali condizioni e dopo aver

posti in libertà gli ambasciatori trattenuti da Castruccio, entrò

pacificamente in Pisa il 10 ottobre facendo osservare alla sua armata la

più severa disciplina. Ma que' medesimi cittadini che avevano costretta

la signoria a far la pace, il conte Tazio, figliuolo di Gerardo di

Donoratico, e Vanni, figliuolo di Banduccio Bonconti, che volevano pur

vedere rovesciato il presente governo, adunarono tumultuariamente un

parlamento, che annullò la capitolazione accordata dall'imperatore,

richiamò gli esiliati, e permise a Castruccio l'ingresso in città. Il

primo atto di sovranità esercitato da Luigi di Baviera sopra la

repubblica fu una contribuzione di cento cinquanta mila fiorini[153].

[153] _Gio. Villani l. X, c. 33. — Istor. Pistol. p. 444. —

Olenschlager Geschichte § 77._

Luigi visitò in appresso Lucca e Pistoja; e per ricompensare lo zelo e

la fedeltà di Castruccio, eresse in suo favore un ducato in Toscana,

formato delle città di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana. Diede

l'investitura di questo nuovo ducato a Castruccio, il giorno di san

Martino, accordandogli in pari tempo d'inquartare i suoi stemmi con

quelli della Baviera[154].

[154] _Istor. Pistol. p. 448. — Beverini Annales Lucens. l. VI, p.

830._

La vicinanza dell'imperatore teneva Fiorenza inquieta assai, non

dubitandosi che non fosse per manifestare il suo sdegno contro una

repubblica, che tanto apertamente erasi dichiarata pel partito de' suoi

nemici: pure non furonvi ostilità tra lui e il duca di Calabria. I due

nemici di quasi eguali forze si guardavano con rispetto, e non cercavano

occasioni di fare sperimento della propria forza. Luigi in sul finire di

dicembre prese a traverso le Maremme la strada di Roma; mentre il duca,

per avvicinarsi in pari tempo che l'imperatore a Roma ed a Napoli,

seguiva la strada superiore di Siena, Perugia e Rieti. La piena dei

fiumi ritardò la marcia dell'armata tedesca, e gli cagionò grandissime

difficoltà, ma il duca non osò approfittarne. Il 2 gennajo 1328

finalmente Luigi arrivò a Viterbo, ove fu cordialmente accolto da

Salvestro de' Gatti, signore ghibellino di questa città. Intanto il duca

rientrò per la via dell'Aquila nel regno di Napoli, avendo lasciati in

Fiorenza mille cavalli sotto gli ordini di Filippo da Sanguineto suo

luogotenente[155].

[155] _Gio. Villani l. X, c. 49._

Poichè Roma fu abbandonata dai papi, il suo governo degenerò in una

irregolare oligarchia. Talvolta i ministri del papa o del re di Napoli

vi esercitavano molta autorità; altra volta si disputavano il supremo

potere le potenti famiglie dei Colonna, de' Savelli, degli Orsini. Per

altro la costituzione della città avrebbe potuto risguardarsi come

repubblicana e democratica: un magistrato forestiere che aveva il nome

di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia; un

consiglio di cinquantadue membri eletti dai rispettivi quartieri

trovavasi alla testa dell'amministrazione, ed erano presieduti dal

prefetto di Roma; finalmente veniva frequentemente consultata

l'assemblea del popolo; ed il senatore, siccome i due capitani del

popolo che lo ajutavano, venivano eletti dalla nazione. Tra i nobili, i

Savelli erano ghibellini, guelfi gli Orsini, e dei due fratelli Colonna

Stefano e Sciarra, il primo seguiva le parti del papa, l'altro quelle

dell'imperatore. Quando seppesi in Roma la discesa di Luigi di Baviera

in Italia, un movimento popolare aveva obbligato Napoleone Orsini e

Stefano Colonna a ripararsi colle loro famiglie in Avignone, mentre

Sciarra Colonna e Giacomo Savelli erano stati nominati capitani del

popolo dai Ghibellini vittoriosi[156].

[156] _Gio. Villani l. X, c. 19._

I deputati del senato romano si fecero incontro all'imperatore fino a

Viterbo per istabilire le condizioni del suo ingresso in Roma: ma Luigi

che si era assicurato l'appoggio dei capi del governo, e che non voleva

nè scontentare il senato, nè legarsi con anticipate convenzioni, fece

onestamente trattenere gli ambasciatori, e giunse egli stesso alle porte

della città il giorno 7 gennajo del 1328, prima che fossero tornati: fu

accolto dai Romani con infinito giubilo ed alloggiato in Vaticano. Il

quinto giorno, fatto adunare tutto il popolo avanti al Campidoglio,

commise al vescovo d'Aleria in Corsica di ringraziare in suo nome i

Romani dell'attaccamento che gli mostravano. Questi promise che Luigi

farebbe prosperare l'eterna città, ridonandole l'antica sua gloria. In

appresso, di consentimento del popolo, stabilì che la ceremonia della

sua incoronazione si farebbe la seguente domenica 27 di gennajo[157].

[157] _Gio. Villani l. X, c. 23. — Cron. Sanese di And. Dei, p. 79._

Nel giorno destinato Luigi partì da santa Maria Maggiore colla sua

consorte Margarita di Hainault per recarsi in san Pietro di Vaticano. I

capitani del popolo, i consiglieri e tutti i baroni di Roma, vestiti di

drappi d'oro, aprivano il corteggio; venivano dietro al monarca

quattromila cavalli che aveva seco condotti; e le strade che

attraversava, erano addobbate di ricchissimi tappeti. Un legista seguiva

l'imperatore, affinchè tutte le ceremonie si eseguissero conformemente

alle leggi. Castruccio nominato cavaliere e conte del palazzo di

Laterano per questa solennità, portava la spada dell'impero, ch'egli

stesso doveva cingere al monarca. Era il capitano coperto di un abito di

seta chermisì, con due brevi a grandi lettere d'oro sul petto e sulle

spalle che ascrivevano a Dio la sua grandezza, e ne lasciavano

l'avvenire alla provvidenza[158]. Giacomo Alberti, vescovo di Venezia o

Castello, e Gerardo Orlandini, vescovo d'Aleria, l'uno e l'altro dal

papa scomunicati e deposti, stavano aspettando Luigi a san Pietro per

consacrarlo. Dopo questa cerimonia, Sciarra Colonna pose sulla di lui

testa la corona dell'impero, e Luigi, quasi per prendere possesso della

nuova dignità, fece leggere tre decreti, in forza dei quali prometteva

di mantenere la purità della fede cattolica, di rispettare i preti e di

conservare i diritti delle vedove e dei pupilli. Dopo ciò, tutto il

corteggio tornò in Campidoglio. Aveva il popolo conferita al monarca per

acclamazione la dignità di senatore di Roma, e questi la trasmise a

Castruccio affinchè l'esercitasse in suo nome[159].

[158] Stava scritto sul petto: _Egli è come Dio vuole_: e sopra le

spalle: _E sì sarà quello che Dio vorrà_. _Gio. Villani l. X, c.

58._

[159] _Gio. Villani l. X, c. 55. — Beverini Annales Lucens. l. VI,

p. 833._

Immediatamente dopo la consacrazione, Luigi avrebbe dovuto marciare

contro Napoli colle imponenti forze ch'egli comandava, e schiacciare il

suo principale avversario, che non era in istato di resistergli

lungamente: ma egli sentiva che la sua coronazione era di niun valore

per l'aperta opposizione del papa. Diffidava de' proprj diritti, e

cercava di assodarli ora con ridicole e talvolta scandalose formalità:

intentò un processo contro il papa, additato col nome di prete, Giacomo

di Cahors, lo citò al suo tribunale, e come colpevole d'eresia e di lesa

maestà, lo condannò alla deposizione ed in seguito alla pena di

morte[160]. Gli diede per successore un frate Minore, chiamato Pietro di

Corvaria, che fece eleggere dal popolo e consacrare sotto nome di Nicolò

V[161]. Ma mentre lasciava inutilmente passare, stando in Roma, la

stagione di agire, Castruccio, il suo più fermo appoggio, era richiamato

in Toscana da una rivoluzione che minacciavalo di rapirgli i suoi stati.

[160] _Gio. Villani l. X, c. 68. — Olenschlager Geschichte des

Romisch Kayserthum § 82._

[161] _Gio. Villani l. X, c. 71. — Albertini Mussati Lodovicus

Bavarus p. 772. — Vita Joan. XXII ex Amalrico Augerio t. III, p. II.

— Raynald. Annal. Eccles. § 8, t. XV._

Il luogotenente del duca di Calabria a Fiorenza, Filippo da Sangineto,

aveva la notte del 28 gennajo sorpresa Pistoja. Due emigrati guelfi di

questa città gli avevano date le misure delle fosse e delle mura; i

Guelfi di Pistoja avevano prese le armi ed aperta una breccia per far

entrare la cavalleria fiorentina; e la guarnigione di Castruccio, non

avendo potuto sostenersi nella fortezza, erasi ritirata a Serravalle. Ma

l'armata di Sangineto, quasi tutta composta di Borgognoni, aveva

crudelmente abusato della sua vittoria, saccheggiando dieci giorni

continui la città senza risparmiare piuttosto i Guelfi che i Ghibellini:

ed aveva tanto ben consumate tutte le sue munizioni ed i suoi magazzini,

che si era spogliata di tutti i mezzi di difesa ove fosse stata

attaccata dai nemici[162].

[162] _Ist. Pist. Anon. t. XI, p. 445. — Gio. Villani l. X, c. 57. —

Leonard. Aret. l. V. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 835._

Non ebbe appena ricevuto l'avviso della perdita di Pistoja, che

Castruccio partì alla volta della Toscana con mille cavalli e mille

arcieri che aveva condotti a Roma per onorare l'imperatore. Giunto a

Pisa, si appropriò il prodotto delle gabelle, ed impose nuove

contribuzioni[163]. Aveva Luigi data all'imperatrice la sovranità di

Pisa; ma quando un suo luogotenente si presentò per prendere possesso

della signoria, Castruccio lo costrinse a ritirarsi, e corse la città

alla testa della sua cavalleria, per sottometterla alla sua

autorità[164]. Frattanto disponevasi ad assediare Pistoja; ed il 13

maggio mandò mille cavalli ed un grosso corpo d'infanteria con ordine di

occupare le comunicazioni della piazza, ed in seguito fece avanzare la

milizia di Pisa, indi passò egli stesso al campo col rimanente delle sue

forze.

[163] _Gio. Villani l. X, c. 58._

[164] _Gio. Villani l. X, c. 81. — Olenschlager Geschichte, § 85._

I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal

saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra

veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di

approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad

intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una

forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e

da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il

13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e

secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città

assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di

Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed

il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata

nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla

battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo,

rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno

convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e

s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi

trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono

allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere

i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa

che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva

vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non

abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla

partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della

città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].

[165] _Istorie Pistolesi, p. 447. — Giovanni Villani l. X, c. 83. —

Leonardo Aretino l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 843._

[166] _Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 845._

[167] _Istor. Pistolesi p. 450. — Gio. Villani l. X, c. 84. — And.

Dei Cron. Sanese t. XV, p. 81. — Beverini Ann. Lucenses l. VI, p.

848._

«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo

grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con

grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e

ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo

signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore

della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran

parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di

trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di

natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per

soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando

armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a'

ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora

cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del

sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E

per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»

Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia

sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di

Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in

libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora

militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso

dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato

signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi,

Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di

povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.

[168] _Bonincontri Morigiae Chr. Med. c. 37. — Georgii Merulae Hist.

Mediol. l. II._

Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli

stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi

beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel

modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto,

questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per

mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse

assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima

il sabato 3 settembre 1328.

[169] Castruccio lasciava tre figli legittimi in minor età, Enrico,

Valerano e Giovanni, sotto la tutela di Pina sua consorte. Aveva

pure un bastardo chiamato Ortino. _Beverini Annales Lucens. l. VI._

Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura,

di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli

diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i

tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto

nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi,

antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di

quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove

della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i

sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago

d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti

beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo

avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo

di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo

ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I

Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri

della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli

approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero

parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].

[170] _Et quidem is erat Castrucius, ut quoniam ita ferebant

tempora, nullius manu libertas honestius periret._ _Beverini Ann.

Lucens. l. VI._

[171] _Ibidem._

La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino

al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse

colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque

tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai

funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di

dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].

[172] _Gio. Villani l. X, c. 85. — Storie Pistolesi p. 451. — Vita

Castrucci Antelminelli a Nicolao Tegrimo p. 1343. — Andrea Dei

Cronaca Sanese t. XV, p. 83. — Cronica di Pisa anonima t. XV, p.

1000._

Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di

Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e

dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico.

Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che

di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro

il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli

partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare

il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad

insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato

distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro

città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime,

eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il

4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati

dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi

soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati

senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi

Guelfi[173].

[173] _Gio. Villani l. X, c. 96._

Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento

cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la

Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse

vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla

a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta

siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro,

figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri

catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata

spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo

a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro

per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi

si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano

d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore

d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto

assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto,

ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo

figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere

questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal

giogo dei Lucchesi[174].

[174] _Gio. Villani l. X, c. 102. — Cronica di Pisa p. 1000. —

Andrea Del Cronaca Sanese p. 84. — Leonardo Aretino l. V._

Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi

consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo

controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta

grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni

XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re

Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava

che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di

modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito

guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di

Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di

veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e

concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi

liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a

difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i

tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi

piaceri[177].

[175] _Gio. Villani l. X, c. 104._

[176] La seconda di queste figlie, Maria, nacque dopo la morte del

padre.

[177] _Gio. Villani l. X, c. 109. — Cronaca Sanese di Andrea Dei p.

84._

La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel

colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del

quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi

inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più

vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi

delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la

morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La

morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato

imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero,

dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la

morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel

momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16) · 第 4 / 14 题