CAPITOLO XXX.

_Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle

repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a

Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio._

1320 = 1325.

Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un

governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero

riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla

schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città

della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi

tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi;

tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa

gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che

nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo

della vicina tirannide.

In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà.

Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse

collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni

politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente

alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato,

Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima

fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi

fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo

Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della

Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte

ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì,

Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di

questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in

Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa

l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù

militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai

soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva

disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare;

e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di

abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito.

Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.

Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati

scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che

riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero,

lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono

tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli

Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi

antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti

capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione

non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320,

assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e

tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo

potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli,

ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità

confermato dal popolo[69].

[69] _Beverini Ann. Lucenses p. I, l. VI._ Per istudiare

quest'epoca, la più bella della storia di Lucca, approfittai di due

preziosi MS. conservati negli archivj lucchesi. Contiene il primo la

storia di Giovanni Ser Cambi, lucchese, che dovrebbe essere morto

del 1409. La seconda parte di questa storia dal 1400 al 1409 si

pubblicò nella grande collezione degli storici d'Italia _l. XVIII_.

Ma il Muratori non ebbe copia della prima. Il manoscritto è

correttissimo, legato in 4.º ed ornato di miniature. Non essendovi

numeri di pagine nè di capitoli, non ho potuto citarli: altronde Ser

Cambi, di cui dovremo parlare altrove, è un mediocre storico che

merita poca confidenza. L'altro MS. è intitolato _Ann. Bartholomei

Beverini, ab origine Urbis Lucae, 3. vol. in foglio_. Ma avendo il

Beverini scritte le sue storie dopo il 1648 (vedasi _l. VII, p.

934_) non può risguardarsi come una fonte storica; ma egli aggiunse

a Ser Cambi, che aveva tra le mani, tutti i titoli e documenti della

repubblica conservati nel miglior ordine negli archivj dello stato.

È scrittore erudito, e buon critico quando non viene traviato dalla

sua parzialità per Lucca. L'antico governo non aveva permessa la

pubblicazione di questa storia elegantissimamente scritta in latino.

La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la

grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e

la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a

prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per

mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto

grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e

commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue

porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con

un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla

vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro

principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli

esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva

coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava

eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e

della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù

esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso

di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli

avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di

battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che

premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva

l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle

regole della morale.

In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe

opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in

Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni

trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe

francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini

risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace

di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a

Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume

paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese

dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò

improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella

abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e

guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro

attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai

Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della

Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda

erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a

difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si

stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].

[70] _Gio. Villani l. IX, c. 104. — Bever. An. Luc. p. I, l. VI, p.

754._

[71] _Gio. Villani l. IX, c. 109. — Leon. Aretinus. l. V._

[72] _Gio. Villani IX, c. 112. — Beverini An. Lucens. l. VI, p.

758._

Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da

due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore

di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un

corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini

all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese

presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle

entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e

tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria

terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia.

Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di

Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille

seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il

capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò

venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero

l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli

aveva tolto il marchese Spinetta[73].

[73] _Gio. Villani l. IX, c. 124. — Beverini An. Lucenses l. VI, p.

759._

Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati

questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai

Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte

Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano

delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il

partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice

d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de'

suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì

lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed

un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi

fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo

compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due

giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere,

fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi

famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e

spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia

che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le

sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono

subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro

ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75].

La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio,

fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè

si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca,

gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'_Augusta_, o la _Gusta_,

dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di

Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i

Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove

tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe

lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda,

Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la

Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare

nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica,

spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di

opporsi alle sue forze.

[74] _Gio. Villani l. IX, c. 119. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 644.

— Cron. Anon. di Pisa t. XV, p. 997._

[75] _Gio. Villani l. IX, c. 151. — Marangoni Cron. di Pisa, p.

647._

[76] Questa fortezza occupava il luogo del presente palazzo del

principe. _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 763._

Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di

Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva

perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco

lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali

della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla

guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo _tregua_ era la parola

d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che

ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano

l'abate quale loro salvatore[77].

[77] _Istor. Pistolesi Anon. t. XI, p. 415. — Jannotii Manetti

Histor. Pistor. l. II, t. XIX, p. 1031. — Beverini Ann. Lucens. l.

VI, p. 761._

Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i

Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al

territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi

che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di

Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le

piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe

della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in

mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di

credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la

tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja

per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non

esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di

spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato

fosse guastato dai nemici.

L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini,

offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e

Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare

ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più

affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la

tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del

1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte,

del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si

mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate.

In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e

Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj;

ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi

fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati

fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si

ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe

egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma

appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un

consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa

plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni.

Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto

fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].

[78] _Istorie pistolesi anonime t. XI, p. 417. — Jannotii Manetti

Histor. Pistor. l. II p. 1032._

Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi

incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi

impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a

farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie

non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al

carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In

tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva

da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli

altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non

pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla

facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così

l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo

esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva

sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si

lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò

impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la

montagna pistojese[80].

[79] _Istorie pistolesi anonime p. 418._

[80] _Gio. Villani l. IX, c. 191. — Jannotii Manetti l. II, p.

1033._

(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli

altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro

lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che

aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative

della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta

grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè

sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per

difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e

non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani

erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo

soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non

ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e

perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.

Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per

approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più

vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di

Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di _condottiere_, val a

dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano

adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con

trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove

teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello

di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece

appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un

maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua

truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento

de' _condottieri_ che si fecero in breve così frequenti in tutta

l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si

andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati;

perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di

lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.

[81] _Gio. Villani l. IX, c. 207. — Beverini Annales Lucenses l. VI,

p. 766._

Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini,

si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del

1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed

entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di

Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne

di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove

tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una

settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto

Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti.

Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu

compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le

porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente

soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.

[82] _Gio. Villani l. IX, c. 208._

La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi

sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in

difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i

Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle

porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si

recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse

più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i

priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i

banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la

violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini

esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si

unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi

innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a

Serravalle.

Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che

Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un

tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le

loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e

vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a

noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi

s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del

nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò

tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di

Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta

vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata,

rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un

tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano

di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che

avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse

conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato;

che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che

la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine

che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione

l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea

con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza

che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi

con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de'

più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la

sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata

l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi

rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva

garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano

nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della

protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare,

risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a

Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli

si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la

pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le

discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle

strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate

grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre

l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in

cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo

ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.

Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che

agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere

ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro

consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa.

Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti

in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro

patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine

al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i

ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini

vedessero il nemico[83].

[83] _Gio. Villani l. IX, c. 213. — Leon. Aretinus l. V, p. 153._

Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono

deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e

riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con

tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise

che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto

il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro

sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in

città, ed i principali capi furono esiliati[84].

[84] _Gio. Villani l. IX, c. 218._

E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente

nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne,

sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di

cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non

aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj

per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città

manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici

trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione

temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi

dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora

composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei

gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di

ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del

popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli

eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata

dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure

frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni

due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno

avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.

La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che

colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la

pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema

d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti

che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi

avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente

entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli

eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune

borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero

esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della

magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de'

capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono

ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla

presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati

della chiesa.

[85] _Gio. Villani l. IX, c. 228. — Leon. Aretino l. V. —

Macchiavelli Stor. Fior. l. II._

Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della

precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un

maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre

supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento

candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni,

furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la

sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e

tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica.

Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non

sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in

carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio

l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio

ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù.

Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle

repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui

s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla

professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio

dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed

a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la

corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale

venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non

pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei

in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver

avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con

costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi

principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di

esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno.

Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi

fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in

Macedonia[88].

[86] La signoria composta d'un gonfaloniere e sei priori, il

collegio de' dodici buoni uomini, e quello dei 16 gonfalonieri delle

compagnie.

[87] Statuti Fiorentini _l. V. Tract. I, R. 233_.

[88] Questo elogio che Filippo accordava a Parmenione era un

sarcasmo contro gli Ateniesi. Ma tra i generali di questi contavansi

Timoteo, Ificrate, Cabria o Focione.

Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di

Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe;

unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata

in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di

Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali

famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che

nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome

di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente

Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più

strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti

convulsioni.

[89] _Gio. Villani l. IX, c. 145. — Cronica Sanese di Andrea Dei t.

XV, p. 63. — Malavolti Storia di Siena p. II, l. V, p. 82._

Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua

gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle

scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione

comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto

rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a

quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e

tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile

e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a

difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano

assoggettare ai tribunali ed alle leggi.

Uno di costoro detto Giacomo di Valenza, che l'avvenenza della sua

persona, l'eleganza delle maniere, la generosità del carattere rendevano

carissimo ai suoi compagni di studio, incontrossi in una chiesa, un

giorno di solenne festa, con Costanza de' Zagnoni d'Argela, nipote di

Giovanni d'Andrea, il più riputato di tutti i giureconsulti

canonisti[90]. Giacomo, rimasone perdutamente innamorato, dopo avere

inutilmente tentata ogni onesta strada per piacerle, la rapì

violentemente dalla propria casa, mentre trovavasi assente il padre, e

coll'ajuto de' suoi amici difese disperatamente la casa in cui l'aveva

condotta quando il padre di Costanza venne ad attaccarlo alla testa del

popolo ch'egli aveva chiamato in suo soccorso. Giacomo di Valenza fu

dopo lungo contrasto arrestato dal podestà, e la commessa violenza non

potendo in verun modo scusarsi, fu condannato a perdere la testa, ed il

giorno dopo la sentenza fu eseguita. Ma gli studenti pretendevano di non

essere subordinati agli ordinarj tribunali, o a dir meglio, riclamavano

l'impunità dei delitti. L'amore che portavano a Giacomo di Valenza

accresceva il loro malcontento, onde la sua condanna, sebbene giusta e

meritata, eccitò l'indignazione di tutta l'università; e gli studenti

coi loro professori partirono alla volta di Siena, dopo aver tutti

giurato di non tornare a Bologna prima di avere ottenuto intero

soddisfacimento[91].

[90] Intorno a Giovanni d'Andrea, vedasi _Tiraboschi Stor. della

Lett. t. V, l. II, c. 2. § 3_.

[91] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XIX, t. II, p. 4. — Cron.

Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333. — Matthaei de Griffonibus Mem.

Hist. p. 140._

Vivea allora in Bologna Romeo Pepoli creduto comunemente il più ricco

particolare che fosse in Italia. I beni che i suoi maggiori ed egli

stesso avevano ammassati colle usure, facevansi ammontare a cento venti

mila fiorini di rendita, corrispondenti press'a poco ad un milione e

mezzo di lire, di cui ora cominciava a servirsi per aprirsi una strada

alla sovranità della sua patria. Cercava perciò di guadagnarsi il popolo

colle liberalità, spesso ancora accordando protezione e sottraendo i

delinquenti al rigore delle leggi; e si acquistava in tal maniera

opinione d'essere l'amico degli infelici e degli oppressi. Lo stesso

anno aveva tentato di salvare a forza aperta un notajo convinto di

falso: tentò pure di difendere Giacomo di Valenza prima che fosse

giudicato, e dopo morto questi, prese a favoreggiare la causa degli

studenti, annunciandosi come il protettore dell'università. La

diserzione degli scolari aveva sparsa la desolazione in tutta la città,

temevasi di vedere Bologna decaduta per sempre dall'antico suo

splendore, e Romeo di Pepoli, secondato dal favor popolare, mosse il

senato a posporre il rigore della giustizia al comune interesse. Furono

spediti deputati agli scolari rifugiati in Siena; il podestà chiese loro

pubblicamente scusa, rinunciando ad ogni giurisdizione sopra di loro, ed

accrescendo l'onorario de' professori.

Gli scolari soddisfatti con questa sommissione tornarono a Bologna; ma

in tale circostanza la condotta di Romeo aveva svegliati i più vivi

sospetti negli amici della libertà. Quasi tutti i gentiluomini guelfi ed

i migliori borghesi che penetravano più a dentro che il popolo,

scoprirono i progetti di Romeo, e si unirono per impedirne l'esecuzione.

Il loro partito prese il nome di _Maltraversa_[92] ed i fautori del

Pepoli ebbero quello di _scacchesi_. Questa fazione ottenne il 1 luglio

del 1321 di far nominare un podestà affatto ligio a Romeo, il quale non

tardò a manifestare colle sentenze la sua decisa parzialità. Allora i

Maltraversi accusarono apertamente Romeo di aspirare alla tirannide;

spaventarono il popolo, mostrandogli le tristi conseguenze del favore

che gli era stato accordato, il prezzo che questo ambizioso cittadino

voleva ricavare da' suoi beneficj, risvegliando coll'esempio dei tiranni

di Lombardia e di Romagna la tema e l'orrore del potere di un solo, il

17 luglio chiamarono alle armi gli amici della libertà, attaccarono

nella propria casa Romeo, il quale, abbandonato da tutti i suoi

partigiani, trovò modo di fuggire per una porta segreta mentre per suo

ordine andavansi gettando innanzi ai cittadini armati dei sacchi di

danaro per ritardarne la marcia. Tutta la famiglia Pepoli fu esiliata da

Bologna, confiscati i suoi beni, atterrate le sue case, e banditi per un

tempo più o meno lungo, in determinati luoghi, i suoi partigiani[93].

[92] Il nome di _Maltraversa_ si diede in molte repubbliche al

partito che difendeva la costituzione; quasi, _che si attraversa al

male_. Il nome di _scacchese_ veniva dallo stemma della famiglia

Pepoli ch'era uno scacchiere.

[93] _Cron. di Bologna t. XVIII, p. 334. — Mathæi de Griffonib. Mem.

Hist. p. 140. — Gio. Villani l. IX, c. 129. — Cherub. Ghirardacci

Stor. di Bolog. l. XIX, t. II, p. 12._

Ma nè la scossa cagionata da questa congiura, nè i pericoli della

repubblica avevano avuto fine coll'esilio dei Pepoli. Romeo manteneva

corrispondenze in città, e nel susseguente anno si scoprì una congiura

in suo favore, che costò la vita ai principali suoi fautori[94]. D'altra

parte egli si era collegato coi signori di Mantova, di Verona e di

Ferrara; e tutti i principi delle città lombarde erano sempre disposti a

favorire chiunque cercasse di fondare una nuova tirannide in uno stato

libero. I Fiorentini invece, risguardandosi come i difensori della

libertà, mandavano a Bologna più frequenti ajuti di quel ch'essi

potessero domandarne a questa repubblica loro confederata.

[94] _Ivi l. XIX, p. 30. — Gio. Villani l. IX, c. 150._

Nel 1323 Castruccio, dopo essersi sottratto alla vendetta dei Fiorentini

per la scissura scoppiata nel loro campo, aveva ricominciato a guastare

Val d'Arno di sotto, non acconsentendogli ancora la debolezza del suo

stato e della sua armata di proseguire la guerra con vigore. Talvolta

nel corso d'una campagna non rimaneva che pochi giorni nel territorio

nemico e solo per agguerrire i cittadini di Lucca che riconduceva ben

tosto alle loro case. Confidava assai più negli stratagemmi e nelle

sorprese, che nella forza delle armi; e ne' suoi progetti

d'aggrandimento non faceva troppa diversità tra gli amici ed i nemici. I

Pisani, coi quali era alleato pel comune interesse de' Ghibellini,

trovavansi al presente impegnati in una pericolosa guerra col re

d'Arragona, per difesa della Sardegna; e Castruccio si lusingò di

potersi approfittare delle loro circostanze per rendersene padrone.

Corruppe Betto de' Lanfranchi e quattro comandanti dei mercenarj

tedeschi, che promisero di aprirgli le porte di Pisa, dopo avere ucciso

il conte Nieri della Gherardesca: ma la trama si scoperse; i Lanfranchi

perdettero la testa sul patibolo, e la repubblica pisana, sdegnata del

tradimento di Castruccio, rinunciò alla sua alleanza, e mise una taglia

sul suo capo[95].

[95] _Gio. Villani l. IX, c. 229. — Beverini Annales Lucenses l. VI,

p. 772._

Nel susseguente anno 1324, la guerra tra Castruccio e la repubblica

fiorentina si trattò ancora più debolmente, perchè questa sembrava

unicamente occupata della sommissione di alcuni gentiluomini di Val

d'Arno di sopra, ai quali prese alcune castella; l'altro non prendevasi

pensiero che delle sue pratiche per avere Pisa e Pistoja. Pistoja

trovavasi tuttavia sotto la signoria di Filippo di Tedici, che cercava

di mantenere la sua indipendenza col favore della rivalità de' due più

potenti popoli tra i quali era situata Pistoja; e negoziando sempre con

ambedue, pagava tributi a Castruccio per evitare la guerra, e domandava

sussidj a Fiorenza per sostenerla. Ma finalmente il signore di Pistoja

conobbe di non potere lungo tempo ingannare i suoi vicini con finti

trattati, e s'avvide che Castruccio che aveva voluto lasciargli

praticare tutti i suoi piccoli scaltrimenti, non tarderebbe a perdere la

pazienza: onde risolse di vendergli la sua signoria. Il principe di

Lucca gli offriva dieci mila fiorini, e per pegno della protezione che

gli accordava, e dell'autorità che voleva affidargli nella sua patria,

lo faceva sposo di una sua figliuola. Tedici aprì segretamente il 13 di

maggio del 1325 una porta di Pistoja a Castruccio che stava appiattato a

poca distanza con un corpo di cavalleria; il quale entrò subito in

città, attraversando le strade e rovesciando e tagliando a pezzi i

Guelfi ed i soldati fiorentini che avevano tentato di opporsegli. Ciò

chiamavasi _correre una città_, ed in tal modo se ne prendeva

possesso[96].

[96] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 779._

La notizia della presa di Pistoja giunse a Firenze mentre il popolo

trovavasi adunato per una solenne festa. Nella stessa mattina la

repubblica aveva armati cavalieri, il giudice esecutore dell'ordinanza

di giustizia, ed un contestabile tedesco; onde i priori coi nuovi

cavalieri, tutti i magistrati ed i principali cittadini trovavansi ad un

banchetto. Eransi poste le tavole nella chiesa di san Pietro

Schieraggio, le quali furono rovesciate nell'istante che si seppe

essersi Castruccio impadronito di Pistoja; e perchè non potevasi credere

che fosse interamente perduta, sperando che la guarnigione che v'era

stata mandata difenderebbe almeno una porta, tutti corsero alle armi, e

le compagnie della milizia si avanzarono lo stesso giorno fino a Prato,

ove seppero circostanziatamente il tradimento di Filippo de' Tedici; e

conoscendo che Pistoja era del tutto perduta, tornarono tristissimi a

Firenze[97].

[97] _Gio. Villani l. IX, c. 294. — Ist. Pistolesi Anon. p. 421. —

Jannotti Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1235. — Leon. Aretini l.

V._

All'indomani della caduta di Pistoja il capitano che i Fiorentini

avevano assoldato, entrò solennemente in città. Era quello stesso

Raimondo di Cardone che aveva comandate le truppe della lega guelfa

contro Matteo Visconti ed i suoi figliuoli. Dopo essere stato costretto

del 1323 a levare l'assedio di Milano, fu fatto prigioniero da Galeazzo

Visconti, che lo aveva posto in libertà per intavolare col di lui mezzo

una negoziazione colla chiesa, non altro avendo da lui richiesto che il

giuramento di non portare le armi contro i Ghibellini. Il papa non

contento di rigettare tutte le proposizioni fattegli da Cardone, lo

assolse dal giuramento e lo mandò ai Fiorentini.

Questi adunarono sotto gli ordini del nuovo generale la più potente

armata che avessero fin allora messa in campagna. Mille Fiorentini

servivano a cavallo a proprie spese; ai quali eransi aggiunti mille

cinquecento cavalli mercenarj, quasi tutti Francesi, e quindici mila

pedoni; onde il soldo dell'armata ammontava ogni giorno a più di tre

mila fiorini d'oro[98]. Raimondo di Cardone marciò subito verso Pistoja

ove Castruccio stava fabbricando una fortezza.

[98] _Gio. Villani l. IX, c. 300. — Ist. Pistol. Anon. p. 423. —

Cron. Sanese d'And. Dei p. 66. — Beverini Annales Lucen. l. VI, p.

782._

Poi ch'ebbe prese alcune castella, vedendo il generale fiorentino che

Castruccio non si muoveva per venire a giornata, tentò di provocarlo,

offrendo premj per una corsa di cavalli innanzi alle porte di Pistoja.

In appresso cinse d'assedio Tizzana; ma mentre richiamava su questo

castello l'attenzione di Castruccio, staccò dalla sua armata mille

cavalli che passarono la Gusciana sopra un ponte volante; fece

fortificare quest'importante passaggio che gli apriva il territorio

lucchese, e lo stesso giorno, 10 luglio 1325, trasportò tutte le sue

truppe sull'opposta riva. Attaccò subito dopo i castelli di Cappiano e

di Montefalcone, e se ne rese tosto padrone[99]. Frattanto l'armata

fiorentina ingrossava cogli ajuti delle città guelfe[100], di modo che i

soli ausiliarj contavano più di mille cinquecento cavalli, mentre

Castruccio ne aveva appena altrettanti, sebbene avesse ricevuti i

rinforzi de' suoi alleati, il vescovo d'Arezzo, il conte di santa Fiora

presso di Siena, ed i signori ghibellini di Maremma e di Romagna. Egli

colla sua piccola armata erasi accampato a Vivinaio, in Val di Nievole

per osservare gli andamenti de' Fiorentini[101].

[99] Siena, Perugia, Bologna, Camerino, Agobbio, Grossetto,

Montepulciano, Colle san Gemignano, Samminiato, Volterra, Faenza ed

Imola.

[100] _Beverini Annales Genuenses l. VI, p. 784._

[101] _Gio. Villani l. IX, c. 301. — Jan. Manetti Hist. Pistor. l.

II, p. 1037._

In mezzo alle paludi dell'estremità superiore del lago di Bientina

sollevasi un poggio sul quale fu fabbricato il castello d'Altopascio,

riputato a quell'epoca assai forte. Vi si contavano cinquecento uomini

abili alle armi, e Castruccio lo aveva provveduto di vettovaglie per due

anni. Cardone l'assediò il giorno 3 agosto, ed il giorno 29 lo ebbe a

patti dietro la falsa notizia d'una rotta avuta da Castruccio a

Carmignano[102]. Ma per importante che fosse tale conquista, che era

costata assai meno tempo che non si credeva, non compensava però lo

svantaggio della dimora di più di tre settimane in mezzo alle paludi nel

cuore dell'estate. Le malattie si erano manifestate nell'armata

fiorentina, e le truppe, scoraggiate da un penoso servizio, non avevano

quell'ardore e quella confidenza con cui avevano cominciata la campagna.

Molti cavalieri annojati dall'assedio d'Altopascio avevano dato danaro a

Cardone per ottenere il loro congedo. Risvegliatasi da così vergognoso

commercio la naturale avidità di quest'uomo, sagrificò i più grandi

avvenimenti al guadagno che credeva di fare vendendo i congedi. Per

conseguire più presto il suo scopo, cercò d'accrescere l'impazienza de'

cavalieri e de' ricchi mercanti che aveva nell'armata, tenendo ancora

otto giorni l'armata sotto Altopascio, dopo averlo preso. Finalmente si

mosse l'otto di settembre, ed andò ad accamparsi all'Abbadia di

Pozzevero sempre in riva al paludoso lago di Bientina, in tempo che

avrebbe potuto avvicinarsi alle montagne e trovarvi un'aria assai più

sana.

[102] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 785._

Castruccio occupava queste montagne, ed aveva approfittato del tempo che

perdeva Cardone a sollecitare i soccorsi di Galeazzo Visconti, il di cui

figlio Azzo comandava ottocento cavalli a san Donnino nel territorio di

Parma. Il signore di Lucca promise di pagare dieci mila fiorini per

prezzo dell'assistenza che domandava; Azzo Visconti, avendo ricevuto un

rinforzo di duecento cavalli mandatigli da Passerino Bonacossi, prese la

via di Lucca, senza che il legato, Bertrando del Poggetto, che trovavasi

a Parma con forze superiori, facesse verun tentativo per chiudergli la

strada[103].

[103] _Chron. Placentinum t. XVI, p. 404. — Georg. Merulæ Hist.

Mediol. l. I. p. 97, t. XXV._

Ma molto tempo prima che Azzo si unisse a Castruccio, la guerra diretta

da tutt'altri che da Cardone, avrebbe potuto ridursi a termine.

Finalmente questo generale tentò l'undici di settembre di occupare le

alture; ed in cambio d'attaccare Castruccio con tutta la sua cavalleria,

gli mandò contro per isloggiarlo un debole distaccamento. I suoi

cavalieri si scontrarono in un più grosso corpo di cavalleria lucchese;

dei rinforzi giunsero successivamente alle due truppe; ma i Fiorentini

li ricevevano più tardi de' Lucchesi, di modo che metà della cavalleria

di Cardone dopo una breve zuffa dovette ritirarsi perdente. Dopo questo

giorno l'armata fiorentina perdette la confidenza che aveva delle

proprie forze, e più non combatteva coll'usato ardore[104].

[104] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 790._

Castruccio ebbe finalmente avviso che Azzo erasi mosso per raggiugnerlo;

ma ebbe nello stesso tempo paura che i Fiorentini si ritirassero prima

ch'egli ricevesse un soccorso che otteneva a sì caro prezzo, e senza che

potesse approfittarne per dar loro una battaglia. Per fermare Cardone

fece che giugnessero al suo campo alcuni abitanti di varie castella di

Val di Nievole, che gli proponevano di dargli in mano quelle fortezze.

Cardone, per tener dietro a queste simulate negoziazioni, andò

procrastinando di giorno in giorno la partenza, aspettando in vano che

scoppiassero le trame ch'egli supponeva di dirigere. Finalmente Azzo

Visconti entrò in Lucca il 22 settembre, e ne giunse contemporaneamente

l'avviso ai due campi. Allora i Fiorentini si posero in movimento per

ritirarsi verso Altopascio; e Castruccio, temendo di perdere la preda

sulla quale teneva gli occhi aperti da tanto tempo, corse a Lucca per

affrettare Visconti a combattere lo stesso giorno; ma questi chiedeva

danaro ed un giorno di riposo. La moglie di Castruccio seguita da tutte

le dame lucchesi recossi allora presso al signore milanese e lo pregò a

marciare contro ai nemici, facendogli presentare sei mila zecchini

perchè li distribuisse alle sue genti: ma tutto fu inutile; Azzo

dichiarò che non combatterebbe che all'indomani, onde Castruccio,

tornato alla sua armata, si fece ad inseguire i Fiorentini per vedere se

gli riuscisse di trattenerli[105].

[105] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 793._

Era in arbitrio di Cardone il ritirarsi a Galleno, o passare la Gusciana

per mantenersi sempre padrone d'accettare o rifiutare la battaglia; ma

temette che la sua ritirata avesse apparenza di fuga, e volle terminare

la campagna con una bravata. All'indomani, lunedì 23 di settembre, venne

a sfilare in parata innanzi a Castruccio, quasi per invitarlo a

battaglia prima di porsi in marcia. Il signore di Lucca, sebbene non

avesse ancora che mille quattrocento cavalli, accettò la disfida per

ritardare la marcia de' Fiorentini, ed approfittò della vantaggiosa

posizione che occupava, per non impegnare tutta la truppa nella

battaglia, dando a dietro dopo ogni scaramuccia. Con tale accorgimento

si sostenne dallo spuntare del giorno fino alle nove ore del mattino,

che Azzo Visconti giunse alla fine in suo soccorso con i suoi mille

cavalli; ed allora tutta l'armata ghibellina scese al piano e la

battaglia si fece generale.

Malgrado le sofferte perdite, le forze de' Fiorentini trovavansi ancora

per lo meno eguali a quelle di Castruccio, ma quasi al primo tirare di

lancia il maresciallo di battaglia di Raimondo di Cardone fuggì con un

corpo di settecento cavalli da lui comandati, e gettò il disordine in

tutta l'armata[106]. I Fiorentini, scossi e scoraggiati dall'abbandono

di così ragguardevole corpo, non si sostennero lungamente; la cavalleria

fu rotta quasi subito, e l'infanteria che combatteva valorosamente, ma

con armi che sgraziatamente non bastavano a difenderla dall'urto della

cavalleria pesante, dovette anch'essa ripiegare. Quelli che guardavano

il ponte di Cappiano, furono i primi a fuggire; onde Castruccio,

sopravanzando il rimanente de' fuggitivi, s'impadronì del ponte, e

chiuse come in una rete coloro che cercavano di salvarsi al di là del

fiume. Molti distinti personaggi rimasero suoi prigionieri, fra i quali

lo stesso Raimondo di Cardone con suo figliuolo e molti baroni francesi.

Per altro la perdita della battaglia fu più accompagnata da vergogna che

da strage. Molti fuggitivi trovarono modo di tornare a Fiorenza, ma i

castelli di Cappiano, di Montefalcone e d'Altopascio, ch'erano stati

tolti a Castruccio con tanta fatica, furono da lui in pochi giorni

riconquistati. Fece spianare i due primi, e tagliare il ponte di

Cappiano[107].

[106] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 794._

[107] _Gio. Villani l. IX, c. 304. — Ist. pistolesi Anon. t. XI, p.

425. — Cron. Sanese di Andrea Dei t. XV. — Leon. Aret. l. V. —

Jannotii Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1038._

Il possedimento di Pistoja rendeva a Castruccio facile e sicure le

scorrerie fino nel cuore degli stati di Fiorenza. Perciò, dopo avere

radunate in Pistoja le sue milizie e quelle di Filippo Tedici, attaccò,

il 27 di settembre, Carmignano che gli si arrese vilmente. Trasportò

allora il suo campo a Signa, e bruciò Campi, Brozzi e Quarrata. Questi

villaggi posti nel piano fiorentino erano appena fortificati e non

capaci di lunga resistenza. Finalmente il 2 ottobre stabilì il suo

quartier generale a Peretola, grosso villaggio due miglia lontano da

Fiorenza, di dove i suoi soldati si avanzavano, tutto guastando, fin

sotto alle mura di Fiorenza. Quella ricca valle era in allora coperta di

magnifici edificj e di deliziosi giardini; perciocchè l'opulenza e

l'eleganza de' Fiorentini non era ancora pareggiata da verun popolo

dell'Europa; e mentre i soldati si arricchivano colle loro spoglie,

Castruccio faceva trasportare a Lucca i quadri e le statue, che dopo il

risorgimento delle arti, formavano il migliore ornamento de' palazzi de'

Fiorentini[108].

[108] _Beverini Annal. Lucens. l. VI. p. 796._

Era giunto l'istante in cui Castruccio poteva anch'egli provocare i

Fiorentini celebrando i giuochi presso le loro porte, com'erasi

praticato da Cardone presso Pistoja. Uno spazio lungo un miglio la

strada di Peretola a Fiorenza era stato sempre destinato alle corse dei

cavalli. Vien tesa una corda a traverso al ponte alle mosse[109], e

dietro alla corda cavalli barbari ornati di nastri e di fiori aspettano

fremendo d'impazienza, che cadendo la corda loro apra l'arringo: allora

slanciansi soli e senza condottieri nell'arena, e la scorrono con

un'emulazione, una passione così calda per la gloria, che non

crederebbesi propria che degli uomini. Fu in questo luogo medesimo

consacrato dalle feste di molte generazioni, che Castruccio pose, il

giorno di san Francesco, tre premj per la corsa; il primo ai cavalieri,

il secondo ai pedoni, e l'ultimo, per insultare più vivamente i nemici,

alle cortigiane. Voleva così dare a conoscere che gli esseri più deboli

e più vili della sua armata potevano senza pericolo insultare i nemici.

Sebbene i Fiorentini avessero entro le loro mura forze maggiori di

quelle di Castruccio, erano in modo scoraggiati per la fresca disfatta,

che non osarono uscire dalle loro porte per disturbare la festa[110].

[109] Un miglio fuori di Fiorenza dalla parte di Prato.

[110] _Gio. Villani l. IX, c. 315._

Dopo la vittoria Azzo Visconti era tornato a Lucca; di dove, poi ch'ebbe

ricevuto venticinque mila fiorini pel soldo e per il premio dovuto alla

sua truppa, aveva raggiunto Castruccio. Voleva anch'esso vendicarsi dei

giuochi dati due anni prima dai Fiorentini alle porte di Milano, quando

Raimondo di Cardone assediava quella città[111]; ed il giorno 26 di

ottobre ricominciò presso alle mura le corse de' cavalli. Ma i

Fiorentini non potevano persuadersi che l'armata nemica fosse ritornata

per questo solo motivo, e sospettavano che i prigionieri di Castruccio

avessero voluto comperare la libertà con qualche tradimento, ed erano

agitati da mortali inquietudini. Intanto la città era in modo affollata

di contadini, che avevano dovuto abbandonare la campagna, che vi si

manifestò una crudele epidemia. La signoria proibì in tale occasione

gl'inviti ai funerali per non occupare la città con sì triste dovere,

che avrebbe dovuto rinnovarsi ogni ora, e per non ispaventare gli

ammalati facendo loro sapere quanti ne perivano ogni giorno[112].

[111] _Gio. Villani l. IX, c. 210. — Istorie Pistol. p. 428._

[112] _Gio. Villani l. IX, c. 316._

Dopo avere saccheggiato tutto il piano di Fiorenza ed il territorio di

Prato, come pure una parte di Val di Marina dall'altra parte dell'Arno,

Castruccio fortificò Signa, ove lasciò guarnigione, e condusse a Lucca i

suoi prigionieri con un ricchissimo bottino. Scelse pel suo trionfale

ingresso in Lucca il giorno di san Martino, patrono della cattedrale di

quella città, e diede a quest'ingresso la magnificenza di un trionfo.

Conducevasi tuttavia il carroccio dalle armate, sebbene più non si

facesse dipendere l'onore o la sorte delle battaglie dalla conservazione

di questo sacro carro, dopo che non veniva più difeso dalla migliore

infanteria. Il carroccio di Fiorenza preso nella battaglia d'Altopascio

precedeva la comitiva. I buoi che vi stavano aggiogati, erano coperti di

rami d'ulivo e di tappeti collo stemma di Fiorenza, ma questi stemmi

erano capo volti come ancora quelli che ornavano il carro. La campana

_Martinella_[113] che doveva suonar sempre in tempo della battaglia,

suonava ancora in tempo di questa marcia umiliante: veniva dietro al

carro Raimondo di Cardone coi principali prigionieri fiorentini i quali

portavano de' torchi, che deposero avanti all'altare di san Martino.

Frattanto le dame lucchesi erano uscite incontro a Castruccio,

felicitando il vincitore colle loro acclamazioni. I prigionieri che

ornarono il trionfo, furono obbligati a riscattarsi dalla loro

prigionia, lo che produsse al signore di Lucca la somma di quasi cento

mila fiorini, che gli furono utili per continuare la guerra[114].

[113] Una campana sospesa all'antenna del carroccio.

[114] _Gio. Villani l. IX, c. 319. — Vita Castrucci Antelminelli a

Nicolao Tegrimo t. XI, p. 1339. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p.

800._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16) · 第 3 / 14 题