CAPITOLO XXIX.

_Nuovi capi dell'Impero e della Chiesa. — Guerre di Genova. —

Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e

depone Luigi IV di Baviera, re dei Romani._

1314 = 1323.

Mentre il governo va incessantemente modificando i talenti, le virtù,

l'ingegno e le abitudini dei popoli, scopronsi non pertanto nel

carattere delle nazioni certi tratti originali, che i tempi e le

circostanze non hanno potuto interamente cancellare. Così gli Spagnuoli

e gl'Italiani sembranci essenzialmente diversi. Queste due nazioni,

sebbene abbiano un'origine quasi comune, perchè formate dalla mescolanza

de' Romani coi Goti; sebbene abitino in climi press'a poco eguali, ed

abbiano idiomi vicinissimi che quasi potrebbero dirsi dialetti d'un solo

idioma; sebbene ricuperassero quasi nella stessa epoca la libertà e

nella stessa epoca la perdessero; sebbene abbiano lungo tempo ubbidito

ai medesimi sovrani e tenuta la medesima religione, hanno qualità

affatto diverse che li distinguono, e che quasi senza alterazione si

sono trasmesse di padre in figlio. E queste fondamentali diversità tra

le razze degli uomini è forse uno de' più importanti oggetti di

meditazione che a noi presenti la storia. Abbiamo di già conosciuta

l'origine del carattere degli Italiani: abbiamo veduti i Barbari portare

loro lo spirito d'indipendenza, raddolcito nelle città d'origine romana,

più ricche e numerose in Italia che nel rimanente dell'Europa. Assai per

tempo queste città manifestarono il desiderio di libertà. Furono esse le

prime che aspirarono a partecipare della sovranità, rompendo i legami

che le attaccavano all'impero e cambiando le loro leggi municipali in

costituzioni repubblicane: furono esse le prime che, tra i membri del

corpo feudale fattesi indipendenti, acquistarono una regolare

organizzazione, e seppero energicamente valersi delle loro forze. Esse

non tardarono a soggiogare il rimanente della nazione: i vescovi furono

spogliati d'ogni sovranità temporale; i principi ed i marchesi

scomparvero a poco a poco rifiniti da intraprese troppo sproporzionate

ai loro mezzi; ed i gentiluomini si videro sforzati a sottomettersi e

cercare il diritto di cittadinanza.

Questa preponderante influenza delle città è la vera origine del

carattere distintivo degl'Italiani, di quel carattere che li rende

essenzialmente diversi dagli Spagnuoli, presso i quali la nobiltà

campagnuola, sempre occupata nelle guerre contro i Mori, a sè chiamando

gli sguardi e la stima della nazione, conservava una importantissima

parte del governo per sè medesima. La costituzione repubblicana delle

città comunicò a tutta la nazione italiana un movimento più attivo,

rendendola capace di grandi azioni, di un maggiore sviluppo di talenti,

di patriottismo, d'intelligenza, accrescendone all'istante la

popolazione e le ricchezze, e facendo in breve fiorire le arti, le

lettere, le scienze. L'influenza de' gentiluomini conservò alla nazione

spagnuola qualità più speciose di valore, di galanteria, di dilicatezza,

d'onore. Tutti gli Spagnuoli presero i loro nobili per modello ed

acquistarono quell'aria cavalleresca che tuttavia conservano.

Gl'Italiani formaronsi invece alla scuola de' borghesi, onde ne

contrassero un non so che di plebeo non per anco affatto cancellato

dalla presente generazione.

Effettivamente il sistema feudale fu prima abolito in Italia che nelle

altre province d'Europa. All'epoca presente questo sistema più non aveva

veruna consistenza, sebbene i giuristi lo insegnassero ancora come parte

della legge dello stato. Le repubbliche che si erano da principio

moltiplicate in tutta l'Italia, non ebbero lunga durata; ed abbiamo già

veduto tutte quelle della Lombardia e dello stato della chiesa cadute in

potere di qualche tiranno. Ma questi nuovi signori, che poi ebbero il

titolo di duca o di marchese, non andavano debitori della potenza loro a

quell'antica costituzione del Nord da cui ebbe principio la nobiltà in

tutto il resto dell'Europa; essi erano i figli di quelle città medesime

di cui eransi fatti sovrani, e dal popolo riconoscevano la loro

autorità. La democrazia, che precedette le nuove signorie, aveva dato un

carattere più assoluto e dispotico al governo d'un solo, col rendere

eguali in faccia al principe tutti i ranghi della nazione, e

distruggendo tutti i privilegi di quegli ordini che avrebbero potuto

impedire lo stabilimento del potere arbitrario. Vero è che i nuovi

signori trovarono ben tosto conveniente di accrescere splendore alle

loro corti col prestigio della nobiltà. Chiamarono presso di loro que'

gentiluomini ch'erano stati avviliti ed oppressi, crearono cavalieri,

chiesero agl'imperatori germanici diplomi di nobiltà pei loro favoriti,

e per ultimo ne accordarono di propria autorità. Ma queste distinzioni

dei cortigiani e le annesse prerogative avevano bensì gl'inconvenienti

dell'antica nobiltà ma non gli utili: i nuovi nobili eccitavano la

gelosia colle loro pretensioni, il disprezzo dei popoli coi loro

depravati costumi; e perchè non erano uniti dallo spirito di

corporazione e non avevano nè credito nè indipendenza, non potevano

salvarsi dall'oppressione. Nè il favore del principe può dare una

nascita illustre, nè la sua collera può toglierla; ma la nobiltà di

creazione come viene accordata dalla libera volontà del padrone, dalla

volontà del padrone può essere egualmente tolta.

Lo spirito cavalleresco, quella gloriosa eredità dei tempi feudali, di

cui era depositaria la nobiltà, si andava distruggendo non meno nelle

piccole monarchie che nelle repubbliche d'Italia: onde gli stimoli

d'onore ed il valor militare vennero meno, e la destrezza montò in

maggiore stima che il coraggio e la forza. È precisamente nel periodo di

tempo di cui ci facciamo a descrivere la storia, che l'Italia, in

confronto del resto dell'Europa, sembra priva d'ogni spirito di

cavalleria. Il quattordicesimo secolo forma un'epoca assai gloriosa,

feconda di grandi ingegni e non isprovveduta di virtù; ma gli uomini

erano più diretti dal calcolo che dalle passioni, dall'interesse assai

più che dal sentimento. Videsi allora crescere a dismisura la potenza

mercantile, la cognizione politica, l'amore della libertà nel popolo; ma

per lo contrario poco valore nella nazione, che affidava la propria

difesa alle bande mercenarie de' _Condottieri_, poca fierezza nei

caratteri, poca fedeltà nelle benevolenze e nelle alleanze, poco

rispetto per la data promessa, per ultimo poco attaccamento al punto

d'onore nella condotta. Il sistema d'equilibrio delle potenze d'Italia

di cui si può attribuire l'invenzione a questo secolo, del quale cotal

sistema è forse il più bel ritrovato; deve risguardarsi quale opera

della più fina politica; ma di una politica affatto priva d'entusiasmo;

sicchè in quel modo che il carattere degl'Italiani voleva che si

cercasse quest'equilibrio, così era proprio del carattere spagnuolo

l'aspirare alla monarchia universale.

Risguardare una vasta contrada, o una parte del mondo come un corpo

sociale, di cui gli stati indipendenti sono i cittadini, ravvisare

nell'oppressione d'un solo di questi cittadini una violazione del

diritto di tutti; riconoscere che la distruzione di uno stato è una

morte che minaccia la vita di tutti gli altri; essere persuasi che in

un'associazione senza autorità centrale ogni individuo deve concorrere

con tutte le sue forze al mantenimento della giustizia e del diritto

delle genti; finalmente sentire la necessità di chiamare sopra di sè un

male immediato e di prendere parte ad una guerra che potrebbe

risguardarsi come straniera per impedire che altri siano oppressi, per

non permettere una violenza, un assassinio dannoso ai rapporti sociali;

gli è questo un nobile sistema che soltanto le repubbliche italiane

erano degne di creare; è l'applicazione possibilmente più perfetta delle

organizzazioni sociali al più grande dei corpi politici.

I Fiorentini, che diedero all'Italia i primi esempj delle più grandi e

virtuose cose, sono probabilmente gl'inventori di questo sistema, e

quelli che lo eseguirono con maggior zelo e costanza. Negli sforzi delle

repubbliche pel mantenimento dell'equilibrio politico, negli sforzi de'

principi per distruggerlo dobbiamo cercare la chiave di tutte le

negoziazioni del quattordicesimo secolo, i motivi delle guerre e delle

alleanze, la ragione dei subiti cambiamenti di partito, e di quel

continuo movimento della politica, che forse impedisce al lettore di

afferrarne l'insieme a colpo d'occhio. Tutti gli avvenimenti del secolo

possono richiamarsi alla sola lotta in favore della libertà, ad un solo

sforzo diretto ad impedire che taluno de' principi, che vedevasi

crescere di potenza, non opprimesse l'Italia formandone una sola

monarchia.

Ma il sistema dell'equilibrio politico è di sua natura un sistema di

divisione, e per certi rispetti un sistema di debolezza: perciocchè

impedisce ad una nazione di agire per riguardo alle altre come agirebbe

se formasse un solo corpo, spesso consuma le proprie forze contro di sè

medesima, mantenendo guerre d'Italiani contro Italiani, di Tedeschi

contro Tedeschi; le quali guerre a' nostri giorni chiamansi civili,

sebbene, propriamente parlando, non possano dirsi tali che quelle fra i

cittadini di un medesimo stato. Gl'Italiani smembrati, soggiogati e resi

inutili a respingere le straniere invasioni, si pentirono degli sforzi

fatti dai loro padri per tener divisi gli stati, facendosi un amaro

rimprovero di aver creduto di giovare alla libertà col procurare la

divisione. I tempi eransi mutati, e con essi ancora la politica. Un

popolo libero deve tutto riferire a sè medesimo, un popolo suddito deve

rammentare che fa parte d'una nazione. Coloro che più non hanno patria,

che più non riuniscono intorno ad un solo centro ogni loro desiderio di

forza, di durata, di gloria, possono ancora riconoscere tra di loro i

diritti della nascita e di un'origine comune; devono amare i loro

fratelli, sebbene non possano risguardarli per loro concittadini,

compiangere il sangue che si versa ed i tesori dissipati nelle guerre

intestine: poichè non è per essi straniero colui che non appartiene al

loro corpo politico, ma quello che ha una diversa lingua.

I più celebri poeti ed oratori rimproverarono ai senati che governavano

le repubbliche italiane il sistema d'equilibrio politico, che,

quantunque lungo tempo cagione della loro gloria e della loro

prosperità, fu in appresso cagione della loro debolezza. Invidiavano la

sorte della Spagna e della Francia, che, riunite sotto grandi monarchi,

disputavansi le spoglie della divisa Italia, che vincevano di potenza,

sebbene non la pareggiassero in popolazione o in ricchezza. Ancora

nell'età nostra siamo disposti a ripetere lo stesso giudizio, ed a

incolpare la politica degl'Italiani della loro debolezza e servitù. Ma

noi ci scordiamo, che colla politica loro godettero due secoli di gloria

e di prosperità, scopo immediato dei loro sforzi; e che se avessero

abbracciato il contrario sistema, sarebbero probabilmente arrivati, per

una diversa strada, ad una dipendenza ancora più grande.

Sotto principi che tentavano ogni giorno di soggiogarli, gl'Italiani

erano minacciati d'immediata servitù; vero è ch'essi avevano cagione di

temere egualmente il giogo degli stranieri sotto il quale caddero due

secoli più tardi; ma quest'ultimo pericolo, conosciuto da chi vede la

serie degli avvenimenti, non poteva in allora essere presentito. Le

vicine nazioni non erano di que' tempi meno divise dell'Italia; ed il

sistema feudale s'andava presso di loro snervando, senza far però luogo

ad un più vigoroso principio d'organizzazione. Soltanto adombravansi

talvolta dell'imperatore piuttosto per le antiche sue pretensioni che

per l'attuale potenza. Questo residuo di timore dell'autorità imperiale,

tenuto vivo dai papi, fu cagione delle prime guerre di cui dobbiamo

occuparci in questo volume; ma queste stesse guerre, e le spedizioni in

Italia di Luigi di Baviera e di Carlo IV manifestarono agl'Italiani

l'estrema sproporzione tra le forze dell'imperatore ed i suoi diritti,

manifestarono loro l'impotenza del corpo germanico nelle guerre

offensive, gli angusti limiti entro i quali la costituzione di Germania

chiudeva il potere del suo sovrano nominale, e l'impossibilità in cui

era questi di scendere in Italia, se i Ghibellini italiani non gli

aprivano essi medesimi le porte.

D'altra parte il re di Francia, sebbene assai più potente

dell'imperatore, non aveva sotto di lui che metà delle province che

parlano in francese. La Provenza apparteneva al re di Napoli, la Lorena,

la Brettagna, la Borgogna, i Paesi Bassi erano governati da duchi quasi

affatto indipendenti; e la Guienna e parte della Normandia erano del re

d'Inghilterra. Una infelice guerra cogl'Inglesi, prodotta dalla

successione dei Valois, consumava le province direttamente dipendenti

dal re: nelle quali province per altro, non riconoscendo i grandi

vassalli, i gentiluomini, i comuni un assoluto potere, impedivano al re

di liberamente disporre degli uomini e delle ricchezze; onde appena egli

s'attentava di accrescere alquanto le leggeri imposte che pagavano i

suol sudditi e le forze militari, quando il regno veniva minacciato da

grave pericolo: di modo che la stessa alleanza del papa, o a dir meglio

il servaggio della corte pontificia in Avignone non bastava a rendere la

Francia formidabile agl'Italiani.

La Spagna trovavasi in continue guerre coi Mori; i Greci, da lungo tempo

inviliti, non erano più temuti; i Turchi non avevano ancora acquistata

quella forza che li rese un secolo più tardi il terrore dell'Europa.

L'Italia circondata da governi deboli e vacillanti vedeva soltanto di

quando in quando sollevarsi nel suo seno un potere dispotico, e

minacciare ad un tempo la propria libertà e l'indipendenza de' suoi

vicini.

Più volte alcune piccole popolazioni erano state sottomesse dai Principi

limitrofi; ma tali conquiste, che potevano un giorno formare dell'Italia

una sola monarchia, furono sempre accompagnate da circostanze che

facevano abborrire il governo monarchico: perciocchè ai popoli

sottomessi era tolta ogni libertà, le persone e le proprietà più non

venivano rispettate. Spenta affatto ogni virtuosa emulazione, ogni

desiderio di gloria; que' cittadini cui i talenti, le ricchezze, i

natali permettevano di aspirare alle più luminose cariche della loro

patria, abbandonavano una città che precludeva ogni adito all'ambizione.

Le ricchezze delle province erano assorbite dal vortice della nuova

capitale; l'allontanamento de' proprietarj faceva languire

l'agricoltura, siccome perivano il commercio per mancanza di ricchi

consumatori, gli studj per difetto d'incoraggiamento: onde quella stessa

città che lungo tempo sembrò troppa angusta per contenere le tempestose

passioni de' suoi cittadini, non era più abitata che da uomini

condannati ad un'oscura esistenza. Tale doveva senza dubbio essere la

sorte di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Genova, di Bologna, se i Scala

o i Visconti avessero potuto conseguire il loro progetto di unire

l'Italia sotto il loro dominio. La gloriosa emulazione fra tanti piccoli

stati, fra tante piccole corti che cercavano di nascondere la debolezza

loro sotto l'imponente apparato delle arti e delle lettere, non

sarebbesi mantenuta così viva nell'unica capitale dell'Italia, ove una

sola accademia avrebbe uniti o signoreggiati tutti i talenti, una sola

cabala letteraria deciso del merito, l'intrigo avrebbe dirette le scuole

delle arti del disegno, e tarpate le ali al genio; ovunque l'uomo,

circoscritto da una regola uniforme, sarebbe stato assoggettato a regole

generali alla moda ed alla mediocrità; infine l'Italia formante uno

stato solo e governata da un solo padrone non avrebbe prodotti quei capi

d'opera che, coprendo la sua vergogna, addolcirono i dolori del suo

servaggio.

Se in questa lunga lotta per la libertà trionfava il partilo nemico

dell'indipendenza de' piccoli stati; se Castruccio, Mastino, Bernabò,

Giovan Galeazzo, e Ladislao di Napoli diventavano re di tutta l'Italia,

è incontrastabile ch'essi avrebbero in breve conquistata tutta l'Europa.

Le ricchezze accumulate dalla libertà non vengono immediatamente

distrutte dal despotismo, e l'Italia sola era più ricca che tutti

assieme gli altri paesi del cristianesimo; le armate furono in questo

secolo più mercenarie di quel che lo fossero prima, o dopo: i Tedeschi

che allora avevano voce di essere le migliori truppe, si sarebbero

affrettati di porsi al soldo di un principe italiano; ed infatti li

vedremo in questo medesimo secolo gareggiare coi Provenzali, coi

Guasconi, coi Brettoni, cogl'Inglesi e gli Ungaresi per essere assoldati

dai Visconti o dalla repubblica fiorentina. Un re d'Italia assoluto

avrebbe guerreggiato con troppo vantaggio contro i sovrani feudali della

Germania e della Francia; avrebbero realizzato il progetto tante volte

rinnovato d'una monarchia universale, e gl'Italiani avrebbero come i

Greci sotto Alessandro ottenuta un'efimera gloria in ricompensa della

perduta libertà. Ma così vasto dominio non avrebbe avuto lunga durata,

perciocchè crudeli disastri avrebbero seguito da vicino le subite

conquiste. Il commercio, principalissima sorgente delle ricchezze

degl'Italiani, non può fiorire che sotto gli auspicj della pace; perchè

il commercio viene alimentato dall'agiatezza universale e non dal lusso

dei pochi favoriti dalla fortuna. Nazioni più valorose dei loro

conquistatori non avrebbero lungo tempo sofferto un giogo straniero;

l'insolenza de' vincitori avrebbe reso più forte quell'odio che senza

tali motivi divide le popolazioni che parlano un diverso linguaggio; ed

una generale sommossa avrebbe rivendicata la schiavitù d'Europa. Ma

quand'anche la vergogna de' vinti non si fosse lavata nel sangue

italiano, lo spossamento e la debolezza sarebbero stati una necessaria

conseguenza di troppo vaste conquiste. La Spagna non potè giammai

riaversi dalla nullità in cui fu precipitata dall'ambizione di Carlo V e

di Filippo II: lo stesso destino era riserbato ad altra nazione posta in

eguali circostanze; e se l'Italia fosse stata conquistatrice e non

conquistata, non avrebbe potuto lungo tempo conservare la propria

indipendenza.

Vero è per altro che, nella lunga serie dei secoli, giugne pei popoli

quell'istante in cui devono rinunciare a questi consigli di moderazione.

Se hanno potuto per molti secoli desiderare d'essere abbastanza piccoli

perchè tutte le loro parti partecipino di quello spirito di vita, che,

conservando all'uomo la sua individualità, sviluppa per mezzo

dell'emulazione i talenti ed il genio, giugne il momento in cui devono

pensare non a vivere felici e liberi, ma a conservare la propria

esistenza, respingendo uno straniero usurpatore, onde conservare o

ricuperare quel sentimento d'indipendenza, senza del quale non può

esservi nè patria, nè onor nazionale, nè virtù pubbliche. Quando i varj

popoli che appartengono alla medesima nazione, sono soggiogati dagli

artificj o dalle armi della guerra o della politica; quando uno scettro

di ferro pesa, o minaccia di pesare egualmente sopra stati, lungo tempo

rivali, questi sono costretti di rinunciare alle antiche gelosie, ad

ogni pensiere di quella bilancia de' poteri che più non esiste; ed

invece di porsi in guardia contro gli abusi del governo devono

tollerarli per non cadere sotto un giogo straniero. Allora è che ogni

popolo per unirsi alla gran massa, per salvare la gloria nazionale, deve

di buon grado sagrificare le sue leggi, le sue istituzioni, gli antichi

oggetti del suo affetto e del suo rispetto, tutto, per dirlo in una

parola, perfino la sua venerazione per le forme tutelari della sua

libertà e pel sangue de' suoi principi. Ogni popolo deve sentire che la

stessa lingua è quel simbolo per cui i popoli di diversi stati devono

riconoscere la loro comune origine, quel segno distintivo delle nazioni

per cui i membri della medesima famiglia si riuniscono. I popoli

elettrizzati da un sentimento che agita egualmente tutte le anime,

trovano in questo stesso sentimento, in una passione nazionale i legami

d'un nuovo corpo sociale, ed altro omai non cercano che di valersi delle

comuni forze nel modo più utile e glorioso. Ma l'oppressione che avrebbe

dovuto consigliare gl'Italiani a formare un solo corpo, un solo stato,

per difendersi o vendicarsi, non ebbe luogo che all'epoca in cui termina

questa storia, quando Carlo V avendo trionfato della Francia, assoggettò

tutta l'Italia all'immediato suo dominio o all'influenza de' suoi

consigli. Fino a questo tempo possiamo accompagnare colla nostra ragione

e col nostro affetto la lunga lotta delle repubbliche italiane pel

mantenimento dell'equilibrio; possiamo prendere parte a tutti i loro

interessi, vedendoli spronati da grandi disegni e da grandi virtù a

generosi sforzi, a penosi sagrificj.

Le prime guerre che lacerarono l'Italia all'epoca di cui siamo per

parlare, miravano ad abbassare la potenza imperiale e quella de' signori

Ghibellini che ne erano i depositarj in Lombardia: ma il desiderio di

vendetta, e l'odio di fazione vi ebbero più parte che la gelosia e la

politica, perciocchè o le guerre non avrebbero avuto luogo, o sarebbero

state meno lunghe, se i papi non le avessero eccitate e fomentate,

sagrificando il riposo de' popoli e la coscienza de' loro pastori alla

propria vendetta ed all'ambizione.

Quando i vescovi di Roma, riparatisi in Francia, non si videro più

esposti al pericolo di essere vittime essi medesimi delle guerre che

provocavano, diedero libero sfogo al loro odio contro l'autorità

imperiale, più non curandosi di celare gli ambiziosi progetti che

avevano formati sopra l'Italia. Aveva ravvivata la loro gelosia Enrico

VII di Lussemburgo colla breve ma gloriosa sua amministrazione: egli

aveva mostrato col suo esempio ai papi, che un principe magnanimo e

valoroso potrebbe in poco tempo rovesciare l'edificio da loro innalzato

in più secoli; aveva fatto sentire ai papi che gl'imperatori, quando

fossero potenti in Italia, ridurrebbero i vescovi di Roma nell'antica

dipendenza. Questi per allontanare tanto disastro ricorsero alle

consuete loro pratiche; lasciarono che le forze della Germania si

consumassero in una lunga guerra civile tra i due pretendenti,

approfittando d'un'elezione controversa per usurpare i diritti de'

principi rivali.

(1314.) Seppesi appena in Germania la morte d'Enrico VII, che due

fazioni si posero in campo chiedendo caldamente la corona imperiale. Era

capo della prima Federico, duca d'Austria, figliuolo d'Alberto,

penultimo imperatore, e nipote di Rodolfo, il fondatore della potenza

della casa d'Absburgo. Formavano la contraria parte i partigiani della

famiglia di Lussemburgo, diretti da Giovanni re di Boemia figliuolo

d'Enrico VII, e da suo zio, Baldovino, arcivescovo ed elettore di

Treveri. Nè la corona imperiale era la sola cagione di questa lite; il

titolo di re di Boemia, concesso a Giovanni da suo padre, venivagli

contrastato dal duca di Carinzia. Aveva questi sposata una figlia

dell'ultimo re Ottocare, e perchè voleva trasmettere i suoi diritti alla

casa d'Austria, temeva il re Giovanni d'essere spogliato del suo

patrimonio, se Federico trionfava. Egli non cercava per se medesimo la

dignità imperiale; ma desiderava che fosse accordata a qualche potente

principe suo alleato. Offriva perciò la corona dell'impero a Luigi duca

dell'alta Baviera; e perchè avesse tempo di condurre a termine i suoi

trattati, l'arcivescovo di Magonza, suo zio, aveva protratta dieci mesi,

cioè al 19 ottobre del 1314, la convocazione della dieta d'elezione[1].

[1] Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserthums in der ersten

haelfte des XIV Jahrhunderts, _c. 31, p. 80_, Francf. 1755.

Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di

Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè

il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2];

e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica

consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re

Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il

vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere

l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore

palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi

agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello

Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva

sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito

della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta

guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte,

e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi

re ed elettore di Boemia.

[2] Olenschlager Gesch. _c. 32, p. 83_.

La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia,

all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio

degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di

rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione,

Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel

campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno

nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi

Luigi IV[3].

[3] _Gio. Villani l. IX, c. 66. — Schmidt Histoire des Allemands

trad. l. VII, c. 5, t. IV._

I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed

all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo

suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto

di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori

il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre,

il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due

illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue

diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco,

ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro

valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come

fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i

duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.

Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per

l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore

de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne

introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come

imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo,

consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò

inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso

Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo

rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non

però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo,

ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico

fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato

colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava

illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni

furono incomplete ed invalide[5].

[4] _Olenschlager Geschichte, § 33._

[5] _Litterae archiepiscopi Maguntini et electorum ad Rom. Pontif.

ap. Raynald. 1314, § 18._

I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e

d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo

alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei

principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona

imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle

più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e

l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono

la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento

di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di

farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico;

onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata

dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione

d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa

amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una

guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due

pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti

interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse

quanti erano i capi che la trattavano.

Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di

Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione,

avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla

sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro

potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato

colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi:

perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano

sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi

medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa

d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.

Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la

notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente

dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non

era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di

meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da

questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della

cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad

Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata

da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto

in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero

romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore

nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin

allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli

il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale

vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a

due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].

[6] _Lib. VII, decret. Clementina Pastoralem — Olenschlager Gesch.

c. 28._

[7] _Bulla Clementis V, 2 idus martii, ap. Raynad. 1314, §§ 2._ Da

questa concessione fu eccettuata la Liguria.

Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente

V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti

gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo

il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de'

Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20

aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per

ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La

terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva

chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal

modo compiuta.

[8] _Clementis V vita ex Bernardo Guidonis t. III, p. II._

Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj

ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero

esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi

forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue

generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè,

appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono

addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore

fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo

caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il

fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente

i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba

erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello

per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che

governasse la chiesa[10].

[9] Il seguente aneddoto riferito da uno de' più religiosi scrittori

italiani può risguardarsi come una prova della pubblica opinione sul

conto di questo pontefice. Spaventato dalla morte di un cardinale

suo nipote, ch'egli molto amava, mostrò grandissimo desiderio di

sapere ciò che accaduto fosse della di lui anima. Uno de' suoi più

fedeli cappellani si lasciò, per compiacerlo, trasportare da un

famoso negromante nell'altro mondo. Questi vide nell'inferno un

palazzo, entro il quale il cardinal nipote giaceva sopra un letto di

fiamme in pena della sua simonia; e di contro a questo palazzo i

demonj ne andavano fabbricando un altro egualmente infiammato.

_Questo_, disse uno di costoro al cappellano, _è destinato pel tuo

padrone_. Il cappellano, tornato dalla sua missione, riferì a

Clemente V la terribile notizia. Il quale spaventato da tale

racconto, più non fu veduto sorridere; ed in breve morì colla

coscienza agitata da così spaventosa predizione. _Villani l. IX, c.

59._

[10] _F. Francisci Pipini Chron. in fine, p. 780._

Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla

cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la

lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore,

risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze

di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel

conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto

entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi

eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un

Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti

cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi

della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i

cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro

al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de'

cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo

pontefice[11].

[11] _Bernardi Guidonis, vite Clementis V, p. 464._

Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il

lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali

l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso

di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece

entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo

quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo

di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni

XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua

creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti

non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio

della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re

Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di

Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa

erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese,

e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare

la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo,

convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio

del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio

nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per

gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di

Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede

pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla

sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse

non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi

contemporanei intorno alla sua promozione.

[12] _Vita Joan. XXII, a Canon. sanct. Victoris t. III, p. II._

[13] _Ferretus Vicentinus l. VII, p. 1168._

[14] _Gio. Villani l. IX, c. 79._

Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza

paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della

Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i

Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in

forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario

imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde

tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla

corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito

guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare;

e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre

civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in

Italia.

Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi

intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro

nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che

l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj.

Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria.

Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte

della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della

Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani

signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato

Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore

d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di

Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in

città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che

tenevano soggetti alla lega ghibellina.

Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno

per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la

superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui

diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui

in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed

Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro

seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua

armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò

nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di

Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a

manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i

Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai

suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di

abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].

[15] _Galvan. Flam. Manip. Florum c. 354._

[16] _Alberti Mussati de Gestis Italic. l. I, R. 6._

[17] _Tristani Calchi Hist. Patriæ l. XXI._

Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di

Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo

predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e

de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi

proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi

di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si

dissipò senza avere combattuto[18].

[18] _Alber. Mussati de Gest. Ital. l. III, Rub. 6._

Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de'

Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo

parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa

epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i

Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non

erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del

1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di

questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli

e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad

abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il

Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle

negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace

vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe

la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre

s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte

Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti

signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città

che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in

Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò

il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e

d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como,

Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino

trionfò in quasi tutta la Lombardia.

[19] _Ibid. l. VII, Rub. 3._

[20] _Ibid. Rub. 5._

[21] _Albert. Mussati de Gestis Ital. l. VII. R. 9._

[22] _Ibid. Rub. 11._

[23] _Ibid. Rub. 19. — Tristani Calchi l. XXI._

Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione

papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure

durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col

mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle

sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi

generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano

contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale,

pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla

pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli

che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio

medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del

cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti

dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne

chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad

esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende

colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24].»

[24] _Bolla in data dell'undici delle Calende d'aprile 1317. Rayn. §

27._

Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non

voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il

potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al

titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che

colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il

nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].

[25] _Bonin. Morigiæ Chron. Mediol. l. II, c. 22. — Galv. Flam. Man.

Flor. c. 365. — Trist. Calchi Hist. l. XXI._

Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il

quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica,

e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate

collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla

Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le

forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra

le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.

Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi

amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù

bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di

fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano

ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre

divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I

Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII

fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i

primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia

regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di

Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La

guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città;

i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a

vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre

incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati

guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la

città.

[26] _Gio. Villani l. IX, c. 56._

[27] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VI._

Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche,

furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano

stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non

tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi

vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria

di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano,

aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora

da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria

dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza

combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria

atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati,

abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si

trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due

fazioni ghibelline.

Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere

volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel

comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di

Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I

Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo

Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].

[28] _Georg. Stellae Annal. Gen. t. XVII, p. 1029. — Gio. Villani L.

IX c. 85. — Uberti Folietae Hist. gen. l. VI, p. 414._

In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò

le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte

di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona

dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo

varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti

si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le

valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi,

vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al

re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.

[29] _Gio. Villani l. IX, c. 90. — Chron. Asten. t. XI, c. 99, p.

254._

Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in

Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue,

credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene

egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno,

e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza

e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di

Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di

Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re

colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio

a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla

piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo

adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

[30] _Georg. Stellæ Annal. Gen. t. XVII._

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso

riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea

accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello

stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e

tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito

impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato

anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].

[31] _Gio. Villani l. IX, c. 92._

La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali

continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e

s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava

colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi

ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario

vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano

la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro

campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per

combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il

marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le

genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso

imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso

dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti

avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila

cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi

decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese

montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva

nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con

un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta

dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da

questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì

di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti.

Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso

degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati

rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci

mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte

delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse

d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

[32] _Georg. Stella Gen. Hist. p. 1033. — Gio. Villani l. IX, c. 93.

— Ubert. Folieta l. VI._

[33] _Georg. Stellæ Ann. Genuens. p. 1034. — Gio. Villani l. IX, c.

95. — Chron. Astense c. 99. — Uberti Folietæ l. VI._

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla

violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della

vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale

ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e

distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case

di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e

della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero,

ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e

gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le

reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese

degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

[34] _Georgii Stellæ Ann. Gen. p. 1091. — Ubertus Folieta Hist.

Genuens. l. VI._

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla

Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue

galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini

riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio.

Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di

Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò

presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di

agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere.

I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro

anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni

chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra

sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era

principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I

Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari,

e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i

principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al

secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre

province.

[35] _Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1051. — Ubertus Folieta

Genuens. l. VI._

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città,

già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente

mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed

oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel

1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este,

avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I

marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare

l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva

traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio

confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano

stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto

1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel

Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a

capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di

nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella

lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

[36] _Chron. Est. t. XV, p. 381. — Ann. Casen. t. XIV, p. 1137. —

Joh. de Bazano Chron. Mutin._ _t. XV, p. 579. — Math. de Griffon

Mem. Hist. t. XVIII, p. 138. — Cron. Misc. di Bologna p. 331, libro

del polistore, t. XXIV, c. 9, p. 729._

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più

regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino,

grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali

capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la

munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune

consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini

in Lombardia[37].

[37] _Cortusiorum Hist. l. II, c. 15, t. XII, p. 803. — Tristani

Calchi Hist. Patriae l. XXI, p. 472._

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava

Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di

Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti

sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta

della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in

Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando

quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che

mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo,

Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia

l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare

acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di

risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a

Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per

giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato;

gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi

al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo

della sua patria[40].

[38] _Gio. Villani l. IX, c. 98, e 118. — Cortusiorum Histor. l. II,

c. 29, e c. 41. — Albertinus Mussatus Poema; seu de Gestis Ital. l.

IX, X, XI._

[39] _Gio. Villani l. IX, c. 100. — Guglielmi Venturæ Chron. Astense

c. 100, t. XI, p. 258._

[40] _Raynald. Ann. Eccles. 1320 § 10. — Galvan. Flamma Manip.

Florum, c. 359._

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo

stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle

guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per

sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione

costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava

contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare

ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che

i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni

alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva

chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva

accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava

di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote

del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia

col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa

seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in

Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per

incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di

Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare

alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima

del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa,

e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a

Mortara posta fra Tortona e Novara.

Ma non tardò ad accorgersi dell'imprudente sua marcia, quando per altro

non eragli più permesso di riparare al fallo in cui l'aveva strascinato

la sua presunzione. I due figli del signore di Milano Galeazzo e Marco

Visconti si avanzarono sopra di lui con forze assai maggiori, ed invece

di attaccarlo, gli chiesero un abboccamento. «La vostra posizione è

affatto disperata, essi gli dissero; voi vi trovate chiuso tra due

grandi fiumi, il Po ed il Ticino, circondato da città nemiche, e da

forze molto superiori alle vostre; onde dovete aspettarvi di essere

rotto in battaglia, o di perire di fame; ma noi siamo ben lontani dal

voler approfittare della vostra pericolosa situazione. Nostro padre fu

armato cavaliere dal vostro, onde dev'esservi tra di noi amicizia e

fraternità d'armi: ricevete dunque il pegno di quest'amicizia ereditaria

nei regali che vi offriamo, e più non v'immischiate negli affari

d'Italia.» Filippo accettò in fatti i magnifichi presenti che i Visconti

avevan fatti recare per lui e pei suoi consiglieri; poi parte per timore

ed in parte cedendo alla seduzione, invece di pensare a farsi strada

colla punta della spada, si ritirò vergognosamente in Francia dopo aver

aperti ai Ghibellini alcuni castelli, che Roberto gli aveva affidati. I

corpi d'armata che venivano a raggiugnerlo, rimasero esposti ad essere

separatamente attaccati e distrutti dai Visconti[41].

[41] _Gio. Villani l. IX, c. 107 e 108. — Ann. Mediol. c. 92. —

Chron. Asten. c. 101. — Bonincontri Morigiae Chron. Modetiens. l.

II, c. 26. — Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333._

Dopo la ritirata di Filippo di Valois, Raimondo di Cordone gentiluomo

aragonese, ch'erasi assai distinto nell'assedio di Genova, fu scelto da

Roberto e dal papa per comandare i Guelfi in Italia: ma intanto altre

vittorie dei Ghibellini assicuravano sempre più la potenza de' Visconti;

Vercelli dovette loro arrendersi nel 1321, ed il 5 gennajo del

susseguente anno Galeazzo Visconti entrò in Cremona per la breccia e

l'abbandonò al saccheggio.

Fin a quest'epoca il papa erasi lusingato di approfittare delle guerre

civili di Germania per disoggettare affatto l'Italia dall'impero, e

stabilire sopra di lei colle armi francesi una nuova autorità. Però

erano già otto anni passati da che era incominciato l'interregno di

Germania, ed in questi otto anni di confusione e di guerra civile,

l'autorità del papa invece di consolidarsi in Italia, pareva che andasse

declinando. Giovanni XXII non aveva mai voluto dichiararsi per alcuno

dei due canditati all'impero; sperava che, snervandosi vicendevolmente

colla guerra, avrebbe potuto obbligarli a riconoscersi dipendenti dalla

santa sede; e fors'anche, come ne corse allora la voce, pensava di

allontanarli un giorno ambedue, per disporre a suo arbitrio della corona

imperiale. Ma finalmente le vittorie de' Visconti gli fecero cambiare il

suo sistema di politica. Si volse dunque a Federico d'Austria, sul quale

conosceva di avere maggior credito che sopra Luigi di Baviera. Il

primogenito di Federico aveva sposata una sorella del re Roberto, e la

casa d'Austria erasi piuttosto mostrata favorevole ai Guelfi. Giovanni

XXII del 1322 promise a Federico di dichiararsi pel suo partito,

chiedendogli in contraccambio che facesse una diversione in suo favore.

Federico che sommamente desiderava l'appoggio del papa, spedì suo

fratello Enrico in Italia con mille cinquecento uomini d'armi[42].

Enrico d'Austria entrò in Brescia il giorno 11 d'aprile, ove fu

raggiunto dai fuorusciti delle città vicine, dai Torriani rifugiati in

Venezia, e da circa due mila volontarj.

[42] _Sua lettera presso Raynaldo 1322. § 8._

Il Visconti trovandosi ad un tempo stretto da Raimondo di Cordone e dal

cardinale Bertrando che andava contro di lui rinnovando le scomuniche,

desiderava di evitare una battaglia col nuovo avversario suscitatogli

dal papa in Germania. Fece offrire ad Enrico ragguardevoli donativi

perchè sospendesse la marcia fino all'arrivo de' riscontri che aspettava

da Federico, cui aveva mandati degli ambasciatori. Faceva a questi

rappresentare che senza pretendere di farsi giudice tra i due candidati

all'impero, egli difenderebbe i diritti spettanti al vincitore. Ch'era

pronto a riconoscere Federico come suo superiore, _suzerain_, quando

venisse a prendere la corona a Monza: che allora gli aprirebbe le porte

di Milano, e l'accompagnerebbe co' suoi cavalli per tutta l'Italia: ma

che se egli stesso veniva spogliato dal papa e dal re Roberto, l'impero

più non potrebbe riavere ciò che gli si farebbe perdere; che la nuova

pretensione di Giovanni XXII di dare un vicario all'impero in tempo

dell'interregno, non era meno lesiva dei diritti di Federico, che di

quelli di Luigi; che quand'avrebbe stabilito un eguale diritto sopra

l'Italia, il papa lo stenderebbe subito alla Germania, e con tale

pretesto spoglierebbe in fine i due competitori per giugnere più

direttamente a' segreti suoi fini di dare a Roberto la corona

imperiale[43].

[43] _Tristani Calchi Hist. Patr. l. XXII._

Federico, illuminato da queste considerazioni, scrisse a suo fratello

che lo vedrebbe con piacere ritirarsi dall'Italia, quando potesse farlo

senza vergogna. D'altra parte Enrico, arrivato a Brescia, chiese come

luogotenente del re de' Romani che la città riconoscesse la sua

autorità. Ma quello che comandava a Brescia per parte di Roberto, si

rifiutò, dichiarando che il suo padrone era il solo vicario in tempo

dell'interregno. Enrico offeso da tale rifiuto, e determinato di non

voler combattere per il solo vantaggio di Roberto, si ritirò senza aver

veduti i confini del territorio di Milano. Il 18 maggio del 1322 si pose

in cammino alla volta di Verona, ove fu magnificamente accolto da Cane

della Scala; talchè i capi del partito ghibellino erano sicuri del

favore dei due pretendenti[44].

[44] _Jacob. Malvecius Chr. Brixian. D. IX, c. 58. — Gio. Villani l.

IX, c. 142, 143. — J. D. Olenschlager. Geschichte del Rom. Kay. §

40. — Raynald. Ann. Eccl. 1322, c. 9, 10._

In tal modo i Ghibellini di Lombardia attaccati nel loro proprio paese

dalla contraria fazione che aveva eguali forze, mentre lottavano al di

fuori colla superiore potenza del re di Napoli e colle ricchezze del

papa, riuscivano a far ritirare due ragguardevoli armate, venute dalla

Francia e dalla Germania per unirsi ai loro nemici: onde quando la loro

condizione sembrava peggiorare, acquistavano maggiore opinione con

inaspettate vittorie. Ma queste costanti prosperità erano in ispecial

modo dovute a Matteo Visconti, e dovevano avere con lui fine. Matteo,

chiamato il Grande, epiteto di cui il quattordicesimo secolo fu a molti

liberale, può risguardarsi come il più perfetto modello dei principi

d'Italia. Valoroso senza ostentazione, buon capitano senza per altro

aver talenti militari superiori al suo secolo, egli s'innalzò al di

sopra di tutti i principi suoi coetanei coi suoi talenti politici, colla

profonda conoscenza del cuore umano, degl'interessi e delle passioni di

tutti coloro ch'egli voleva maneggiare, colla sua calma in mezzo alle

agitazioni, colla sua prontezza nel risolvere e colla costanza nel tener

dietro al suo scopo, colla sua destrezza nel fingere, talvolta

nell'ingannare, col suo talento di saper predominare gli opposti

caratteri e gli spiriti indomabili. Nella prima epoca della sua

grandezza, avanti la fine del secolo terzo decimo, erasi imprudentemente

abbandonato all'orgoglio che gl'ispirava il sentimento della propria

potenza, aveva offesi i principi suoi vicini, e disgustati i popoli da

lui governati; onde la sua caduta l'anno 1302 fu una conseguenza de'

suoi errori. Ma un esilio e un avvilimento di nove anni avevano

sviluppato in lui tutte le qualità di un capo di parte, e insegnatogli

l'arte di sapersi moderare. Dopo che, l'anno 1311, la venuta d'Enrico

VII in Milano gli aveva dato il modo di riprendere la sovranità, l'aveva

conservata undici anni, senza che i popoli indocili ch'egli si era

assoggettati dassero il più piccolo segno di malcontento per la ruinosa

guerra in cui gli aveva strascinati, senza che gli si ribellasse una

sola delle città conquistate, senza che le scomuniche della chiesa, da

cui era frequentemente colpito, smovessero la coscienza di un solo de'

suoi servitori, senza che andasse a male in sua mano una sola della sue

negoziazioni. Matteo Visconti non era un uomo virtuoso; ma la di lui

riputazione, di cui si prendeva estrema cura, non era macchiata da verun

delitto, da veruna perfidia: non era sensibile, nè generoso, ma non gli

si potevano nemmeno rimproverare crudeltà. I suoi quattro figli, i

migliori capitani de' tempi loro, erano quasi parti di lui medesimo; ne

dirigeva egli stesso tutti i movimenti, e soltanto la sua morte fece

conoscere quali caratteri intolleranti, indomabili aveva saputo piegare

all'ubbidienza. Finalmente Matteo era giunto ad un'avanzata

vecchiaja[45], quando un subito cambiamento del suo carattere fu il

presagio della sua morte e delle rivoluzioni che dovea cagionare.

[45] Il Villani dice novant'anni, _l. IX, c. 144_: però gli storici

milanesi lo fanno morire di settantadue.

Erano omai più di vent'anni che Matteo Visconti trovavasi in guerra

colla chiesa, e doveva in gran parte l'attaccamento de' suoi partigiani

al loro odio per il governo de' preti; era egli stato più volte

scomunicato, e recentemente, il 14 gennajo di questo stesso anno, il

cardinale del Poggetto con tre giudici inquisitori avevalo condannato

come eretico sulla pubblica piazza di Asti, dichiarandolo empio,

colpevole, nemico di Dio e del nome cristiano[46]. Matteo aveva sempre

con dignitosa calma respinti questi violenti attacchi; aveva protestato

essere pura la sua fede, indipendente il suo principato; aveva risposto

che sottometteva la sua coscienza alla chiesa, ma non il suo governo ai

preti, ed aveva mostrato di accarezzare l'opinione de' cattolici nello

stesso tempo che combatteva il papa. Tutt'ad un tratto sorpreso da un

rimorso, si vide con estremo turbamento sull'orlo del sepolcro involto

in una sentenza che condannava la sua anima agli eterni tormenti;

dimenticando l'esperienza che aveva fatto della politica affatto mondana

del papa, e le regole dietro le quali erasi egli stesso condotto, ad

altro più non pensò che ad involarsi all'inferno che sembravagli aprirsi

sotto i suoi passi. Tra i Milanesi più ben affetti alla chiesa scelse

dodici ambasciatori che mandò al legato, per chiedere di trattare con

lui, e per sapere a quali condizioni potrebbe ottenere l'assoluzione de'

suoi peccati, e far levare l'interdetto dagli stati da lui governati. Il

cardinale Bertrando, cui le sofferte sconfitte non avevano niente tolto

della sua arroganza, domandò che i Visconti richiamassero a Milano tutti

gli esiliati, loro restituendo i proprj beni, e rinunciassero alla

sovrana autorità. Matteo esaminò queste proposizioni, che avrebbero

interamente minata la sua famiglia, le comunicò al consiglio della

città, e da tale istante mancò l'incantesimo con cui aveva governato lo

stato; sentì ognuno che le lunghe guerre in cui vedevasi impegnato, che

i pericoli cui esponeva la sua anima e tutti i suoi beni temporali, non

avevano altro oggetto che la difesa di una famiglia ambiziosa ch'erasi

usurpata l'autorità sovrana nella repubblica. Un vivo desiderio della

pace s'impadronì degli spiriti: ma Galeazzo, il figliuolo primogenito di

Matteo, che, avendo avuto sentore di tale trattato, era sollecitamente

ritornato da Piacenza, si oppose con tanta forza alle ruinose

concessioni cui rassegnavasi il padre, che, non potendo Matteo fare

scelta tra gl'interessi di sua famiglia e quelli del cielo, rinunciò la

sovranità in mano del figliuolo, ad altro più non pensando che a rendere

la pace alla sua coscienza; e fu veduto ne' pochi giorni che sopravvisse

frequentare soltanto le chiese, e tra le pratiche divote ripetere il

simbolo della fede, e chiamare i fedeli in testimonio della sua

ortodossia. Essendo stato a visitare la chiesa di Monza, cui aveva reso

il suo tesoro lungo tempo impegnato, cadde infermo, e morì fuori di

Milano (in Crescenzago) il 22 giugno del 1322; ma non si propalò nè la

morte, nè il luogo in cui fu sepolto, perchè non fossero sparse al vento

le sue ceneri, come avealo ordinato il papa[47].

[46] _Trist. Calchi Hist. l. XXII. — An. Eccles. 1322, § 5. — Chron.

Astense, c. 105, p. 260._

[47] _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XXII. — Bonincontri Morigiae

Chron. Modoet. l. III, c. 2._

Galeazzo si adoperava per farsi molti partigiani nella città e

nell'armata finchè non si conosceva la morte del padre; e quando non

potè più celarla, trovossi abbastanza forte per prendere egli stesso il

titolo di capitano generale; ed il suo credito venne subito assodato

dalla vittoria che Marco Visconti, suo fratello, riportò il 6 di luglio

al ponte di Basignano sopra Raimondo di Cardone e le truppe della

chiesa[48].

[48] _Gio. Villani l. IX, c. 158. — Bonincontri Morigiae Chron.

Modoet. l. II, c. 27._

Ma gli spiriti ardenti ed inquieti che Matteo Visconti aveva calmati

colla sua destrezza, o compressi coll'autorità, si abbandonarono a tutta

la violenza delle loro passioni. Eravi in Piacenza un gentiluomo

ghibellino detto Vergusio Landi, cui Galeazzo Visconti, avendone sedotta

la consorte, esiliò per non trovarsi esposto alla sua vendetta. Landi

rifugiatosi presso i Guelfi, erasi guadagnata la loro confidenza: ed

avendoli impegnati ad ajutarlo nella sua vendetta, con quattrocento

cavalli che gli affidò il legato, trovò modo d'introdursi in Piacenza il

giorno 9 di ottobre, di far ribellare la città e di riconciliarla colla

chiesa e colla parte guelfa[49]. Nello stesso tempo i negoziatori, che

Matteo Visconti aveva spediti al legato, e che dopo la di lui morte

vedevano perduta ogni speranza di pace, andavano esacerbando il popolo

contro una famiglia che dicevano ambiziosa ed empia, la quale per

conservare la sua tirannide sopra una città libera esponeva ogni giorno

la vita dei cittadini al ferro de' nemici, l'onore delle loro mogli e

de' loro figli alla brutalità de' soldati, i loro beni al saccheggio, le

anime loro ai tormenti dell'inferno. Assicuravano che il papa ed il

legato erano affezionati alla città di Milano, ed altro non desideravano

che di ritornarla libera, essendo disposti ad assecondare gli sforzi che

farebbero i cittadini per ottenere così glorioso intento. Lodrisio

Visconti, parente di Galeazzo, valoroso e caro ai soldati, ma inquieto e

geloso, riscaldava egli stesso i faziosi. La ribellione scoppiò

finalmente in Milano il giorno 8 novembre del 1322, gridandosi per le

strade _pace e viva la chiesa!_ La cavalleria tedesca, cui Galeazzo non

aveva da più mesi pagato il soldo, si unì ai cittadini; e Galeazzo che

in tre diversi quartieri della città volle opporsi ai sediziosi coi

soldati rimasti fedeli, fu tre volte vinto, e per ultimo costretto ad

abbandonare la città in cui aveva regnato[50].

[49] _Gio. Villani l. IX, c. 176. — Chron. Plac. t. XVI, p. 493. —

Chron. Astens. t. XI, c. 109._

[50] _Gio. Villani l. IX, c. 179. — An. Anon. Med. t. XVI, c. 95. —

Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 361. — Georgii Merulae Hist. Mediol.

l. I, p. 77, t. XXV, Rer. Ital. — Boninc. Morigiae Chr. Modoet. l.

III, c. 7. — Trist. Calc. l. XXII._ — Colla narrazione di questi

avvenimenti il Calchi termina la sua storia.

Il governo dei Visconti diede luogo ad una nuova repubblica milanese,

non però amministrata dal popolo come ne' gloriosi tempi dell'antica

repubblica; tutto il potere rimase concentrato in pochi nobili, che

avevano preparata la rivoluzione, ed in alcuni capi di truppe mercenarie

i quali avevano tradito il loro antico signore. Gli uni e gli altri

erano da lungo tempo attaccati al partito ghibellino, e non seppero

risolversi ad abbandonarlo interamente; i della Torre non furono

richiamati, ed il governo, incerto tra i Visconti ed il cardinale

legato, non si consolidò. Galeazzo, ch'erasi ritirato a Lodi, ingrossava

la sua truppa; Ladrisio, rimasto nel consiglio di Milano, era già

pentito d'aver abbassata la propria famiglia, e comperava a prezzo d'oro

que' Tedeschi che aveva prima sedotti acciò che abbandonassero Galeazzo,

perchè nuovamente tornassero al suo servigio. Avvisava questi

frequentemente de' progressi che andava facendo, ed il 12 dicembre gli

aprì una delle porte; Galeazzo entrò arditamente nella città dalla quale

era stato scacciato trentaquattro giorni avanti: la scorse da uno

all'altro lato alla testa della sua cavalleria, e fecesi di nuovo

proclamare signore e capitano generale. Coloro che avevano diretta la

rivoluzione, abbandonarono la città, e si recarono presso al legato[51].

[51] _Gio. Villani l. IX, c. 182. — Pauli Jovit. Galeacius I

princeps III. Ap. Graevium t. III, p. 285._

In sul cominciare del 1323 l'armata guelfa che aveva ricevuto rinforzi

da tutte le repubbliche toscane, e dai principi guelfi della Lombardia,

si avanzò per assediare Milano. In due battaglie date una il 23 febbrajo

del 1323 al passaggio dell'Adda, l'altra il 19 aprile a Garazzuolo, fu

disfatto Marco Visconti, il miglior capitano dei fratelli Visconti[52];

le città di Tortona e di Alessandria aprirono le porte al legato, e

riconobbero l'autorità del re Roberto. In pari tempo i Guelfi, assediati

in Genova, sorpresero il 17 febbrajo i Ghibellini ne' sobborghi,

scacciandoli con uccisione di molta gente[53]. Nel mezzodì dell'Italia

gli affari de' Ghibellini erano ancora in peggiore stato, perchè il

conte di Montefeltro che veniva riconosciuto per sovrano in Urbino,

Osimo e Recanati, era stato improvvisamente sorpreso e massacrato col

figliuolo in un ammutinamento del popolo il 26 aprile del precedente

anno[54], i suoi partigiani avviliti affatto, le città d'Assisi, Urbino

ed Osimo cadute in potere de' Guelfi, quella di Recanati abbruciata e

distrutta sotto l'assurdo pretesto che vi si adoravano gl'idoli, e per

ultimo i superstiti figliuoli del conte erano caduti in mano de' loro

nemici, tranne un solo ch'erasi rifugiato a san Marino[55]. Da ogni

banda la sorte della guerra sembrava nemica ai Ghibellini, minacciati

omai d'un totale esterminio, quando tre ambasciatori di Luigi di Baviera

entrarono in Italia. Presentaronsi questi in aprile al legato, che

allora trovavasi a Piacenza, intimandogli di desistere dal recare

molestia al signore della città di Milano il quale era dipendente

soltanto dall'impero[56]. Il legato rinfacciò agli ambasciatori di

prendere le difese di un eretico, e di turbare la chiesa ne' suoi

diritti, e poche settimane dopo incaricò Raimondo di Cardone

dell'assedio di Milano[57]. Ma non tardò a sentire che l'intervento di

un imperatore aveva bastato per restaurare gli affari de' Ghibellini:

gli ambasciatori eransi gettati in Milano con quattrocento cavalli;

dietro loro ordine i signori di Verona, di Mantova, di Ferrara mandarono

ai Visconti cinquecento cavalli; ed inoltre cinquecento Tedeschi che

servivano nell'armata guelfa, vedendo sventolare le bandiere imperiali

sulle mura di Milano, entrarono in città per unirsi ai loro

compatriotti. Raimondo di Cardone indebolito dalla loro diserzione e

dalle malattie che si erano manifestate nel suo campo, il 23 luglio del

1323 abbandonò l'assedio di Milano e si ritirò a Monza[58].

[52] _Gio. Villani l. IX, c. 189 e 197._

[53] _Ivi c. 186._

[54] _Ivi c. 139._

[55] Questo castello fabbricato in cima alla più alta montagna della

Romagna, era già libero, e governavasi a comune, ma era alleato de'

Ghibellini e di Speranza di Montefeltro, cui diede asilo. _Mel.

Delfico Mem. Stor. della repub. di san Marino, p. 97._

[56] I conti di Neyssen, Fruhendingen, e Graifspach. _Olenschlager

Geschich. § 44, p. 119._

[57] _Gio. Villani l. IX, c. 194._

[58] _Chron. Asten. c. 112_, ed ultimo. — _Galvan. Flammæ Man.

Flor., c. 362. — Georgii Merulæ Hist. Mediol. l. I, p. 85. —

Bonincontri Morigiæ Chr. Modoetianæ l. III, c. 21._

Luigi di Baviera poteva finalmente pensare alle cose dell'Italia, cui i

due concorrenti all'Impero non avevano fino allora preso parte. Amendue

abbandonati dalla nobiltà che gli aveva eletti, non avevano potuto

commettere la decisione dei loro diritti alla sorte delle armi: e

sebbene del 1315 si fossero trovati a fronte nelle vicinanze di Spira,

eransi separati senza battaglia. La più importante zuffa della guerra

civile in Germania era stata quella degli Svizzeri de' tre primi cantoni

a Morgarten, ove disfecero il duca Leopoldo, fratello di Federico

d'Austria. Nel 1320 la Baviera fu in modo saccheggiata dagli Austriaci,

che Luigi fu in procinto di comperare la pace colla rinuncia

all'Impero[59]. Finalmente il 28 settembre del 1322 i due imperatori

eletti incontraronsi a Muhldorf. Luigi ed il suo alleato il re di Boemia

avevano adunate tutte le loro forze; Federico per lo contrario non aveva

ancora ricevuti i rinforzi che gli conduceva suo fratello Leopoldo dalla

Svevia e dall'alto Reno. La battaglia incominciò al levare del sole, e

durò dieci ore. Siccome le due armate erano quasi composte di sola

cavalleria, si combatteva coll'ordine e la regolarità d'un torneo. Dopo

una carica impetuosa, ogni armata riordinavasi in battaglia per fare

dopo breve intervallo una carica non meno violenta. Ma in questo

terribile torneo che doveva decidere del destino d'un Impero, si sparse

un fiume di sangue, avendovi perduta la vita quattro mila cavalieri.

Finalmente gli Austriaci furono rotti compiutamente, e Federico e suo

fratello Enrico fatti prigionieri. Il primo fu mandato nel forte di

Trausnitz nell'alto Palatinato ed Enrico ceduto al re boemo che col suo

valore aveva decisa la battaglia[60].

[59] _Olenschlager Gesch. des Rom. Kaiserthums § 41, p. 109._

[60] _Gio. Villani l. IX, c. 173. — Epitome Rer. Brem. R. P.

Bohuslao Balbino, l. III, c. 17. — Olenschlager Geschichte des Rom.

Kays. § 42. — Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 5._

Dopo questo fatto, Luigi di Baviera cominciò a governare l'Impero come

solo legittimo sovrano. In una grande dieta, tenuta a Norimberga

pubblicò una bolla per istabilire la pace, abolì i pedaggi che si

esigevano in tempo della guerra, dispose dei feudi rimasti vacanti,

diede a suo figliuolo il margraviato di Brandeburgo; finalmente volgendo

i suoi sguardi all'Italia, pensò a proteggere in questa contrada coloro

che da lungo tempo eransi eretti campioni dei diritti imperiali.

Luigi di Baviera aveva partecipata la sua vittoria di Muhldorf a

Giovanni XXII, il quale non essendosi fin allora dichiarato a favore

d'alcuno dei due rivali, gli rispose amichevolmente. «Abbiamo ricevuto,

mio caro figlio, le lettere dell'eccellenza tua, le abbiamo

ponderatamente lette, ed uditi ancora i circostanziati racconti fattici

dal portatore. Abbiamo notato con quanta umiltà e prudenza tu

attribuisci al padrone delle battaglie la vittoria di fresco ottenuta

sul tuo competitore. Abbiamo pure osservato che ti sei comportato con

estrema umanità verso di lui nell'istante in cui fu fatto prigioniere e

dopo che tu lo tieni cattivo: noi ti esortiamo a perseverare nella

stessa condotta.... Rispetto al trattato di pace e di concordia fra te e

lui, ci offriamo di occuparcene, e lo faremo ben tosto quando ci avrai

fatte conoscere le tue intenzioni[61].»

[61] Lettera di Giovanni XXII 15 _cal. januarii_. _Raynald. 1322, §

15._

(1323) Ma allorchè il papa venne a sapere che Luigi aveva mandati

soccorsi a Galeazzo Visconti, e costretto Raimondo di Cardone a levare

l'assedio di Milano, si abbandonò alla più violenta collera. Determinato

d'intentare un processo contro il re de' Romani, ricorse per dargli un

titolo alla più strana pretensione. Asserì contro l'evidenza di tutti i

secoli e di tutte le storie, «che la santa sede era amministratrice

dell'Impero in tempo dell'interregno, che il solo papa era giudice tra i

due competitori; che l'esame del candidato, la sua approvazione, la sua

ammissione, o la sua ripulsa e riprovazione, erano di esclusiva

pertinenza della sede apostolica; e che fin tanto che il papa non avesse

approvato o rigettato l'uno o l'altro competitore, non esisteva ancora

verun re de' Romani, e non era altrui permesso di assumerne il

titolo[62]». Onde creò a Luigi di Baviera altrettanti delitti, quanti

erano gli affari da lui trattati come re de' Romani. «Era, diceva egli,

una grave offesa verso Dio, un manifesto ed ingiurioso disprezzo della

chiesa romana l'avere assunta l'amministrazione dell'Impero, l'avere,

sotto titolo reale, ricevuto in Germania ed in alcune parti d'Italia un

giuramento di fedeltà, l'aver disposto delle dignità e degli onori

imperiali, e tra questi del marchesato di Brandeburgo; finalmente

d'avere osato di proteggere e difendere i nemici della chiesa romana,

specialmente Galeazzo Visconti ed i suoi fratelli, sebbene condannati da

giudici competenti per delitti d'eresia con sentenza definitiva[63]».

[62] Sentenza di Giovanni XXII contro Luigi di Baviera. _Raynald.

1323, § 30. — Gio. Villani l. IX, c. 226._

[63] _Raynald. 1323, § 30._

In conseguenza l'otto ottobre del 1323 il papa fece affiggere alle

chiese d'Avignone una sentenza contro Luigi di Baviera, con cui, sotto

pena di scomunica, gli veniva ordinato di dimettersi, entro tre mesi, da

qualsiasi amministrazione dell'Impero: amministrazione che egli non

potrebbe riassumere finchè la sua elezione non fosse approvata dalla

sede apostolica. Gli fu nello stesso tempo ordinato d'annullare, per

quanto da lui dipendeva, tutti gli atti precedentemente fatti come re

de' Romani, e proibito a tutti gli ecclesiastici sotto pena di

sospensione, a tutti i laici sotto pena di scomunica e d'interdetto, di

ajutare in verun modo Luigi di Baviera, o di ubbidirlo nell'esercizio

delle funzioni ch'egli si arrogava come re de' Romani.

Il papa si accontentò di far affiggere tale sentenza alle porte delle

chiese d'Avignone senza farle notificare a colui contro del quale erano

state fatte. Non pertanto se n'ebbe tosto sentore in Germania[64]; e

saputolo Luigi, spedì tre deputati alla santa sede, per sapere i motivi

della sua condanna, e chiedere un più lungo termine dell'accordato.

Intanto il monarca passò a Norimberga, ove alla presenza di notaj e di

testimonj confutò ogni imputazione fattagli dalla corte pontificia.

Dichiarò che dopo essere stato nominato re de' Romani dagli elettori con

grande maggiorità di suffragi, dopo avere ricevuta la corona imperiale

ad Aquisgrana, egli trovavasi in possesso di tutte le prerogative

imperiali in conformità al diritto costantemente riconosciuto in ogni

tempo, e senza che vi fosse bisogno dell'approvazione della santa sede.

Soggiunse di non saper capire come presentemente s'intentasse contro di

lui un'azione per avere assunto il titolo di re dei Romani mentre che

già da dieciotto anni, epoca della sua elezione, aveva sempre, anche

nelle lettere dirette alla santa sede, fatto uso di questo titolo, senza

che alcuno lo trovasse incompetente. Protestava che, se aveva preso a

difendere Galeazzo Visconti, non era già per proteggere un eretico, ma

perchè il Milanese dipendeva immediatamente dall'Impero; e perciò a

questa provincia aveva mandato soccorsi, in conformità degli obblighi

che gl'imponeva la sua dignità, quando il suo territorio fu invaso a

mano armata. Per ultimo ritorse contro lo stesso papa la colpa di

proteggere gli eretici, perchè Giovanni XXII non aveva voluto esaminare

l'accusa portata al suo tribunale contro i frati Minori d'avere rivelato

il segreto della confessione. Per tutte queste cause Luigi appellò della

sentenza del papa al giudizio di un prossimo consiglio, di cui chiese

l'adunanza, ed al quale promise di personalmente intervenire[65].

[64] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kaiserth. § 47, p. 124._

[65] Apologia di Luigi di Baviera. _Presso Raynald. 1323, § 4._

Prima che quest'appello fosse noto alla corte d'Avignone, gli

ambasciatori di Luigi ottennero dal papa una dilazione di due mesi per

trattare la sua causa. Ma questa dilazione in tempi in cui le poste non

erano per anco stabilite, appena bastava per portarne la notizia da

Avignone in fondo alla Baviera, e per riaverne il riscontro. Perciò

Luigi in un manifesto che sparse per tutta la Germania, protestò che il

termine accordatogli era troppo breve, perchè potesse presentarsi in

persona e giustificarsi. Dichiarava di essere e di voler essere il

protettore della chiesa e della religione cristiana; ch'era disposto a

sottoporsi umilmente alle correzioni della prima, se aveva verso di lei

mancato ai proprj doveri; ma che nello stesso tempo riguardavasi come

specialmente incaricato di difendere i diritti e l'onore dell'Impero;

onde non soffrirebbe che venissero lesi in verun modo[66].

[66] _Raynald. An. Eccles. 1314, § 4._

D'altra parte quando il papa vide l'appello del re de' Romani al

concilio, e la protesta, fulminò subito contro di lui la scomunica. Il

22 marzo del 1324 dichiarò in pieno concistoro, che Luigi di Baviera era

caduto sotto le pene della scomunica, e vietava a tutti i fedeli di

avere con lui veruna relazione[67]. Per altro gli assegnava altri tre

mesi a presentarsi alla corte papale e giustificarsi. Ma perchè entro

quest'ultimo termine Luigi non comparve, e non depose il titolo di re

de' Romani, il papa, con una nuova bolla datata l'undici di luglio,

annullò tutti i diritti che il suffragio degli elettori potesse aver

dato al duca di Baviera, e lo dichiarò per sempre incapace

dell'Impero[68].

[67] _Ib. § 13. Gio. Villani l. IX, c. 241. — Olenschlager

Geschichte § 51, p. 133._

[68] _Raynald. An. § 21, p. 262. — Gio. Villani l. IX, c. 264._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 05 (of 16) · 第 2 / 14 题