colori piú oscuri forse che non si suole la politica della nostra etá
dei comuni. Se ci siamo ingannati, sia perdonato all'intimo nostro
convincimento di questo principio: che prima delle felicitá, primo dei
doveri nazionali, primo dei doveri della libertá stessa, è il
procacciare quell'indipendenza che i comuni non seppero compiere in
quattro secoli di libertá. Ad ogni modo, sorge quindi nella nostra
storia una contraddizione apparente giá accennata: che quella libertá
de' nostri comuni, cosí poco apprezzata od anche disprezzata da noi,
fu pure incontrastabilmente capace di generare la piú splendida, la
piú varia e la piú nazionale coltura che sia stata mai. Per quattro
secoli questa crebbe in Italia sola, in mezzo all'Europa tutta oscura;
la stessa coltura greca non ebbe tanti secoli di tale splendore
esclusivo. Per trovare esempi di simili esclusivitá bisognerebbe andar
all'Indie o alla Cina; ma le colture ivi cercate sarebbero (mi
perdonino indianisti e sinologi) incomparabilmente minori. Come ciò?
Come quest'apparente contraddizione di una libertá cosí incapace
d'indipendenza, cosí capace di coltura? Ma, quanto all'incapacitá
d'indipendenza noi ne svolgemmo via via giá la causa evidentissima;
quella preoccupazione dell'imperio romano che fu in tutti i comuni, in
tutte le parti, nella stessa guelfa o nazionale. E quanto poi alla
capacitá di coltura, noi l'accennammo pure; la libertá anche cattiva,
anche barbara, disordinata, eccessiva, cadente in licenza, è tuttavia
culla piú favorevole alla coltura che non possa essere il principato
assoluto o feodale. Il duplice fatto non è dubbio; e la prova della
virtú che è nella libertá di generare la coltura, ne risulta tanto piú
evidente, quanto piú cattiva ed incompiuta fu questa libertá, quanto
politicamente parlando le altre nazioni furono meglio costituite, e
prepararono migliori, invidiabili costituzioni di nazionalitá. Se
fosse conveniente qui una digressione, io crederei poter dimostrar
facilmente: che in tutti i tempi, in tutti i luoghi le grandi colture
furono figlie o d'una libertá legittima, legale, stabilita, o d'una
reale quantunque non riconosciuta, o almeno d'una incipiente
quantunque non progredita; che in particolare quella magnifica coltura
francese, la quale prende nome da Ludovico XIV, fu tutta esercitata da
uomini nati e cresciuti fra le contese di libertá, che, cattivissime
del resto, sorsero durante la minoritá di lui e furon dette della
Fronda; che insomma e dai fatti e colle ragioni si prova sempre, le
colture aver bisogno di libertá, e quasi sempre la libertá aver
bisogno di coltura. Ma non avendo noi luogo a distrarci, ci basti
accennare la fratellanza, o il parallelismo speciale della nostra
libertá e della nostra coltura da Gregorio VII fino all'epoca a cui
siam giunti.--La libertá ecclesiastica, propugnata, ottenuta da
Gregorio VII e da' suoi predecessori e contemporanei, ebbe bisogno di
grandi teologi; e cosí li fece sorgere, e con essi parecchi di que'
filosofi scolastici, i quali mal si distinguono da' teologi, e de'
quali è gloria di alcuni filosofi contemporanei nostri aver saputo
riconoscere i meriti finalmente. E la libertá ecclesiastica facendo
sorgere ogni zelo ecclesiastico, fece moltiplicar que' templi, quelle
chiese di che giá accennammo le due prime di Venezia e Pisa, e che
tutte furono poi veri musei d'antichitá e scuole a tutte l'arti
italiane. Poi la libertá comunale, dico la primissima, informe, de'
consoli del 1100, non poté essere né un anno o un dí senza aver
bisogno, in ogni cittá o terra italiana, di oratori, uomini di Stato,
capi di nobili, capi popolo, capi parte, piccolissimi terricciolai
quanto si voglia, ma pur oratori ed uomini politici, i quali ebber
bisogno di parlare e persuadere in qualunque lingua parlassero,
latino, volgar lombardo, volgar toscano, o romanesco, o napoletano, o
siciliano, o piemontese; e cosí nacque di necessitá un'arte, non
artifiziata ma naturale, oratoria. Quindi dal mescolarsi quegli
interessi e quegli uomini in tutta la penisola nasceva fin d'allora,
fin dal principio del secolo decimosecondo senza dubbio, il bisogno
d'una lingua comune o italiana; e cosí nasceva quella di che trattò
Dante centocinquanta o duecento anni appresso come di lingua giá
antica, quella che crebbe di necessitá in que' mostri di assemblee,
che dicemmo simili alle moderne d'Irlanda. Quindi cresciute le
ambizioni, le emulazioni di cittá, crebbero in ciascuna i bisogni di
forti mura; e cosí nacque quell'architettura militare, che è piú
antica forse tra noi che non si suol dire anche da' piú esagerati
esaltatori dei nostri primati. E quindi l'altre emulazioni, il volere
ogni cittá piú bei templi che le vicine, ed ogni nobile un piú bel
palazzo che i concittadini, e i nobili popolani piú che gli antichi, e
via via. E poi la libertá del dire, il non esservi né il fatto né
nemmeno l'idea delle censure moderne, fece scrivere nella nuova lingua
di ogni cosa che si sapesse scrivere; e perciò primamente d'amore, che
è forse il piú facile, ed è certo il piú piacevole degli argomenti a
chi scrive o legge; e poi di storia patria, che è il piú necessario in
ogni paese libero; e poi di ogni cosa, in quel modo enciclopedico che
da Esiodo a Varrone, a Brunetto Latini e a Montaigne od anche a Bacone
e Leibnizio, suol essere de' primi saggi che si facciano in qualunque
letteratura incipiente, quasi a rassegna di ciò che si sa per indi
progredire. E sorte tutte queste colture, sorse il commercio che n'è
fratello or maggiore or minore; e sorsero le industrie, le scienze che
ne son pur sorelle, tutta famiglia della libertá; in cui entraron
l'arti belle, quelle arti che son forse un po' meretricie, un po'
prodighe di lor favori, senza gran discernimento tra tirannia e
libertá, ma che li concedon pur sempre piú compiuti insieme e piú
eleganti alla libertá. Del resto, quanto al commercio in particolare,
duolmi piú che mai non potermi fermare ad accennare quali fossero le
condizioni di esso ne' nostri comuni, quali le libertá concedutegli.
Forse ne risulterebbe un fatto tutto opposto a quello creduto
volgarmente; il fatto, che esistettero ne' nostri rozzi comuni molte
di quelle libertá commerciali, le quali furono spente dalla cattiva
pratica, dalla scienza incipiente de' secoli successivi; le quali la
scienza progredita domanda da un ottanta anni in qua, e la pratica
incominciò a concedere mentre appunto io veniva scrivendo queste linee
per la prima volta. Quando, deh quando si fará una storia dei
commerci, dell'economia politica de' nostri comuni?--Ad ogni modo, di
fiore in fiore, di fecondazione in fecondazione, d'operositá in
operositá, cosí si venne al fine di quel secolo decimoquinto, in cui
vedremo nascere quasi tutti i grandi e splendidi uomini del
decimosesto; quel secolo decimoquinto che ebbe cosí col secolo ultimo
della libertá latina la sorte comune di tramandar tutte educate le
grandezze ai due secoli nomati da Augusto e da Leon X. Gli uomini
furono quasi sempre tardivi in lor gratitudini; le concedettero
sovente ai successori di coloro che le meritarono. Ma non cadder forse
mai in tale ingiustizia cosí scandalosamente come a quell'epoca, in
che dieder nome di Leon X al secolo inaugurato da Lorenzo il
magnifico, nome d'America al mondo di Colombo.--Or veggiamo di corsa
alcuni particolari, alcuni uomini di questa nostra grande etá di
coltura.
33. Coltura dei due primi periodi di quest'etá, da Gregorio VII a Carlo
d'Angiò [1073-1268].--Dicemmo giá sorti con Ildebrando, giá grandi al
pontificar di lui parecchi teologi e filosofi e scolastici: sant'Anselmo
vescovo di Lucca [-1086]; Lanfranco di Pavia monaco del Bec in Normandia,
amico seguace di Guglielmo il conquistatore, e da lui fatto arcivescovo di
Cantorbery [1005-1089]; sant'Anselmo d'Aosta abate del medesimo monastero
normanno, arcivescovo della medesima chiesa inglese [1033-1109], quel
sant'Anselmo a cui gli storici moderni della filosofia danno il primato
tra' filosofi scolastici. Seguirono Pier Lombardo, vescovo di Parigi, detto
il «maestro delle sentenze» [-1164]; Pietro Comestore [-1198]; papa
Innocenzo III [-1216] e finalmente il grande san Bonaventura [1221-1274], e
il grandissimo san Tommaso [1227-1275], amendue professori a Parigi. Chiaro
è: qui abbiamo una serie di grandi superiori agli stranieri contemporanei,
Guido di Champeaux, Abelardo, san Bernardo ed Alberto magno; la quale
dimostra le scienze, allora unite, della teologia e della filosofia esser
cresciute a grandissimo fiore per opera principalmente degli italiani, e da
essi recate in Francia ed Inghilterra, e in quello stesso studio od
universitá di Parigi, che ne fu il centro locale.--Intanto fondavansi in
Italia i centri, gli studi di due altre scienze, della medicina e fisica in
Salerno, e della giurisprudenza in Bologna. La prima sorse lá in un
ospedale de' vicini benedettini di Montecassino, e dalle tradizioni unite
de' greci e degli arabi occidentali, aiutate poi al tempo delle crociate da
quello zelo che fece sorger allora in Palestina e in Europa tanti ordini
spedalieri, tanti spedali e tante lebbroserie.--In Bologna poi, o che ivi o
nella vicina Ravenna si fosser conservati piú codici, piú studio delle
leggi romane, teodosiane e giustinianee, o che si debba attribuire al caso
il nascervi o lo stabilirvisi un primo grande studioso; il fatto sta che da
Irnerio, creduto giá tedesco, or italiano [1150], incominciò ad essere
famoso e frequentatissimo lá quello studio della giurisprudenza, che fu il
nocciolo di quella prima universitá italiana. E seguono immediatamente quei
quattro scolari di lui, Bulgaro, Martino, Ugo e Iacopo, a cui resta nella
nostra storia politica la vergogna d'aver mal applicati i diritti imperiali
romani all'imperio straniero di Federigo I contro alle libertá e
all'indipendenza italiane; ma che con queste stesse applicazioni ai fatti
attuali contemporanei, e colle discussioni e le contraddizioni che
certamente ne sorsero, furono senza dubbio accrescitori, divulgatori della
scienza. Perciocché cosí succede, questa è una delle virtú, questo uno
degli effetti immanchevoli della libertá; che, dov'ella sia sorta, servano
ad essa que' nemici stessi di lei, i quali, non sorta, l'avrebbero impedita
di sorgere. La libertá è generosa; innalza, ingrandisce gli stessi
avversari suoi. E continuò poi in Bologna e da Bologna la serie de'
giurisperiti grandi, rispetto al tempo, in tutto il secolo che seguí fino
ad Accursio [-1260].--E in questi due secoli stessi sorgevano, da lingue
semplicemente parlate o di rado scritte, a lingue giá letterarie, tutte
quelle insieme che si chiamarono «volgari», «romano-barbare», «romanze»; e
che furon principi delle moderne meridionali, spagnuola, provenzale, o
lingua d'«oc», francese men meridionale, o lingua d'«oil», ed italiana o
del «sí». È opinione consueta, che in queste lingue rimanesse tanto piú
dell'elemento latino primitivo, quanto meno di barbaro fosse stato
introdotto giá dagli invasori del secolo quinto. Ma ei parmi che i fatti
non concordino guarí con tale opinione. Perciocché i fatti sono che la
Spagna e l'Italia, le cui lingue serbano piú latino, ebbero piú invasori
che non Francia; e che in questa n'ebbe forse piú la parte meridionale la
cui lingua d'oc serbò parimente piú latino. Né io crederei che sia da
cercar la causa di questa superior latinitá delle lingue spagnuola,
provenzale ed italiana nella maggior antichitá della conquista romana;
perciocché, se tal fosse stata la causa, ella avrebbe dovuto operare
incomparabilmente piú in Italia che non ne' due altri paesi, e in Ispagna
specialmente; mentre all'incontro la lingua spagnuola (a malgrado delle
stesse voci arabe che furono un'introduzione posteriore) è forse ricca di
voci latine al paro dell'italiana, ed è poi indubitabilmente piú latina
nelle desinenze, nel suono. Quindi è forse da attribuire la gran latinitá
delle tre lingue, non al latino propriamente detto, ma alla consanguineitá
primitiva del latino od italico antico coll'antico ligure della Francia
meridionale, coll'antico iberico della Spagna. E questo spiegherebbe pure
alcuni fatti particolari della nostra lingua volgare al sorger suo ne'
secoli decimosecondo e decimoterzo: come (lasciando a un tratto
quell'origine esclusivamente toscana o fiorentina, che da Dante in qua mi
pare abbandonata da ogni mente un po' comprensiva, quella origine la cui
questione si dee separar del tutto dalla questione del purismo od eleganza,
che fu ed è incontrastabilmente in Toscana), come, dico, il volgare
italiano sorgesse a un tempo in Toscana ed all'ingiú in tutta la penisola
meridionale ed in Sicilia, ed anzi in questa forse prima che altrove,
perché queste appunto furono le sedi degli antichi popoli itali e siculi di
famiglia iberica; come in Sardegna, antica e moderna sede di liguri, si
serbassero e si serbino piú che in nessun luogo forse le voci, le
desinenze, i suoni latini; come anch'oggi l'uso della lingua comune
italiana e i dialetti piú vicini ad essa si trovino in quelle stesse
regioni.--Ad ogni modo, comunque cresciute le lingue romanze fino al secolo
decimosecondo, non è dubbio che in tutto questo e nel seguente decimoterzo
il primato tra esse fu delle due lingue francesi, d'oil e d'oc. Né è
difficile a spiegare. Il primato, od anzi ogni grado di dignitá e potenza
delle lingue, viene in ogni secolo dal primato e da' gradi d'operositá
delle nazioni che le parlano. Ora, ne' due secoli decimosecondo e
decimoterzo la grande operositá europea o cristiana fu quella delle
crociate; e nelle crociate furono sommi operosi i francesi. Lá in Oriente,
qua per via, si mescolarono allora le nazioni cristiane, oltre forse ad
ogni mescolanza moderna; e lá e qua trovaronsi forse piú francesi che
tutt'altri insieme, lá e qua dovette quindi parlarsi piú lingua francese
che di tutt'altre. Il fatto sta, che non solamente nella poesia de' troveri
e trovatori (che è notato da tutti), ma anche nella prosa di buonissimi
cronacisti come Ville Hardouin e Joinville (che è tralasciato da molti), le
due lingue francesi precedettero, ebbero il primato sull'italiana; come,
del resto, pur l'ebbe la lingua spagnuola, che si trova quasi perfetta nei
romances e nelle leggi di questi secoli. Che piú? I nostri primi poeti
Folchetto, Calvi Bonaventura e Doria Percivalle di Genova, Nicoletto da
Torino, Giorgio di Venezia, Sordello di Mantova, e Brunetto Latini di
Firenze scrissero in francese lungo tutto il secolo decimoterzo; e san
Francesco dicesi avesse tal soprannome diventato nome dal suo parlar
abituale francese: ed in francese poetarono Federigo II e tutta sua corte
siciliana, prima che vi si poetasse e scrivesse in italiano. Sappiam badare
ai fatti, alle date, se vogliamo spogliare i pregiudizi, rivendicar le vere
glorie nostre. La lingua italiana fu l'ultima ad essere scritta delle
romanze; tanto piú glorioso fu che ella n'uscisse la prima ad essere
scritta, come ognun sa, meravigliosamente.--Adunque, non fu se non
contemporaneamente o poco dopo agli italiani poetanti nei dialetti
francesi, che, ora i medesimi, or altri scrissero ne' dialetti, cioè, piú o
meno, nella lingua comune d'Italia. Poetarono cosí Duoso Lucio pisano
[-1190], Ciullo d'Alcamo in Sicilia [-1200?], Pier delle Vigne il
cancellier di Federigo II [-1248], Guido Ghisilieri di Bologna [-1250],
Dante da Maiano in Toscana [-1275], Nina siciliana [-1280] amica di lui, e
Guido Guinicelli da Bologna [-1276]. Scrissero in prosa nostra Riccardo da
San Germano [-1243?], Guidotto da Bologna [-1257], Niccolò di Iamsilla
[-1268], san Bonaventura [-1274], Niccolò Smerago di Vicenza [-1279],
Ricordano Malaspini [-1281], Dino Compagni [1260?-1323]. Del resto, da
tutti questi principi, da tutti questi nomi parmi chiaro che la storia, non
solamente della nostra coltura in generale ma della stessa nostra
letteratura, si debba incominciare un secolo e mezzo, od anche due, prima
che non si suole; che non sorgessero giá né la lingua nostra né i tre
grandi di essa, quasi proli senza madri create, per una di quelle
generazioni spontanee e subitane, che non esistono né nell'ordine materiale
né nell'intellettuale; che all'incontro lingua e grandi nostri sorgessero,
come succede in tutto, a poco a poco, in mezzo ad altri fratelli e sorelle;
e che se lingua e grandi nostri furon piú grandi poi che non gli stranieri
per due altri secoli, questo lor progresso superiore sia tanto piú
certamente da attribuirsi al solo vantaggio avuto da' maggiori nostri su'
loro contemporanei, al vantaggio della libertá.--Ancora, giá accennammo
esser incominciate esse pure le arti nostre un secolo e mezzo prima di ciò
che si suol dire; e prima fra esse, com'è naturale e come avvenne
dappertutto, l'architettura, che dá luogo poi alla scultura e alla pittura;
e primo monumento di stile e artisti italiani essere stato il duomo di
Pisa. Ed in Pisa parimente sorsero nel 1152 il battistero, opera di
Diotisalvi da Siena o Pisa; e nel 1174 la bella torre, vero museo di
colonnette e ruderi antichi, opera di Bonanno e Tommaso da Pisa; ondeché si
vede che Pisa fu la vera culla dell'architettura, ed anzi di tutta l'arte
italiana. Perciocché questi, ed altri minori, e Andrea pisano maggior di
tutti, che operò in tutta Italia [-1280] e si riaccostò agli antichi
nell'arca di san Domenico, quasi tutti furono scultori non meno che
architetti; e finalmente, un cencinquanta anni dopo l'architettura, un
settanta o ottanta dopo la scultura, nacque pure, cioè si staccò dalla
greca, la pittura italiana, per opera di Giunta pisano, Guido da Siena,
Margaritone d'Arezzo e Cimabue fiorentino [-1300]. Evidentemente, l'arte
italiana incominciò dal duomo di Pisa e Buschetto al principio del secolo
decimosecondo; ed in Pisa primeggiò d'ogni maniera per tutto un primo
periodo, presso a due secoli, fino a Cimabue e Giotto; dai quali non
incominciò se non il periodo secondo di lei, il periodo fiorentino.