34. Coltura del terzo periodo, o secolo di Dante, da Carlo d'Angiò al

ritorno dei papi [1268-1377].--Questo poi fu certamente uno de' periodi

di qualunque nazione, in cui sieno mai progredite piú a un tratto ed

insieme tutte le colture. E Dante fu uno degli uomini che sieno mai

progrediti piú sopra i propri contemporanei. Nato nel 1265, l'anno della

calata di Carlo d'Angiò, cresciuto, educato tra i trionfi della libertá

fiorentina e della parte nazionale, e insieme in sull'aurora del poetare

italiano, in tempi dunque d'ogni maniera propizi allo svolgersi di suo

grande ingegno; preso di gentile e puro amore fin dall'adolescenza,

infelice in esso fin dalla gioventú, provata poesia, ideato e lasciato il

poema giovanile, provata la vita pubblica, e respinto da essa e di sua

cittá per quella moderazione di opinioni, per quell'ardenza nel

proseguirle che tutti gli animi un po' distinti sentono, che i volgari di

qua e di lá, di su e di giú non capiscono e non perdonano; si rivolse,

esulando, allo scrivere, all'idea giovanile, a quel poema di religione,

di filosofia, di politica e di amore, il quale, simile nella forma a

parecchi contemporanei, supera forse in sublimitá e vigor di pensieri,

agguaglia per certo in tenerezza e splendor di poesia ed in proprietá di

espressioni i piú belli delle piú colte etá antiche o moderne; ed in tale

opera, e nell'esiglio, perseverò poi vent'anni fino alla morte [1321].

Noi non celammo l'error politico di Dante, che fu di lasciare la propria

parte buona e nazionale perché si guastava in esagerata, straniera e

sciocca, di rivolgersi per ira alla parte contraria ed essenzialmente

straniera; ed aggiungeremo qui ch'ei pose il colmo a tale errore,

protestando di continuar nella moderazione, affettando comune disprezzo

alle due parti, mentre rivolgevasi a propugnare l'imperio, e nel poema, e

in quel suo libro, del resto mediocre, _Della monarchia_. Ma ciò posto ed

eccettuato francamente, ed eccettuate forse alcune vendette personali

terribilmente fatte con sue parole immortali, Dante e il poema suo restan

pure l'uomo e il libro incontrastabilmente piú virili ed austeri della

nostra letteratura: virile l'uomo, nel saper sopportare le pubbliche, le

segrete miserie dell'esiglio, nel non saper sopportare né le insolenti

protezioni delle corti né le insolentissime grazie di sua cittá, nel

sapere dalla vita attiva, che pur anteponeva ma gli era negata, passare

alacre alla letteraria e farvisi grande: virile poi ed austero il poema

in amore, in costumi, in politica, in istile, e per quella stessa

accumulazione di pensieri che fa del leggerlo una fatica, ma la piú

virile, la piú sana fra le esercitazioni somministrate dalle lettere

nazionali ai molli animi italiani. Quest'esercizio dunque, e non le

opinioni politiche particolari, sovente guaste, sovente contradicenti a

se stesse, è ciò che si vuol cercare, è ciò che si troverá

abbondantemente nel nostro poema nazionale; è ciò che il fa caro a tutti

coloro che si congiungono nel desiderio di veder ritemprati gli animi

italiani; è ciò che il fa odiato e deriso da tutti coloro che ci

vorrebbon tenere nelle nostre mollezze secolari. Farebbe opera feconda di

risultati non solamente letterari, ma morali e politici, chi mostrasse

questo che a me par merito incontrastabile di Dante sopra tutti i nostri

scrittori de' secoli seguenti. Ma egli spicca, forse piú che altrove, al

confronto dei due, i quali insieme con lui son volgarmente detti padri

della nostra lingua.--Petrarca [1304-1374] ha parecchi grandi meriti

senza dubbio: quello d'essere sommo tra quanti poetarono d'amore in tutte

le lingue romanze; quello d'aver cantato d'Italia nobilissimamente e

forse piú giustamente, piú per l'indipendenza, che non Dante stesso; e

quello poi di essere stato non primo (ché fu preceduto almeno da san

Tommaso), ma uno de' primi e piú efficaci cercatori e restauratori degli

antichi scrittori greci e latini. Ma quanto alla poesia amorosa, romanza

o lirica, è a considerare, che non solo ella fu una sola parte, quasi uno

squarcio dell'ingegno di Dante, da lui negletto per salir piú su; ma (ed

importa molto piú) che questo bello e facil genere non sale, non può

riuscire a grandezza mai, non sopratutto innalzare o temprare una lingua,

una letteratura, una nazione; tantoché ne restarono forse stemprate le

stesse poesie nazionali di Petrarca, ne restò stemprato per certo

l'ingegno di lui, il quale fece pochissime di tali poesie, e non seppe

darci un canzoniere nazionale o popolare, come Dante ci avea dato un

poema; tantoché sorse quindi una serie, una folla d'imitatori i piú

fiacchi e piú noiosi che siena stati mai. Del resto, Petrarca portò il

segno della sua inferioritá a Dante, invidiollo; e si vede (senza

scendere agli aneddoti) da ciò, che nei _Trionfi d'Amore e della Fama_

non seppe trovar luogo al piú amoroso e famoso de' suoi contemporanei.

Petrarca fu un gran letterato e nulla piú; non ha quella gloria che sola

può innalzar gli scrittori alla dignitá degli altri servitori della

patria, quella d'aver servito a migliorarla.--D'animo piú gentile, non

invidioso, anzi di quelli che son sensitivi, che trovan piacere alle

grandezze altrui, fu Boccaccio [1313-1375]; ma ei pur fu di quelli in

parte utili, in parte nocivi alla patria. Fu utile anch'esso collo

studiare e cercar codici, autori antichi; e fu utile lasciandoci la vita

del sommo poeta, ed instaurando una cattedra apposta per leggere e

spiegare il sommo poema. E fu gentile poi, fu sommo egli in un altro

genere de' tempi suoi, nelle novelle. Ma ei non fu utile in esse

certamente; e perché non seppe indirizzar quel genere di letteratura a

que' fini morali e politici ai quali fu innalzato poi variamente da

Cervantes in Ispagna, Fénelon in Francia, Walter Scott in Inghilterra,

Manzoni in Italia, e pochi altri; perché all'incontro egli l'avviò a solo

piacere, anzi al piacere talor basso, sovente dissoluto; ed anche perché,

sommo scrittor di prosa de' suoi tempi, ma scrittor per celia, e forse

per celia imitator dello stile fiorito e rotondo di alcuni antichi, egli

incamminò la prosa italiana per quella via dell'imitazione latina, che è

innaturale, antipatica alla nostra lingua priva di casi, ingombra di

particelle staccate. Gran danno fu, per certo, che lo scrittor primo

diventato modello, che il formator di nostra prosa sia stato un

novellator per celia; come fu poi gran vantaggio di una nazione vicina

l'aver avuti a modelli e formatori di sua prosa due severi filosofi e

geometri, un Descartes e un Pascal. Del resto, siffatto danno nostro fu

conseguenza naturale di nostra precocitá, quasi sconto od inconveniente

della gloriosa nostra precedenza nelle lettere; e non si deve quindi

apporre a que' padri della nostra lingua, i quali non potevan essere

progrediti come i padri della francese, venuti quattro secoli piú tardi.

Ma deve apparsi si a tutti que' nostri scrittori posteriori e presenti,

che, or per natural pigrizia, or per istolta affettazione di nazionalitá,

non sanno uscire dalla imitazione de' nostri padri precoci, non ne sanno

imitare gli ingegni vivi, inventivi, larghi, eclettici, accettatori,

cercatori d'ogni bellezza antica, moderna, classica, romantica, nazionale

o straniera, non sanno imitare se non le voci, i modi di dire, i periodi,

i vezzi e quasi le smorfie de' lor modelli, e di quel Boccaccio

specialmente il quale rideva scrivendo, ma riderebbe ora anche piú al

leggere cosí pedanti, pesanti e dislocate imitazioni.--A petto de' tre

sommi scompariscono poi i molti poeti e prosatori loro contemporanei; fra

gli altri Guitton d'Arezzo [-1294?], Brunetto Latini [-1294], Matteo

Spinello, Guido Cavalcanti [-1300], fra Iacopone da Todi, Cecco d'Ascoli

[-1327], fra Domenico Cavalca [-1342], Bartolomeo da San Concordio

[-1347], Francesco da Barberino [-1348], Giovanni [-1348] e Matteo

Villani [-1363], Iacopo Passavanti [-1357], Fazio degli Uberti [-1360];

ed in lingua latina, oltre parecchi di questi, Albertin Mussato [-1330],

Pietro d'Abano medico ed alchimista [nato 1250], Pier Crescenzio filosofo

ed agronomo [-1320], Cino da Pistoia [-1336] e Bartolo [-1356]

giureconsulti. Ma tutto questo era pure un bell'accompagnamento

letterario e filosofico ai tre grandi. La teologia e filosofia

speculativa sole (se non vogliansi contar due donne, santa Caterina e

santa Brigida, morte 1373, 1380) non trovansi guari coltivate in Italia

lungo questo secolo. Ma non che biasimo le ne darem lode. Perciocché non

essendo queste due scienze, come l'altre, indefinitamente progressive, ci

pare che dopo un grandissimo uomo, come fu san Tommaso, sia stato molto

piú opportuno il tacerne e riposarvi degli italiani, che non il

ridisputarne e dividervisi tra tomisti, scotisti e albertisti, che seguí

oltramonti. Né le dispute precedenti, de' nominalisti e realisti, non

eran giunte a turbarci gran fatto; e in generale (salvo poche eccezioni,

di che Dio voglia continuar a guardarci), le astrazioni, le sottigliezze,

le entelechie, le pretese soverchie della metafisica non allignarono

guari mai in Italia; le menti italiane sono limpide di lor natura,

resistono all'appannatura, respingono le nebbie all'intorno. Del resto,

non vorrei esser franteso; Dio mi guardi dal voler respinti que' nostri

grandi e pochi i quali continuano sinceramente l'antica opera di Anselmo

e san Tommaso, l'unione della filosofia e della teologia, della ragione e

della fede, del naturale e del soprannaturale. Ma io rispingerei

volentieri tutti que' disputanti continuatori, que' noiosi imitatori,

que' nocivi esageratori, tutta quella turba di filosofanti, che fanno

uscir lor scienza da' limiti suoi per turbarne la storia, la politica, la

giurisprudenza, l'economia pubblica, la pedagogia, tutte le scienze di

Stato e di pratica. Del resto, avremo pur troppo a tornare a tale

assunto.--Fecersi all'incontro in quell'operosissimo secolo grandi

progressi nell'arti e nelle scoperte geografiche, e grandi invenzioni o

introduzioni. Nell'arti, Cimabue primo [-1300], Giotto secondo ma d'un

gran salto piú su [-1336], volsero ormai decisamente la pittura dalla

imitazione de' greci a quella dell'antico od anche meglio della natura; e

furon seguiti da molti, fra cui principali Taddeo [-1350] ed altri Gaddi,

Andrea [-1380] ed altri Orgagna fiorentini, Simon Memmi [-1344] ed altri

sanesi, Franco bolognese ed Oderisi da Gubbio miniatori. E progredirono

poi nella medesima buona via, da esse giá presa, l'architettura e la

scultura esercitate da quasi tutti i sopranomati pittori, e da Arnolfo di

Lapo [1310], architetto e scultore che ideò e incominciò la bella Santa

Maria del fiore di Firenze; da Giovanni [-1320?] figlio di Nicola pur

architetto e scultore, e da Andrea pisano [1350] scultore della prima

porta del battistero di Firenze. Vedesi quindi continuato, ed accresciuto

della pittura, quell'esercitarsi le tre arti sorelle da' medesimi

artisti, che dicemmo peculiaritá italiana. Piú si va, piú si vede quanto

mirabilmente si volga a tutte le colture l'ingegno italiano; a niuna

forse cosí facilmente e abbondantemente come alle arti del disegno, o

piuttosto a tutte l'arti del bello.--E tutto ciò fu grande senza dubbio;

eppure virilmente, cristianamente, un po' altamente considerando o le

virtú promotrici o gli effetti promossi, tutto ciò dico, fu un nulla se

si compari all'opera di quei grandi viaggiatori, missionari o

commercianti, che sorsero pochi anni prima, e moltiplicaronsi al tempo e

lungo tutto il secolo di Dante. Questi sono i precursori di quell'altro

italiano, piú grande che Dante stesso, di quello che ebbe (salvo forse

Gregorio VII) piú efficacia sui destini del genere umano, di Colombo. La

religion nostra, il suo spirito propagatore, i suoi capi, pontefici

romani, dieder le mosse; il commercio allor ardito, il genio allor

venturiero degli italiani le seguirono. Giovanni da Pian Carpino italiano

fin dal 1246, Andrea di Longimello [1249], Rubruquis olandese (?) e

Bartolomeo da Cremona [1253] monaci e missionari, viaggiarono e

predicarono tra' mogolli; Anzelino domenicano andò ambasciator del papa

al khan di Persia [1254]; e seguí [1270-1295] quella famiglia veneziana

de' Poli, e principalmente quel Marco che visitò, abitò e descrisse poi

Mongolia, Tartaria, Cina ed India, tutta l'Asia de' primi discendenti di

Gengis khan; e che venne a languir poi in un carcere e morire ignoto tra'

pettegolezzi cittadineschi italiani. Seguirono ed esplorarono pur l'Asia

Oderico da Pordenone francescano [1314-1350], Marco Cornaro veneziano

[1319], Pegoletti [1335] e Marin Sanuto [-1325].--E intanto [1202 circa]

Leonardo Fibonacci, un mercatante pisano, ovvero portava egli nella

cristianitá da' saracini che li avevan portati dall'Indie, ovvero faceva

volgari co' suoi scritti que' primi elementi dell'algebra che altri dice

portati o ritrovati da Gerberto papa.--E Flavio Gioia d'Amalfi [1300

circa] introduceva dalle medesime regioni la bussola. Ma anche questa

invenzione o introduzione ci è disputata da' francesi.--E di chiunque

fosse, non fu poi italiana quella poco posteriore della polvere da

guerra. Né, quand'anche n'avessimo luogo, noi disputeremmo qui od altrove

delle nostre glorie dubbiose. N'abbiam tante delle certe! E in somma,

questo secolo di Dante fu certo cosí grande in colture, come il vedemmo

piccolo e cattivo in politica. E fu accennato da Dante che se

n'intendeva.

35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di

Carlo VIII [1377-1492].--I leggitori avranno giá osservato che noi non

seguiamo la divisione per secoli esatti, solita farsi nelle nostre

storie puramente letterarie od artistiche. In queste può giovare tal

divisione piú chiara e piú mnemonica. Ma essendo scopo nostro accennar

le relazioni, le dipendenze d'ogni nostra coltura dalle condizioni e

dai fatti politici nazionali, ci parve piú utile seguir le epoche, le

divisioni giá dateci da questi fatti. Che anzi, se non sia illusione,

ci pare che ne risultino divisioni, periodi piú naturali nella storia

stessa delle colture considerate in sé. Cosí nel periodo testé

percorso, si trovano raccolte né piú né meno le vite dei tre padri di

nostra lingua, e né piú né meno Giotto e gli artisti della scuola

fiorentina primitiva. E cosí poi ora per il periodo che segue

risulterá chiaro nella storia della coltura quell'allentamento di

progresso, che incominciò, non giá, come si suol dire, col secolo

decimoquinto, ma fin dalle morti contemporanee di Petrarca e Boccaccio

intorno al 1375, che durò poi non per quel secolo intiero, ma

solamente fin presso al suo mezzo; dopo il quale s'accelerò di nuovo

il progresso rapidamente, splendidamente per li quattro impulsi che

concorsero a quell'epoca, le due paci religiosa e politica, l'arrivo

de' greci, e la grande invenzione della stampa. In somma, il periodo

da noi qui considerato si suddivide in due andamenti; uno lento,

l'altro rapidissimo; uno mediocre, l'altro grande; ed in coltura come

in politica la cosí detta mediocritá del secolo decimoquinto si riduce

alla prima metá od al primo terzo di esso.--Nella letteratura e in

quelle scienze storiche, filologiche, filosofiche e teologiche, che ne

sono quasi il substrato a cui ella non fa se non aggiunger la forma, e

che mal si separano quindi da essa, i nomi meno oscuri che noi

troviamo dapprima, sono quelli di Iacopo di Dante Allighieri [-1390?];

di Franco Sacchetti [-1400] e ser Giovanni Fiorentino novellatori; di

Baldo giureconsulto [-1400]; di Filippo Villani [-1404] e Leonardo

Bruni aretino [-1444] scrittori di storie; di san Vincenzo Ferreri

[-1419] e san Bernardino da Siena [-1444] scrittori ecclesiastici; di

Agnolo Pandolfini, scrittore del bel _Trattato della famiglia_

[-1446]; e di Burchiello, uno di quegli scrittori triviali che mal si

continuano a porre tra' gioielli di nostra lingua [-1448].

All'incontro, seguono inoltrandosi nella seconda metá del secolo, e

via via piú splendidi, i nomi di Lorenzo Valla latinista ed ellenista

[-1457], di Poggio Bracciolini storico e uno de' piú operosi fra'

molti cercatori e pubblicatori di codici antichi [-1459], di

san'Antonino arcivescovo di Firenze [-1459], del cardinal Cusano

[1464], di Enea Silvio Piccolomini che fu papa Pio II, dottissimo e

variatissimo scrittore [-1464], di Leon Battista Alberti, artista e

primo nostro scrittor d'arti [-1471], di Francesco Filelfo, storico e

poligrafo [-1481], di Luigi Pulci, l'autor del _Morgante_ [-1486], di

Lorenzo de' Medici [-1492], e degli amici di lui Pico della Mirandola

ed Angelo Poliziano morti poco dopo lui [1494].--Cosí pure, ma con piú

splendore nelle tre arti, le quali mal si distinguerebbero ne'

seguenti; Mantegna [nato 1430] Luca della Robbia [1438], Masaccio

[-1443], Filippo Brunelleschi, l'innalzator della cupola di Santa

Maria del fiore di Firenze [-1444], Michelozzo Michelozzi [-1450

circa], Lorenzo Ghiberti, scultor di quelle porte del battistero di

Firenze che furono da Michelangelo dette «porte del paradiso»

[-1455?], Donatello [-1466], Francesco di Giorgio sanese [-1505 o 15],

il beato Angelico [-1455], fra Filippo Lippi [-1469], il Ghirlandaio

[-1493], quasi tutti toscani. Perciocché a tutta Toscana s'estesero

allora le arti; in Toscana fecersi tutti i loro maggiori progressi; in

Toscana son le origini dell'arti come delle lettere, come poi delle

scienze italiane, origini esse di tutte le moderne cristiane; la

Toscana sarebbe il primo paese d'Italia e del mondo, quando non fosse

l'ultimo in quello spirito militare, senza cui nulla dura, nulla

giova, nulla vale, nulla si stima. Perdonino al piemontese.--Intanto,

spargevasi, fioriva piú che altrove in Italia l'invenzione nuova della

stampa. Della grandezza della quale, sentita da tutti, sarebbe

declamazione oramai qualunque cosa si dicesse. Ma gioverá osservare

quanto rapidamente gl'italiani d'allora abbiano saputo appropriarsi

l'invenzione straniera. Fu naturale; straricchi di proprie, non

potevano invidiare, sapevano apprezzare le altrui; operosissimi, non

esitavano, non indugiavano, non vergognavano, non temevano nel

prendere le operositá straniere, come vedrem farsi ne' secoli

peggiorati. Le prime stampe furono di carte da giuoco e santi, talor

con iscrizioni e lettere, scavate in tavola, e fin dal secolo

decimoquarto. Ma le stampe di libri con caratteri metallici e mobili

non si fecero se non nel 1455 a Magonza, per invenzione di Guttemberg,

aiutato in danari da Fust, e nell'opifizio da Schoeffer, tre tedeschi.

E i tedeschi la portarono in Italia dieci soli anni appresso;

Sweinheim e Pannartz in Subiaco nel 1465, e in Roma nel 1467; Giovanni

da Spira in Venezia nel 1469; ed altri altrove. Ma seguono

prontissimamente gl'italiani: Emiliano degli Ursini in Foligno, e

Bartolomeo de Rubeis in Pinerolo, ambi nel 1470; e subito altri in

Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Pavia, Treviso nel 1471 e

1472; e d'anno in anno, in tutta la penisola, moltissimi altri, fra

cui principale Aldo Pio Manuzio in Venezia fin dal 1480.--Del resto,

se i leggitori non sieno stanchi di questi nomi e queste date, le

quali possono pur essere feconde di paragoni e pensieri a ciascuno,

noi ne aggiungeremo qui un'altra serie, la quale sará forse la piú

feconda di tutte; la quale dimostrerá almeno quella similitudine che

dicemmo tra gli ultimi anni della repubblica romana, e questi ultimi

dell'etá dei comuni. In questi dunque, terminanti alla morte di

Lorenzo, nacquero, e, piú o meno, si allevarono, a questi dunque

debbono attribuirsi i maggiori uomini dell'etá seguente: Bramante [n.

1444 circa], Pietro Perugino [n. 1446], Aldo Manuzio [n. 1447],

Leonardo da Vinci [n. 1452], Sannazzaro [n. 1458], Baldassar

Castiglione [n. 1468], Machiavelli [n. 1469], fra Bartolommeo [n.

1469], l'Ariosto [n. 1473], Giorgione [n. 1477], Tiziano [n. 1477],

Berni [-1536], Guicciardini [n. 1482], Raffaello [n. 1483]. I quali

tutti furono protetti, secondati qua e lá in tutta Italia da' papi,

dagli Sforza ed altri signori italiani, ma principalmente da Lorenzo

de' Medici, superiore in ciò o piú felice che il grand'avo, superior

forse a quanti furono mai protettori o promotori di lettere ed arti.

Perciocché egli non era simile a quegli Scaligeri antichi, od a que'

principi italiani de' secoli posteriori, che davan alloggio in

palazzo, e tavola ed abiti, a letterati ed artisti; dava loro, come

amator vero ed intendente egli stesso, consigli, aiuti e soprattutto

occasioni, lasciando lavorare gli scrittori e facendo lavorare gli

artisti; che è il modo certamente migliore, ben che sia preso a

rovescio da tanti, che fanno scrivere, e lascian gli artisti cercarsi

i lavori. Certo che adorno di tali splendidezze e tali nomi il fine

del secolo decimoquinto apparisce superiore in progresso di coltura a

qualunque generazione antica e moderna.--Eppure superiore a tutti

questi è un nome, un uomo solitariamente cresciuto, anzi giá

invecchiato in quest'etá, Cristoforo Colombo. I viaggi e le scoperte

erano state dell'opere piú abbandonate dagli italiani dopo il secolo

di Dante e Marco Polo. I papi erano stati distratti dallo scisma, i

veneziani dalle conquiste continentali in Italia, i genovesi da lor

discordie e loro in sofferenze e della libertá propria e dell'unione

con Milano. I portoghesi ci avean tolto, non che il primato, ogni

opera di scoperte. Aveano inventato l'astrolabio, strumento informe

tuttavia, ma giá aiutante a dirigere il corso dagli astri, e cosí ad

avventurarsi lungi dalle coste, a mutar il cabotaggio in gran

navigazione. L'infante Enrico [1394-1460] ideò, proseguí, non compié

egli la scoperta del giro d'Africa, ma l'avanzò col far riconoscere

via via quella costa occidentale. Dopo lui, continuarono i portoghesi

per la medesima via; nel 1471, passarono l'equatore; nel 1486, Diaz

scopri, e non passò ancora il capo da lui detto delle Tempeste;

passollo Vasco de Gama nel 1494, e chiamollo di Buona speranza. Ma

questa grande scoperta fu preceduta da quella anche maggiore di

Colombo. Nato intorno al 1435 in Genova od intorno, ché non importa

guari, studiò a Pavia, navigò per la sua patria e pe' francesi che la

signoreggiavano, e per gli Angioini che essa aiutava, intorno al 1459.

Capitato a Lisbona intorno al 1470, cioè in sull'ardore delle scoperte

africane, sposò Filippa di Palestrello un venturiero italiano, seguace

giá dell'infante scopritore; s'accese tutto di quelle idee, di quelle

avventure, navigò, abitò a Porto Santo, uno de' nuovi stabilimenti;

studiò, carteggiò con Toscanelli [-1482], un dotto geografo

fiorentino, e dicesi avesse cognizione d'una mappa fatta da fra Mauro

veneziano. E da tutti questi studi, e dalle tradizioni raccolte d'ogni

dove, e da' viaggi di Marco Polo, e da' lavori cosmografici di fra

Mauro, e dalla considerazione della rotonditá della terra, e fin da

alcuni testi biblici, acquistò la persuasione, la certezza: doversi,

navigando ad occidente, capitar prima a un'isola Antilla rammentata da

Aristotele, e poi all'Asia, al Cataio di Marco Polo. Quindi il

proseguire, il darsi tutto a quel pensiero, concepito, dicesi, fin dal

1474. E da tal pensiero passando in altro, quell'anima sublimemente

insaziabile sognava arricchirne, e poi levar un esercito e conquistar

Terra santa alla cristianitá. Visitò un'isola di Tule, che credesi

l'Islanda; propose invano la sua idea a Giovanni II re di Portogallo;

partí di lá nel 1484; dicesi la proponesse nel 1485 a Genova sua

cittá, a Venezia, e ne fosse rigettato. Ad ogni modo venne nel 1486 a

Spagna, al monastero della Rabida presso al piccolo porto di Palos in

Andalusia, dove fu accolto poco men che mendico dal buon priore; ed

onde protetto poi, fu alla corte di Ferdinando ed Isabella re e regina

d'Aragona e Castiglia, che stavan compiendo lor guerra nazionale di

sette secoli contro ai mori. E mandato espor suoi pensieri

all'universitá di Salamanca, e rigettatone; e rigettato e deriso,

indugiato, richiamato, disgustato dalla corte per sei anni intieri,

perdurò e riuscí finalmente a persuadere Isabella, tra l'alacritá

della vittoria dopo presa Granata (2 gennaio 1492). Ai 3 d'agosto del

medesimo anno, ei salpò con tre caravelle dal porto di Palos; e

navigando sessantanove dí, giunse addí 12 ottobre all'isola di San

Salvatore; e, toccate Cuba e San Domingo, tornò a Spagna nel 1493. E

fatto viceré delle Nuove Indie (come si chiamarono allora o poco

appresso), fecevi una seconda, una terza spedizione nel medesimo 1493

e nel 1498, e vi scoprí, oltre altre isole, anche la costa

settentrionale del continente meridionale; tradito, deposto,

incarcerato, incatenato e rimandato a Spagna da Bovadilla, un suo

luogotenente rimastone infame; e fu tenuto in carcere per qualche

tempo nell'ingrata sua patria seconda, e fece poi nel 1502 una quarta

spedizione al medesimo continente, e tornatone, morí nel 1506. Cosí

quell'italiano (il cui coraggio, la cui perduranza, prudenza, bontá e

semplicitá d'animo risplendono meravigliosamente in tutte le sue

azioni, tantoché non si sa, leggendone, s'ei piú s'ami o s'ammiri),

cosí quell'italiano, primo di tanti poi che non poterono dar alla

patria la propria operositá, diedela a Spagna, e con essa il nuovo

mondo. Cosí quell'anno 1492, fatale all'Italia per la morte di Lorenzo

de' Medici, per la chiamata di nuovi stranieri, fu epoca a Spagna ed

alla cristianitá della cacciata de' maomettani dall'Europa

occidentale, e dell'acquisto di tutto un occidentale emisferio. Finiva

l'etá del primato (qualunque fosse) d'Italia; incominciava quella de'

primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi Inghilterra.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE

I

DELLA STORIA D'ITALIA

DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI TEMPI

Dedica pag. 3

Prefazione alla terza edizione 5

Prefazione progettata dall'autore per l'edizione nona 11

LIBRO PRIMO

ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI

1. I tirreni 21

2. Gli iberici 22

3. I celti-umbri ivi

4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie 23

5. I pelasgi; immigrazioni secondarie ivi

6. Continua 24

7. Magno-greci; immigrazioni terziarie 25

8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei ivi

9. I galli, immigrazioni quaternarie 27

10. Roma 28

11. Religioni 30

12. Condizioni politiche 31

13. Colture 33

LIBRO SECONDO

ETÁ SECONDA: DEL DOMINIO DELLA REPUBBLICA ROMANA

1. Origine della grandezza di Roma 39

2. Mezzi; costituzione e mutazioni 40

3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine 41

4. Guerra di Pirro 42

5. Prima guerra punica 43

6. Nuove estensioni ivi

7. Seconda guerra punica ivi

8. Dieci anni di estendimenti 45

9. Séguito e conseguenze ivi

10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre ivi

11. La corruzione, le fazioni interne 46

12. I Gracchi 47

13. Guerra di Giugurta ivi

14. Guerra cimbrica 48

15. Mario, Guerra italica ivi

16. Mario e Silla, Mitridate 49

17. Silla dittatore, e conseguenze 50

18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno 51

19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina ivi

20. Primo triumvirato 52

21. Cesare dittatore 53

22. Agonia, fine della repubblica 55

23. Religione, coltura 56

24. Continua 59

LIBRO TERZO

ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

1. Augusto 65

2. Continua 67

3. Continua ivi

4. Tiberio 68

5. I tre ultimi della famiglia di Cesare 69

6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi ivi

7. Nerva, Traiano, Adriano 70

8. Gli Antonini 71

9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente 72

10. Diocleziano e i successori fino a Costantino 75

11. Il cristianesimo 76

12. Costantino 79

13. I Costantiniani 81

14. Teodosio 83

15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta

dell'imperio 84

16. Coltura antica, idolatra 86

17. Coltura nuova, cristiana 89

LIBRO QUARTO

ETÁ QUARTA: DEI BARBARI

1. Il nesso tra le due storie nostre 95

2. I regni nuovi romano-tedeschi 99

3. Continua 100

4. Continua 101

5. I barbari d'Odoacre 103

6. Teoderico e gli ostrogoti 105

7. Continua 106

8. Continua 107

9. Caduta de' goti 108

10. Continua 109

11. I greci 111

12. I longobardi prima della conquista 112

13. Alboino e Clefi 113

14. I trentasei duchi 115

15. La restaurazione del regno 116

16. Autari ed Agilulfo 117

17. Successioni dei re per un secolo 118

18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti 120

19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi

re longobardi 123

20. Coltura 126

21. Legislazioni 128

LIBRO QUINTO

ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE

1. Carlomagno re 133

2. Continua 135

3. Carlomagno imperatore 138

4. Continua 140

5. I Carolingi 141

6. Continua 143

7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico,

Rodolfo 145

8. Tre re francesi 149

9. Berengario II 151

10. I tre Ottoni 152

11. Continua 152

12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore 156

13. La casa de' Franconi o Ghibellini. Corrado il salico 159

14. Arrigo III 162

15. Arrigo IV 165

16. Coltura 168

LIBRO SESTO

ETÁ SESTA: DEI COMUNI

1. Gregorio VII e l'etá presente, in generale pag. 175

2. Pontificato di Gregorio VII 177

3. Ultimi anni d'Arrigo IV 182

4. La prima costituzione comunale, i consoli 184

5. Arrigo V 189

6. Lotario 191

7. Corrado II 194

8. Federigo I imperatore; la guerra d'indipendenza 196

9. Continua 199

10. Continua 204

11. Continua 204

12. Il secondo periodo della presente etá. Governo

delle cittá 209

13. Fine di Federigo I, Arrigo VI 211

14. Filippo e Ottone 212

15. La quarta crociata, il principio del secondo

primato italiano nel Mediterraneo 215

16. Federigo II 218

17. Fine degli Svevi 224

18. Il terzo periodo della presente etá in generale 226

19. Re Carlo I d'Angiò 228

20. Re Carlo II d'Angiò 233

21. Re Roberto d'Angiò 236

22. Le compagnie, i condottieri 241

23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti 246

24. Il quarto periodo della presente etá in generale 250

25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano 252

26. Giovanni Maria Visconti secondo duca 255

27· Piemonte. Casa Savoia. Amadeo VIII 258

28. Filippo Maria Visconti 261

29· Francesco Sforza, quarto duca di Milano 266

30· Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano 272

31. Gian Galeazzo Sforza, sesto duca di Milano 273

32. Coltura dell'etá dei comuni in generale 278

33· Coltura dei due primi periodi di quest'etá,

da Gregorio VII a Carlo d'Angió 281

34. Coltura del terzo periodo o secolo di Dante, da Carlo

d'Angiò al ritorno dei papi 285

35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi

alla chiamata di Carlo VIII 291

End of Project Gutenberg's Della storia d'Italia, v. 1-2, by Cesare Balbo

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 25 / 25 段