29. Francesco Sforza quarto duca di Milano [1447-1466]. Il ducato era stato

dato a' Visconti in feudo mascolino; niuna femmina, niun discendente o

marito di femmine, v'avea diritto. Tuttavia vi preteser cosí parecchi; il

duca di Savoia, il duca d'Orléans e Francesco Sforza. I milanesi si

rivendicarono in libertá, restituirono il comune o repubblica, ma non

seppero ordinare armi proprie a difenderla; assoldarono i migliori

condottieri, due Sanseverini, Bartolomeo Coleoni, due Piccinini figli di

Niccolò [morto nel 1444], e Francesco Sforza stesso. L'Orléans assaliva dal

Piemonte, prendeva Asti, e la serbava poi; i veneziani continuavan la

guerra incominciata contra il Visconti e passavan l'Adda. Sforza vincevali

e rivincevali costí e sul Po, tre volte in un anno [1448]; ma faceva poi

pace con essi, a patto d'esserne aiutato alla signoria di Milano [1448]; e

cosí alzava lo stendardo contro alla repubblica, indebolita giá per sue

pretese a serbar le cittá suddite. Perciocché, il nome di «libertá» è bello

ed attraente senza dubbio; ma a chi la vuol per sé e la toglie altrui, il

nome sta troppo male in bocca e non tira nessuno. E perché cosí facevano di

lor natura tutte le cittá o repubblichette del medio evo, perciò poche

poterono fondare Stati grossi. Insomma, le cittá del ducato apriron le

porte allo Sforza, e Milano restò quasi sola. Nel 1449 fece con Venezia un

trattato a cui lo Sforza accedé, ma per poco. Anzi, riprese l'armi, tagliò

le vettovaglie a Milano; e il popolo si sollevò, e addí 26 gennaio 1450 gli

aprí le porte e riconobbelo per duca.--E qui v'ha chi piange, e dice

perduta una grande occasione di collegarsi le tre repubbliche di Milano,

Venezia e Firenze per l'indipendenza di tutta Italia; e certo s'ei vuol

dire che elle avrebbero dovuto ciò fare, io consento per questa come per

qualunque altra occasione. Ma il fatto sta che le repubbliche o comuni o

cittá, furono, piú che non gli stessi signori, discoste sempre da tali

idee; e che la storia de' quattro secoli addietro dimostra la loro

incapacitá ed all'indipendenza ed alla libertá stessa; e che qui appunto,

da questa metá del secolo decimoquinto, da questo ascendere dello Sforza

alla signoria, incomincia un periodo, pur troppo breve, non arrivante a

mezzo secolo, ma che fu forse il piú felice, il piú vicino all'indipendenza

compiuta, certo il piú fecondo di grandezze e splendori che sia stato mai

all'Italia, dopo il vero imperio romano. E il fatto sta che la

preoccupazione repubblicana fece a molti travedere ed anche travisare la

storia d'Italia; li fece quasi per disprezzo tralasciare di studiare e

notare la storia di que' grandi principati italiani, che si vennero

apparecchiando fin da quest'epoca, che durarono d'allora in poi, e durano,

che hanno quindi per noi un interesse molto piú attuale. Siffatte

preoccupazioni esclusive, siffatte trascuranze volontarie od involontarie

di tutta una serie di fatti, sono fonti di miseri errori, grettezze in

tutti gli studi; nella storia, nella scienza de' fatti, sono distruzione

della scienza intiera.--E studiando dunque i principati non meno che le

repubbliche, noi noteremo fin di qua, che qui si vede la gran differenza

tra un principe assoldator di condottieri, e un principe condottiero lui

stesso. Quattro anni bastarono a Francesco, principe nuovo ma militare, per

finir quelle guerre che avean occupata tutta la vita di Filippo Maria,

principe antico ma non militare. Nel 1454 fu firmata una pace, stabile

oramai, che fermò, limitò gli Stati di Milano e Venezia, quali li vedemmo

fino a' nostri dí. Francesco signoreggiò poi tranquillo, glorioso,

splendido altri dodici anni; e negatagli l'investitura da Federigo

d'Austria, non se ne curò; offertagli per danari, la ricusò.--Costui era

disceso nel 1452, ed avea fatti gli Estensi duchi di Modena e Reggio, cosí

innalzando un altro de' principati duraturi; e scansata Milano, erasi fatto

incoronar a Roma, non solamente imperatore, ma, contra l'uso, re d'Italia,

da papa Niccolò V troppo condiscendente; poi era risalito. Nel 1453,

Stefano Porcari, un gentiluomo romano, che poc'anni addietro,

nell'interregno della elezione di Niccolò, avea propugnati i diritti di

libertá del popolo romano, fece una congiura di fuorusciti, rientrò con

trecento una notte in una casa; fu tradito, accerchiato, preso,

appiccato.--In quest'anno medesimo si compiè la gran vergogna e calamitá

della cristianitá europea; fu presa Costantinopoli da Maometto II e i

turchi; e cosí finí l'imperio greco, orientale, romano, quella reliquia,

lungamente superstite, della civiltá antica. Quindi si sparsero i turchi

tra pochi anni nelle province greche dell'Eusino, del Danubio, di Atene,

della Morea e nelle isole; facendovi servi, «giaurri», i milioni

d'abitatori cristiani. Spaventossene la cristianitá, ma non se ne mosse;

non avea piú quel fior di zelo cristiano che avea mosse le crociate; non

ancora quello zelo di civiltá che la muove, benché tanto discordemente

epperciò lentamente, a' nostri dí. E giá fin d'allora lo zelo commerciale

superava qualunque altro, faceva prendere i mezzi termini. Nell'anno della

conquista, Venezia fece col barbaro conquistatore un trattato di pace,

d'alleanza e buon vicinato, per salvare i suoi stabilimenti, i suoi scali,

e a capo di essi il bailo ambasciadore, consolo, giudice de' cittadini

veneziani lá sofferti. Trovasi menzione d'una lega italiana ideata tra il

1454 e il 1455; ma furon parole: gl'interessi minori ma presenti fecero

lasciare i maggiori e lontani. Fu nuova vergogna e danno alla cristianitá;

danno poi particolare all'Italia, in cui saran sempre sogni le

confederazioni immaginate in generale, senza scopo, senza occasione; in cui

le occasioni sole posson condurre alle leghe temporarie, e queste sole, se

mai, a qualche confederazione perenne; in cui dunque dovrebbesi prender

come benefizio della Provvidenza qualunque occasione di far leghe, piccole,

grosse, temporarie o durature. Ad ogni modo spargevansi in Italia

letterati, filosofi, reliquie di quella reliquia; a' quali fu mal

attribuito il fior delle nostre lettere giá fiorenti spontanee da duecento

anni, a cui è tutt'al piú da attribuir l'esagerato affetto alle cose

antiche che seguí. Furono accolti principalmente da Cosimo de' Medici e da

Niccolò V, il quale morí poi due anni appresso, e, dicono, di dolore

[1455].--Successegli Calisto III, uno spagnuolo, un primo Borgia, ottimo

papa, che occupò il breve pontificato in confortar invano la cristianitá

contro a' suoi nemici naturali. E morto esso [1458], succedette Pio II

(Enea Silvio Piccolomini) un dotto ed elegante uom di lettere, che diede

due buoni esempi: lasciar le lettere per li fatti quando s'arriva a

potenza, e condannar gli scritti propri quando non si trovan piú buoni.

Volsesi poi tutto anch'egli a riunire e confortar contro a' turchi la

cristianitá. Venezia fu costretta [1463] a romper guerra per le sue

possessioni stesse in Morea; e allora fece alleanza con Mattia Corvino re

d'Ungheria e grand'uomo, col duca di Borgogna uomo ambizioso che volea

porsi a capo della crociata, e con Giorgio Castriotto sollevator degli

albanesi. Ma morirono Pio II [1464], e il Castriotto [1466]; e tutto quel

rumore cessò, e Venezia che s'era voluta isolare nella pace, rimase

meritamente sola alla guerra. Nel papato successe Paolo II (Pietro Barbo

veneziano).--Intanto [1456] era succeduta in Venezia una nuova di quelle

misteriose tragedie a lei peculiari o simili solamente a quelle del

serraglio o dell'altre corti orientali. Dogava dal 1423, cioè dall'epoca

delle ambizioni, delle conquiste, delle glorie di sua patria, Francesco

Foscari, il piú glorioso principe che Venezia avesse avuto da Enrico

Dandolo in qua. Eppure, fin dal 1445 gli era stato perseguitato, torturato,

esiliato il figlio Iacopo, accusato da un vil fuoruscito fiorentino d'aver

toccato danari dal Visconti. E fu riaccusato di assassinio, ritorturato,

riesiliato cinque anni appresso. E fu accusato, torturato una terza volta

per una lettera di lui al duca di Milano; scritta apposta, disse il

miserando giovane, per essere cosí ricondotto dall'esilio, e ricomprare con

quelle torture l'invincibil brama di riabbracciar i parenti decrepiti, la

dolce moglie, i figliuoli. E per la terza volta fu ricacciato, e morí

lontano. Quindici mesi appresso, il vecchio glorioso, ma certo rimbambito,

posciaché soffrí di regnare dopo tutto ciò, fu deposto; e al sonar della

campana grossa che annunciava l'incoronazione del successore, morí di dolor

d'ambizione colui che non avea saputo morire di dolor di padre [1457]. Che

libertá, che repubbliche, che aristocrazie!--Con gloria piú incolume, morí

[1458] Alfonso il magnanimo. Benché signor di altri regni in Ispagna, non

avea piú lasciato quello delle Due Sicilie da trentott'anni; v'avea

combattuto a lungo, l'avea pacificato, ordinato, fatto riposare e

risplender d'arti e di lettere; e compié i suoi benefizi a' sudditi

napoletani, lasciando i regni spagnuoli e Sicilia a Giovanni suo fratello,

ma Napoli distaccato, a Ferdinando suo figliuolo naturale. Se non che, qui

come ad ogni altra occasione passata, presente o futura, lamenteremo sempre

qualunque sminuzzamento del bello ed util Regno di qua e di lá dal faro,

come di qualunque altro Stato italiano esistente. Ma che giova? Mentre si

disperano e cercano riunioni l'une difficili, l'altre impossibili, si

sminuzza ciò che è giá riunito. Sogni ed ire, sempre la medesima storia.

Non solamente il desiderabile proseguito in luogo del possibile; ma niun

criterio a distinguere ciò che sia desiderabile veramente, niuna costanza a

desiderar le medesime cose; inconseguenza, inconsistenza,

passioni.--Ferdinando poi non valse il padre: s'inimicò i baroni; e questi

chiamarono un duca di Calabria figlio di Renato d'Angiò, che scese e si

mantenne parecchi anni nel Regno. Ferdinando fu mantenuto dalla sapienza

politica dello Sforza e di Cosimo de' Medici, che non vollero introdurre un

nuovo straniero in Italia; ma si deturpò peggio che mai colle vendette, e

col tradimento che fece a Iacopo Piccinino, accarezzandolo, traendolo a sé,

ed uccidendolo, a modo di Venezia con Carmagnola [1465].--Pochi mesi

addietro era morto Cosimo de' Medici il gran cittadino di Firenze, il

grande autore e conservator della pace in sua cittá e in Italia. Avea

governato per mezzo di sua parte giá democratica, poi meno aristocratica,

poi aristocratica sola; né aveva usurpati, o nemmen ritenuti carichi; anzi

li avea dati e mantenuti a Neri Capponi, a Luca Pitti, a tutti i grandi

minori di lui; avea portato il segno della vera e rara grandezza, non aveva

avute invidie. Non vi fu sangue al tempo suo; pochi di quegli stessi

esigli, i quali son forse inevitabili nelle repubbliche, dove qualunque

cittadino presente può forse esser potente; mentre ne' principati puri è

facilissimo annientar un suddito, presente come assente. Ed a malgrado di

tutto ciò, Cosimo è da alcuni vituperato quasi tiranno, perché, volente o

non volente (chi può saper le intenzioni?), egli apparecchiò le vie a'

discendenti che tiranneggiarono cinquanta o sessant'anni dopo lui. Ma il

fatto sta, che ei governò la repubblica, primo sí, ma non principe, ed

anche meno tiranno; ch'egli ottenne da' contemporanei il nome di «padre

della patria»; ch'ei somigliò a quanti grandi cittadini furono nelle piú

splendide repubbliche antiche, e superò forse quanti furono nelle italiane.

Quando saprá l'Italia far giustizia tra i veri e i falsi grandi suoi? Forse

non prima che ella sia compiutamente libera. Intanto par che corra quasi un

impegno di abbassare i veri grandi e d'innalzare i piccoli di nostra

storia. Sarebb'egli per ridurli tutti insieme alla misura di nostra

mediocritá? Vi badino coloro che han credito sull'opinione patria. Forse

per gran tempo ancora non si potrá in tutta Italia dare a coloro che la

servono, ciò che ogni generoso fra essi desidera naturalmente piú, i mezzi

di piú e piú servirla, la potenza; per gran tempo ella non avrá altro

premio a dar che le lodi; sappiamo almeno non negarle né

avvilirle.--L'ultimo a morire di questa gran generazione del mezzo del

secolo decimoquinto fu Francesco Sforza [1466]. Due anni innanzi, Genova,

che dal 1458 aveva ridonata la signoria a Francia, abbandonata da questa,

l'aveva donata a lui. Cosí morí Francesco nel colmo di sua fortuna; uomo

meno incolpevole certamente, ma non minor principe egli, che Cosimo gran

cittadino; la loro amicizia serbò allora la pace d'Italia, e li onora

presso ai posteri amendue.

30. Galeazzo Sforza quinto duca di Milano [1466-1476].--Fu poi uno di

que' fatti indipendenti forse da ogni colpa umana, ma gravidi di mali

ad ogni modo, che a tutti que' grandi della metá del secolo

decimoquinto succedessero uomini di gran lunga minori; a Francesco,

Galeazzo Sforza figliuolo di lui; a Niccolò V e Pio II, Paolo II; ad

Amedeo VIII di Savoia, Luigi ed Amedeo IX il beato; ad Alfonso il

magnanimo, Ferdinando il bastardo; a Cosimo de' Medici,

Piero.--Questi, fin dal secondo anno [1466], fece o lasciò esiliare

molti cittadini; ond'essi, unitisi agli antichi fuorusciti, e a

Bartolomeo Coleoni condottiero, fecero contro alla patria una di

quelle imprese, dove si spera e non si trova poi l'aiuto del popolo

[1467]. Del resto, sopravisse la pace fondata da que' grandi. Italia

posava, Italia avrebbe piú che mai potuto far la lega contro a'

turchi; e molto se ne trattò; e se ne firmò una a Roma, nel 1470, tra

papa Paolo II, Luigi marchese di Mantova, Guglielmo marchese di

Monferrato, Amedeo IX duca di Savoia, Siena, Lucca e Giovanni

d'Aragona. Ma, oltre alle feste che se ne fecero, non n'uscí nulla, e

fu lasciata Venezia sola proseguire con varia fortuna la guerra, che

avrebbe potuto e dovuto essere nazionale. E cosí avviene sempre ed

avverrá, finché si ricadrá in questo vizio femminile e da bimbi, di

festeggiare ciò che si spera e non si sa compiere poi, di sciupare in

feste quello che rimane d'operositá.--Poi, come succede nelle paci

subitane dopo grandi moti, quando restan disoccupati a un tratto e

malcontenti molti animi irrequieti, seguiron parecchi anni, che si

potrebbon dire i classici delle congiure italiane, gli anni che

gioverebbe studiare, per vedere a che elle montino, che ne risulti.

Tre ne furono nel solo 1476, l'anno millenario della distruzione

dell'imperio antico. Quanto lenta ancora era progredita la civiltá!

Una di quelle tre fu in Genova, di un Gerolamo Gentile che volle

liberarla dal giogo milanese, e riuscí ad impadronirsi delle porte,

poi soggiacque. Un'altra in Ferrara (testé dal papa innalzata a ducato

in favor degli Estensi giá duchi di Modena), dove Niccolò d'Este

s'intromise con una mano di fanti per cacciare il duca Ercole, e

soggiacque, e fu decapitato egli, impiccati venticinque compagni.

Finalmente, una in Milano, dove tiranneggiava Galeazzo tra le crudeltá

e le libidini, da dieci anni. E contro tal tirannia doveva riuscire e

riuscí la congiura; ma a danno de' congiurati, non men che del

tiranno, a danno forse della cittá patria, e certo poi della intiera

patria italiana. Tre giovani, un Olgiati, un Visconti ed un

Lampugnani, giustamente adirati della tirannia, stoltamente istigati,

dicesi, da un Cola Montano letterato e filosofo all'antica,

s'esercitarono alla milizia, si confortarono alla religione, e

tradiron l'una e l'altra esercitandosi al pugnale. Poi, addí 26

dicembre 1476, aspettarono il tiranno nella chiesa di Santo Stefano, e

com'ei s'avanzava tra due ambasciadori, se gli appressarono, e lo

trafissero. Furono fatti a pezzi lí dalle guardie, Lampugnani,

inceppatosi tra i panni delle donne inginocchiate, e pochi passi

discosto, il Visconti. N'uscí solo l'Olgiati a gridar libertá; ma non

fu ascoltato da nessuno, fu rigettato da suo padre stesso, si nascose,

fu scoperto, imprigionato, scrisse sua confessione, e morí straziato e

vantando il proprio fatto. Ed allo Sforza ucciso succedé

tranquillamente Gian Galeazzo suo figliuolo, fanciullo, sotto la

tutela di Bona di Savoia, madre di lui; e si vedrá qual destino egli

avesse poi, e qual traesse a tutta Italia.

31. Gian Galeazzo Sforza sesto duca di Milano [1476-1492].--Corsi due

anni, avvenne una quarta congiura, essa pur fatale alla libertá. A

Pier de' Medici, morto nel 1469, eran succeduti Lorenzo e Giuliano,

figliuoli di lui, nelle ricchezze e nella potenza indeterminata di lor

famiglia. Amendue giovani eleganti, generosi, dilettanti. promotori di

lettere ed arti come l'avo; ma men che lui liberali di quella potenza

pubblica, la quale par sommo bene ai popoli, ed anche piú alle

aristocrazie libere. I Pazzi, stretti di parentele co' Medici, erano

stati de' principali chiamati al convito di potenza da Cosimo; furono

ora de' principali esclusi. Accomunarono gli odii col Salviati vescovo

di Firenze, co' Riari nipoti di papa Sisto IV (Della Rovere, succeduto

a Paolo II fin dal 1471), e dicesi col papa stesso, oltre altri

minori. Congiurarono, appuntarono vari luoghi a pugnalar i Medici, e

gridar libertá; e fallite loro altre occasioni, appuntaron la chiesa,

come s'era fatto allo Sforza. Pare impossibile, ma è certo; avvi una

contagiositá dei delitti; e tanto piú, quanto piú eccessivi. Addí 26

aprile 1478, in mezzo alla messa udita da' due fratelli, al segno

dell'elevazione, un Bandini trafigge Giuliano, un Pazzi pure gli

s'avventa con tal impeto, che trafigge se stesso; mentre un Antonio da

Volterra manca il colpo su Lorenzo, che si difende colla cappa e

rifugge in sacrestia. Ciò veduto, e che il popolo fiorentino

inorridiva invece di sollevarsi, il Bandini fuggí di cittá, d'Italia,

dalla cristianitá, a Costantinopoli. Intanto il vescovo Salviati, che

dovea prendere il palazzo della Signoria, separato per un caso da'

compagni giá introdottivi, s'era turbato e scoperto; e preso esso ed

essi dal gonfaloniero, e chi scannato lí, chi sbalzato dalle finestre,

furono ivi appiccati il vescovo con due cugini suoi, e Iacopo

Bracciolini, figlio del famoso letterato. La congiura era spenta. Si

spense dopo essa, come succede, molto di libertá fiorentina, e, che

forse fu peggio, quell'unione degli Stati italiani, la quale era stata

fondata da' grandi uomini della penultima generazione, mantenuta dagli

stessi minori dell'ultima. Lorenzo, rimasto solo alla potenza

repubblicana, la rivolse poco meno che in signoria; non risparmiò

supplizi, non rispettò la costituzione dello Stato. E tutta Italia se

ne turbò. Il papa scomunicò Lorenzo e la Signoria per l'uccisione del

vescovo Salviati, e s'uní con Ferdinando di Napoli e con Siena contra

Firenze. Federigo, duca di Urbino, fu condottiero della lega; Ercole

d'Este, de' fiorentini, che al solito non avean grandi uomini di

guerra tra lor cittadini. Bona di Savoia, reggente il ducato di

Milano, era sola alleata loro. Ma le furon suscitati nemici in casa e

intorno. Nel medesimo anno i genovesi scossero la signoria di Milano,

e rifecersi un doge cittadino. Poi (1479), scesero svizzeri, e vinsero

i milanesi a Giornico. E finalmente, Ludovico il moro (il gran

traditor d'Italia poi), lo zio del fanciullo Galeazzo, dichiaratolo

maggior d'etá, tolse a Bona e prese egli la potenza che tenne sempre

poi. Intanto, i fiorentini, sconfitti al Poggio imperiale, erano

all'ultimo. Allora Lorenzo, che non era stato buono a far il capitano,

mostrossi buono e coraggioso uomo di Stato. Entrato in negoziati, e

veduto di non poter conchiudere co' capitani della lega, e che il

tempo pressava, fu egli stesso a Napoli, a quel Ferdinando che

poc'anni addietro avea finiti i suoi negoziati col Piccinino con

tradirlo ed ucciderlo. La cosa riuscí a Lorenzo; conchiuse pace con

Ferdinando [1480], e tornò in trionfo a Firenze, che ne fu piú che mai

sua. E tanto piú che, del medesimo anno scesi i turchi ad Otranto, il

papa se ne spaventò, e fece pace anch'egli. I turchi furono cacciati

[1481].--Ma in breve fu suscitata nuova guerra da quel vizio che

veniva sorgendo ne' papi di far principi i lor parenti, quel vizio a

cui fu quindi inventato il nome di «nepotismo». Non pochi principati,

Milano, Savoia, Modena e Ferrara, Mantova, Urbino, s'erano costituiti

ultimamente, crescendo di grado gli uni per concessioni imperiali, gli

altri per concessioni pontificie. Questo destò ne' papi la nuova

ambizione, il nuovo vizio del nepotismo che guastò da Sisto IV in poi

tanti papi; che, per quasi un secolo, fu arcano o piuttosto sfacciata

massima di lor politica, ed abbandono della grande e nazional politica

papale, proseguita da' loro gloriosi predecessori; che diminuí poi,

diminuita la potenza de' papi, ma' fu anche allora impiccio,

impoverimento del loro Stato; e che nell'un modo e nell'altro, essendo

vizio il piú anticanonico di tutti, ambizione personale, piccola,

interessata, e tanto minore delle grandi ed ecclesiastiche ambizioni

dei Gregori e degli Innocenzi, conferí forse piú che null'altro a

diminuir la dignitá, la potenza del papato nella pubblica opinione per

tre secoli, fino all'immortal Pio VII. Sisto IV voleva far uno Stato

al nipote Riario. Collegossi con Venezia per ispogliar gli Estensi e

dividersi loro Stati, Napoli, Milano e Firenze, cioè Ferdinando,

Ludovico e Lorenzo collegaronsi per difenderli [1482]. Seguirono

intrighi, alleanze nuove, minacce; e morí tra esse Sisto IV, lasciando

Gerolamo Riario signor d'Imola e Forlí [1484]. Successegli Innocenzo

VIII (Cibo di Genova); perciocché questa del nepotismo è la ragione,

che ci sforza a notar i casati di questi nuovi papi, cosí diversi da

quegli antichi che non avevano famiglia se non, come pontefici, la

Chiesa; e come principi, la parte nazionale d'Italia. E quindi io non

so non trattenermi ancora a notare quella che mi pare anche qui non

giusta distribuzione di lodi, quell'errore d'inveire contro agli

antichi papi italiani, italianissimi, per lodare, blandire o scusar

almeno questi nuovi, splendidi sí sott'altri aspetti, ma cattivi

italiani, arrendevoli a qualunque straniero li aiutasse a collocar lor

nipoti. Che gli scrittori stranieri facciano tal errore, è naturale;

parlan per essi: sappiamo anche noi parlar per noi, o piuttosto (né è

a disperar che si faccia un dí nella civiltá progredita) parliamo

tutti per quel principio politico sommo, di difendere o promuovere in

casa, di rispettare ed aiutare fuori la nazionalitá d'ogni nazione.

Papa Cibo non fu migliore, anzi peggiore del predecessore; nepotista

al par di lui; e di piú, depravato di costumi, altra novitá, altro

scandalo aiutato re e accrescitor del primo. Seguono negoziati,

guerre, paci e congiure ed assassinii per interessi privati, piú che

per comuni: una guerra d'Innocenzo contra Ferdinando e fiorentini, ed

una pace del 1486; un matrimonio tra una figliuola di Lorenzo de'

Medici e Franceschetto Cibo, a' cui posteri rimase quindi il ducato di

Massa-Carrara; Gerolamo Riario, pugnalato da tre capitani suoi [1488].

La sua vedova seppe conservar il principato a lor figlio; ed ella

sposò poi Giovanni de' Medici, detto delle «bande nere», che vedremo

ultimo de' condottieri italiani, primo de' fiorentini, e padre a

Cosimo granduca. E fu pugnalato [1489] Galeotto Manfredi, ma rimase

pure ad Astorre suo figliuolo la signoria di Faenza. Piú che mai si

vede l'inutilitá dei delitti: le cose continuano ad andare, mutati i

nomi, per il lor verso; e continuarono allora per quello dei

principati fermi ereditari. Il solo acquisto che se ne facesse, fu

d'infamia. Appressavansi gli anni che l'Europa civile tutta quanta si

versò sull'Italia; e quando costoro (che non eran pure di civiltá

avanzata né severa, ma perfidi ingannatori, politici a guisa di Luigi

XI, Comines, Carlo il temerario di Borgogna, Arrigo VIII, Fernando

cattolico ed altri simili) trovarono generazioni d'italiani piú

perfidi, piú scelleratamente abili, piú congiuratori, piú pugnalatori

che non essi; essi si scandalizzarono, come fanno volentieri i cattivi

de' peggiori; e riportarono a lor case, e tramandarono di generazione

in generazione il mal nome della perfidia italiana. Noi paghiamo il

fio delle colpe de' maggiori. È giustizia? Non lo so. Certo, è

abitudine, e sará finché duri mondo. E noi non saremo ammessi a

lagnarcene, finché si rinnoveranno, men frequenti che a' secoli

decimoquarto o decimoquinto, ma troppe ancora pel decimonono, simili

nefanditá. Né queste poi torceranno il secolo nostro dalle monarchie

rappresentative, piú che quelle dei maggiori torcessero il loro dalla

signoria assoluta.--Ad ogni modo, l'etá dei comuni repubblicani è qui

finita. Firenze, Siena, Lucca, Genova, Venezia sopravvivon sole.

Coloro che prolungano l'etá repubblicana quarant'anni ancora, fino

alla caduta di Firenze, la potrebbon prolungare sessanta, fino a

quella di Siena, o fino a' nostri dí, quando caddero le tre ultime;

ovvero dir che durano le repubbliche anch'oggi, in San Marino. In nome

d'Italia, lasci di guardare ciascuno all'idolo suo; guardiamo alla

patria tutta intiera, alla condizione universale, alle importanze

principali, anche scrivendo.--E cosí facendo, concorderemo poi con

tutti gli scrittori contemporanei in dire: principio, èra dei nuovi

guai d'Italia, del massimo di tutti, la venuta di nuovi stranieri che

seguí d'appresso alla immatura morte di Lorenzo de' Medici (all'etá di

quarantaquattro anni, 8 aprile 1492). Come gran cittadino

repubblicano, Lorenzo non pareggiò Cosimo certamente: fu men modesto,

s'accostò piú al principato; e cosí, invece di quel gran titolo di

«padre della patria», non gli rimase che quello, volgare allora, di

«magnifico». Com'uomo di Stato poi e grande italiano, se Cosimo fu

l'inventore, l'ordinatore della grande unione di Milano, Firenze e

Napoli (quell'unione, quella politica che valse, che fu una vera

confederazione italiana), Lorenzo ebbe pure il merito di mantenerla in

condizioni fors'anche piú difficili, con uomini certamente molto

minori, anzi cattivi; di serbarla, quando pericolante; di rinnovarla,

ad ogni volta che si venne guastando. E il fatto sta, che mutando nomi

o luoghi speciali, secondo le occorrenze, questa unione di tre grandi

principati nazionali del settentrione, del mezzo e del mezzodí

d'Italia, è forse la sola confederazione possibile in Italia, la sola

che possa salvare o rivendicare mai la nazionalitá di lei. Certo, era

la sola a que' dí; e, spento Lorenzo, ella si spense fino a' nostri. E

quindi incominciò l'etá degli Stati italiani sotto le preponderanze

straniere combattute, pazientate, equilibrate, e ad ogni modo duranti,

e durature Dio solo sa fino a quando.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 23 / 25 段