dato a' Visconti in feudo mascolino; niuna femmina, niun discendente o
marito di femmine, v'avea diritto. Tuttavia vi preteser cosí parecchi; il
duca di Savoia, il duca d'Orléans e Francesco Sforza. I milanesi si
rivendicarono in libertá, restituirono il comune o repubblica, ma non
seppero ordinare armi proprie a difenderla; assoldarono i migliori
condottieri, due Sanseverini, Bartolomeo Coleoni, due Piccinini figli di
Niccolò [morto nel 1444], e Francesco Sforza stesso. L'Orléans assaliva dal
Piemonte, prendeva Asti, e la serbava poi; i veneziani continuavan la
guerra incominciata contra il Visconti e passavan l'Adda. Sforza vincevali
e rivincevali costí e sul Po, tre volte in un anno [1448]; ma faceva poi
pace con essi, a patto d'esserne aiutato alla signoria di Milano [1448]; e
cosí alzava lo stendardo contro alla repubblica, indebolita giá per sue
pretese a serbar le cittá suddite. Perciocché, il nome di «libertá» è bello
ed attraente senza dubbio; ma a chi la vuol per sé e la toglie altrui, il
nome sta troppo male in bocca e non tira nessuno. E perché cosí facevano di
lor natura tutte le cittá o repubblichette del medio evo, perciò poche
poterono fondare Stati grossi. Insomma, le cittá del ducato apriron le
porte allo Sforza, e Milano restò quasi sola. Nel 1449 fece con Venezia un
trattato a cui lo Sforza accedé, ma per poco. Anzi, riprese l'armi, tagliò
le vettovaglie a Milano; e il popolo si sollevò, e addí 26 gennaio 1450 gli
aprí le porte e riconobbelo per duca.--E qui v'ha chi piange, e dice
perduta una grande occasione di collegarsi le tre repubbliche di Milano,
Venezia e Firenze per l'indipendenza di tutta Italia; e certo s'ei vuol
dire che elle avrebbero dovuto ciò fare, io consento per questa come per
qualunque altra occasione. Ma il fatto sta che le repubbliche o comuni o
cittá, furono, piú che non gli stessi signori, discoste sempre da tali
idee; e che la storia de' quattro secoli addietro dimostra la loro
incapacitá ed all'indipendenza ed alla libertá stessa; e che qui appunto,
da questa metá del secolo decimoquinto, da questo ascendere dello Sforza
alla signoria, incomincia un periodo, pur troppo breve, non arrivante a
mezzo secolo, ma che fu forse il piú felice, il piú vicino all'indipendenza
compiuta, certo il piú fecondo di grandezze e splendori che sia stato mai
all'Italia, dopo il vero imperio romano. E il fatto sta che la
preoccupazione repubblicana fece a molti travedere ed anche travisare la
storia d'Italia; li fece quasi per disprezzo tralasciare di studiare e
notare la storia di que' grandi principati italiani, che si vennero
apparecchiando fin da quest'epoca, che durarono d'allora in poi, e durano,
che hanno quindi per noi un interesse molto piú attuale. Siffatte
preoccupazioni esclusive, siffatte trascuranze volontarie od involontarie
di tutta una serie di fatti, sono fonti di miseri errori, grettezze in
tutti gli studi; nella storia, nella scienza de' fatti, sono distruzione
della scienza intiera.--E studiando dunque i principati non meno che le
repubbliche, noi noteremo fin di qua, che qui si vede la gran differenza
tra un principe assoldator di condottieri, e un principe condottiero lui
stesso. Quattro anni bastarono a Francesco, principe nuovo ma militare, per
finir quelle guerre che avean occupata tutta la vita di Filippo Maria,
principe antico ma non militare. Nel 1454 fu firmata una pace, stabile
oramai, che fermò, limitò gli Stati di Milano e Venezia, quali li vedemmo
fino a' nostri dí. Francesco signoreggiò poi tranquillo, glorioso,
splendido altri dodici anni; e negatagli l'investitura da Federigo
d'Austria, non se ne curò; offertagli per danari, la ricusò.--Costui era
disceso nel 1452, ed avea fatti gli Estensi duchi di Modena e Reggio, cosí
innalzando un altro de' principati duraturi; e scansata Milano, erasi fatto
incoronar a Roma, non solamente imperatore, ma, contra l'uso, re d'Italia,
da papa Niccolò V troppo condiscendente; poi era risalito. Nel 1453,
Stefano Porcari, un gentiluomo romano, che poc'anni addietro,
nell'interregno della elezione di Niccolò, avea propugnati i diritti di
libertá del popolo romano, fece una congiura di fuorusciti, rientrò con
trecento una notte in una casa; fu tradito, accerchiato, preso,
appiccato.--In quest'anno medesimo si compiè la gran vergogna e calamitá
della cristianitá europea; fu presa Costantinopoli da Maometto II e i
turchi; e cosí finí l'imperio greco, orientale, romano, quella reliquia,
lungamente superstite, della civiltá antica. Quindi si sparsero i turchi
tra pochi anni nelle province greche dell'Eusino, del Danubio, di Atene,
della Morea e nelle isole; facendovi servi, «giaurri», i milioni
d'abitatori cristiani. Spaventossene la cristianitá, ma non se ne mosse;
non avea piú quel fior di zelo cristiano che avea mosse le crociate; non
ancora quello zelo di civiltá che la muove, benché tanto discordemente
epperciò lentamente, a' nostri dí. E giá fin d'allora lo zelo commerciale
superava qualunque altro, faceva prendere i mezzi termini. Nell'anno della
conquista, Venezia fece col barbaro conquistatore un trattato di pace,
d'alleanza e buon vicinato, per salvare i suoi stabilimenti, i suoi scali,
e a capo di essi il bailo ambasciadore, consolo, giudice de' cittadini
veneziani lá sofferti. Trovasi menzione d'una lega italiana ideata tra il
1454 e il 1455; ma furon parole: gl'interessi minori ma presenti fecero
lasciare i maggiori e lontani. Fu nuova vergogna e danno alla cristianitá;
danno poi particolare all'Italia, in cui saran sempre sogni le
confederazioni immaginate in generale, senza scopo, senza occasione; in cui
le occasioni sole posson condurre alle leghe temporarie, e queste sole, se
mai, a qualche confederazione perenne; in cui dunque dovrebbesi prender
come benefizio della Provvidenza qualunque occasione di far leghe, piccole,
grosse, temporarie o durature. Ad ogni modo spargevansi in Italia
letterati, filosofi, reliquie di quella reliquia; a' quali fu mal
attribuito il fior delle nostre lettere giá fiorenti spontanee da duecento
anni, a cui è tutt'al piú da attribuir l'esagerato affetto alle cose
antiche che seguí. Furono accolti principalmente da Cosimo de' Medici e da
Niccolò V, il quale morí poi due anni appresso, e, dicono, di dolore
[1455].--Successegli Calisto III, uno spagnuolo, un primo Borgia, ottimo
papa, che occupò il breve pontificato in confortar invano la cristianitá
contro a' suoi nemici naturali. E morto esso [1458], succedette Pio II
(Enea Silvio Piccolomini) un dotto ed elegante uom di lettere, che diede
due buoni esempi: lasciar le lettere per li fatti quando s'arriva a
potenza, e condannar gli scritti propri quando non si trovan piú buoni.
Volsesi poi tutto anch'egli a riunire e confortar contro a' turchi la
cristianitá. Venezia fu costretta [1463] a romper guerra per le sue
possessioni stesse in Morea; e allora fece alleanza con Mattia Corvino re
d'Ungheria e grand'uomo, col duca di Borgogna uomo ambizioso che volea
porsi a capo della crociata, e con Giorgio Castriotto sollevator degli
albanesi. Ma morirono Pio II [1464], e il Castriotto [1466]; e tutto quel
rumore cessò, e Venezia che s'era voluta isolare nella pace, rimase
meritamente sola alla guerra. Nel papato successe Paolo II (Pietro Barbo
veneziano).--Intanto [1456] era succeduta in Venezia una nuova di quelle
misteriose tragedie a lei peculiari o simili solamente a quelle del
serraglio o dell'altre corti orientali. Dogava dal 1423, cioè dall'epoca
delle ambizioni, delle conquiste, delle glorie di sua patria, Francesco
Foscari, il piú glorioso principe che Venezia avesse avuto da Enrico
Dandolo in qua. Eppure, fin dal 1445 gli era stato perseguitato, torturato,
esiliato il figlio Iacopo, accusato da un vil fuoruscito fiorentino d'aver
toccato danari dal Visconti. E fu riaccusato di assassinio, ritorturato,
riesiliato cinque anni appresso. E fu accusato, torturato una terza volta
per una lettera di lui al duca di Milano; scritta apposta, disse il
miserando giovane, per essere cosí ricondotto dall'esilio, e ricomprare con
quelle torture l'invincibil brama di riabbracciar i parenti decrepiti, la
dolce moglie, i figliuoli. E per la terza volta fu ricacciato, e morí
lontano. Quindici mesi appresso, il vecchio glorioso, ma certo rimbambito,
posciaché soffrí di regnare dopo tutto ciò, fu deposto; e al sonar della
campana grossa che annunciava l'incoronazione del successore, morí di dolor
d'ambizione colui che non avea saputo morire di dolor di padre [1457]. Che
libertá, che repubbliche, che aristocrazie!--Con gloria piú incolume, morí
[1458] Alfonso il magnanimo. Benché signor di altri regni in Ispagna, non
avea piú lasciato quello delle Due Sicilie da trentott'anni; v'avea
combattuto a lungo, l'avea pacificato, ordinato, fatto riposare e
risplender d'arti e di lettere; e compié i suoi benefizi a' sudditi
napoletani, lasciando i regni spagnuoli e Sicilia a Giovanni suo fratello,
ma Napoli distaccato, a Ferdinando suo figliuolo naturale. Se non che, qui
come ad ogni altra occasione passata, presente o futura, lamenteremo sempre
qualunque sminuzzamento del bello ed util Regno di qua e di lá dal faro,
come di qualunque altro Stato italiano esistente. Ma che giova? Mentre si
disperano e cercano riunioni l'une difficili, l'altre impossibili, si
sminuzza ciò che è giá riunito. Sogni ed ire, sempre la medesima storia.
Non solamente il desiderabile proseguito in luogo del possibile; ma niun
criterio a distinguere ciò che sia desiderabile veramente, niuna costanza a
desiderar le medesime cose; inconseguenza, inconsistenza,
passioni.--Ferdinando poi non valse il padre: s'inimicò i baroni; e questi
chiamarono un duca di Calabria figlio di Renato d'Angiò, che scese e si
mantenne parecchi anni nel Regno. Ferdinando fu mantenuto dalla sapienza
politica dello Sforza e di Cosimo de' Medici, che non vollero introdurre un
nuovo straniero in Italia; ma si deturpò peggio che mai colle vendette, e
col tradimento che fece a Iacopo Piccinino, accarezzandolo, traendolo a sé,
ed uccidendolo, a modo di Venezia con Carmagnola [1465].--Pochi mesi
addietro era morto Cosimo de' Medici il gran cittadino di Firenze, il
grande autore e conservator della pace in sua cittá e in Italia. Avea
governato per mezzo di sua parte giá democratica, poi meno aristocratica,
poi aristocratica sola; né aveva usurpati, o nemmen ritenuti carichi; anzi
li avea dati e mantenuti a Neri Capponi, a Luca Pitti, a tutti i grandi
minori di lui; avea portato il segno della vera e rara grandezza, non aveva
avute invidie. Non vi fu sangue al tempo suo; pochi di quegli stessi
esigli, i quali son forse inevitabili nelle repubbliche, dove qualunque
cittadino presente può forse esser potente; mentre ne' principati puri è
facilissimo annientar un suddito, presente come assente. Ed a malgrado di
tutto ciò, Cosimo è da alcuni vituperato quasi tiranno, perché, volente o
non volente (chi può saper le intenzioni?), egli apparecchiò le vie a'
discendenti che tiranneggiarono cinquanta o sessant'anni dopo lui. Ma il
fatto sta, che ei governò la repubblica, primo sí, ma non principe, ed
anche meno tiranno; ch'egli ottenne da' contemporanei il nome di «padre
della patria»; ch'ei somigliò a quanti grandi cittadini furono nelle piú
splendide repubbliche antiche, e superò forse quanti furono nelle italiane.
Quando saprá l'Italia far giustizia tra i veri e i falsi grandi suoi? Forse
non prima che ella sia compiutamente libera. Intanto par che corra quasi un
impegno di abbassare i veri grandi e d'innalzare i piccoli di nostra
storia. Sarebb'egli per ridurli tutti insieme alla misura di nostra
mediocritá? Vi badino coloro che han credito sull'opinione patria. Forse
per gran tempo ancora non si potrá in tutta Italia dare a coloro che la
servono, ciò che ogni generoso fra essi desidera naturalmente piú, i mezzi
di piú e piú servirla, la potenza; per gran tempo ella non avrá altro
premio a dar che le lodi; sappiamo almeno non negarle né
avvilirle.--L'ultimo a morire di questa gran generazione del mezzo del
secolo decimoquinto fu Francesco Sforza [1466]. Due anni innanzi, Genova,
che dal 1458 aveva ridonata la signoria a Francia, abbandonata da questa,
l'aveva donata a lui. Cosí morí Francesco nel colmo di sua fortuna; uomo
meno incolpevole certamente, ma non minor principe egli, che Cosimo gran
cittadino; la loro amicizia serbò allora la pace d'Italia, e li onora
presso ai posteri amendue.
30. Galeazzo Sforza quinto duca di Milano [1466-1476].--Fu poi uno di
que' fatti indipendenti forse da ogni colpa umana, ma gravidi di mali
ad ogni modo, che a tutti que' grandi della metá del secolo
decimoquinto succedessero uomini di gran lunga minori; a Francesco,
Galeazzo Sforza figliuolo di lui; a Niccolò V e Pio II, Paolo II; ad
Amedeo VIII di Savoia, Luigi ed Amedeo IX il beato; ad Alfonso il
magnanimo, Ferdinando il bastardo; a Cosimo de' Medici,
Piero.--Questi, fin dal secondo anno [1466], fece o lasciò esiliare
molti cittadini; ond'essi, unitisi agli antichi fuorusciti, e a
Bartolomeo Coleoni condottiero, fecero contro alla patria una di
quelle imprese, dove si spera e non si trova poi l'aiuto del popolo
[1467]. Del resto, sopravisse la pace fondata da que' grandi. Italia
posava, Italia avrebbe piú che mai potuto far la lega contro a'
turchi; e molto se ne trattò; e se ne firmò una a Roma, nel 1470, tra
papa Paolo II, Luigi marchese di Mantova, Guglielmo marchese di
Monferrato, Amedeo IX duca di Savoia, Siena, Lucca e Giovanni
d'Aragona. Ma, oltre alle feste che se ne fecero, non n'uscí nulla, e
fu lasciata Venezia sola proseguire con varia fortuna la guerra, che
avrebbe potuto e dovuto essere nazionale. E cosí avviene sempre ed
avverrá, finché si ricadrá in questo vizio femminile e da bimbi, di
festeggiare ciò che si spera e non si sa compiere poi, di sciupare in
feste quello che rimane d'operositá.--Poi, come succede nelle paci
subitane dopo grandi moti, quando restan disoccupati a un tratto e
malcontenti molti animi irrequieti, seguiron parecchi anni, che si
potrebbon dire i classici delle congiure italiane, gli anni che
gioverebbe studiare, per vedere a che elle montino, che ne risulti.
Tre ne furono nel solo 1476, l'anno millenario della distruzione
dell'imperio antico. Quanto lenta ancora era progredita la civiltá!
Una di quelle tre fu in Genova, di un Gerolamo Gentile che volle
liberarla dal giogo milanese, e riuscí ad impadronirsi delle porte,
poi soggiacque. Un'altra in Ferrara (testé dal papa innalzata a ducato
in favor degli Estensi giá duchi di Modena), dove Niccolò d'Este
s'intromise con una mano di fanti per cacciare il duca Ercole, e
soggiacque, e fu decapitato egli, impiccati venticinque compagni.
Finalmente, una in Milano, dove tiranneggiava Galeazzo tra le crudeltá
e le libidini, da dieci anni. E contro tal tirannia doveva riuscire e
riuscí la congiura; ma a danno de' congiurati, non men che del
tiranno, a danno forse della cittá patria, e certo poi della intiera
patria italiana. Tre giovani, un Olgiati, un Visconti ed un
Lampugnani, giustamente adirati della tirannia, stoltamente istigati,
dicesi, da un Cola Montano letterato e filosofo all'antica,
s'esercitarono alla milizia, si confortarono alla religione, e
tradiron l'una e l'altra esercitandosi al pugnale. Poi, addí 26
dicembre 1476, aspettarono il tiranno nella chiesa di Santo Stefano, e
com'ei s'avanzava tra due ambasciadori, se gli appressarono, e lo
trafissero. Furono fatti a pezzi lí dalle guardie, Lampugnani,
inceppatosi tra i panni delle donne inginocchiate, e pochi passi
discosto, il Visconti. N'uscí solo l'Olgiati a gridar libertá; ma non
fu ascoltato da nessuno, fu rigettato da suo padre stesso, si nascose,
fu scoperto, imprigionato, scrisse sua confessione, e morí straziato e
vantando il proprio fatto. Ed allo Sforza ucciso succedé
tranquillamente Gian Galeazzo suo figliuolo, fanciullo, sotto la
tutela di Bona di Savoia, madre di lui; e si vedrá qual destino egli
avesse poi, e qual traesse a tutta Italia.
31. Gian Galeazzo Sforza sesto duca di Milano [1476-1492].--Corsi due
anni, avvenne una quarta congiura, essa pur fatale alla libertá. A
Pier de' Medici, morto nel 1469, eran succeduti Lorenzo e Giuliano,
figliuoli di lui, nelle ricchezze e nella potenza indeterminata di lor
famiglia. Amendue giovani eleganti, generosi, dilettanti. promotori di
lettere ed arti come l'avo; ma men che lui liberali di quella potenza
pubblica, la quale par sommo bene ai popoli, ed anche piú alle
aristocrazie libere. I Pazzi, stretti di parentele co' Medici, erano
stati de' principali chiamati al convito di potenza da Cosimo; furono
ora de' principali esclusi. Accomunarono gli odii col Salviati vescovo
di Firenze, co' Riari nipoti di papa Sisto IV (Della Rovere, succeduto
a Paolo II fin dal 1471), e dicesi col papa stesso, oltre altri
minori. Congiurarono, appuntarono vari luoghi a pugnalar i Medici, e
gridar libertá; e fallite loro altre occasioni, appuntaron la chiesa,
come s'era fatto allo Sforza. Pare impossibile, ma è certo; avvi una
contagiositá dei delitti; e tanto piú, quanto piú eccessivi. Addí 26
aprile 1478, in mezzo alla messa udita da' due fratelli, al segno
dell'elevazione, un Bandini trafigge Giuliano, un Pazzi pure gli
s'avventa con tal impeto, che trafigge se stesso; mentre un Antonio da
Volterra manca il colpo su Lorenzo, che si difende colla cappa e
rifugge in sacrestia. Ciò veduto, e che il popolo fiorentino
inorridiva invece di sollevarsi, il Bandini fuggí di cittá, d'Italia,
dalla cristianitá, a Costantinopoli. Intanto il vescovo Salviati, che
dovea prendere il palazzo della Signoria, separato per un caso da'
compagni giá introdottivi, s'era turbato e scoperto; e preso esso ed
essi dal gonfaloniero, e chi scannato lí, chi sbalzato dalle finestre,
furono ivi appiccati il vescovo con due cugini suoi, e Iacopo
Bracciolini, figlio del famoso letterato. La congiura era spenta. Si
spense dopo essa, come succede, molto di libertá fiorentina, e, che
forse fu peggio, quell'unione degli Stati italiani, la quale era stata
fondata da' grandi uomini della penultima generazione, mantenuta dagli
stessi minori dell'ultima. Lorenzo, rimasto solo alla potenza
repubblicana, la rivolse poco meno che in signoria; non risparmiò
supplizi, non rispettò la costituzione dello Stato. E tutta Italia se
ne turbò. Il papa scomunicò Lorenzo e la Signoria per l'uccisione del
vescovo Salviati, e s'uní con Ferdinando di Napoli e con Siena contra
Firenze. Federigo, duca di Urbino, fu condottiero della lega; Ercole
d'Este, de' fiorentini, che al solito non avean grandi uomini di
guerra tra lor cittadini. Bona di Savoia, reggente il ducato di
Milano, era sola alleata loro. Ma le furon suscitati nemici in casa e
intorno. Nel medesimo anno i genovesi scossero la signoria di Milano,
e rifecersi un doge cittadino. Poi (1479), scesero svizzeri, e vinsero
i milanesi a Giornico. E finalmente, Ludovico il moro (il gran
traditor d'Italia poi), lo zio del fanciullo Galeazzo, dichiaratolo
maggior d'etá, tolse a Bona e prese egli la potenza che tenne sempre
poi. Intanto, i fiorentini, sconfitti al Poggio imperiale, erano
all'ultimo. Allora Lorenzo, che non era stato buono a far il capitano,
mostrossi buono e coraggioso uomo di Stato. Entrato in negoziati, e
veduto di non poter conchiudere co' capitani della lega, e che il
tempo pressava, fu egli stesso a Napoli, a quel Ferdinando che
poc'anni addietro avea finiti i suoi negoziati col Piccinino con
tradirlo ed ucciderlo. La cosa riuscí a Lorenzo; conchiuse pace con
Ferdinando [1480], e tornò in trionfo a Firenze, che ne fu piú che mai
sua. E tanto piú che, del medesimo anno scesi i turchi ad Otranto, il
papa se ne spaventò, e fece pace anch'egli. I turchi furono cacciati
[1481].--Ma in breve fu suscitata nuova guerra da quel vizio che
veniva sorgendo ne' papi di far principi i lor parenti, quel vizio a
cui fu quindi inventato il nome di «nepotismo». Non pochi principati,
Milano, Savoia, Modena e Ferrara, Mantova, Urbino, s'erano costituiti
ultimamente, crescendo di grado gli uni per concessioni imperiali, gli
altri per concessioni pontificie. Questo destò ne' papi la nuova
ambizione, il nuovo vizio del nepotismo che guastò da Sisto IV in poi
tanti papi; che, per quasi un secolo, fu arcano o piuttosto sfacciata
massima di lor politica, ed abbandono della grande e nazional politica
papale, proseguita da' loro gloriosi predecessori; che diminuí poi,
diminuita la potenza de' papi, ma' fu anche allora impiccio,
impoverimento del loro Stato; e che nell'un modo e nell'altro, essendo
vizio il piú anticanonico di tutti, ambizione personale, piccola,
interessata, e tanto minore delle grandi ed ecclesiastiche ambizioni
dei Gregori e degli Innocenzi, conferí forse piú che null'altro a
diminuir la dignitá, la potenza del papato nella pubblica opinione per
tre secoli, fino all'immortal Pio VII. Sisto IV voleva far uno Stato
al nipote Riario. Collegossi con Venezia per ispogliar gli Estensi e
dividersi loro Stati, Napoli, Milano e Firenze, cioè Ferdinando,
Ludovico e Lorenzo collegaronsi per difenderli [1482]. Seguirono
intrighi, alleanze nuove, minacce; e morí tra esse Sisto IV, lasciando
Gerolamo Riario signor d'Imola e Forlí [1484]. Successegli Innocenzo
VIII (Cibo di Genova); perciocché questa del nepotismo è la ragione,
che ci sforza a notar i casati di questi nuovi papi, cosí diversi da
quegli antichi che non avevano famiglia se non, come pontefici, la
Chiesa; e come principi, la parte nazionale d'Italia. E quindi io non
so non trattenermi ancora a notare quella che mi pare anche qui non
giusta distribuzione di lodi, quell'errore d'inveire contro agli
antichi papi italiani, italianissimi, per lodare, blandire o scusar
almeno questi nuovi, splendidi sí sott'altri aspetti, ma cattivi
italiani, arrendevoli a qualunque straniero li aiutasse a collocar lor
nipoti. Che gli scrittori stranieri facciano tal errore, è naturale;
parlan per essi: sappiamo anche noi parlar per noi, o piuttosto (né è
a disperar che si faccia un dí nella civiltá progredita) parliamo
tutti per quel principio politico sommo, di difendere o promuovere in
casa, di rispettare ed aiutare fuori la nazionalitá d'ogni nazione.
Papa Cibo non fu migliore, anzi peggiore del predecessore; nepotista
al par di lui; e di piú, depravato di costumi, altra novitá, altro
scandalo aiutato re e accrescitor del primo. Seguono negoziati,
guerre, paci e congiure ed assassinii per interessi privati, piú che
per comuni: una guerra d'Innocenzo contra Ferdinando e fiorentini, ed
una pace del 1486; un matrimonio tra una figliuola di Lorenzo de'
Medici e Franceschetto Cibo, a' cui posteri rimase quindi il ducato di
Massa-Carrara; Gerolamo Riario, pugnalato da tre capitani suoi [1488].
La sua vedova seppe conservar il principato a lor figlio; ed ella
sposò poi Giovanni de' Medici, detto delle «bande nere», che vedremo
ultimo de' condottieri italiani, primo de' fiorentini, e padre a
Cosimo granduca. E fu pugnalato [1489] Galeotto Manfredi, ma rimase
pure ad Astorre suo figliuolo la signoria di Faenza. Piú che mai si
vede l'inutilitá dei delitti: le cose continuano ad andare, mutati i
nomi, per il lor verso; e continuarono allora per quello dei
principati fermi ereditari. Il solo acquisto che se ne facesse, fu
d'infamia. Appressavansi gli anni che l'Europa civile tutta quanta si
versò sull'Italia; e quando costoro (che non eran pure di civiltá
avanzata né severa, ma perfidi ingannatori, politici a guisa di Luigi
XI, Comines, Carlo il temerario di Borgogna, Arrigo VIII, Fernando
cattolico ed altri simili) trovarono generazioni d'italiani piú
perfidi, piú scelleratamente abili, piú congiuratori, piú pugnalatori
che non essi; essi si scandalizzarono, come fanno volentieri i cattivi
de' peggiori; e riportarono a lor case, e tramandarono di generazione
in generazione il mal nome della perfidia italiana. Noi paghiamo il
fio delle colpe de' maggiori. È giustizia? Non lo so. Certo, è
abitudine, e sará finché duri mondo. E noi non saremo ammessi a
lagnarcene, finché si rinnoveranno, men frequenti che a' secoli
decimoquarto o decimoquinto, ma troppe ancora pel decimonono, simili
nefanditá. Né queste poi torceranno il secolo nostro dalle monarchie
rappresentative, piú che quelle dei maggiori torcessero il loro dalla
signoria assoluta.--Ad ogni modo, l'etá dei comuni repubblicani è qui
finita. Firenze, Siena, Lucca, Genova, Venezia sopravvivon sole.
Coloro che prolungano l'etá repubblicana quarant'anni ancora, fino
alla caduta di Firenze, la potrebbon prolungare sessanta, fino a
quella di Siena, o fino a' nostri dí, quando caddero le tre ultime;
ovvero dir che durano le repubbliche anch'oggi, in San Marino. In nome
d'Italia, lasci di guardare ciascuno all'idolo suo; guardiamo alla
patria tutta intiera, alla condizione universale, alle importanze
principali, anche scrivendo.--E cosí facendo, concorderemo poi con
tutti gli scrittori contemporanei in dire: principio, èra dei nuovi
guai d'Italia, del massimo di tutti, la venuta di nuovi stranieri che
seguí d'appresso alla immatura morte di Lorenzo de' Medici (all'etá di
quarantaquattro anni, 8 aprile 1492). Come gran cittadino
repubblicano, Lorenzo non pareggiò Cosimo certamente: fu men modesto,
s'accostò piú al principato; e cosí, invece di quel gran titolo di
«padre della patria», non gli rimase che quello, volgare allora, di
«magnifico». Com'uomo di Stato poi e grande italiano, se Cosimo fu
l'inventore, l'ordinatore della grande unione di Milano, Firenze e
Napoli (quell'unione, quella politica che valse, che fu una vera
confederazione italiana), Lorenzo ebbe pure il merito di mantenerla in
condizioni fors'anche piú difficili, con uomini certamente molto
minori, anzi cattivi; di serbarla, quando pericolante; di rinnovarla,
ad ogni volta che si venne guastando. E il fatto sta, che mutando nomi
o luoghi speciali, secondo le occorrenze, questa unione di tre grandi
principati nazionali del settentrione, del mezzo e del mezzodí
d'Italia, è forse la sola confederazione possibile in Italia, la sola
che possa salvare o rivendicare mai la nazionalitá di lei. Certo, era
la sola a que' dí; e, spento Lorenzo, ella si spense fino a' nostri. E
quindi incominciò l'etá degli Stati italiani sotto le preponderanze
straniere combattute, pazientate, equilibrate, e ad ogni modo duranti,
e durature Dio solo sa fino a quando.