lasciar l'Italia meridionale, e volgerci a quell'angolo occidentale in cui
scriviamo, e che pur trascurammo fin dal principio della presente etá, fin
dalle origini italiane della casa di Savoia. Dicemmo Odone conte di
Morienna e d'altri feudi oltre Alpi, ed Adelaide contessa di Torino e
d'altre cittá e feudi in Piemonte, stipiti di quella famiglia, a cui alcuni
cercano una antichitá italiana ulteriore, a cui può bastar questa di otto
secoli, superior cosí di sette a quelle di ogni altro principe italiano
presente, salvo i papi. Al tempo di Adelaide era stata nell'Italia
occidentale un'altra casa molto potente, quella d'un conte Aleramo
signoreggiante negli Appennini dalla sponda destra del Po fino a Savona.
Alla morte di Adelaide [1091], la successione di lei fu disputata,
straziata, tra Umberto II Savoiardo, figlio di suo figlio; Bonifazio conte
di Savona, figlio di una figlia d'un altro suo figlio; Corrado di
Franconia, figlio di Berta sua figlia, l'infelice moglie che vedemmo dello
scellerato Arrigo IV imperatore; e soprattutto poi dalle cittá che appunto
allora vedemmo costituirsi in comuni. Quindi Umberto II e i Savoiardi primi
successori di lui furono ridotti a poco piú che Savoia e i comitati
oltremontani; e le famiglie Aleramiche, tra cui principali quelle di
Monferrato in mezzo agli Appennini, e di Saluzzo tra l'Alpi ai fonti del
Po, divisero l'Italia occidentale con le cittá liberatesi, Torino, Chieri,
Asti, Vercelli, Novara, e, quando fu fondata, Alessandria. I Savoiardi
scendevano, potevano secondo le occasioni, in Torino e l'altre; e quando
non potevano qui, s'estendevano all'intorno di Savoia, in Elvezia, in
Francia; ovvero guerreggiavan piú lungi, alla ventura, in Inghilterra, in
Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia
della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non
ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi
sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle
condizioni de' secoli suoi.--Al finir del decimoterzo fece un grand'errore;
ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali,
sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l'afforzò.
Vi si disputò, s'alterò, forse s'usurpò, e certo si divise la successione
tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati
generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo
V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del
Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne' due rami (oltre altri
minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel
di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi
d'Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di
cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a
Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in
una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in
Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305],
passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de' Paleologhi di
Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel
disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran
seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309
al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini
che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316
dicono andasse a combattere pe' cavalieri gerosolimitani contro a' saracini
a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale
significhi colle quattro iniziali: «_Fortitudo Eius Rodhum Tenuit_». Ma se
mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io
crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre
intrecciato con «lacci d'amore», non voglia dir altro, se non che uno di
que' buoni cavalieri, l'inventor del motto, si vantava di portar que'
lacci. Morí Amedeo V in Avignone, dov'era andato a promuovere una nuova
crociata presso ad uno di que' papi infingardi [1323].--Seguendo separati i
due rami di Savoia e di Piemonte o Acaia, questi, che non aveano ad
attendere al di lá dell'Alpi, attesero tanto piú al Piemonte, e vi
s'ingrandirono tra' nuovi marchesi di Monferrato, e gli antichi di Saluzzo,
e gli Angioini, e le cittá guelfe e ghibelline, e i tirannucci e i
condottieri; mentre i cugini di Savoia li aiutavano all'occasione. Fra'
Savoiardi fu di nuovo cavaliero splendidissimo in fatti di guerra e di pace
Amedeo VI, detto il conte Verde dal colore (secondo quegli usi)
costantemente da lui usato. In Piemonte guerreggiò e s'aggrandí; e
guerreggiò contro a' Visconti parenti suoi, per difender due pupilli di
Monferrato; e guerreggiò in Puglia, e in Oriente; assisté al ritorno de'
papi in Roma; arbitrò e conchiuse la pace di Torino dopo la guerra di
Chioggia tra Genova e Venezia. Una volta, accogliendo a sua corte Carlo IV
imperadore, e ricevendone l'investitura de' suoi Stati, e rompendosi,
secondo l'uso barbaro-imperiale, gli stendardi e gli stemmi al vassallo
prima d'investirlo, egli afferrando il suo della croce bianca, nol patí; e
cosí in modo cavalleresco e politico insieme protestò della indipendenza
(fosse di diritto o di fatto) di casa Savoia. Governò, risplendette
quarantanove anni [1334-1383].--Succedettegli Amedeo VII, detto il conte
Rosso; il quale pure guerreggiò, torneò in casa, e fuori, e aggiunse a'
suoi Stati Nizza e quella bella contea, squarcio di Provenza, datagli da
quei cittadini, concedutagli da re Ladislao per non poterla difendere esso
da Luigi d'Angiò, e lasciatagli prender da questo non meno impotente
quantunque vicino. Morí dopo otto anni di signoria [1391].--E successegli,
fanciullo, Amedeo VIII tutto diverso de' predecessori; giá non piú gran
cavaliero, ma uomo politico, prudente insieme ed ardito, riunitore ed
ampliator dello Stato, se non incolpevole, certo lontanissimo dalle infamie
de' Visconti e degli altri tirannucci contemporanei; ordinator poi e
legislatore, e che cosí, cioè secondando i tempi senza prenderne i vizi, fu
fondator nuovo della sua robusta monarchia. Seppe guerreggiare, ma fu
famoso massimamente in trattar negozi vari. Cosí asserí suoi diritti su
Ginevra, sui marchesi di Saluzzo, contro i Delfini e i Borboni di Francia.
Entrò, giovò ne' negoziati che vedremo, per far finir lo scisma. Nel 1416,
ottenne dall'imperator Sigismondo il titolo di duca. Nel 1418, estinta la
casa d'Acaia, riuní gli Stati. Nel 1430, ordinò, ampliò gli antichi statuti
di Savoia, e feceli comuni ne' suoi Stati, pur lasciandone molti locali qua
e lá; saviezza di que' tempi, in cui era ancora impossibile l'uniformitá.
Come i maggiori suoi, comprò, acquistossi in vari modi parecchie signorie
feodali o cittadine incastrate ne' suoi Stati o limitrofe. La piú bella fu
Vercelli, avuta da' Visconti [1427]. Finalmente, nel 1434 Amedeo VIII
lasciava quasi tutte le cure del governo a suo figliuolo Ludovico, e si
ritraeva poi, egli primo con sette compagni, in Ripaglia, un bel sito sul
lago di Ginevra, per vivervi tranquilli, romiti, cristiani. Ma il vedremo
indi ritolto poi a nuovi e maggiori affari. Oramai la storia di questo gran
seno occidentale, non si può separare piú da quella della restante Italia,
e vi diventerá talor principale. Quella piú antica che abbiam qui corsa,
non ha guari altro interesse che le imprese cavalleresche di que' principi.
Ma giova, ricrea l'animo seguir le vicende di quella, dicasi pur rozza,
feodale o semibarbara, ma virile, ma semplice, ma virtuosa schiatta, non
pura forse d'ogni violenza od inganno, ma non imbrattata certamente di
niuna di quelle nefanditá e viltá de' Visconti, degli Estensi, degli
Scaligeri, degli Ezzelini, e de' papi di Avignone, e degli Angioini di
Napoli, e de' senatori di Venezia e delle signorie cittadine, e dei
condottieri tramezzati in tutto ciò. Siffatto paragone è semplice veritá, e
non è ragion di tacerla perché sia a lode de' principi miei. Anche la paura
di esser tacciato d'adulazione è viltá, se fa tacer la veritá. Or torniamo
alle nefanditá.
28. Filippo Maria Visconti [1412-1447].--Lasciammo Toscana e tutto il
mezzodí straziato tra Ladislao, penultimo de' discendenti di Carlo
d'Angiò, insieme con Braccio, e Luigi II degli Angioini nuovi, con
Attendolo Sforza. Nel 1413 Ladislao fu vittorioso, prese Roma,
minacciò Toscana, Bologna. Ma ei morí l'anno appresso 1414.
Succedettegli sua sorella Giovanna II, piú infame che la prima, vedova
d'un duca d'Austria, e che sposò [1415] un Borbone francese. Questi
prese nome di re, mandò al supplizio un favorito di Giovanna, e
imprigionò lei nel palazzo. Il popolo si sollevò per lei [1416]; ella
depose dal regno il marito, l'imprigionò, rilasciollo [1419]. Ed egli
fuggendo tal moglie, tal paese, tal sorte, si ritrasse a Francia; e
sopravvivendo a Giovanna, non tornonne mai piú. Allora, costei che era
senza figliuoli adottò Alfonso V re d'Aragona e di Sicilia, succeduto
[1416] a Ferdinando. Viene Alfonso [1421], si guastano, si combattono;
ed ella revoca l'adozione, ed adotta il nemico, l'emulo di sua casa,
Luigi III [1433]. Si combatte con vicende varie, tra tutti questi, e
Francesco Sforza figlio e successor di Attendolo, e Niccolò Piccinino
successor di Braccio (i due grandi capiscuola eran morti del medesimo
anno 1424). Nel 1433 Giovanna si riconcilia con Alfonso, e l'adotta di
nuovo; e nel 1434 si riconcilia con Luigi che muore; e muor ella nel
1435, chiamando Renato fratello dell'Angioino allor prigione in
Borgogna. Regna quindi Alfonso indisturbato, salvo due discese
inefficaci fatte poi da Renato nel 1438 e 1453, e regna glorioso,
acquista il nome di «magnanimo».--Noi lasciammo la Santa Sede
straziata tra Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII. S'adunò
il concilio di Costanza e non li riuní. Succeduto al primo Martino V
[1417], egli riuní prima due [1419], e finalmente [1429] tutte e tre
le obbedienze. Cinquant'anni avea durato il grande scisma. E Martino V
de' Colonna di Roma, gran protettor di lettere, fu di nuovo gran
principe; riuní la Chiesa, riuní, restaurò lo Stato papale, straziato
giá durante lo scisma. Ma morto esso [1431], succedettegli Eugenio IV,
che si guastò coi Colonnesi e turbò lo Stato; e che, adunato un
concilio a Basilea [1431], e rottolo, turbò la Chiesa; cosicché i
padri rimasti a quella contro al divieto, elesser un nuovo antipapa,
Amedeo VIII, il glorioso duca e romito di Savoia, che prese nome di
Felice V [1439]. Riaprivasi lo scisma. Se non che, morto papa Eugenio,
e succedutogli Niccolò V da Sarzana, un nuovo gran papa [1447], il
duca antipapa gli rinunciò la Sede poco appresso [1449], e morí poi
nel 1451 dopo aver signoreggiato sessantun anni da conte, duca, prior
di romiti, antipapa, e decano de' cardinali. Al secolo dei venturieri
fu piú grande e migliore de' venturieri.--In Firenze (oramai signora
di Pistoia, Arezzo, Volterra e Pisa) dopo la disfatta de' Ricci, de'
Medici, e de' Ciompi, continuò a preponderare l'aristocrazia popolana
degli Albizzi, alcuni anni. Ma risorse l'aristocrazia ultra popolana
sotto a' Medici; sorsero i Medici per mezzo della democrazia a poco
men che signoria, esempio solito. I Medici erano grandissimi fra'
mercanti e banchieri di quella cittá, giá grande per industrie e
commerci di terra fin da quando l'adito del mare le era chiuso dalla
nemica Pisa. E perciò, oltre all'ambizione di accrescimento, volgare
in tutte quelle cittá italiane che speravan ciascuna diventar una Roma
novella, per ciò Firenze volle ed ebbe Pisa. E allora crebbe ella piú
che mai, e in essa crebbero i Medici; cioè quel Salvestro che vedemmo
ne' Ciompi; e poi Giovanni figlio di lui che fu gonfaloniero nel 1421,
benché ancor potessero gli Albizzi; e sopra, Cosimo di Giovanni. Noi
viviamo in tempi di grandi banchieri; ma questi non arrivan forse a
quei principi del commercio d'allora. Non so, per vero dire, se
sarebbe fattibile il paragone de' capitali maneggiati dagli uni e
dagli altri; né, se fattolo, e tenuto conto della raritá de' metalli
allora correnti, ne riuscirebbero piú grandi capitalisti questi o
quelli. Certo poi non v'è paragone tra le liberalitá, le splendidezze.
Cosimo aveva il piú bello e gran palazzo di Firenze, forse d'Italia o
della cristianitá; vi raunava i filosofi, i dotti, i letterati
italiani, e gli orientali, quando vennero, cadendo e caduta
Costantinopoli. E di qua e di lá raunava codici, anticaglie, scolture,
pitture, e pittori e scultori, a cui molto piú che ai letterati giova,
anzi è indispensabile la protezione. Soprattutto imprestava, spargeva
gran danari; strumento supremo di popolaritá. Con tali mezzi era
terribil capo d'opposizione contro a Rinaldo degli Albizzi, capo del
governo. Questi volle liberarsene d'un colpo. Del 1433, datagli dalla
sorte una signoria composta di partigiani suoi, chiamò Cosimo a
palazzo, sostennelo, fecelo esiliare, e tolse poi i nomi de'
partigiani di lui dalle borse onde si traevano a sorte i magistrati.
Cosimo si ritrasse a Venezia, l'antica alleata di Firenze; ed ivi,
esule magnifico, continuò le medesime splendidezze, edificando
palazzi, raccogliendo codici, anticaglie, letterati, artisti; e pur
mantenendo relazioni con sua parte in Firenze. E cosí, corso appena un
anno, ed uscita a sorte, a malgrado le esclusioni, una signoria meno
avversa a Cosimo, egli fu desiderato e richiamato; e cacciossi Rinaldo
degli Albizzi, che esule troppo diverso fu a rifugio a Milano, ai
Visconti, antichi nemici suoi e di sua patria. Fu del resto
rivoluzione pura di sangue, che è meraviglia in quell'etá. E puri, o
quasi, ne rimasero i Medici allor risorti e piú che mai crescenti in
tutto. Se questi primi Medici del secolo decimoquinto si voglian pure
(come si fa da alcuni) chiamar tiranni, ei bisogna avvertire almeno,
che essi furono molto diversi e dagli altri contemporanei, e da' loro
stessi discendenti del secolo decimosesto e seguenti.--Men buono di
gran lunga, e tuttavia non de' peggiori del suo, fu Filippo Maria
Visconti. Brutto di figura, cresciuto tra' pericoli e le sventure, e
riuscitone prudentissimo anzi timido, sospettoso e cupo, non capitano,
non guerriero, non buon parlatore, fu abile conoscitore e destro
maneggiator d'uomini a proprio pro, e crudele sí, ma poco per un
Visconti. Scannatogli, come dicemmo, il fratello [1412], corse a
Milano, fu riconosciuto signore, sposò la vedova di Facino Cane, ebbe
cosí per sé quella compagnia; alla quale sovrapose Francesco Bussone,
detto il Carmagnola da un borgo del Piemonte dov'era stato guardiano
di vacche. Questi poi riacquistò a poco a poco a Filippo Maria tutto
lo Stato dell'avo in Lombardia, e Genova stessa, che non sapendo a
lungo mai star libera si diede a lui e al Visconti, come poc'anzi a
Francia [1412-1422]. Ivi fu fatto governatore, facente funzioni di
doge, il guardian di vacche. Ma al soldato di ventura era esiglio,
posciaché era ozio, o almeno non guerra. Lagnossi, cadde in sospetto.
E comandato congedar sue lance, va invece in corte a Milano, ad
Abbiategrasso dove villeggiava il duca; non è ricevuto; freme, grida,
risalta in sella, varca Ticino, varca Sesia, corre ad Ivrea, s'abbocca
con Amedeo duca di Savoia, promuove una gran lega con Firenze giá
assalita e Venezia minacciata dal Visconti, e pel San Bernardo e
Germania viene a San Marco [1424]. La lega si fa; il Carmagnola n'è
condottiero per Venezia [1426]. Prende Brescia e il paese all'intorno;
è battuto poi a Gottolengo, ma sconfigge in una gran battaglia a
Maclodio Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, emuli giá, riuniti ora
nel servigio del Visconti [1427]. Ma Carmagnola rilascia i prigioni.
Era uso tra quei venturieri che giá si battevan con riguardi, e
finirono con non ammazzarsi; ma i veneziani non l'inteser cosí, e
incominciarono da quel dí a tener in sospetto il Carmagnola. Fecesi la
pace [1428]; rivolsersi i condottieri del Visconti a Toscana, ma non
ne riuscí nulla; riaprissi la guerra nel 1431. Carmagnola è battuto a
Soncino, lascia battere senza muoversi l'armatetta veneziana sul Po
presso a Cremona, e riposa il resto di quell'anno. Al principio del
seguente [1432] è chiamato a Venezia sott'ombra di concertar le
operazioni di quella campagna; è accarezzato per via, a Venezia, in
palazzo ancora, finché nell'uscire è sostenuto, incarcerato, e poi
segretamente accusato, torturato con corda e fuoco, condannato e
pubblicamente decollato in piazza San Marco addí 5 maggio 1432. Fu
innocente o colpevole? Nemmen la critica storica, cosí informata a'
nostri dí, non ne sa decidere. Il peggio delle persecuzioni de'
tiranni non è il supplizio, è il segreto calunniatore. Del resto, ciò
non potea scandalezzare in quel tempo di quella cupa e feroce
aristocrazia, che avea mandati a simil supplizio i Carraresi
evidentemente innocentissimi, anzi non giustiziabili né giudicabili da
lei. Rifecesi pace [1433] tra Venezia e il Visconti.--Ma continuando i
genovesi sudditi di lui la guerra lor propria per gli Angioini contra
Alfonso d'Aragona, essi il presero in battaglia navale e il trasser
prigione a Milano. Filippo Maria il rimandò libero, e Genova se ne
sollevò e rivendicossi in libertá [1435]. Piccinino e Sforza
guerreggiavano intanto in Toscana e negli Stati del papa. Riapresi in
breve la guerra tra Visconti e Firenze [1436]. Si rifá pace, si riapre
guerra [1436], istigata dall'Albizzi il mal fuoruscito, e vi
s'aggiunge Venezia poi; e combattono a lungo Piccinino per il duca,
Sforza questa volta per le repubbliche. Seguono nuove paci e guerre,
piú intricate che mai, da Lombardia fino a Puglia, a cui notare si
farebbon pagine lunghe, e che del resto non ebbero risultato; finché,
cacciatone lo Sforza, ed abbattutone il Visconti, questi trasse a sé
quello, offrendogli la mano di Bianca sua figliuola naturale, ma
unica. Allor fecesi pace universale [1441]. Ma anche questa ruppesi in
breve. Guastaronsi suocero e genero; e ne seguiron simili guerre,
simili scompigli e simile conchiusione. Ridotto a mal partito il
Visconti, vecchio, morente, e perciò tanto piú allettante allo Sforza
che gli volea succedere, si ripacificarono. Ma morí Filippo Maria
prima che si congiungessero [1447].--Sigismondo imperatore discese in
Italia nel 1431. Fu incoronato a Milano (assente e chiuso in suo
castello d'Abbiategrasso il timido Filippo Maria); a Roma [1432] tentò
paci e non le fece; risalí nel 1433, morí nel 1439. Succedette [1440]
Federigo duca d'Austria; dal quale in poi, l'imperio non uscí piú di
quella casa, prima o seconda.