Napoli lasciò morendo il regno a Giovanna figlia di suo figliuolo premorto,
giovinetta di diciassett'anni e giá maritata ad Andrea d'Angiò fratello di
Luigi re d'Ungheria, pronipote anch'egli de' due Carli I e II. Visser
discordi pochi anni; fu ucciso Andrea, uscendo d'appresso alla moglie
[1346]. Papa Clemente VI ne mandò giudicare da Avignone; furono torturati e
suppliziati parecchi uomini e donne; e la regina si rimaritò [1347] con
Luigi di Taranto, un altro collaterale di casa Angiò. Scende Luigi
d'Ungheria fratello dell'estinto a vendetta, e caccia gli sposi novelli che
rifuggono al papa in Avignone [1348], gli vendono questa cittá, e co'
danari tornano a Napoli, onde Luigi s'era partito per paura della famosa
peste (descritta da Boccaccio) di quell'anno. Guarnieri, il condottier
tedesco ridisceso giá con Luigi, a capo della «gran compagnia» rifatta,
passa a Giovanna, ripassa a Luigi. Se ne prolunga la guerra; riscende Luigi
per mare a Manfredonia [1350]; si ricombatte, si rimette il giudicio a papa
Clemente; giudica Giovanna innocente, ed ella riprende il Regno ed è
incoronata con Luigi di Taranto [1352]. Morto il quale poi senza figliuoli
[1362], Giovanna prende del medesimo anno a terzo marito Giacomo d'Aragona
figlio del re di Maiorca, ma non gli dá titolo di re. Egli la abbandona,
guerreggia in Ispagna, v'è fatto prigione, è riscattato dalla moglie [1365]
e vien a raggiungerla. E morto esso pure [1374], Giovanna prende a quarto
marito Ottone di Brunswick [1376]. Intanto in Roma succedeva uno degli
effetti piú strani di quella smania imitativa, di quella pretesa di
restaurar l'antico primato romano, che giá vedemmo sorgere in Arnaldo da
Brescia e nei senatori disprezzati da Federigo I; quella smania che era
venuta crescendo nel presente secolo col ricrescer delle lettere e delle
memorie antiche, in parecchie cittá italiane, in Firenze e Venezia
principalmente (come si scorge da' lor fatti e loro storici), ma
soprattutto, com'era naturale, in Roma. Qui dunque avvenne una rivoluzione
letterata, pedante: Cola di Rienzo, un giovane del volgo, ma colto e
imaginoso, imagina restaurar il nome, i magistrati, la potenza del popolo
romano, abbandonato da' papi, straziato da' Colonna, Orsini, Savelli ed
altri grandi. Contra questi ei nodriva (è frase del Sismondi) «un odio
quasi classico, e ch'ei credeva ereditato da' Gracchi». Un dí di maggio
1347 ei solleva il popolo, si fa tribuno, stabilisce quello ch'ei chiama il
«buono stato», s'accorda col vicario del papa, sale con esso in
Campidoglio, e cita dinanzi al popolo romano Ludovico di Baviera
imperatore, ed il competitore di lui Carlo di Lucemburgo (figlio di
Giovanni il venturiero, nipote di Arrigo VII). È riconosciuto, lodato in
tutta Italia, massime da' letterati. Ma letterato, antiquario, poeta, il
buon Cola non sa governare, meno guerreggiare. È cacciato prima che finisse
l'anno da' nobili e da un legato del papa; fugge a Carlo IV che, morto il
Bavaro e scartati alcuni competitori, era rimasto solo. Nel 1352 è
consegnato a papa Innocenzo IV allor succeduto in Avignone, ed è da questo
aggiunto al cardinale Albornoz di lá mandato a restaurar la potenza papale
in Italia. Cosí da luglio a ottobre 1354 signoreggia di nuovo in Roma con
dignitá di senatore; finché popolo e grandi si sollevan contro lui, e lo
trafiggono a piè del Campidoglio. Non frammischiatosi, come giá Arnaldo, in
cose spirituali, non in elezioni di papi ed antipapi come gli antichi
Alberici, fu il piú innocente fra gli usurpatori romani; fu sognatore, ed
esempio a molti altri.--Dopo di lui l'Albornoz continuò con piú politica e
piú fortuna la restaurazione della potenza papale in Roma, nelle Marche, in
Romagna, in Toscana stessa, durante tutto il pontificato d'Innocenzo VI e
quasi tutto quello d'Urbano V, succedutogli nel 1362. Francese questi pure,
pontificò primamente come gli altri da Avignone; ma nel 1367 ei fece
rivedere un papa al posto suo, venne a Roma, vi rimase presso a tre anni, e
tornò poi nel 1370 ad Avignone, e nel medesimo anno vi morí. Succedette
Gregorio XI pur francese; il quale pure pontificò primamente in Avignone;
ma pressato, dicesi, principalmente da santa Caterina da Siena e da santa
Brigida, restituí finalmente la Sedia in Roma l'anno 1377. Eran
settant'anni appunto dalla traslazione in Francia.--In Toscana, Firenze
risplendeva, s'arricchiva, poteva piú che mai. Raccoglieva il frutto di sua
costanza guelfa, di sua indipendenza, meglio difesa che non quella di niuna
altra cittá italiana, salvo Venezia. Eccessiva giá in democrazia, tollerava
ora i nuovi nobili o grandi, sorti sulle rovine dell'antica aristocrazia, i
grandi commercianti, fra cui giá sorgevano i Medici, fra cui pure
riammetteva per grazia alcuni antichi. E cosí finalmente tollerandosi, le
due classi inevitabili dell'aristocrazia e della democrazia si salvarono da
que' tirannucci, peggiori certamente che non le offese reciproche o gli
eccessi dell'una e dell'altra. Fin d'allora, non militare abbastanza per
ordinare armi proprie, per esentarsi de' condottieri, fu politica in modo
da barcheggiare con essi, e servirsene nelle solite rivalitá contro a Pisa,
e in quella or piú pericolosa co' Visconti di Milano. Firenze non fu buono
Stato se si giudichi positivamente da sé, posciaché non asserí
l'indipendenza compiuta, posciaché non ebbe armi proprie; ma Firenze fu
senza dubbio il migliore Stato d'Italia dopo Venezia; e non merita né tutti
gl'improperi di Dante, né tutti gl'inni di Sismondi.--I Visconti erano
sempre i maggiori principi d'Italia. Morto Luchino, avvelenato, dicesi,
dalla moglie [1349], eragli succeduto suo fratello Giovanni arcivescovo.
Signore giá di sedici cittá, comprò da Pepoli Bologna [1350]. Fu citato a
renderne conto ad Avignone; rispose che v'andrebbe con dodicimila fanti,
seimila cavalli; s'accomodarono. Tenne Bologna in feudo papalino [1352].
Minacciò, guerreggiò invano Firenze, signoreggiò Genova [1353], morí nel
1354. Succedettergli insieme nella signoria tre nipoti suoi, Matteo,
Bernabò e Galeazzo; ma morto il primo, dicesi avvelenato da' due altri,
questi, serbando Milano in comune, si spartirono l'altre cittá. Ma
liberaronsi in breve Bologna, Genova e Pavia [1366]. Capo di questa fecesi
un fra Iacopo de' Bussolari, letterato, poeta, amico del Petrarca
anch'egli, un Cola di Rienzo lombardo. E anch'egli durò poco; restituí
Pavia ai Visconti [1359]; finí in un carcere di frati a Vercelli. E i
Visconti assaliti poi da una potente lega di fiorentini e degli Estensi di
Ferrara, de' Gonzaga di Mantova e del marchese di Monferrato,
resistettero.--Genova e Venezia fecersi di questi tempi una guerra maggior
delle precedenti; disputaronsi il primato del lago italiano, a cui Pisa
decaduta giá non pretendeva piú. I genovesi, afforzati in Galata e Pera
sobborghi di Costantinopoli, contesero, rupper la guerra con Cantacuzeno
imperatore, gli assediaron la cittá, gli arser la flotta [1348]. Poi
contesero co' tartari a Caffa, altra lor colonia [1350]; poi co' veneziani
a cui voller chiudere il commercio alla Tana (Taganrog). Questi s'allearono
co' greci e con gli aragonesi, e capitanati tutti da Niccolò Pisani
grand'uomo di mare, combatterono una gran battaglia nel Bosforo contro a'
genovesi capitanati da Paganino Doria, altro grande [1352]. Vinsero i
genovesi, e fatta pace co' greci continuaron la guerra co' veneziani. Ma
furono vinti dai pisani alla Loiera nel mar di Sardegna [1353], e allor fu
che diedersi al Visconti. Con tal aiuto riarmarono, rifecer capitano
Paganino Doria, ricombatterono una terza battaglia al golfo di Sapienza in
Morea, e vinsero [1354]. Allora fecesi tra le due repubbliche una pace, che
pur troppo non durò poi, che durando avrebbe forse confermato il primato
marittimo all'Italia per sempre. Ma giá si sa: l'assurditá delle rivalitá
marittime è l'ultima ad intendersi, anche in tempi piú progrediti che non
eran quelli. Venezia fu turbata poi da una congiura, piú o meno accertata,
del suo doge stesso Marin Faliero. Ne fu accusato, condannato, ucciso
segretamente [1355]; materia di future tragedie.--Del resto, si
frammischiarono a tutti i fatti della penisola, guerreggiarono, predarono,
si moltiplicarono, si sciolsero, si riunirono, e si accrebbero di quelle
che Francia veniva cacciando, le funeste campagnie italiane sotto duca
Guarnieri il tedesco «nemico di Dio», fra Moriale un provenzale, il conte
Lando, Anichino Bongarten, Alberto Sterz tedeschi, Giovanni Hawkwood
inglese, ed altri minori.--E poco diverso oramai da cotestoro discese Carlo
di Lucemburgo [1354], fu incoronato re a Milano, imperatore a Roma [1355],
e risalí a Germania. Dove poi l'anno appresso [1356] ei pubblicò la _Bolla
d'oro_; quella costituzione che ordinò l'elezione, gli elettori degli
imperatori romani o germanici, e durò (mutata, s'intende, nel corso de'
secoli) finché duraron quelli. Nel 1368 ridiscese in Italia, vendette
signorie, vicariati imperiali qua e lá, e fece incoronar l'imperatrice in
Roma da quel papa Urbano V, che vedemmo precursore della restituzione della
sedia pontificale.
24. Il quarto periodo della presente etá in generale [1377-1492].--La
storia politica de' nostri comuni, repubblicani dapprima,
tiranneggiati quasi tutti poi, è cosí intricata, che ella cape
difficilmente in niuna mente o memoria umana, che niun'arte di
scrittore la fece o la fará forse mai né molto letta, né perfettamente
chiara a chi la legge. All'incontro, la storia letteraria di questi
nostri secoli è cosí bella e cosí splendida a chicchessia, che fin da
fanciulli noi la sappiam tutti e ne abbiamo la mente invasa e
preoccupata. Quindi un errore involontario e frequente: di tener il
secolo decimoquarto, il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto,
quasi piú splendido in tutto, anche in politica, che non il
decimoquinto, in che niun nome tale non apparisce a colpir gli animi
nostri. Nel trattar della coltura di quest'etá, noi avrem forse a
diminuire questa apparente contradizione delle due nostre storie
politica e letteraria. Intanto ci pare dover qui accennare che,
cessata la dimora de' papi in Francia e cosí la innatural soggezione
loro alla corte francese, sottentrò sí dapprima il danno
spiritualmente maggiore della divisione della cristianitá, il grande
scisma occidentale; ma che, politicamente, all'Italia ferma
nell'obbedienza al papa legittimo di Roma, fu minore assai lo stesso
danno spirituale, e grande poi il vantaggio di riavere in sé la sedia
di quella cosí intimamente, cosí inevitabilmente italiana potenza del
papa; e fu vantaggio nuovo, quando, cessato lo scisma, si ordinò
questa potenza; come furono l'ordinarsi, l'ampliarsi di altri Stati
italiani, il diminuirsi lo sminuzzamento della penisola, il farsi
italiane le compagnie. E il fatto sta, che in questo nuovo secolo
escon fuori parecchi piú o men puri, ma certo splendidi nomi politici
e militari: Francesco Sforza, il Carmagnola, Cosimo e Lorenzo de'
Medici, Niccolò V, Pio II, Alfonso il magnanimo, indubitabilmente
superiori ai nomi politici del secolo precedente.--Del resto, continua
qui e continuerá sino al fine di nostra storia la difficoltá,
l'impossibilitá di trovare un vero centro, intorno a cui rannodare i
fatti moltiplici. Finché durò la lotta contro agli imperatori, questi
furono, se sia lecito dir cosí, centro passivo, centro contro cui si
volsero gli sforzi, non di tutti purtroppo, ma de' migliori italiani,
dei papi e di Firenze principalmente. Ma cessata quella lotta (per
l'infausta traslazione, per l'infrancesarsi de' papi da una parte, e
per la trascuranza degli imperatori dall'altra), noi dovemmo giá
cercare un nuovo centro tal quale, per averne epoche, date, riposi a
cui condurre via via parallelamente i fatti diversi; e cosí prendemmo
dapprima gli Angioini di Napoli. Ma noi vedemmo cessata in breve lor
prepotenza, anzi, quanto all'Italia media e settentrionale, ogni loro
potenza; ondeché forse giá prima di qua avremmo dovuto, certo qui
dobbiamo di nuovo mutar centro, e ci par migliore Milano. Del resto,
quanto piú si complica la storia, tanto piú arbitrario resta qualunque
ordinamento di essa. E benché i piú degli scrittori non soglian notare
siffatte difficoltá insuperabili o almeno insuperate nelle loro
storie, parve a noi che il renderne conto candidamente potesse
conferire ai due scopi nostri, di far capire e ritenere, il meno male
possibile, la nostra storia.
25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano [1378-
1402].--Il ritorno de' papi non fu dunque dapprima se non principio di
nuova calamitá. Corso poco piú che un anno, morí Gregorio XI [1378], e
si disputò l'elezione tra dodici cardinali francesi, e quattro
italiani. Il popolo gridava in piazza:--Lo volemo romano!--Fu per
compromesso eletto un napoletano, e cosí suddito francese, Urbano VI.
Contentaronsene i romani, ma non i cardinali francesi, i quali pochi
mesi appresso elessero un francese davvero, Clemente VII. Ne seguí per
quarant'anni quello che fu chiamato poi il grande scisma occidentale,
una serie di papi italiani in Roma, a cui obbedivano la penisola
italiana e Germania; ed una serie di papi francesi in Avignone, a cui
obbedivano Francia, Inghilterra e Spagna con Sicilia. Urbano VI fu
zelante italiano, zelante papa, ma imprudente forse ed avventato.
Scostatasi da lui la regina Giovanna, ei chiamò d'Ungheria nuovi
competitori. Del 1385, puní ferocemente alcuni cardinali congiuranti
contro lui; lasciò ridissolversi lo Stato, riunito giá dal cardinal
Albornoz; e morí poi nel 1389. Successegli in Roma Bonifazio IX. Cosí
scese d'Ungheria Carlo di Durazzo, ultimo maschio della stirpe di
Carlo I, contro alla vecchia regina Giovanna; prese Napoli, fecesi
proclamar re Carlo III [1381]; prese poco appresso Giovanna stessa
derelitta da tutti, tennela nove mesi prigione; e, dicesi, tra le
piume del letto spensela poi [1382]. Giovanna aveva giá chiamato ad
erede Carlo di Durazzo; ma nel frattempo che era assalita da lui,
chiamò Luigi figlio del re di Francia, e nuovo duca d'Angiò, nuovo
stipite di una seconda casa Angioina di Napoli. Questi scese nello
stesso 1382 a difendere giá, a vendicare poi Giovanna; guerreggiò nel
regno fino al 1384, che morí e lasciò le pretese a Luigi II suo
figliuolo. Allora regnò solo Carlo di Durazzo; ma guastossi anch'egli
col papa, guerreggiò con esso, risalí ad Ungheria e vi morí, lasciando
il regno a Ladislao suo figliuolo, fanciullo [1386]. Guerreggiarono
quindi per questo i suoi partigiani contra Ottone, ultimo marito della
spenta Giovanna, contra Urbano VI, contra Luigi II per lunghi anni.
Cresciuto, guerreggiò egli; e riunito il regno finalmente l'anno 1399,
lo tenne poi crudelmente vendicandosi dei nemici, a modo del
secolo.--In Toscana, in tutta l'Italia media continuavano numerosi
sollevamenti dei popolani minori contro a' maggiori diventati nobili.
Il piú famoso e che può servir d'esempio fu quello di Firenze. Ivi i
nobili nuovi si dividevano giá in due, gli Albizzi a capo de' piú
aristocratici; i Ricci e i Medici, de' piú democratici. Cosí succede e
succederá sempre. Tanto sarebbe tenersi i primitivi. Ma l'invidia non
ragiona, e soprattutto non sente bene; chiama generosa l'acrimonia
contra quanto è grande; non pensa che sará punita essa stessa un
giorno onde peccò, da nuove invidie ripunite. Salvestro de' Medici
fatto gonfaloniero nel 1378, e Benedetto Alberti, sollevarono la parte
democratica pura, le arti minori, quella della lana principalmente,
detta de' Ciompi, contro alla parte diventata aristocratica, le arti
maggiori, gli Albizzi. Disputossi ne' Consigli, combattessi in piazza,
vinsero i soliti padroni della piazza, gl'infimi, i ciompi. Michele
Lando, uno di essi, portò il gonfalone; fu fatto gonfaloniero. Ma fu
in breve assalito da' piú democratici fra' suoi democratici, da' piú
ciompi fra' suoi ciompi; resistette alquanto ma invano; gli Albizzi
furono perseguitati, suppliziati [1379]. Poi, vincitori i ciompi si
divisero; e le arti maggiori, gli Albizzi, i nobili popolani
trionfarono all'ultimo [1382]; cioè anch'essi per allora fino a che,
come vedremo, trionfò di nuovo la parte ultra popolana sotto i Medici,
che se ne fecero scala alla signoria.--Cosí in Genova, alle divisioni
tra i Doria e i Fieschi e l'altre famiglie antiche, eran succedute
divisioni poco diverse tra gli Adorni e Fregosi, genti nuove. Ferveva
intanto nuova guerra tra Genova e Venezia. Erasi combattuto dapprima
in Cipro, in tutto Oriente; ma vinti i genovesi nel 1378 ad Anzio,
fecero un grande armamento, occuparono l'Adriatico, vinsero a Pola
Vettor Pisani [1379], che fu perciò stoltamente imprigionato da' suoi
concittadini. Quindi i genovesi assediaron Venezia da Chioggia e il
mare, mentre Francesco Carrara signor di Padova la stringea da terra,
dalle Lagune. Non mai Venezia erasi trovata a tale estremo: chiese,
pregò pace. Ma Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, rispose: «voler
prima por le briglie a' cavalli di San Marco». Questo fece tornar il
senno e il cuore a' veneziani; e, tolto dal carcere e rifatto capitano
Vettor Pisani, richiamate lor flotte da Levante sotto Carlo Zen, un
altro grand'uomo di mare, resistettero dapprima virilmente, poi
riassediarono essi i nemici in Chioggia [1380], li ridussero ad
arrendersi, si liberarono. E stanche finalmente le due repubbliche,
terminarono quella troppo famosa guerra, detta di Chioggia, con un
trattato fatto in Torino per mediazione d'uno di que' principi
Savoiardi, che ingrandivano [1381].--Tra' Visconti, morto Galeazzo
[1378] uno de' due fratelli, succedevagli Gian Galeazzo figliuolo di
lui, e cosí divideva la signoria, con Bernabò suo zio. Ma per pochi
anni; ché nel 1385, mentre in un abboccamento s'abbracciavano nipote e
zio, quegli dicendo a sue guardie tedesche--_Streike_,--fece questo
disarmare, prendere, imprigionare, e poi dicesi avvelenare e
riavvelenare. Cosí rimasero Milano e Pavia e tutta la gran signoria
viscontea sotto a Gian Galeazzo. Da secoli e secoli molti signori e
tiranni italiani avevano giá usate perfidie e crudeltá, ma alla cieca,
alla barbara, piú per istinto che per arte. I Visconti furono i primi,
i quali usarono efficacemente quell'arte, che l'opinione
vergognosamente corrotta di que' secoli chiamò «virtú», che alcuni
pochi ammirano ancor di soppiatto sotto nome d'«abilitá»; ma che, come
il bene vien talor dal male, fu forse utile ad ingrandire e riunire
gli Stati, a scemare la funestissima dispersione delle potenze
d'Italia, come fu utile un cent'anni appresso a riunir Francia sotto
Luigi XI. Appena Gian Galeazzo ebbe tutto lo Stato visconteo, egli si
volse ad ingrandirlo. S'uní prima ai Carraresi di Padova contro a
Venezia ed agli Scaligeri, e prese a questi Verona [1386]. Quindi
s'uní co' veneziani contro ai Carraresi, e prese Padova e Treviso
[1387]. Fuggitone Francesco II di Carrara a Firenze, tornò per
Germania col duca di Baviera genero giá di Bernabò cui volea
vendicare, e riacquistò Padova [1390]. Intanto Gian Galeazzo assaliva
Bologna e Toscana tutta. S'alzava Firenze, ma piú da mercante che da
guerriera, e soldava l'Acuto (cosí avea fiorentinamente addolcito
l'impronunciabile Hawkwood), soldava il duca di Baviera [1390],
soldava un conte d'Armagnacco [1391], e cosí si salvava e facea pace
[1392]. Finalmente nel 1395 Gian Galeazzo comprò dal vil imperatore
Venceslao (che dimenticammo di dir succeduto nel 1378 a Carlo IV di
Lucemburgo padre suo) il titolo di duca di Milano per sé e suoi
successori di maschio in maschio, con ventisei cittá lombarde dal
Ticino alle Lagune, per centomila fiorini. Fu una delle vergogne che
fecero dagli elettori tedeschi depor Venceslao, ed eleggergli a
successore Roberto giá conte palatino [1400]. Questi discese subito
contro al nuovo duca italiano; ma sconfittone presso a Brescia [1401],
ed abbandonato poi da tutti i suoi alleati, ed avendo esausti i
sussidi fiorentini, risalí e sparí in Germania [1403], dove poi regnò
fino al 1410. Intanto rimase poco men che abbandonata al duca Visconti
tutta l'Italia. Nel 1399 aveva compra Pisa al figliuolo di Iacopo
d'Appiano, che l'aveva usurpata ad un Pietro Gambacorta. Nel 1400
acquistò Assisi, e Perugia divisa dopo la morte di Pandolfo Baglioni,
capo di parte nobile colá; e ricevette sotto sua protezione Paolo
Guinigi, nuovo tiranno di Lucca; nel 1401 prese Bologna a Giovanni
Bentivoglio, tiranno nuovo esso pure. Insomma (tranne Modena, Mantova
e Padova) avea tutta Lombardia dal Ticino all'Adriatico; con Bologna,
Lunigiana, Pisa, Siena, Assisi e Perugia. Se non moriva di peste nel
1402, chi sa, costui riuniva l'Italia almen settentrionale. Cosí fosse
stato! Gli uomini passano, e le istituzioni restano sotto uomini
migliori.--Gian Galeazzo fece un bene; usò, promosse, ingrandí le
compagnie italiane che s'eran venute raccogliendo sotto parecchi Da
Farnese, un Dal Verme, un Biondo, un Broglia, un Ubaldino, i Malatesta
e parecchi altri, e sopra gli altri Alberico da Barbiano. Tra un
malanno straniero ed uno italiano, questo è sempre meno male. Genova
divisa, incapace di difendersi, erasi fin dal 1396 data a Francia.
26. Giovanni Maria Visconti secondo duca [1402-1412].--Ma poco mancò
che coloro non rovinassero il nuovo ducato de' Visconti. Morendo Gian
Galeazzo avea lasciati due figliuoli di tredici e dodici anni: Giovan
Maria che gli succedette nel ducato di Milano, Filippo Maria nel
contado di Pavia; ambi sotto la tutela di Caterina lor madre, sotto la
protezione de' condottieri. Ma le cittá si sollevarono, e i
condottieri riducendole le serbarono per sé; si fecero forti in
ciascuna, Facino Cane il principale di tutti in Alessandria, Ottobon
Terzo in Parma, Malatesta in Brescia, Giovanni da Vignate in Lodi,
Gabrino Fondolo in Cremona e via via. Caterina, tiranneggiante con
Barbavara cameriero giá di suo marito, fu chiusa in carcere, dove
morí; colui cacciato [1404]. Giovan Maria cresciuto e sorretto da
Facino Cane, tiranneggiò, incrudelí, lussureggiò anch'esso in Milano.
Gran cacciatore, dicono (ma è credibile?) cacciasse uomini; fu
scannato da alcuni gentiluomini milanesi addí 16 maggio 1412. Diventò
duca il fratello di lui Filippo Maria conte di Pavia. Intanto, anche
piú facilmente s'erano sollevate e liberate le cittá piú lontane
venete e toscane. Francesco Novello da Carrara univasi con Guglielmo
ultimo degli Scaligeri, figlio di quello spogliato giá quindici anni
addietro; e insieme riprendeano Verona [1404]. Ma lo Scaligero morí,
dicesi di veleno, pochi dí appresso; e cosí finí quella famiglia dopo
due secoli di signoria, senza vera gloria, senza risultato. Quante
pene sprecate, quanti semi di virtú perduti, per ingrandir le
famiglie! E non lasciar all'ultimo un'opera compiuta, un benefizio
alla patria, una benedizione in cuore ai compatrioti! Verona passò
quindi al Carrarese, e Vicenza a Venezia; e ruppesi guerra tra quello
e questa. Ma le guerre erano allora de' piú ricchi che pagavano piú
venturieri; e qui non v'era paragone. Venezia prese Verona e Padova, e
Francesco Novello e i piú degli altri Carraresi [1405]; e fece
strozzare in carcere lui e due figliuoli di lui [1406], e pose
sfacciatamente a prezzo le vite de' minori a lei sfuggiti. Venezia
entrava a un tempo nella carriera delle conquiste, e in quella della
scellerata virtú del secolo decimoquinto. E cosí finí anche questa
famiglia d'antichi principi italiani.--Né si mosse Firenze, giá lor
alleata e patronessa; era occupata in un'impresa non dissimile,
quantunque men barbaramente adempiuta. Perugia e Bologna eransi
liberate da' Visconti e ridonate al papa; e liberatesi Siena e Lucca.
Sola Pisa rimaneva a un bastardo di Gian Galeazzo, protetto da
Boucicault, signor di Genova per Francia. Costoro vendettero a Firenze
il castello di Pisa, e poi il francese fece decapitare l'italiano. I
pisani ripresero il castello, fecero signore un Gambacorta, sostennero
un lungo e bell'assedio, e furon venduti da colui, e i fiorentini
entrarono cosí a tradimento [1406], e finí la libertá di Pisa. Non vi
furono crudeltá: Firenze fu sempre relativamente mite.--Quindi ivi,
nella nuova suddita Pisa, convocossi un concilio a finir lo scisma. A
Bonifazio IX, papa, erano succeduti Innocenzo VII [1404] e Gregorio
XII [1406]. In Avignone papeggiava Pier di Luna sotto nome di
Benedetto XIII. Questi due furon citati al concilio di Pisa [1409],
s'appressarono, ma non vennero. Furon deposti, fu eletto Alessandro V;
e lui morto nel 1410, e succedutogli Giovanni, invece di due s'ebber
tre contendenti, e furon citati tutti poi a un nuovo concilio a
Costanza.--In mezzo a tutto ciò venne a frapporsi l'ambizione di
Ladislao re di Napoli, che invase Roma e Toscana [1408]. Firenze,
minacciata e sempre pendente a Francia, chiamògli contra il
competitore Luigi d'Angiò. Guerreggiossi quindi parecchi anni in
Toscana e in tutto il mezzodí, tra i due competitori; combattendo per
il francese e Firenze Braccio da Montone, per Ladislao Attendolo
Sforza. Erano allora i due condottieri maggiori d'Italia, i due che
introdussero qualche arte di guerra in lor mestiero: piú ardito
Braccio, piú assegnato Sforza, fecero e lasciarono le due famose
scuole italiane de' bracceschi e sforzeschi.--Nel 1409 il regno di
Sicilia erasi di nuovo riunito ad Aragona. Noi lasciammo quello
cent'anni addietro in mano a quel Federigo che l'aveva difeso cosí
bene contro al proprio fratello d'Aragona, agli Angioini di Napoli, a
Francia, al papa, a Carlo di Valois e ai guelfi neri; e l'aveva avuto
per sua vita colla pace del 1303. A malgrado della quale egli il
lasciò poi nel 1337 a suo figliuolo Pietro II, che il lasciò nel 1342
a suo figlio Luigi, che il lasciò nel 1355 a suo fratello Federigo II,
che il lasciò nel 1377 a sua figlia Maria, che il lasciò nel 1402 a
suo sposo Martino d'Aragona, che il lasciò morendo nel 1409 a suo
padre Martino il vecchio, che fu cosí re d'Aragona e Sicilia. Il quale
morto poi senza figliuoli [1410], e cosí spenta in lui l'antica
schiatta d'Aragona, disputossi la successione e passò a Ferdinando
principe di Castiglia [1412]. Non ci possiam fermare a tutti questi,
mediocri per sé e per potenza, e che, tranne alcune contese e piccole
guerre con gli Angioini di Napoli, non importarono nelle vicende
d'Italia.