7. Corrado II [1138-1152].--Fu disputata la corona tra Arrigo d'Este o

de' Guelfi, duca di Baviera e Sassonia, detto il «superbo», e

potentissimo in Germania ed Italia, e quel Corrado d'Hohenstaufen che

giá vedemmo tener per poco il regno d'Italia. Vinse Corrado

l'elezione; e quindi incominciò il lungo regnare di questi Svevi; e

incominciarono insieme in Germania i due nomi di «guelfi» e

«ghibellini», il primo ad accennar la parte antiimperiale, il secondo

quella degli imperatori Svevi eredi e successori della prima e

propriamente detta casa Ghibellina. Morto Arrigo il superbo nel 1139,

Guelfo, fratello di lui, continuò la parte e guerreggiò contra

Corrado; e finalmente andarono amendue [1147] a quella seconda

crociata che, promossa con tanto zelo da san Bernardo, terminò cosí

male. Ma tornatine i due, guerreggiossi di nuovo nel 1150; e vincitore

Corrado si disponeva a scendere in Italia, quando morí nel 1152. Fu il

primo imperatore che non iscendesse mai; furon quindici anni

d'abbandono, di respiro, dal signore straniero.--Ma gli intervalli

d'abbandono, di signoria non sentita, son quelli in che appunto gli

improvidi italiani pensaron sempre meno a liberarsi; e que' nostri

padri non si valsero di que' quindici anni se non a dividersi e

guerreggiarsi tra sé piú e piú, per quegli interessi piccoli e

presenti, che fanno improvidi gli uomini ai grandi e futuri. Morto

Anacleto antipapa, continuò la parte di lui, e fu ridotta ad

obbedienza per intervenzione di san Bernardo il gran pacificatore. Ma

sorsero intanto nuovi turbamenti in Roma per Arnaldo da Brescia, un

riformatore ostile e inopportuno della Chiesa, ultimamente e bene

riformata da Gregorio VII e i successori. Fu condannato in concilio

fin dal 1139, e combattuto anch'esso da san Bernardo. Continuò

Ruggieri sue guerre di conquista e riunione del Regno, e gli fu

confermato questo [1139] da papa Innocenzo II. E morto Innocenzo

[1143], succedettergli Celestino II, Lucio II, Eugenio III, buoni

pontefici, turbati da' grandi romani costituitisi in senato;

imitazione forse buona de' nuovi Consigli di credenza, ma fatta

risibile dalla formola di «_senatus populusque romanus_», che si

riprese. Le grandi formole usate nelle cose piccole non servono che a

far sentire tal piccolezza. In Toscana e Lombardia guerreggiaronsi

peggio che mai le cittá; Roma contra Tivoli, Milano contra Cremona,

Milano contra Como, Pavia contra Verona, Verona contra Padova, Padova

contra Venezia, Venezia contra Ravenna, Piacenza e Milano contra Parma

e Cremona, Modena e Reggio e Parma contra Bologna, Bologna e Faenza

contra Ravenna ed Imola e Forlí, Verona e Vicenza contra Padova e

Treviso, Venezia contra Pisa, Pisa e Firenze contra Lucca e Siena;

trista lista abbreviata sui cenni probabilmente non compiuti del

Muratori, e che ho voluto qui porre a mostrare quali fossero in

generale gli errori della gioventú di que' comuni, quali in

particolare lor mali apparecchi alla grande occasione nazionale che

s'appressava. Né ciò era tutto; dividevasi ogni cittá in parti pro o

contra l'imperio, pro o contra ogni discesa imperiale, pro o contra

que' nobili, que' capitani o cattani, rinchiusi gli uni in lor

castella e talor pretendenti alla signoria feodale della cittá,

aggregati gli altri alle cittadinanze e rinchiusi in loro alberghi o

case consortili. Era uno sminuzzamento di potenza, una discordia

universale, maggiore che non la feodale stessa; migliore in ciò solo,

che la discordia era almeno per gli interessi di tutti e non dei pochi

tiranneggianti. Ma le discordie, quali che sieno, son mali apparecchi,

perdizioni delle occasioni nazionali. E tanto piú che le discordie non

sogliono essere altro che invidie; e le invidie sono il vizio piú

pervertitore delle menti; e le menti pervertite non sono piú bastanti

alle dure imprese d'indipendenza. Il vedremo registrato qui; e il

vedemmo, in natura, altrove.

8. Federigo I imperatore, la guerra d'indipendenza [1152-1183].--E quindi

non fará meraviglia, se la guerra seguente, la piú bella, la sola santa e

nazionale che si trovasse, prima dell'ultima, nella storia moderna

d'Italia, non fu tuttavia unanime, non universale, non condotta fino ad

effetto compiuto. Sarebbe facile forse, ma vano certamente il celarlo;

vano, se non nocivo seguir quell'uso invalso poc'anzi tra noi di magnificar

le glorie nostre passate, quando non si potevan le presenti, serbato ora da

alcuni per avvilir queste. La veritá esatta può solo esser utile; io

dirolla come la veggo. E se ne avrò taccia di troppo austero, mi

giustificherò, primamente, come sogliono i piccoli, coll'esempio de'

grandi, Dante, Machiavello, Alfieri; e noterò poi che chi parla cosí ai

compatrioti, erri o no, mostra almeno di tenerli per uomini, adulti, sani e

capaci d'udir veritá; mentre chi dice necessarie ad incoraggiarli le lodi

esagerate, le adulazioni, li tratta quasi donne, bambini, infermi o

rimbambiti.--Morto Corrado Svevo, i tedeschi elessero a re loro, e cosí,

giá incontrastabilmente nel fatto, re d'Italia e imperatore, Federigo I

detto «Barbarossa», figlio di quel fratello di lui che aveva preteso

all'imperio, e di Giuditta de' Guelfi Estensi. E riunite cosí in lui le due

parti germaniche, rimasero lá pacificate allora e per alcun tempo. Quindi

ad esso l'occasione, quasi il dovere di far l'opposto del predecessore, di

lasciar Germania per attendere a Italia; di vendicar Lotario il penultimo

imperadore, a cui erano state chiuse in faccia le porte di tante cittá

italiane. Oramai queste discese degli imperatori erano diventate guerre

naturali, e poco men che universali tra noi. Gl'imperatori, i tedeschi

avevano contra sé non piú solamente le cittá avverse all'imperio, ma quelle

stesse che si proferivano imperiali, e che pur intendevano i diritti

imperiali tutto diversamente da ciò che eran pretesi dagli imperatori.

Questi volevan giudicare, statuire tra l'una e l'altra parte d'ogni cittá,

tra l'una e l'altra cittá, e principalmente tra i signori e le cittá; e

tuttociò non era sofferto dalle piú di esse, imperiali o non imperiali.

Ancora, l'imperatore aveva nelle cittá molti diritti d'onore e di lucro

personale; e questi, compresi sotto il nome di «regalie», e giá disputati

ab antico, erano venuti meno via via, e principalmente ne' quindici anni di

Corrado. Finalmente, gl'imperatori che avean fatte giá nell'etá passate

tante concessioni alle cittá, non avean mai conceduti loro i governi

consolari, e li riconoscean sí di fatto, ma li vedean male; mentre le cittá

se n'eran venute compiacendo piú e piú da mezzo secolo. In somma, non

furono mai due opinioni, due politiche piú opposte che quelle degli

imperatori e delle cittá italiane, della cancelleria imperiale e reale e

de' governi comunali, quando s'apparecchiava a scendere Federigo I re

incontrastato di Germania, re d'Italia e imperator designato, giovane

coraggioso, afforzato ed insuperbito dell'unione di Germania.--Giá in dieta

a Vurtzburga ed a Costanza [1152-1153] fu sollecitato da' messaggeri del

papa contra Arnaldo da Brescia, da un principe spogliato di Capua contra re

Ruggeri, da due fuorusciti di Como contra Milano che teneva lor cittá

soggetta da un quarant'anni. Federigo mandò un messo imperiale a Milano con

un diploma in favor di Lodi, e i milanesi glielo tolsero di mano e

stracciarono in faccia, e lo cacciarono.--Scese quindi [1154] ben

accompagnato di milizie feodali Federigo per il Tirolo, e venne presso a

Piacenza; a quel campo di Roncaglia, dove gli ultimi imperatori solean

tener dieta e raunar loro aderenti, dacché appunto solean chiudersi loro le

cittá. V'udí i lamenti di Como e Lodi contra Milano, del marchese di

Monferrato contra Chieri ed Asti. Barcheggiò dapprima con Milano; e

facendosene fornir viveri, risalí il Ticino. Poi sorta disputa per que'

viveri, aprí la guerra, prese a' milanesi tre castella, Rosate, Trecate e

Galiate; ed arsi a proprie spalle i ponti sul Ticino, risalí il Po fino a

Torino [1155], passollo ed arse Chieri, che serba cosí l'onore d'essere

stata prima cittá vittima di lui, e poi Asti. Tornato cosí lá presso onde

s'era mosso (strana guerra o piuttosto scorreria che giá mostra il niuno

accordo degli italiani), pose campo contro a Tortona alleata di Milano,

nemica di Pavia; intimolle di mutar alleanze, fu rifiutato, assediolla due

mesi, incrudelí contro ai prigioni, guastò i fonti agli assediati, e prese

la cittá [15 aprile], la saccheggiò ed arse.--Quindi fattosi incoronar re a

Pavia, s'avviò per farsi incoronare imperatore a Roma. Dove, morto giá

Eugenio III [1153] ed Anastasio IV [1154], pontificava Adriano IV, ma

poteva il nuovo senato; e sott'esso quell'Arnaldo da Brescia, il condannato

d'eresia, predicante per il senato contro al papa. E papa e senato

aspettavano ora la decisione dell'imperatore; scusabili dunque tutti e due,

se si voglia, sulle condizioni de' tempi; tutti e due condannabili, se si

attenda a quel dovere di tutti i tempi, di non dividersi in presenza allo

straniero; quel dovere che ben fu, a distanza di otto secoli, saputo

adempiere da un Lanzone a Milano, da un Mastai a Spoleto. Quanto poi al

far, come taluni, sempre colpevoli i papi, sempre scusabili od anche eroi

di libertá, o, piú, d'indipendenza, i loro avversari; ella mi pare di

quelle nequizie che non possono se non isviar del tutto la storia, e, che è

peggio, la politica pratica della nazione. Ad ogni modo, Arnaldo era allora

giá piú o meno abbandonato dal senato, e trovavasi rifuggito in un castello

vicino d'un partigiano suo. Giunto lá presso, Federigo prese costui, e

fecegli dar Arnaldo nelle mani del prefetto imperiale di Roma, che il fece

ardere in piazza del Popolo. Compiangiamo il supplizio religioso o

politico; ma non piú. Quindi avanzossi Federigo, ed incontrato dal papa gli

tenne la staffa; incontrato da una deputazione del senato, che orò quasi

senato antico ed elettor d'imperatori, passò oltre, ridendone egli e i suoi

tedeschi, come succede degli scaduti che si credono grandi tuttavia. Quindi

fu incoronato [1155] in Vaticano senza entrare in Roma, combatté colle

milizie di Roma sollevateglisi contro, si ritrasse a Tivoli, mosse contra

Spoleto che avea lesi parecchi diritti d'imperio, e l'arse. Poi, negletto

il Regno, dove al primo e gran re Ruggeri era succeduto suo figliuolo

Guglielmo detto «il cattivo» [1153], licenziò in Ancona il suo esercito

feodale, e sfuggendo le insidie de' veronesi, per il Tirolo risalí a

Germania. Avea prese le due corone, avea fatta sentir qua e lá crudelmente

ma non rinvigorita la potenza regio-imperiale, ed avea schivata la cittá

nemica principale, Milano.--Quindi ad innalzarsi i milanesi a giusto

orgoglio, a gran credito, a meritata potenza in tutta Italia: Milano faceva

allora ciò che giá Roma all'epoca di Camillo: in Milano era la somma, era

l'onor d'Italia; i milanesi furono sublimi, prudenti, disinteressati,

generosi in tutta questa guerra. Giá, presente ancora Federigo, aveano essi

stessi riedificata Tortona, la fedele alleata, e sconfitti i pavesi

contrastanti. Ora, assente lui, ridussero questi alla pace; e punirono piú

o meno gli imperiali, il marchese di Monferrato, Cremona, Lodi; ristrinser

lor alleanze, fortificarono i passi d'Adda e Ticino. E quindi ad accostarsi

pur il papa alla parte nazionale, a stringer alleanza con re Guglielmo, a

insuperbire coll'imperatore. In una lettera gli parlò della corona

imperiale come di «beneficio» concedutogli; ed alla cancelleria tedesca

parve tanto piú ingiuria, perché allora tal parola aveva, oltre sua

significazione naturale, pur quella di feudo. Il papa spiegò che aveva

intesa la prima, l'imperatore si contentò.

9. Continua.--Fece una seconda discesa [1158] come la prima, per

Tirolo; e la molta gente sua (centomila fanti, dicesi, e quindicimila

cavalli) per gli altri passi del Friuli, di Como e del Gran San

Bernardo. Volea finirla una volta con questi italiani, con questi

milanesi principalmente, che intendean cosí male l'imperio; volea

questo restaurare a modo suo finalmente. Occupò, atterrí tutta

Lombardia; presentossi a Brescia, sola che mostrasse di voler restar

costante a Milano, alla indipendenza; e n'ebbe obbedienza, Sforzò i

passi dell'Adda difesi da' milanesi, prese loro varie castella, diede

a' lodigiani nuovo sito a riedificar lor cittá, arrivò dinanzi a

Milano [8 agosto]. Ma non osò assalirla a forza; la circondò,

l'affamò. Seguirono belle sortite degli assediati. Ma in capo a due

mesi il conte di Blandrate, un signor potente, lor capitano, li

persuase ad una capitolazione; la quale ebbero moderata, dando

all'imperatore poco piú che il giuramento e le regalíe, e serbando i

consoli [7 settembre].--Ma Federigo adunava una nuova gran dieta a

Roncaglia, e vi chiamava i giureconsulti dello Studio di Bologna,

sorto fin dal principio del secolo; i quali spiegarono i diritti

imperiali secondo i codici giustinianei, e non sugli acquisti via via

fatti di libertá. Bisogna dire, che i giureconsulti di quell'etá non

conoscessero né il diritto di prescrizione, né anche meno quello

imprescrittibile di qualunque nazione, di non soggiacere ad un'altra.

Certo che anche di questo, come di qualsiasi diritto, si può disputare

e si disputa ad ogni occasione, se sia rivendicato con mezzi legittimi

e prudenti, o no: ma l'imprudenza o l'illegittimitá de' mezzi non

toglie il diritto primitivo. Se tu mi rubi il mio, ed io tento

ucciderti, fo male senza dubbio; ma il mio rubatomi riman sempre mio.

Ma i giureconsulti di Bologna non l'intendean cosí; non facevano

imprescrittibili se non i diritti del sacro romano imperio ai tempi di

Teodosio e Giustiniano. Quindi, non solo furono da costoro rivendicate

all'imperio le regalie, e tolto alle cittá l'uso delle guerre

cittadine, ma fu inventato, e stabilito poi in ogni cittá dove poté

l'imperatore, un magistrato suo, che dovea, rimanendo i consoli,

rappresentare la potenza imperiale, e che appunto fu chiamato

«_potestas_», «podestá». Quindi condannavasi e smuravasi Piacenza, a

brutta richiesta della vicina Cremona; e rivendicavansi all'imperio

Sardegna e Corsica, tenute da' genovesi e pisani. I primi accennarono

resistere; uomini, donne, vecchi e fanciulli edificarono allora lor

forti mura; e furon lasciati tranquilli, anzi esenti dalle regalie,

liberi del tutto. Ma non cosí Milano, risorta con Brescia e Crema

contro ai podestá e all'altre infrazioni degli ultimi patti. Cosí

Federigo ebbe a ripigliar l'armi; e, saccheggiati i campi, pose

assedio a Crema addí 4 luglio 1159.--Segue una delle piú nobili

fazioni di quella e di qualunque guerra. Sei mesi e mezzo di

resistenza; Milano e Brescia mandano aiuti; belle sortite, vittorie

degli assediati; Federigo fa da barbaro impiccar i prigioni dinanzi

alle mura; i cremaschi impiccan sulle mura a rappresaglia; Federigo

inferocisce, uccide gli ostaggi adulti, e attacca i bambini a una

torre di legno che s'avanzava secondo l'uso per l'assalto, e contro

cui tiravano i mangani de' difensori. Fra le grida disperate de'

figliuoli e de' padri, esclama uno di questi:--Benedetti coloro che

muoiono per la patria;--e continuan gli argani, finché i tedeschi di

sotto alla torre temono esservi schiacciati, e la ritraggono. Eran

morti nove, feriti due, salvi pochi di quelle vittime. Questi son

sangui che a nostra etá parrebbon dover sollevar milioni; ma non è

vero, né per allora né per adesso. Non se ne accrebbe la guerra: le

cittá imperiali rimasero imperiali, e le vicine rabbiosamente invide

delle vicine; tantoché, quando la dissanguata Crema si pose a

discrezione [26 gennaio 1160] dello straniero inferocito, non chiese

grazia che d'esser salva dalla ferocia della vicina Cremona: ma nol

fu; ché usciti i cittadini, predata ed incendiata la cittá, i

cremonesi si tolser essi il carico di abbattere i resti, d'appianare

il suolo. Noi vedemmo, due secoli addietro, invidie di principi e

marchesi; un secolo addietro, invidie di signori minori e

d'ecclesiastici; ora, appena libere le cittá, incominciano i secoli,

anche piú lunghi, delle invidie cittadine. Sempre invidie in Italia,

sempre il vizio di odiar la grandezza nazionale piú che la straniera,

il vizio, il piacer servile di ribattere i ferri a' conservi.--Intanto

Crema, la generosa cittaduzza, avea, sagrificando se stessa, consunte

le forze, e, che era piú allora, il tempo dell'imperatore. Questi

dovette lasciar tornare a casa i feudatari, sciogliersi l'esercito,

ridursi lui a guerra, a zuffe contro a' milanesi; e ne fu battuto due

volte a Cassano e Balchignano. Ed intanto sorgeva nuovo e grande aiuto

morale a' milanesi. Morto papa Adriano, giá piú e piú guastato

coll'imperatore [1159], erangli stati eletti due successori: papa

Alessandro III da tutti i cardinali, salvo tre; Vittore IV antipapa,

uno dei tre, dagli altri due. L'imperatore citolli a sé. Alessandro da

vero papa ricusò, e fu riconosciuto dall'Italia libera, dalla

cristianitá; Vittore accettò, e fu riconosciuto dall'imperatore.

Allora la guerra nazionale s'inasprí in religiosa.--E venuto un nuovo

esercito a Federigo nel 1161, mosse egli finalmente contra a'

milanesi, rinchiuseli entro lor mura, arse lor mèssi, tagliò loro gli

arrivi, ma, come la prima volta, non osò assalirli, li affamò: cosí

durarono, resistettero un nove mesi. Poi, esausti, domandarono a

capitolare; l'imperatore li volle a discrezione; i consoli volean

durare ancora, il popolo cedè, s'ammutinò, li sforzò. Giá erasi lungi

dall'imitazione romana; ma non s'avea forte, ordinata aristocrazia che

potesse partecipare al proprio la virtú propria di lei, la perduranza.

Allora i consoli giurarono [1° marzo 1162], fare, e far fare tutte le

voglie dell'imperatore. Il quale, fosse vil timore o vil piacere

d'assaporar le crudeltá, manifestolle a poco a poco. Furono un dí

fatti uscire trecento militi a depor l'armi; un altro dí tutti i

consoli de' tre ultimi anni, le croci in mano, a domandar mercé; poi

tutti quanti i cittadini, che furon dispersi nelle cittá vicine e

rivali; e finalmente, Federigo entrò nella vuota cittá e diedene a

disfare un quartiere ad ognuna di quelle altre che non ho il cuore di

nominare.--E, domata Milano, tornò Federigo alla vicina Pavia, e vi

ricevette omaggio delle giá imperiali, e di quelle che tali facevansi

ora per timore. L'Italia parea domata. A mezzo l'anno 1162 risalí in

Germania, quasi senza esercito.

10. Continua.--E come a paese domato ridiscese per la terza volta

[fine 1163] con gran corte e poche armi. Successero nuovi atti di

servitú, d'invidie italiane. Pavia domandò di atterrare la riedificata

Tortona, e l'ottenne e l'adempiè. Genova e Pisa, poc'anzi pacificate

per forza dall'imperatore, conteser di nuovo per la Sardegna; e

Federigo concedettela con titolo di re a un Barisone, che rimase poi

parecchi anni prigione, per debiti, de' genovesi. Ma col 1164

incominciano i begli anni di questa bella guerra, gli anni delle

confederazioni e della meritata fortuna. Que' podestá che erano stati

posti dall'imperatore nelle cittá nemiche ed anche nelle amiche,

tiranneggiavano le une e le altre; e dove non erano podestá nuovi,

bastavano a ciò gli antichi diritti imperiali, dismessi a lungo, or

rivendicati dopo la vittoria. Che anzi queste tirannie intollerabili a

tutte, erano tanto piú a quelle cittá che non entrate fino allora

nella guerra, non avevano a soffrirle come vendette o castighi.

Sollevaronsi e diedero il primo esempio d'una lega quattro cittá

orientali che se ne daran vanto un dí, Verona, Vicenza, Padova, e

Treviso; alle quali s'aggiunse Venezia la forte, la savia, che aiutata

da sua situazione, e costante sotto a sua antica aristocrazia e a'

suoi antichi duci o dogi, aveva sola saputa accrescere, compiere,

mantener sua indipendenza, ed or temeva per essa e vi provedeva bene

cosí. Federigo, privo di tedeschi, adunò gl'italiani fedeli suoi,

signori feudali e milizie di cittá, e mosse contro a Verona; ma

s'accorse d'essere oramai malveduto, e indietreggiò e risalí a

Germania, minacciando il ritorno. Se non che fu trattenuto colá due

anni e piú, dalla contesa che avea con Francia ed Inghilterra per li

suoi antipapi (Vittore, poi Pasquale), e da quell'altra, or risorta,

di sua casa Ghibellina contro alla Guelfa.--Intanto se n'avvantaggiava

tra noi la parte non chiamata ancora ma giá simile, giá

anti-ghibellina, anti-imperiale. Papa Alessandro, rifuggito in

Francia, era stato richiamato, e tornò a Roma [1165] aiutato dal re di

Puglia Guglielmo I; a cui [1166] succedette Guglielmo II detto «il

buono», contrario naturalmente, come tutti i predecessori, agli

imperatori.--Finalmente [1166] fece Federigo la sua quarta discesa per

Val Camonica e Brescia, impedito che gli era il passo solito del

Tirolo dalla lega veronese. Dicesi avesse un forte esercito; ed io

crederei che fosse veramente forte di tedeschi come i precedenti; ma

che quelle centinaia di migliaia che si contavano in quelli fossero

d'italiani aggiuntisi loro allora, e non aggiuntisi ora, e che cosí in

tutto rimanesse povero l'esercito imperiale. Cosí è: quando gli

stranieri non troveranno piú cattivi italiani in Italia, essi,

contandosi, si troveran sempre pochi. Il fatto sta, che Federigo non

assalí una cittá in Lombardia, perdette sei mesi intorno a Bologna,

scese contro ad Ancona, la quale per resistergli s'era alleata o forse

data all'imperatore orientale e n'avea un presidio greco. Ma Ancona si

riscattò con danari, e Federigo s'avanzò contra Roma e papa

Alessandro; sforzò la cittá leonina, assalí ma non poté sforzare il

Colosseo dove il papa s'era rinchiuso, ed onde poi egli si salvò a

Benevento. Allora Roma diedesi a' tedeschi; ma questi furono tra breve

invasi, morti molti, spaventati i superstiti dalle febbri endemiche;

ondeché si ritrasse Federigo per Toscana, e fu quasi fermato dalla

cittaduzza di Pontremoli, e salvo dal marchese Malaspina che il

condusse a Pavia. E intanto, in aprile 1167, s'erano adunati al

monastero di Pontida i deputati di Cremona, Bergamo, Brescia, Mantova

e Ferrara, una prima lega lombarda simile alla veronese. Poi, al dí

immortale del primo decembre del medesimo 1167 (pur troppo non è

segnato il luogo in quel diploma, serbatoci dal buon Muratori[1], che

è certo il piú bello della storia d'Italia), si riunirono le due leghe

veronese e lombarda; Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso,

Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma,

Modena e Bologna, quindici cittá i cui nomi resteranno, checché

succeda, santi sempre all'Italia, in una lega sola, o come porta il

magnifico atto, in una «Concordia». Giurarono difendersi, tenersi

indenni reciprocamente contro chiunque (non escluso l'imperatore) li

volesse astringere ad altro che ciò che aveano fatto dal tempo

d'Arrigo (certo il quinto) fino alla prima discesa di Federigo. E qui

vedesi che molte cittá, dapprima imperiali, s'eran giá riunite alla

causa comune; e giá entrar a paro dell'altre Milano, testé riedificata

in mirabile modo, a gran concorso delle cittá concordi. E cosí,

spoglio oramai d'alleati, Federigo fuggí di Pavia alla primavera

dell'anno seguente 1168 con una trentina di tedeschi ed alcuni

statichi nostri. I quali poi, mentre passava per Susa a Moncenisio,

gli furon tolti di mano da quell'ultima nostra cittaduzza. Dicesi ne

facesse impiccar uno, e ciò sollevasse que' generosi borghigiani.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 16 / 25 段