11. Continua.--Allora, naturalmente, ad accrescersi la lega lombarda, la

Concordia; ad entrarvi Novara, Vercelli, Como, Asti, Tortona, parecchi

signori feudali, il marchese Malaspina stesso. Non rimanevano guari piú

imperiali, se non Pavia e il marchese di Monferrato. E contra questi, i

confederati immaginarono edificare una fortezza; ma le fortezze di que'

tempi erano le cittá, o piuttosto i numerosi cittadini. E cosí in un piano

tra Bormida e Tanaro fondarono una cittá nuova, che dal papa, loro alleato,

chiamarono Alessandria; e la fortificarono e popolarono dalle terre

all'intorno, in tal modo che dicesi armasse nell'anno quindicimila

guerrieri [1168]. Poi entrarono nella Concordia nuove cittá, Ravenna,

Rimini, Imola, Forlí; e allora preser il nome piú esteso di «Societá di

Venezia, Lombardia, Marca e Romagna ed Alessandria». I consoli delle cittá

si riunivano a parlamento ed eleggevan rettori della Societá; e si estesero

i giuramenti a non far pace né tregua né compromesso coll'imperatore, ad

impedire «che non scendesse esercito imperiale grosso né piccolo di qua

dall'Alpi», a mantener la lega per cinquant'anni; tutto magnifico, salvo

che mancarono sempre in quegli atti le due parole, in quelle menti le due

idee d'«indipendenza» e d'«Italia». E queste furono le deficienze (non,

come si dice dal Sismondi ed altri, quella di una repubblica federativa;

perciocché una tale era giá di fatto costituita nell'assemblea de' consoli

di ogni cittá; né sei secoli appresso, durante la rivoluzione tanto piú

felice degli anglo-americani, s'ebbe mai niuna assemblea confederativa piú

ordinata), queste furono le deficienze che perdettero tutto, che fecero

inutili poi tutti gli altri fatti di quella guerra; queste, che fecero la

Societá lombarda tanto meno gloriosa ed efficace che non le leghe

posteriori delle Province unite di Neerlandia o d'America; queste, che

rimangono scusabili forse per l'opinione mal avanzata o piuttosto

pervertita dall'antico amore all'imperio, ma deplorabili ad ogni modo da

quanti italiani sentano oramai la virtú di quelle due parole od idee.--Sei

anni rimase allora l'Italia senza l'imperatore, occupato nelle sue cose

germaniche; né la lega progredí guari piú. Genova, che avea privilegi

assicurati e che non volea concordia ma guerra colla odiata Pisa, non aderí

mai; e questa guerra delle due trasse seco quella di Toscana tutta, Lucca,

Siena e Pistoia con Genova, Firenze e Prato con Pisa. E niuna di queste

aderí, e tutte trattarono piú o meno con Cristiano, arcivescovo di Magonza,

cancelliere imperiale e capitano d'eserciti; ed Ancona sostenne uno

stupendo assedio contra questo prete guerriero, ma s'accostò non alla

Societá, sí all'imperator greco, e cosí ebbe contro di sé Venezia. E

finalmente, nefando a dire, in uno de' giuramenti di confederazione, di

societá, di concordia, trovasi Cremona riserbarsi il diritto di tener

distrutta la vicina ed invisa Crema. Duole nell'anima, ma cosí è. Noi non

abbiamo vent'anni di storia compiutamente bella, di vera concordia in tutti

i nostri secoli moderni. Il fatto è; sappiam vederlo e confessarlo una

volta finalmente, per non rifarlo mai piú. Alle nazioni, come ai principi,

come ad ogni uomo, l'essenziale non è non aver errato, ma risolversi a non

rifare il medesimo errore.--Nel 1174 ridiscese finalmente Federigo per la

quinta ed ultima volta. Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le

terre dei conti di Savoia che troppo duole trovare qui. Scendendo il

Moncenisio arse Susa, a vendetta del fatto di sei anni addietro. S'avanzò

ad Asti, la quale, meno devota a libertá che non la prima volta, entrò in

patti e si sottopose. S'avanzò contra Alessandria; e questa, cinta di mura

di terra pesta e paglia, ovvero coperta i tetti di paglia (onde il glorioso

nome rimastole di Alessandria «della paglia»), si difese fortemente quattro

mesi, senza soccorsi della Societá. Finalmente, adunata questa a Modena,

mandò un esercito; e Federigo, levato l'assedio [1175], mosse verso quello.

Ma, non assalito (forse per il solito rispetto all'imperio), entrò in

trattati; ottenne, licenziando l'esercito suo, che i lombardi licenziassero

il loro; e cosí egli e sua corte ebbero il passo e giunsero a Pavia.

Seguirono trattati nuovi, che non condussero a conchiusione, ma che giá

allentarono la Societá. E cosí passò, perdettesi il rimanente di

quell'anno.--Alla primavera del seguente e gloriosissimo 1176, scese un

nuovo esercito tedesco per li Grigioni e Como, in aiuto all'imperatore; ed

egli, lasciando la corte in Pavia, andò di sua persona di soppiatto a

raggiungerlo. Allora, i milanesi aiutati solamente delle milizie di

Piacenza, e d'alcuni scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli, e forse

(come vantano alcune famiglie in lor tradizioni) di fuorusciti di altre

cittá diroccate, uscirono alla campagna, formarono due compagnie elette

nomate «della Morte» e «del Carroccio», e s'avanzarono sulla via da Milano

al Lago Maggiore. S'incontrarono a Legnano, ed ivi seguí, addí 29 maggio

1176, la piú bella battaglia di nostra storia. I lombardi, vedendo avanzar

l'oste straniera, si inginocchiarono per chiedere a Dio la vittoria, si

rialzarono risoluti ad ottenerla o morire; la disputarono a lungo,

l'ottener compiuta. Federigo, non gran capitano di guerra, ma grande uomo

di battaglia, gran cavaliero, cadde combattendo presso al carroccio, non

comparve alla fuga, arrivò solo e giá pianto a Pavia. Ma Federigo fu troppo

piú gran negoziatore, grand'uomo di Stato, conobbe i tempi, cedette a

proposito. Adunque mandò ambasciatori a papa Alessandro, che era stato

alleato non capo della guerra: ma che doveva essere naturalmente, e tal fu

ora de' negoziati; e che potrebbe in essi accusarsi d'aver derelitta la

Societá lombarda, se non fosse che due doveri sono in qualunque papa, di

capo della cristianitá e di principe italiano, e che quello è primo

incontrastabilmente, e lo sforza a riaccettar nella Chiesa chiunque vi vuol

rientrare, sia a pro o a danno d'Italia; se non fosse del resto, che non è

un cenno, non un'ombra a mostrare che le cittá lombarde o niun italiano

d'allora desiderasse l'indipendenza, desiderasse piú di ciò che al fine

s'ottenne; se non fosse anzi, che parecchie delle cittá si staccarono dalla

Societá comune, trattarono miserabilmente, separatamente, molto piú che il

papa. Il quale ad ogni modo non volle conchiuder nulla egli solo, nulla se

non in Lombardia; e perciò imbarcatosi sulle navi di Venezia [1177], venne

a questa, dove fu convenuto non riceverebbe l'imperatore prima che fosse

conchiusa pace o tregua. E la pace non si conchiuse, sí la tregua per sei

anni; e fu convenuto non si guerreggiasse intanto tra imperatore ed

imperiali da una parte, e le cittá collegate dall'altra; e queste

conservassero lor Societá, e non fosser richieste di giuramento; una specie

di _status quo_. Allora Federigo, che giá era a Chioggia, entrò in Venezia;

e secondo le tradizioni si prostrò a' piedi di Alessandro, e questi glieli

pose sul capo dicendo il testo «_super aspidem et basiliscum_»; e

l'imperatore rialzandosi rispose:--«_Non tibi sed Petro_»;--e il papa

riprese:--«_Et mihi et Petro_»;--fiabe forse, ma che accennano i costumi e

le opinioni del tempo. Ad ogni modo furono pacificati.--Quindi il papa

tornò a Roma, e pacificossi definitamente col senato; e l'imperatore,

visitata Toscana e Genova, pel Moncenisio ritornò in Germania. Ed indi, ne'

sei anni della tregua, negoziando con parecchie cittá separatamente, ed

assicurando loro cosí per ogni caso que' tristi privilegi, che, soli in

somma, eran voluti da tutti, ei le staccò. La brevitá del nostro scritto ci

dispensa da tali miserandi particolari; noteremo solo il piú

caratteristico. Alessandria nata dalla lega se ne staccò pur essa, fecesi

privilegiare; i cittadini di lei usciron tutti, un brutto dí, dalle mura, e

rientrarono a cenno, a grazia d'un commissario imperiale, lasciarono il bel

nome, preser quello di Cesarea. I posteri furon piú degni, ripresero il

primo.--Finalmente addí 25 giugno 1183, appressandosi a giorni il fine

della tregua di Venezia, fu ultimata la pace a Costanza. Firmarono come

ancor collegate Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova,

Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e

Piacenza, diciassette costanti; e coll'imperatore Pavia, Genova, Alba,

Cremona, Como, Tortona, Asti e Cesarea. Ottennero i privilegi che avean

voluti e tenuti dal tempo d'Arrigo V in qua: confermate alle cittá le

regalie entro alle mura e nel distretto: solo lasciato all'imperatore il

«fodero» o viatico quando scendeva; serbati i consoli senza conferma, colla

sola investitura imperiale; soli lasciati all'imperatore i giudici in

appello, e questi costituiti in un giudice stabile, il podestá;

riconosciuto il diritto di pace e di guerra; riconosciuto quello, che

avrebbe potuto esser piú utile, di serbare e rinnovare la Societá. Il

trattato era dunque onorevolissimo, anche utile, anche progressivo. Ma era

perduta per compiere l'indipendenza la grande occasione che la nazione era

in armi contro al signore straniero.--Né l'occasione tornò mai piú per

seicentosessantacinque anni. L'Italia progredí in lettere, in arti, in ogni

sorta di coltura, in molte parti della civiltá, ma non nella piú

essenziale, nell'indipendenza; e la nostra storia non narra quasi piú che

variazioni di dipendenze. Perciò ci trattenemmo oltre al solito in questo

secolo corso da Gregorio VII alla pace di Costanza, che è il piú bello di

nostra bella etá. Ci rifaremo abbreviando i secoli delle discordie interne;

sempre ne rimarrá abbastanza da mostrarceli troppo minori di quello, dove

la concordia, non ottenuta, fu almeno nomata e tentata.

[1] _Ant. Ital_., IV, p. 262.

12. Il secondo periodo della presente etá [1183-1263]. Governo delle

cittá.--Dalla pace di Costanza al finir degli Svevi o Ghibellini

secondi, corre una seconda parte della etá dei comuni. I quali noi

continueremo a chiamare cosí sempre, e non come fan altri,

«repubbliche»; perché questo nome ci sembra implicare governo di tutta

la cosa pubblica, sovranitá piena, indipendenza; e che, salvo Venezia,

tutte le cittá italiane riconobber sempre come sovrano l'imperatore e

re straniero, e come privilegio i governi, i diritti propri. Oltreché,

queste improvide cittá non si divisero giá solamente, quasi

repubbliche, in quelle due parti infelicissime ma forse inevitabili

de' grandi e de' piccoli, de' nobili e de' plebei; ma, come veri

comuni dipendenti, in quelle anche piú infelici pro e contro al

signore straniero. Questa divisione propria de' comuni fu quella che

accrebbe, inasprí la repubblicana; perché i grandi, i nobili, piú o

meno signori di castella fuor delle mura, o di «alberghi» o case forti

addentro, or per memoria de' lor bei tempi feodali, or per isperanza

di crescere a signori infeodati delle cittá stesse, ad ogni modo,

s'accostarono piú facilmente alla parte imperiale o straniera, mentre

i popolani piú facilmente alla parte cittadina o d'indipendenza;

ondeché questi non ebber nulla mai di piú caro, di piú pressante che

cacciar quelli del tutto; molto piú che non si sia fatto in altre

repubbliche, e che non sarebbesi fatto in quelle se fossero state

repubbliche vere. E questo inasprimento delle due parti inevitabili,

fu giá un primo gran male senza dubbio. Ma fu secondo, che, cacciati i

primi nobili, e sottentrati al posto loro i popolani grassi,

diventando principali, nobili essi, essi pure furono invidiati,

prepotenti, cacciati né piú né meno. E cosí dopo questi secondi, i

terzi, i quarti interminabilmente. Perciocché, insomma, di nobili o

grandi ne son sempre dappertutto; e il popolo che ne caccia, non li

caccia ma li muta; ed ogni mutazione non fa, oltre il mal

dell'invidia, se non diminuire le forze morali, materiali e personali

delle cittá. Né son io che ciò dica a difesa d'una classe non

generosamente forse, certo non utilmente, assalita da alcuni popolani

de' nostri dí; fu osservato e detto incominciando da Dante e da' primi

uomini politici che seppero scrivere in quell'etá, fino a Machiavello

e a Botta stesso, talor errante, piú sovente generoso. I quali, chi

piú chi meno, attribuiron alle cacciate, alle diminuzioni dei nobili

la diminuzione delle forze cittadine in generale, delle militari

particolarmente; onde poi l'impossibilitá di resistere alle nuove

discese degli imperatori e d'ogni altro straniero, e il venir meno la

vita militare ne' cittadini, e il sorger a poco a poco (fin dal tempo

delle leghe lombarde) le soldatesche mercenarie, e quindi le masnade,

le compagnie piccole, e le grosse; e il passar que' troppo gelosi

comuni a signorie, a principati, a tirannie, or d'un nobile vicino

vincitor della cittá spoglia di militi cittadini, or d'un popolano

grasso vincitor della parte de' grandi, or di questo o quest'altro

capo di parte, podestá o condottiero. Perciocché dei podestá è a notar

questo; che istituiti, come vedemmo, per mantener la potenza imperiale

nelle cittá, per il resto privilegiate di libertá, in breve furono per

ulterior privilegio (che trovasi conceduto a Milano fin dal 1185, due

anni dopo la pace di Costanza) lasciati ad elezioni delle cittá

stesse; ondeché ne cadde del tutto, e quasi a un tratto, la potenza e

quasi il nome de' consoli, ed essi i podestá diventarono magistrati

cittadini e comunali del tutto. La solita invidia cittadina feceli

bensí scegliere quasi sempre forestieri al comune; ma traendo seco un

séguito di uomini propri, e facendosi sovente cosí pur capitani del

comune o di piú comuni, li tiranneggiarono tanto piú facilmente. I

rimedi suggeriti dalla invidia e dalla paura, sogliono far piú mal che

bene. A Roma stessa prevalse questo magistrato unico; solamente,

invece di «podestá» fu chiamato «senatore»; e come il podestá a'

consoli, cosí sottentrò il senatore al senato.--E servano a tutto il

rimanente della presente etá questi rapidi e certo incompiuti cenni

delle divisioni, de' pervertimenti, delle guerre intestine dei comuni.

Alle quali ad ogni modo noi torneremo anche meno che non alle guerre

di cittá a cittá; ristretti che siamo ne' limiti d'un sommario, e cosí

sforzati a diventar qui tanto piú brevi, quanto piú, sorti i comuni,

sorge oramai una storia particolare d'ognuno, si sminuzza

moltiplicandosi quella universale d'Italia.

13. Fine di Federigo I, Arrigo VI [1183-1198].--Fin dall'anno seguente

alla pace [1184], scese per la sesta volta Federigo I, e trattò e

ottenne di maritar suo figliuolo Arrigo con Costanza figlia del gran

Ruggeri, zia ed erede di Guglielmo II re di Puglia e Sicilia, che non

avea figli. E cosí Federigo riacquistò con un matrimonio piú potenza

in Italia a sua casa Sveva, che non ne avesser perduta egli e i suoi

predecessori della medesima o della prima casa Ghibellina. Giá vedemmo

il padre di Federigo avergli apparecchiato l'imperio, riuniendo le

famiglie Guelfa e Ghibellina di Germania con un matrimonio; e con un

matrimonio vedrem Federigo II acquistar diritti alla corona di

Gerusalemme; onde si vuol dire che questa casa di Svevia precedesse

casa d'Austria in quella politica matrimoniale, che fu a questa cosí

felice. Ma allora ei si può dir pure, che quindi venissero le

infelicitá, e finalmente la rovina ultima di casa Sveva. Perocché,

anche alla politica rozza ed appassionata di quei tempi apparve chiaro

il pericolo di lasciar gli Svevi potenti insieme nell'antico regno

d'Italia o Lombardia, e nel nuovo di Puglia o Sicilia. Apparve a tutti

gl'italiani, che non capaci d'idear l'indipendenza compiuta erano pure

innamorati della libertá quale l'aveano: e quindi sorse la parte non

piú solamente anti-imperiale in generale, ma anti-sveva,

anti-ghibellina in particolare, cioè giá guelfa. E s'aggiunsero

naturalmente a tal parte, e ne diventarono duci, i papi, pretendenti

fin dall'origine alla signoria o supremazia del egno, tementi ora di

tali vassalli imperatori. E quindi sulla antica inimicizia de' papi e

degli imperatori crebbe, irreconciliabile ormai, quella de' papi del

secolo decimoterzo e casa Sveva, la quale finí colla perdizione di

questa; quell'inimicizia che può esser loro rimproverata da' tedeschi

e non da noi.--Intanto Federigo, o per questo nuovo interesse, ovvero

perché ei fosse di quegli uomini che migliorano tra gli affari umani,

e sanno adattarsi a ciò che combatterono ma vedono inevitabile,

Federigo si mutò tutto in favor de' lombardi, e in particolare de'

milanesi. Concedette loro nuovi privilegi, riedificò Crema, anzi si

volse contro ai duri cremonesi che il voleano impedire; e i milanesi

festeggiarono improvvidi quelle nozze fatali, princípi di tanti nuovi

guai all'Italia.--Nel 1187, fu presa Gerusalemme da Saladino. Urbano

III (successore giá ad Alessandro III morto nel 1181, e a Lucio morto

nel 1185) ne morí, dicono, di dolore; e succedettero Gregorio VIII per

un mese, e poi Clemente III, che concitò la cristianitá al gran

riacquisto. Ne seguirono paci in tutta quella; in Italia stessa

pacificaronsi, guerreggiarono concordi in Oriente, le emule Genova e

Pisa: e Federigo I, presa la croce, per Ungheria e Bulgaria [1189]

passò in Asia; conquistò Icona, e morí poi bagnandosi in un ruscello

[1190]. Rendiamo onore a' nostri avversari; fu uno de' piú nobili, ed

ultimamente de' piú generosi che abbiamo avuto mai. Del resto, fu

anch'egli uno di coloro che sprecarono le forze, la grandezza contro

all'onnipotenza dell'opinione pubblica, del secolo.--Successegli

Arrigo VI suo figlio, erede giá di Guglielmo II testé morto. Ma

Tancredi, figlio naturale di Ruggeri, toglievagli il bel retaggio

facendosi re. Quindi s'apre la guerra; Genova e Pisa armano per

Arrigo; questi scende, ed è incoronato in Roma [1190] da papa

Celestino testé succeduto. Poi muove contro a Tancredi, ma è respinto

e risale a Germania, componendo per via una delle molte guerre che giá

ferveano di nuovo tra cittá e cittá e signori in Lombardia.--Muore poi

[1194] Tancredi; e allora Arrigo ridiscende, è riconosciuto re senza

contrasto di qua e di lá dal faro; ma tiranneggia, spoglia i nuovi

sudditi e fa piú che mai odioso il nome tedesco a quelli, a tutti

gl'italiani, e a sua moglie stessa che dicono congiurasse contra

lui.--Risalí nel 1195, ridiscese nel 1196, e morí a Messina nel 1197;

lasciando lí regina Costanza, e giá incoronato re di Germania,

d'Italia e di Sicilia il lor figliuolo di tre anni, Federigo II che fu

poi miglior del padre, degno dell'avo.

14. Filippo e Ottone [1198-1218].--Morirono poco appresso Celestino

III, a cui succedette [1198] Innocenzo III, un nuovo gran papa, e

Costanza che lasciò a questo la tutela del figlio, forse perché la

gran donna sentiva che egli era natural avversario, e volle sforzarlo

a farsi cosí difensor del figliuolo fanciullo. Né le fallí il

pensiero; i grandi animi s'intendono. Innocenzo III, esagerato forse

nell'esercizio dell'autoritá pontificale fuor d'Italia, fu grand'uomo

ad ogni modo; ed esercitò la tutela, anche piú che non sarebbe stato

utile all'Italia, generosamente, fedelmente. Ma giá, senza badare a

quel fanciullo, erano stati eletti re in Germania Filippo di Svevia,

fratello d'Arrigo VI figliuolo di Federigo I e capo cosí della casa e

della parte ghibellina; e contra lui, Ottone giá duca di Sassonia e

Baviera, e capo di parte guelfa. E perché molto si parteggiò per l'uno

e l'altro, e con li due nomi di parti pure in Italia, quindi ripetono

gli scrittori antichi l'origine o almeno l'introduzione delle due tra

noi. Ma i nomi tutt'al piú poterono esser introdotti allora; ché

quanto alle parti, com'elle diventarono in breve (prevalendo gli Svevi

o ghibellini) imperiale e tedesca l'una, anti-imperiale e anti-tedesca

l'altra, elle esistevano da gran tempo certamente, ed esisteranno

inevitabilmente, finché saranno imperatori tedeschi, ed uomini

italiani, in Italia. Ed è perciò appunto che ai nostri dí alcuni,

almeno incauti, vorrebbono risuscitare il nome «guelfo». Grande

inutilitá! essendo piú chiaro, piú esplicito, piú buono, piú facile ad

accettarsi ed ampliarsi il nome di «parte nazionale» od «italiana» od

«antistraniera». Grande imprudenza! tale essendo il tôrci carico de'

peccati antichi di quella parte, che vedremo farne meno certamente che

non i ghibellini, ma farne pur troppi ancora.--I due competitori poi

guerreggiaronsi a lungo in Germania; non discesero in Italia. Fu

Ottone riconosciuto da Innocenzo l'anno 1200, ma vinto nel 1206 da

Filippo.--Dopo la morte del quale [1208] riconosciuto Ottone

universalmente in Germania, scese in Italia e fu incoronato a Roma

[1209]. Ma progredito quindi a Puglia, per ispogliare del regno

Federigo il pupillo di Innocenzo, è scomunicato da questo; e Germania

se ne solleva, ed egli è sforzato a risalirvi [1211]. Quindi

s'impiccia nelle guerre dei francesi ed inglesi; e sconfitto da' primi

a Bovines, ne cade sua potenza in Germania, e poco men che derelitto

muor poi nel 1218. E lasciò indisputato oramai quel regno, e perciò

quel d'Italia e l'imperio a Federigo, lá risalito fin dal tempo della

scomunica del competitore, lá tre volte rieletto, e due volte

incoronato, ed or giovane adulto di ventidue anni.--Intanto in Italia

era cresciuta la potenza di papa Innocenzo III, al modo solo in che

sempre crebbe, in che solo può crescere la potenza temporale d'un

papa, congiungendosi coll'opinione d'Italia che circonda quella

potenza. In Roma accettò, ordinò la potenza nuova del senatore. Ed

Innocenzo III era pure un grande, un forte, un arditissimo uomo. Ma il

fatto sta, che sono appunto questi gli uomini i quali ripugnan meno

alle concessioni opportune; sia perché le loro grandi menti fan loro

vedere piú chiara tale opportunitá o necessitá; sia perché non temono

di parer temere, né di lasciarsi soverchiare o prender la mano dalle

concessioni. In Sicilia Innocenzo III guerreggiò in nome del pupillo

contra Marcovaldo, tedesco, siniscalco del Regno, alleato de'

saracini. In Toscana, sia in nome del retaggio di Matilde, sia in nome

della libertá, guerreggiò, trattò colle cittá, e riunille quasi tutte

(salvo Pisa che avea ottenuti nuovi privilegi ed era quindi sempre piú

imperiale) in una prima lega toscana o guelfa, conchiusa a San

Miniato. A Spoleto ed Ancona guerreggiò in nome delle antiche

donazioni. Riuní piú territorio che niuno de' predecessori. E

risuscitando le pretensioni di Gregorio VII (ma senza le necessitá

ecclesiastiche di quello), fece intervenire la sua autoritá negli

affari d'Ungheria, Polonia, Danimarca, Francia, Inghilterra, Aragona e

Portogallo, tutta Europa. E tali intervenzioni furono utili senza

dubbio parecchie volte. Se fossero esagerate talora, ne giudichi

altri; non sono affari nostri. Sorti ai tempi di lui due grandi ed

operosissimi santi, san Francesco, italiano, e san Domenico,

spagnuolo, furono da lui approvati i loro due grandi ordini

mendicanti, de' frati minori, e de' predicatori. Come il cristianesimo

fu detto «pazzia della croce», questi si potrebbon dire «pazzie della

caritá». L'esercitavano, passivamente colla povertá; attivamente,

colle limosine, colla predicazione, colle missioni nella gentilitá fin

d'allora. I predicatori furono accusati dagli uni, giustificati dagli

altri, di crudeltá contro agli albigesi, eretici francesi; ed anche

questa non è cosa nostra. È vero che in Italia pure poteron aiutare

alle persecuzioni contro agli eretici catari e paterini che sorgevano

allora non guari diversi dai francesi; ma piú sovente servirono alle

pacificazioni, alle concordie di cittá e signori. E san Tomaso,

domenicano, san Bonaventura, francescano, grandi teologi che fiorirono

intorno alla metá di questo secolo, diedero senza dubbio (molto piú

che non i primi poeti) alla coltura italiana quella spinta,

quell'andamento progressivo, che non cessò piú per tre secoli, che la

fece primeggiare tra tutte le contemporanee.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 17 / 25 段