4. La prima costituzione comunale, i consoli [1100 circa].--Qui è il

luogo perciò di ricordare tutte insieme le vicende che accennammo via

via delle libertá cittadine italiane: la penisola nostra, come la

greca, fin dalle origini divisa in confederazioni di cittá

liberissime; serbati poi sotto a' romani i governi cittadini,

variamente, secondo che le cittá eran latine, italiche, municipi,

colonie o sozie; e la guerra sociale od italica fatta da parecchie di

esse per avere pieni i diritti romani, e non averli avuti tutte se non

sotto Augusto, quando giá non eran essi piú nulla; poi, sotto

Caracalla, estesi a tutte le cittá dell'imperio que' diritti o

piuttosto quelle forme di governo cittadino; poi perdute queste piú o

meno sotto ai _graf_ e conti goti, e del tutto sotto ai duchi ed altri

uffiziali longobardi, e poco meno sotto ai duchi greci contemporanei.

Ma, fin dal principio del secolo ottavo vedemmo un gran papa, Gregorio

II, porsi a capo di Roma e d'altre cittá suddite greche, e resistere

con esse alla tirannia religiosa dello scismatico imperatore

orientale; e di esse far confederazioni, e con esse guerreggiare e

trattare contro a' nemici comuni greci o lombardi: ondeché, se si

cerchino i primi esempi di cittá libere moderne, essi si trovano di un

quattro secoli piú antichi in Italia che non in niun'altra regione

europea; si trovano libere a quel principio del secolo ottavo Roma,

Venezia, le cittá della Pentapoli, ed or l'une or l'altre delle greche

all'oriente e al mezzodí d'Italia. E di queste libertá del secolo

ottavo vedemmo durar parecchie poi, ma variamente; quella di Venezia

crescendo, e diventando in breve incontrastata, assoluta, vera

indipendenza; quella di Roma dubbiosa, contrastante, contrastata sotto

alle potenze nominali dell'imperator greco, del patrizio Carlomagno,

degli imperatori carolingi e dei successori, sotto alla potenza piú

reale ma pur indeterminata dei papi; quelle delle cittá orientali

donate al papa, poco diversamente; e quelle di Napoli, Amalfi ed altre

cittá meridionali, or crescendo or ricadendo sotto ai principi

longobardi di Benevento, a' saracini ed a' normanni; mentre pur

venivansi aggiungendo le libertá crescenti di parecchie cittá toscane

e lombarde, suddite franche e tedesche.--Ma tutte queste de' secoli

ottavo, nono e decimo erano, se ben s'attenda, cittá libere sí, non

tuttavia (nemmen quando gli Ottoni ebbero moltiplicate le esenzioni

de' vescovi e delle cittá dalle giurisdizioni comitali) ciò che si

chiamò «comune» o «comunio» al primo quarto del secolo undecimo;

quando si vennero confondendo in interessi comuni tutte o quasi tutte

le condizioni de' cittadini, i valvassori grandi o capitani, i minori

o valvassini, gli arimanni o militi, i popolani grassi o borghesi, le

gilde od arti maggiori o minori, tutti insomma gli uomini liberi, o

come si disse allora semplicemente, gli «uomini» o «vicini» delle

cittá. Questo comune, o comunio, noi congetturiamo si facesse

primamente in Milano al tempo dell'arcivescovo Ariberto: e certo, se

si fece altrove, non dovette farsi né molto prima, né molto discosto;

e ad ogni modo nella storia, quale finora si sa, resta a Milano la

gloria di tal prioritá.--Ma questo stesso comune non si resse

certamente dapprima se non in modi indeterminati e vari; or sotto il

vescovo e suo avvocato o visconte, or sotto qualche altro capitano o

capopopolo, un Lanzone, un Erlembaldo, secondo le occasioni. E cosí

altrove; né fu se non dopo aver provati mezzo secolo all'incirca di

tali governi, i quali or si direbbero «provvisori» o «rivoluzionari»,

che si pensò ad ordinarli, a costituirli. Allora, negli anni che

seguono la morte di Gregorio VII, in questi d'intorno al 1100 a cui

siam giunti, noi scorgiamo a un tratto, in due o tre decine d'anni, in

una generazione tutt'al piú, costituito un nuovo governo uniformemente

in moltissime, in quasi tutte le maggiori cittá del regno italico,

Lombardia e Toscana; con un magistrato supremo di tre, sei o dodici

«consoli», un Consiglio minore o «Credenza», e uno maggiore od

adunanza di tutti i cittadini.--Ed ora, quel nome di «consoli» cosí

subitamente e universalmente preso, fu egli reminiscenza de' due

antichi consoli romani, ovvero de' consoli o consiglieri piú numerosi

che si trovano nelle cittá greche a' tempi longobardi o carolingi? A

me pare degli uni e degli altri succedutisi, ma chi ne deciderá

oramai? Certo è, che questo nome, questo ufficio, questo governo,

diedero alle cittá italiane quel compimento di libertá ch'elle ebbero

poi, poco piú poco meno, in tutti i lor secoli di libertá; quel

compimento pur troppo insufficiente, quella libertá. pur troppo non

mai compiuta, che rimase o si rifece soggetta or ai conti, marchesi o

duchi antichi, ora ad usurpatori o tiranni, e sempre al signor sommo

feodale straniero, l'imperatore; quella libertá che pur troppo bastò

loro, ma non fu mai indipendenza.--Altra disputa si fa di questi

consoli: se fossero successori, e quasi i medesimi che gli scabini o

giudici assessori de' conti antichi, e cosí poi de' vescovi, o lor

_vogt_, avvocati o visconti. Ma posciaché è dubbio se i consoli

governanti giudicassero, ed anzi se ne trovano altri diversi e minori,

istituiti fin da principio o poco appresso per giudicare, e detti

«consoli _de placitis_», essi i consoli governanti e capitananti mi

paiono talora successori de' capitani, o piuttosto i capitani stessi

costituiti.--Finalmente, terza disputa si può fare a quale o quali

delle cittá italiane abbiasi ad attribuire la gloria di aver prima

costituito il governo consolare. Ma tra tante gare cittadine nocive

che si sono fatte, non si attese forse sufficientemente a questa

innocentissima; ondeché, non avendo luogo a disputarne noi qui,

ripeteremo pure ciò che ne accennammo in altri studi; che il nome di

«consoli» ci è bensí dato in Pisa fin dall'anno 1017, ma da uno

storico posteriore, ondeché ei non è forse se non un nome nuovo dato

a' magistrati antichi; che piú autentico forse è il medesimo nome dove

si trova nelle _Memorie lucchesi_; ma che il piú antico documento del

nome di «consoli» è forse del 1093, e di un piccolissimo comune,

quello di Blandrate vicino a Milano; ondeché è impossibile che i

consoli giá non esistessero in Milano. Tanto piú che nel medesimo 1093

noi vedemmo Milano aver fatta lega con altre cittá lombarde, e con

Matilde e Corrado, contro l'imperatore e per il papa; ondeché

documento e storia si riuniscono qui a dare anche questa prioritá alla

nobil Milano; la quale dunque (nello stato presente della scienza

storica) ha le due, dei due ultimi e sommi passi fatti alla libertá

cittadina, il nome di «comune», e il governo de' consoli.--Del resto,

attribuiscasi l'istituzione de' consoli alla necessitá di costituire

il governo comunale, in mancanza d'altro governo, quando contesero due

vescovi, uno concubinario e l'altro zelante, uno papalino ed uno

imperiale in ogni cittá; ovvero alla necessitá di costituirsi Milano

ed altre contro allo straniero; sempre la causa di queste due

necessitá rimane Gregorio VII, il gran papa, che fu autore insieme

della riforma e della libertá ecclesiastica, occasione quella, aiuto

questa e spinta alla libertá nostra cittadina.

Aggiugniamo alcune considerazioni a far intendere il nesso, l'origine

unica, le due diverse vie della libertá in Italia e in altre regioni

d'Europa. La formazione de' comuni intorno al 1100 fu quella che

costituí un popolo nelle varie nazioni, che l'aggiunse per ogni dove

ai grandi secolari od ecclesiastici, i quali soli sino allora avevano

governato. Ma questo fatto primitivo produsse due effetti, due serie

di fatti diversi in Italia, e nel resto d'Europa. In Italia, dove il

principe era straniero e lontano, odiato e disprezzato, i comuni,

appena sorti, sciolsero la monarchia, senza sapere fondare né una né

molte repubbliche vere, vere dico di nome e di fatto, ben equilibrate

e intieramente indipendenti; e questa confusione, questa monarchia

composta di repubblichette, ovvero queste repubblichette componenti

una monarchia, questa libertá ancor servile, questa ancor barbara

civiltá, dopo aver dati lampi ammirabili, ricaddero in servitú,

caddero in corruzioni, finirono negli ozi ne' vizi nelle nullitá del

Seicento, del Settecento e dell'Ottocento ancora. All'incontro,

altrove, tra l'altre nazioni europee, dov'erano principi nazionali e

vicini, e cosí amati o temuti, i comuni e i popoli nuovamente sorti

non pensarono mai a scioglier le monarchie, non pensavano ad altro se

non anzi ad entrarvi essi, ad ottenervi lor parte di governo; e

l'ottennero entrando ne' parlamenti antichi, facendovi uno stato terzo

(talora anche un quarto) oltre ai due primi e fin allor soli. Ma

questo stato terzo, o dei comuni, o del popolo, non poteva

materialmente venire a sedervi intiero in que' parlamenti; fu forza

mandarvi e farvi sedere deputati eletti, rappresentanti; e allora, e

cosí fu fatta la grande invocazione della «rappresentanza», fu

inventato quel governo «rappresentativo»; il quale, a mal grado tante

incompiute e tante stolte e tante infelici prove recenti, non è

possibile non dire il piú perfetto, il piú civile, il piú progredito,

il piú progressivo fra tutti gli inventati o provati mai, il solo

conforme alla civiltá presente e futura, il solo destinato a

trionfarvi e farla trionfare. Né, per vero dire, fu perfetto nemmeno

questo governo fin dalle origini, o progredí con passi costanti a sua

perfezione. Anzi brancolò, fu negletto, si perdette quasi intieramente

tra le nazioni continentali preoccupate di lor misere ed infeconde

gare reciproche. Ma si serbò piú o meno sempre nella isolata e piú

felice Britannia, vi resistette alle gare domestiche ed alle

religiose, agli assalti dell'assolutismo, agli eccessi repubblicani,

alle insidie delle restaurazioni, ai pericoli delle mutazioni

dinastiche; e finalmente, dal 1688 in qua, da quella rivoluzione (che

si chiama colá la «gloriosa», perché fu l'ultima) si venne per

centosettant'anni, a poco a poco, con passi lenti ma continui e

meditatissimi, a questa perfezione dove lo veggiamo. E nel frattempo,

quasi aggiunta di sua fortuna o ricompensa di sua sapienza interna,

s'acquistò il primato del mondo dalla predestinata Britannia. Le altre

nazioni non hanno, non possono avere ormai altra via a fortuna o

grandezza, se non questa mostrata loro ed agevolata dalla loro

preceditrice. Ostano, è vero, alcune difficoltá nell'imitazioni; ma

niuna maggiore forse che l'invidia: e le nazioni europee piú o meno

infette di questa lue, piú o meno pretendenti a fare cose diverse,

proprie, nuove o maggiori, si perdono in istolti tentativi, per

capitare, una volta o l'altra, a ciò che avrebbono potuto prendere

quasi fatto e senza imitazioni troppo servili; perciocché non si debbe

né suole chiamare servile, ma anzi sapiente, qualunque imitazione si

faccia dalle cose recate all'ultima perfezione possibile in ciascun

tempo. La macchina rappresentativa perfezionata è nell'ordine politico

ciò che quella a vapore nell'ordine materiale. E chi è che si creda

imitatore servile, quando, avendo mestieri d'una di queste, va in

cerca di una che sia fatta dove che sia, secondo le norme ultime della

scienza, della sperienza, di una congegnata secondo gli ultimi

perfezionamenti?

E mi duole aver io stesso a tôrre valore al mio giá misero lavoro; ma

la veritá come la vedo innanzi a tutto. Sorge dalle considerazioni

precedute un gran disappunto, diciamolo chiaro, una gran diminuzione

d'interesse nella nostra storia; noi non vi troviamo se non pochi,

piccoli, sparsi e mal riusciti esempi di governi rappresentativi: non

uno di quella perfezione di tal governo che è e debb'essere ormai lo

studio e il desiderio, la meta di tutte le nazioni cristiane e civili.

La piú nobile delle nazioni ha nella sua storia meno esempi da

imitare, meno memorie da resuscitare, che non qualunque delle sue

serve antiche; noi siamo, bisogna saperlo vedere, nella condizione

delle nazioni nuove che debbono imparare poco men che tutto da quelle

che le precedettero in civiltá. E noi siamo tuttora quella fra tutte

che ha piú bisogno di imparare la libertá rappresentativa; perciocché

ormai, dall'ultimo tentativo in qua, non è piú, come sperammo,

l'indipendenza che ci possa dare la libertá, ma la libertá che sola ci

può condurre alla indipendenza. Ma, in compenso di questa utilitá

positiva che le mancò, la storia nostra può avere almeno una grande

utilitá negativa; quella di farci vedere i piú numerosi, piú vari

sperimenti che sieno stati fatti mai da niuna nazione di governi

diversissimi, e tutti infelici; quella di dimostrarci cosí, quasi

dall'assurdo, la bontá, la necessitá del governo rappresentativo.

Sappiamo trarne quest'utile almeno, e proseguiamo.

5. Arrigo V [1106 1125].--Ora, mentre venivasi costituendo il governo

delle cittá (libero internamente, non indipendente di fuori, è

necessario non perderlo di mente), veggiamo come ne usassero e lo

difendessero poi.--Ad Arrigo IV succedette il ribelle figliuolo di lui

Arrigo V, senza contrasto, anzi con applauso, della parte papalina in

Italia. Ma fin dall'anno seguente trovasi rinnovata tra lui e Pasquale

la contesa delle investiture ecclesiastiche; e continuare le guerre

tra cittá e cittá, per l'Imperio o la Chiesa, pro e contra Matilde,

per l'uno o l'altro vescovo, per altri interessi di vicinato; e

moltiplicarsi tanto piú ora che avevano governo piú costituito. Cosí

guerreggiaronsi Milano e Pavia [1108], Milano e Brescia contro Lodi,

Pavia e Cremona [1109], Pisa e Lucca [1110], e principalmente e

lungamente Genova e Pisa per la Sardegna, per la Corsica e per

rivalitá commerciale, la piú acre di tutte; ed altre poi, che non

abbiamo spazio a notare.--Nel 1110, discese Arrigo; non fu ricevuto a

Milano, tenne dieta a Roncaglia, trattò con Matilde, passò a Firenze,

a Pisa, prese terre e castella. Appressatosi a Roma [1111], seguirono

sull'investiture negoziati e trattati oscurissimi, rotti in breve ad

ogni modo; tantoché Arrigo fece prigione il papa, il popolo si sollevò

contro a' tedeschi, Arrigo si ritrasse col papa prigione; e il

rilasciò poi, e fece con esso un primo trattato, per cui serbò le

investiture, e ne fu poi incoronato imperatore; e per Toscana e Verona

risalí a Germania.--Sollevossi la curia romana contro il trattato, e

fu condannato in concilio [1112 e 1116]: e cosí fu riaperta la

contesa. E tra breve se ne aggiunse un'altra. Nel 1115, morí vecchia e

gloriosa Matilde, e si contese tra imperatori e papi per il retaggio

di lei, da lei certamente donato in Canossa e confermato poi a

Gregorio VII e a' suoi successori. Gran disputa si fa anche oggi, se

quelle donazioni comprendessero i soli beni allodiali, ovvero anche i

feudi. I quali essendo da gran tempo ereditari, e talor di maschio in

maschio, ma talor pure in femine, e sempre sotto la supremazia o

beneplacito imperiale, io crederei che la gran contessa lasciasse i

suoi diritti quali e quanti potessero essere; e che perciò appunto se

ne disputasse, e ad ogni modo se ne disputò cosí a lungo, che non è

nemmen possibile forse determinare quando e come finisse quella

contesa intrecciata a tant'altre.--Ed a ciò scese per la seconda volta

Arrigo [1116], occupò comunque il retaggio, poi passò a Roma, e il

papa fuggí e morí [1117]. Intanto, risalito Arrigo a Lombardia, vi

poté cosí poco, che dicesi si facesse a Milano una assemblea numerosa

di vescovi e consoli contro a lui, e se n'abbozzasse una seconda lega

che fu ad ogni modo essa pure rotta tra breve dalle inimicizie

municipali. Succeduto papa Gelasio II, si disputò, si guerreggiò in

Roma e fuori contra lui, e fu fatto un antipapa. Arrigo tornò a Roma,

e Gelasio rifuggí a Francia e vi morí [1119]. Succedettegli Calisto I,

che tornò a Roma [1120], e guerreggiò e prese e depose l'antipapa

[1121], e che finalmente l'anno 1122 finí la gran contesa

dell'investiture, ottenendo che non fosser piú fatte col pastorale e

l'anello, simboli ecclesiastici; concedendo che si facessero collo

scettro, simbolo della potenza temporale sui beni territoriali delle

chiese. Cosí con tal temperamento terminò felicemente, e, come ne

giudicano le etá progredite, moderatamente, virtuosamente la gran

contesa. E cosí solamente possono terminare le piú delle contese tra

la Chiesa e gli Stati, che sono due potenze indipendentissime l'una

dall'altra; ed elle perciò non possono tornare in pace mai, se non

colle concessioni reciproche; non essendo tra esse né giudice supremo

né possibilitá di quella decisione per forza d'armi, che tronca tante

contese tra l'altre potenze indipendenti, ma che non serve a nulla, è

uguale a zero contra quella immateriale della Chiesa.--Morí quindi

[1124] glorioso il papa, e gli successe, non senza contrasti in Roma,

Onorio II. E morí [1125] Arrigo V, partecipe anch'egli di quella

gloria di pacificatore, e, per ciò almeno, miglior del padre. E morto

esso senza figliuoli, morí con lui la prima, la vera casa Ghibellina.

6. Lotario [1125-1137].--I piú prossimi parenti d'Arrigo erano i figli

di sua sorella, Federigo e Corrado, detti di Hohenstaufen dal castello

lor nido originario, e di Svevia dal ducato che dicemmo dato a lor

famiglia. Federigo pretese al regno germanico; ma prevalse

nell'elezione Lotario di Suplinburga; e s'aprí la guerra.--Corrado

scese in Italia [1128], e fu acclamato re da' milanesi e dalle cittá

loro aderenti, combattuto da Pavia e dalle cittá che la seguivano; ma

non riconosciuto dal papa, ed abbandonato da' milanesi stessi, tornò a

Germania.--Morto papa Onorio [1130], fu eletto papa, e protetto da'

Frangipani e gli altri nobili romani, Innocenzo II; ed antipapa

Anacleto, un discendente d'ebrei e figlio di Pier Leone, che era stato

prefetto imperiale e potente ne' turbamenti dei pontificati anteriori.

Quindi a dividersi Roma, le cittá italiane l'una contro all'altra

peggio che mai, la cristianitá. Anacleto ebbe per sé Ruggeri giá

signor di Sicilia, or duca di Puglia e riunitore dei vari principati

di que' normanni, di cui non avemmo spazio a riferire (né crediamo

abbia a dolerne a' leggitori) tutti gli accrescimenti, le contese, le

guerre, le successioni. Ora, Anacleto diede, o confermò, a Ruggeri

[1130] il titolo di re. E quindi incomincia quel regno di Sicilia e

Puglia, il quale non solamente è di gran lunga il piú antico, ma per

sei secoli rimase il solo d'Italia (non contandosi giá quello di

Italia propriamente detto, indissolubilmente unito all'Imperio); e che

perciò trovasi da' nostri scrittori chiamato semplicemente il «Regno».

Nobilissima monarchia dunque senza dubbio! Nella quale è peccato

solamente, che sia durata cosí poco questa prima dinastia normanna e

sei altre ne sien succedute poi: mentre continuava una sola in

parecchi principati europei, e fra gli altri, in quello, tanto piú

umilmente e lentamente cresciuto, della monarchia di Savoia. Direm noi

perciò, che sia vizio naturale, o del suolo, o degli abitatori? o

peggio, celieremo noi, come fanno alcuni, insolentemente, quasi

barbaramente, sulle tante rivoluzioni della «fedelissima» Napoli? No

davvero. Parliam seriamente; la colpa fu molto meno di que' popoli,

che non di quelle stesse dinastie; le quali esse furono, che non

seppero radicarsi su quel suolo cosí fecondo di tutto, contentarsi di

esso, non cercar fortune lontane, non perdere il certo per l'incerto.

Vedremo tra poco questi primi Normanni dar troppo male la loro erede a

un figlio d'imperatori tedeschi, svevi; e gli Svevi poi, come

imperatori, naturalmente aspirare a tutta Italia, a mezzo mondo, e

soccombere a quel peso, aggravato, pigiato lor sulla testa, per vero

dire, dalle nemiche mani de' pontefici; poi soccombere gli Angioini al

proprio mal governo, alle proprie divisioni; e spengersi gli Aragonesi

nella prima casa d'Austria; e questa da sé, felicemente questa volta,

ché il bel Regno, rimasto provincia lontana per due secoli e piú,

ritornò a indipendenza sotto a' Borboni; e passare non senza splendore

un Napoleonide, ma spegnersi con Napoleone; e ritornare i Borboni, che

Dio voglia far degni di durare. Evidentemente, in tutte queste

mutazioni non è ombra di colpe popolari; son tutte colpe di principi,

d'intiere dinastie, che alcune non seppero, altre non si curaron

nemmeno di diventar siciliane, napoletane, o, per dir piú e meglio,

italiane. Non s'inganni forse taluno per troppa erudizione. Perché non

si trovano i nomi, le idee di patria, d'Italia, cosí sovente negli

scritti de' secoli addietro come del presente, non si creda perciò che

fosse guari men necessario allora l'amar questa patria, l'esser buoni

italiani. Queste idee sono molto utili senza dubbio a discutere, a

rischiarare, queste parole a pronunziare e ripetere; ed è un bene, un

progresso, che cosí si faccia ora, quando non si fa troppo

ignorantemente od anche scelleratamente. Ma anche senza questi, che

non sono insomma se non amminicoli, i popoli vollero e vorran sempre

esser tenuti di conto, apprezzati, coltivati con attenzione, con amore

da' loro principi; e chi nol fece, chi attese ad altri o ad altro, chi

non seppe nazionalizzarsi in qualunque nazione sua, italianizzarsi in

Italia, sempre fu o cacciato o abbandonato da' propri popoli, alla

prima o alla seconda occasione; sempre vide esso, o videro i figliuoli

o i nepoti, finire lor dinastia. Non saran forse inutili queste

avvertenze a intendere le storie del Regno.--Ad ogni modo, cacciato da

quell'antipapa Anacleto, papa Innocenzo rifuggí a Francia; e

fiancheggiato da san Bernardo, gran teologo e filosofo scolastico di

quella nazione, fu in breve riconosciuto da tutti, e da Lotario

stesso, che è detto da un antico, «uom devoto al diritto

ecclesiastico».--Sceso quindi questi [1132] per Val d'Adige, venne a

Roma [1133], vi fu incoronato da Innocenzo in Laterano (essendo il

Vaticano in mano dell'antipapa): e fatto con quello un trattato per la

successione di Matilde, risalí in Germania.--Si rinnovarono allora, si

accrebber le guerre tra cittá e cittá, tra parte e parte delle

medesime cittá. San Bernardo tentò comporre una volta [1134] quelle di

Milano ed altre di Lombardia; primo cosí o de' primi di que' monaci

che a ciò s'adoprarono santamente, ma poco men che inutilmente ne'

secoli posteriori.--Lotario, libero giá della parte degli Hohenstaufen

in Germania, ridiscese in Italia [1136], come pare, con un esercito

piú forte del solito; assalí, prese Pavia, Torino, Bologna e molte

altre cittá che gli contrastavano, sia che tenessero per l'antipapa,

sia che gli chiudessero le porte per non pagare il «fodero» o viatico,

e non cader negli altri carichi del viaggio imperiale e nelle contese

dei dritti reciproci. Passò poi in Puglia contro Ruggeri sempre nemico

del papa, e risalendo a Germania, morí per via [1137] in quel Tirolo,

che rimarrebbe selciato, se non le avessero portate via, d'ossa

tedesche. È lodato come buon imperatore. Ma si vede che gl'italiani

non li soffrivano oramai né buoni né cattivi.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 15 / 25 段