coltura cristiana universale, imbarbarita sotto ai barbari, ebbe un
primo risorgimento incontrastabile da Carlomagno al principio del
secolo nono; si fermò senza progredire, ed anzi di nuovo retrocedette
sotto gli ultimi Carolingi, e tra le contese dei re, regoli e marchesi
lor successori, dalla metá del secolo nono a tutto il decimo: e
ripigliò poi un tal qual moto progressivo nella prima metá, uno certo
e giá rapido in questa seconda metá del secolo undecimo a cui siam
giunti.--L'Italia ebbe poca parte al risorgimento di Carlomagno; tutto
vi fu opera personale di lui e di quell'Alcuino sassone-inglese
[726-804], ch'egli aveva chiamato e tenuto sovente in corte, e tanto
che il vedemmo consigliere forse alla restaurazione dell'imperio. Tra
i due, istituirono nel palazzo una vera academia; i membri della
quale, non esclusi il vecchio e vittorioso imperatore che non sapeva
scrivere, e i suoi figliuoli e forse alcuni di quelli che noi
chiamiamo i «paladini», e non dovevano esser guari piú colti, tutti
quanti preser nomi academici di Davide, Platone od altri; precursori,
piú compatibili allora, di nostre ragazzate del Seicento e Settecento.
Non saprei dire se l'Italia fornisse di questi academici primitivi. Il
piú che si trovi preso da Carlomagno in Italia fu la musica corale, il
canto fermo romano; di che istituí scuole in Francia, e in che,
dicono, facessesi colá poco progresso. Né so s'io mi rida, o s'io
abbia a dar vanto all'Italia di questo antichissimo primato della
musica, il quale solo or ci resta. Direi, che se non fosse solo,
sarebbe da gloriarcene certamente; ma che, finché è solo, piú mi
accuora il difetto degli altri, che non mi rallegra la perseveranza di
questo; e conchiuderei doverci pur esser cara, e poter anche esserci
utile la nostra musica, se da semplice trastullo o da molle
consolazione ch'ella è a' nostri mali, la sapesse alcuno sollevare a'
virili e virtuosi incitamenti. La musica, certo rozzissima, de' greci
antichi fu pur da essi tenuta per mezzo politico non dispregevole a
conformare gli animi loro virili; perché non sarebbe pur tale la
musica tanto progredita? Ad ogni modo, un gran progresso di essa
fecesi in Italia, verso il principio del secolo undecimo, per opera di
Guido d'Arezzo monaco; il quale inventò, non saprei ben dire, e credo
si disputi, se la divisione delle sette note dell'ottava, o la
scrittura di esse che serví d'allora in poi, o se solamente i loro
nomi.--Del resto, poco o nulla produsse l'Italia nei secoli nono e
decimo; e non è se non appunto tra tal mancanza, che restano degni di
essere accennati Agnello, Anastasio bibliotecario ed Erchemperto,
compilatori delle vite degli arcivescovi di Ravenna, de' papi, e de'
principi beneventani; Liutprando, storico di que' brutti tempi de'
marchesi italiani in cui operò; e i due anonimi salernitano e
beneventano, continuatori di Erchemperto. I cronachisti, per poveri
che sieno, hanno sugli altri cattivi scrittori questo vantaggio, di
rimanere preziosi per li fatti serbati. Al principio del secolo
undecimo poi, risplende anche in Italia, dove fu monaco in Bobbio, e
poi papa buono fra molti cattivi, quel Gerberto francese, da cui
alcuni contano il risorgimento delle colture, piú o meno progredite
sempre d'allora in poi; e il quale dicono le prendesse dagli arabi di
Spagna, a cui noi dovremmo dunque originariamente quel risorgimento.
Ma mi pare grande illusione, gran pregiudizio questo dell'origine
arabica della coltura di Gerberto; la quale in gran parte fu teologica
cristiana, e quanto alla parte matematica ed astronomica ed
astrologica, io non so se fosse cosí gran cosa da aver prodotto frutto
di conto allora o poi. Uno scrittor modernissimo attribuisce bensí a
Gerberto l'introduzione delle cifre decimali dette «arabiche»,
attribuita giá a Leonardo Fibonacci; ma appunto il medesimo scrittore
(Chasles) nega che fosse invenzione degli arabi. Il fatto sta, che
questo secondo e vero risorgimento, detto «del mille», non fu se non
del fine di quel secolo undecimo; e fu tutto ecclesiastico, di
ecclesiastici scrittori e d'ecclesiastica coltura; non fu se non come
un episodio, una parte, una conseguenza del gran risorgimento
ecclesiastico che vedemmo incominciare sotto i papi tedeschi, ed
ingrandirsi giá sotto a parecchi italiani, spinti a ciò
probabilissimamente da quel grande intelletto, e massime gran cuore,
grand'animo d'Ildebrando, che lo doveva compiere poi. E il fatto sta,
che la parte letteraria di tal risorgimento fu quasi tutta italiana. I
nomi di san Pier Damiano [988-1072], Lanfranco [1005-1089],
sant'Anselmo di Lucca, oltre parecchi altri, e sopra tutti
sant'Anselmo d'Aosta [1033-1109], che fu per due secoli, fino a san
Tomaso, il piú gran teologo e filosofo d'Italia e della cristianitá,
pongono fuor di dubbio questo antichissimo primato della coltura
italiana; e confermano, del resto, ciò che sará forse giá stato
osservato dagli attenti leggitori; che le grandi opere di Gregorio VII
non furono di lui solamente, ma di parecchi insieme, di tutto il
secolo di lui; che Gregorio VII, come tutti gli altri variamente
grandi, non fu grande solitario ma accompagnato; il piú grande fra uno
stuolo di grandi; un grandissimo che non disdegna né invidia gli
altri, ma se n'aiuta. Del rimanente, e tutti questi, ed altri non
nominati, ed Ildebrando stesso, e tutto il risorgimento vennero senza
dubbio dalle numerose riforme di monaci fattesi in questo secolo, da'
monasteri. Ogni cosa ha il tempo suo, e non è cecitá piú nociva ad
ogni retta intelligenza della storia, che non saper veder la grandezza
antica delle cose impicciolite poi.--Finalmente, fu altra parte del
medesimo risorgimento ecclesiastico, il risorgimento di quella che è
sempre primogenita fra le arti del disegno, dell'architettura. Nei
secoli stessi piú barbari, i papi edificarono per vero dire, ed
ornarono chiese in Roma; ma barbaramente allora. All'incontro nel
secolo decimo i veneziani incominciarono San Marco, e fu certamente
grand'opera, principio di risorgimento. Tuttavia fu ancora
architettura bizantina, greca, non nostra, e d'artisti probabilmente
non nostri; come, del resto, quel poco che avemmo allora dell'altre
due arti. Ma è monumento d'arte giá diversa, e che perciò può
incominciare a chiamarsi «italiana», il duomo di Pisa, incominciato da
Buschetto, italiano, nel 1016, finito nel 1092, edificato in gran
parte di ruderi antichi, e in istile che non si può piú dir né romano
decaduto, né longobardo, né greco, né arabo, ma quasi eclectico e giá
originale. Perciocché questo fu fin da principio, nell'arti, come poi
nelle lettere, il carattere dell'originalitá italiana; che ella
risultò appunto dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che
pareva bello ad ogni volta, senza esclusioni né impegni né quasi
scuola, senza insomma quelle grettezze di nazionalitá che si vanno ora
predicando. Queste non si vorrebber porre nemmen nella politica, dove
son piú dannose; ma caccinsi almeno dalle lettere, o almen almeno
dall'arti, che sono universali di natura loro.--Ad ogni modo e in due
parole, furono notevolissimi due risorgimenti di coltura italiana
nell'etá che or lasciamo; quelli della teologia e dell'architettura;
ed amendue evidentemente ecclesiastici.
LIBRO SESTO
ETÁ SESTA: DEI COMUNI
(anni 1073-1492).
1. Gregorio VII e l'etá seguente, in generale.--Gli uomini veramente
grandi, Camillo, Cesare, Carlomagno, Gregorio VII, hanno il privilegio
di dar principio a nuove etá. È naturale: essi non furono cosí grandi,
se non perché sorgendo i loro grandi animi in mezzo alla piú grande
delle umane occasioni, quando le generazioni, stanche di lor cattive
condizioni, hanno bisogno e desiderio di mutarle, essi seppero porsi a
capo di tale desiderio, lo secondarono, lo guidarono, lo effettuarono.
Gli animi nati grandi ma senza occasioni, gli animi nati grandi ma
rivoltisi contro alle occasioni, non fanno frutto d'utilitá né di
gloria; sono simili a que' semi sovrabbondantemente sparsi anche nella
creazione materiale, affinché ne frutti dei mille uno, e gli altri
manifestino l'oltrepotenza del Creatore.--La grande occasione in che
sorse Gregorio VII, noi, se non ci siamo ingannati, l'abbiamo giá
dichiarata via via. Da presso a tre secoli pativano i popoli, pativano
e s'erano corrotti gli ecclesiastici universalmente, piú quelli
d'Italia, piú di tutti quelli di Roma, per il mal inventato imperio,
per il mal perfezionatosi sistema feodale; popoli e chiese, e chiesa
romana principalmente, avevano desiderio, necessitá di uscir di tali
patimenti e corruzioni, di liberarsi e restaurarsi. Quando uno de'
primi papi buoni che risorsero, Gregorio VI, ebbe innalzato nella
curia romana Ildebrando, da quel dí [1044-1046] tutto, incominciando
da quello stesso papa dubbiosamente eletto, tutto si riforma, si
restaura, si migliora colá e da colá; elezioni e regole di elezioni
dei papi, elezioni dei vescovi, costumi ecclesiastici in generale. E
per trent'anni poi proseguesi l'opera, senza dar un passo indietro;
ondeché tutti gli storici videro qui un'impulsione, un'opera
personale, quella d'Ildebrando presente e potente.--Salito ora esso
stesso Ildebrando al papato [1073], qual fu l'opera di lui? Diciamolo,
come si conviene alla nostra brevitá, ad un tratto: fu né piú né meno
che continuazione dell'opera precedente, della restaurazione della
Chiesa in generale, della chiesa romana in particolare. La quale
restaurazione poi comprendeva: 1^o l'abolizione del concubinato degli
ecclesiastici, il rinnovamento e stabilimento definitivo di lor
celibato; 2^o l'abolizione delle elezioni simoniache feodali; 3^o la
liberazione soprattutto della chiesa romana da quella condizione di
feudo imperiale, che era pretesa dalla corte germanica; 4^o quindi, di
necessitá, la restaurazione della chiesa romana, nella pretesa
contraria, ma antica, ma originaria, ma inevitabile dal dí del Natale
799, d'incoronare e proclamare, e quindi confermare e perciò giudicare
l'imperatore. Pretesa esorbitante, sia pure; ma a chi la colpa? A
Carlomagno che aveva cosí fondato l'imperio, all'imperio cosí fondato;
5^o finalmente, quella che altri chiama perfezione e noi chiamiamo
confusione, caos feodale, aveva da per tutto sottoposti molti feudi
laici a questa o quella chiesa vescovile od abbazia, e n'aveva
sottoposti tanto piú alla chiesa somma romana: parecchi ducati
longobardi e normanni a mezzodí d'Italia, Sardegna, Corsica, alcuni
regni spagnuoli, e via via. E fu quindi anche opera naturale di
Gregorio VII rivendicar tutte queste pretese. Le quali dicansi pur di
nuovo cattive da' filosofi o politici, noi contradiremo loro meno che
mai. Ma che gli storici e biografi di Gregorio VII, non attendendo a
niun fatto precedente, gli attribuiscano un progetto, un'idea,
un'invenzione di non so qual monarchia universale, che sarebbe stata
tutta contraria alle idee, alle possibilitá di questa etá, la quale
giá aveva la monarchia universale dell'imperio; questa mi pare una
delle piú antistoriche fra le molte antistoriche spiegazioni che si
dánno della storia. Gregorio VII non fece questa, non fece nessuna
invenzione nuova; non fece, tutt'al piú, se non il disegno di
restaurar la Chiesa in tutti i diritti suoi allora esistenti; e
siffatto disegno era in tutto legittimo, e in molte parti utile,
grande, e conforme ai bisogni, ai desidèri, di quell'etá; era una
reazione naturalissima. Eccedette egli ne' mezzi? Siam per vederlo e
per dirlo schiettamente, come il vedremo via via.--Ma fin di qua
dobbiamo far osservare a' nostri leggitori italiani, che dal
proseguimento di questo disegno di Gregorio VII, dall'abbattimento
ch'ei procacciò cosí alla potenza imperiale, sorse indubitabilmente e
finalmente (senza che forse ei vi mirasse), sorse, lui vivente o
pochissimi anni appresso, il compimento della costituzione de' comuni
italiani, il loro governo consolare. E perciò qui cominciamo l'etá di
questi comuni. Della quale, copiosissima d'eventi, ci sará piú che mai
necessario distinguere le suddivisioni; e ci pare poterle fare molto
naturalmente, di secolo in secolo, da quest'ultimo quarto
dell'undecimo, all'ultimo quarto via via de' quattro successivi.
2. Pontificato di Gregorio VII [1073-1085].--Gregorio VII era vecchio
d'intorno a sessant'anni, quando, appena sepolto il predecessore, ei fu
(suo malgrado, dicesi) acclamato papa, senz'altra elezione, dal clero e dal
popolo romano. Incominciò con grandissima moderazione verso Arrigo;
sottoposesi, secondo il costume, all'approvazione di lui, non die' séguito
per allora alla citazione fatta dal predecessore; si proferse mediatore tra
esso il re e i principi e popoli tedeschi sollevati; e andato a Benevento e
a Capua, vi ricevette il giuramento da Landolfo ultimo de' principi
longobardi di Benevento, e da Riccardo uno di que' principi normanni che
andavan crescendo [1073].--Nel second'anno [1074] di suo pontificato adunò
un gran concilio; e cosí fece quasi ogni anno poi; onde vedesi essere lui
stato uno di que' principi, che, volendo far molto e contro a molti,
sentono aver bisogno pur di molti, e non temono né avversari né amici: i
concili eran allora ai papi ciò che allora ed ora le assemblee nazionali ai
principi secolari, impedimento ai mediocri, nuova forza agli operosi ed
arditi. E cosí, fin da quel primo concilio, Gregorio depose i sacerdoti
concubinari, impose l'obbligazione del celibato a chiunque s'ordinasse,
anatemizzò i simoniaci.--Poi in nuovo concilio [1075] proibí piú
esplicitamente le investiture ecclesiastiche feodali, quelle specialmente
date col pastorale e l'anello (che erano segni non feodali ma
ecclesiastici) da re o signori secolari a vescovi od abati. E questi
decreti sollevarono fin d'allora in tutta la cristianitá numerosissimi
avversari a Gregorio: gli ecclesiastici concubinari, i simoniaci, e i
signori che aveano date le investiture, cosí dichiarate simoniache. Da
qualunque de' quali fosse mosso Cencio o Crescenzio un potente di Roma,
rapí il papa dall'altare la notte di Natale in Santa Maria maggiore, e il
chiuse in una torre sua. Ma prima di giorno fu liberato Gregorio a furia di
popolo. Tutte queste non eran che tempeste giá provate da altri; e ben
altre s'ammassavano contro a quel gran capo di Gregorio VII. I nemici delle
riforme son sempre molti; perché le riforme non si fanno se non quando son
grandi abusi, e i grandi abusi han sempre grandi e molti amici, quasi tutti
coloro che ne approfittano. L'anno appresso [1076], vittorioso giá Arrigo
in Germania convoca in Vormazia una dieta di signori feodali e di
ecclesiastici inquietati in loro sedi e lor vizi; ed ivi annullano
l'elezione giá riconosciuta di Gregorio VII, e lo scomunicano. Chiaro è;
l'iniziativa degli eccessi venne qui dall'imperatore, e dagli amici degli
abusi. Scende un messo imperiale a portar tale sfida in concilio a Roma;
costui è poco men che ucciso tra l'ira che ne sorge; il papa lo salva; e
lascia poi o fa scomunicare Arrigo, che fu molto naturale e secondo il
costume antico; e poi sciogliere i sudditi di lor giuramento di fedeltá,
che Muratori dice cosa nuova «e creduta giusta in quella congiuntura». Né
mi porrò io a troncar in una riga tali questioni su cui si sono scritte
biblioteche, né a risollevar questioni felicemente cadute; dico sí, che in
quella etá, e secondo l'istituzione di Carlomagno, io veggo molto piú
diritto nel papa di depor l'imperatore, che non nell'imperatore (del resto
non incoronato ed assalitore) di deporre il papa.--Ad ogni modo, qui si
vede per chi stava l'opinione universale. Il papa, che s'era concitati
tanti avversari, non ne fu scosso; il re vittorioso fu abbandonato da quasi
tutti. Adunasi [1077] una dieta a Triburia, si tratta di eleggere un nuovo
re, si rimanda la decisione a una nuova dieta indicata ad Augsburg, e vi
s'invita il papa. Questi vi s'avvia con Matilde la gran contessa; giugne a
Vercelli; e udito che scende Arrigo stesso, indietreggiano, si racchiudono
in Canossa, antico e giá storico castello che era or della contessa.
Intanto scende Arrigo con poca comitiva, ma con Berta, la moglie giá
disprezzata ai dolci dí dopo lo sposalizio, or protettrice di lui al dí
della sventura. S'abbocca oltre Alpi con Adelaide ed Amedeo, la torinese ed
il savoiardo madre e fratello di lei; e per averne passaggio concede loro
nuovi comitati, accrescimento a lor potenza giá grande. Quindi varcano il
Moncenisio; e per Torino e Piacenza arrivano tutti insieme a Canossa. Ivi
stava coll'altra gran contessa Gregorio, ricevendo, penitenziando,
assolvendo scomunicati. Arrigo implora, fa implorar il pontefice. Spoglio
degli abiti imperiali è introdotto oltre una prima, oltre una seconda
cinta; rimane tra questa e la terza tre dí; digiunando, tremando,
avviliendosi. Apreglisi finalmente l'ultima porta, s'inginocchia tra que'
grandi e quelle donne, è assolto. Poi Gregorio pontifica, si comunica, ed
offre l'ostia ad Arrigo, che non osa e ricusa. Brutta, eccessiva scena
senza dubbio in tutto, per tutti due, al re che s'avvilí, al pontefice che
l'avvilí; e di che pagarono il fio tutti e due. Ma gli eccessi son quelli
appunto, che fanno spiccar piú chiara la natura d'ogni uomo; e qui Gregorio
avviliendo l'avversario, e pur non scemandolo, anzi restaurandolo
coll'assoluzione, si mostrò senza dubbio tutt'altro che artifizioso o
profondo politico; non altro che ciò che fu sempre, un teologo o piuttosto
un canonista irremovibile ne' diritti che crede suoi; una coscienza ferrea,
un'anima che fa ciò che crede bene, senza pensare un momento a ciò che
avverrá.--Uscito Arrigo di colá, lombardi e tedeschi lo accolgono dapprima
con dispregio, poi con pietá, poi con interesse, e il fanno risollevar
contro al papa. Ma s'adunano gli avversari d'Arrigo in Germania, e fan re
Rodolfo di Svevia cognato di lui. Risale Arrigo, e si tratta e guerreggia
poi tra' due [1078 e 1079], e il papa non approva né disapprova il nuovo
re. Di nuovo è chiaro qui il cattivissimo politico, l'uomo che si modera
venendo a fatti gravi e pensati, il teologo fermo quando (bene o male) vede
chiaro il diritto suo canonico, ma titubante negli affari
umani.--Finalmente [1080] ei si decide e dichiara per Rodolfo; ed Arrigo
aduna, all'incontro, i suoi a Brixen, e fa eleggere antipapa Ghiberto
arcivescovo di Ravenna, uno de' piú scomunicati. Allora, in situazione giá
estrema, diventa, come sogliono i veri grandi, grandissimo Gregorio VII. Fa
pace con Roberto Guiscardo, il piú potente de' duchi normanni che fosse
stato per anco, vero fondatore di quella monarchia; e se ne fa un alleato,
che fu in breve quasi unico. Perciocché, al medesimo dí 15 ottobre le
schiere di Matilde toccano nel Mantovano una gran rotta dalle imperiali, ed
è mortalmente ferito re Rodolfo in un'altra battaglia in Germania. (Il
ducato di Svevia fu allora dato da Arrigo agli Hohenstaufen, che furono poi
i successori della casa, i continuatori dell'opera de' Ghibellini).--Allora
[1081] fa sua seconda e ben diversa discesa Arrigo, or vittorioso ed a capo
d'un grand'esercito. Pone assedio a Firenze, ma n'è respinto; una prima
gloria di quella cittá, che non diremo ancor guelfa, ma giá papalina ed
anti-imperiale; una prima gloria mal avvertita dagli storici fiorentini,
piú attenti a' pettegolezzi interni o vicini, che non alle opere veramente
nazionali di lei. Arrigo poi venne con Ghiberto a campo dinanzi a Roma; ma
ivi pure, respinto dalla malaria, levò l'assedio, e tornò a Toscana e a
Ravenna, dove poi svernò, mentre in Germania si eleggeva contro a lui un
nuovo re, Ermanno di Lorena.--Alla primavera del 1082, ritorna Arrigo
dinanzi a Roma; e di nuovo se ne ritrae alla stagione della malaria, e
risale a Lombardia. Al terzo anno [1083], pone e leva un terzo assedio.
Finalmente al quarto [1084], ei tratta col popolo romano stanco, o, dicono,
compro da lui. Gli sono aperte le porte; il perdurante pontefice co' grandi
che stavan per lui si racchiude in castel Sant'Angelo; e, intronizzato
l'antipapa Ghiberto, da costui poscia è incoronato l'imperatore. Allora
finalmente a muoversi il tardo alleato, Roberto Guiscardo, che erasi
occupato fin allora nell'ingrandirsi in Puglia, e cacciarne i greci e
perseguirli in lor terre; e che, per volersi far loro imperatore, dicono
trascurasse pur troppo l'offerta del regno d'Italia fattagli da Gregorio.
Quante belle occasioni perdute! Ad ogni modo, accorrendo ora Guiscardo con
un grande esercito e suo gran nome, non fu aspettato dall'imperator
dappoco, che risalí quindi in Germania, né dall'antipapa; ondeché egli
entrò facilmente in Roma con sue bande, fra cui erano saracini, e si pose a
ruba ed a sacco ed a fuoco la cittá; e si ricominciò, sollevatisi i romani,
tre dí appresso. Cosí funestamente si trovò allora liberato il pontefice, e
restituito in Roma mezzo distrutta. Quindi, fosse dolore di tal rovina, o
timor degli instabili e compri romani, ei lasciolla con Guiscardo o poco
dopo, e si ridusse con esso a Salerno. E mentre Matilde, raccolto un
esercito contro all'imperatore, gli dava una sconfitta nel Modenese, e il
Guiscardo tornava a sue imprese contro a' greci, lo sventurato pontefice,
forse aspettando miglior ventura, forse vinto, nell'anima no, ma
nell'infermo corpo (gli uomini non son di ferro), si rimase tutto il resto
di quell'anno e il principio del seguente 1085 a quel rifugio. Finché,
peggiorato e richiesto di levar le numerose scomuniche da lui pronunziate,
dicesi le levasse tutte, tranne quelle di Arrigo, dell'antipapa e de'
principali fautori di questo; ed interrogato di chi potesse essere, tra
tanti pericoli, successor suo, dicesi ne nominasse tre, de' quali due
furono papi poi; e che esclamando: «_Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem,
propterea morior in exilio_», spirasse l'anima invitta. Niuno, ch'io
sappia, fece il ritratto di lui cosí esattamente, com'egli in queste poche
parole, che furono il grido ultimo di sua rettissima coscienza. Ad ogni
modo, cosí cacciato di sua sedia egli che avea rimossi tanti vescovi dalle
loro, cacciato da' concittadini egli che avea sollevati tanti popoli,
lasciando un antipapa nella Chiesa egli che avea voluto restaurare ed
esaltare il papato, lasciando vittorioso l'imperatore da lui giá deposto e
raumiliato, lasciando insomma fallite in apparenza tutte le imprese sue,
morí non iscoraggiato il grand'uomo. E tutta quella turba di anime volgari
devote della ventura, che attestano sempre la Providenza contro ad ogni
malavventurato, videro forse allora il giudicio di Dio pronunciato contro
alle imprese di Gregorio VII.--Ma passati pochi anni, si trovan compiute
tutte le imprese incominciate, ispirate da lui; stabilito il celibato
ecclesiastico; tolte di mezzo la simonia, le investiture feodali delle
chiese; tralasciata la stessa conferma imperiale del sommo pontefice; due
de' tre designati da lui fatti papi; la potenza temporale accresciuta dalle
donazioni di Matilde, giá fatte fin dai dí di Canossa; le crociate, a cui
fin dal primo anno egli aveva invano confortato Arrigo, effettuate; la
potenza imperiale abbattuta cosí, che non si rialzò mai piú ad assoluta in
Italia; e quindi (ciò che importa qui particolarmente) i comuni costituiti;
e il nome di lui bestemmiato dai contemporanei, santificato poi dalla
Chiesa; ribestemmiato ne' nostri secoli da tutti i nemici della Chiesa, da
molti scrupolosi adoratori delle potenze temporali, rionorato oggi nella
storia da alcuni protestanti non illiberali. Cosí s'avanza il mondo
cristiano; a forza di uomini di gran fede che soffrono e muoiono per
avanzarlo; mentre ridono e trionfano i piccoli, credendo averlo fermato o
sviato.--E cosí gioveranno un dí senza dubbio le morti vostre, o Carlo
Alberto, o cari nostri caduti.
3. Ultimi anni d'Arrigo IV [1085-1106].--Pochi mesi dopo Gregorio VII,
morí il suo aiutatore Roberto Guiscardo, e ne rimasero tanto piú forti
Arrigo e Ghiberto antipapa. Né per un anno osò nessuno succedere a
quel terribil Gregorio, che il dolce san Pier Damiano avea chiamato
«santo demonio». Finalmente fu eletto quasi a forza Vittore III, uno
dei designati dal predecessore; e Roma fu a vicenda or di lui or
dell'antipapa.--E morto Vittore [1087], succedette Urbano II,
francese, un altro dei designati [1088], un grand'uomo esso pure.
Rimase parecchi anni ridotto a pochi partigiani oltre a Matilde, che
nel 1098 sposò Guelfo d'Este, figlio del duca di Baviera. Nel 1090
poi, Arrigo, giá vincitore in Germania e liberato di Ermanno che aveva
rinunciato alla corona usurpata, ridiscese per la terza volta in
Italia, non migliorato dalle sventure. Guerreggiò contro ad una donna
quasi sola, Matilde: presele Mantova, Reggio, Parma e Piacenza, ma fu
respinto da Canossa, e risalí a Germania nel 1092. Allora a risorgere
la parte papalina in Lombardia; Milano, Lodi, Cremona, Piacenza
s'allearono per venti anni contro a' tedeschi, e fu un primo esempio
di leghe lombarde, e principio allora di gran novitá. Ché, rifuggito a
que' collegati Corrado, figliuolo primogenito e ribelle ad Arrigo, fu
[1093] incoronato a Monza dall'arcivescovo di Milano. Scese allora
[1094] per la quarta volta Arrigo, ma non fece frutto; anzi, la parte
papalina, giá forte, si rinforzò per il matrimonio di Corrado colla
figliuola di Ruggeri Normanno conte di Sicilia [1095]; ed Urbano tenne
in quell'anno due grandi concili, uno a Piacenza, dove comparí
Adelaide di Russia, seconda moglie d'Arrigo IV pur maltrattata da lui;
e dove si deliberò la prima e maggior crociata, bandita poi al
concilio che seguí in Clermont in Francia. Cosí fu effettuato uno dei
piú grandi, e che parean piú ineseguibili, pensieri di Gregorio VII,
dieci anni soli dopo la morte di lui. Una parte de' crociati, passando
per Italia, cacciarono di Roma l'antipapa, ed imbarcandosi in Puglia
andarono a raggiungere in Asia i rimanenti; i quali tutti insieme
presero poi Gerusalemme, e vi fondarono un regno latino [1099].
Intanto, tornati Arrigo a Germania [1097] e papa Urbano a Italia e a
Roma [1098], morí questi glorioso l'anno medesimo della presa di
Gerusalemme.--Succedettegli (quasi sforzato esso pure) Pasquale II; il
quale, morto Ghiberto antipapa e presi dai normanni due antipapi
fattigli succedere, rimase solo. Morí poi Corrado, il figliuol
ribelle, in Firenze [1101]. E cosí, rimanendo Arrigo IV liberato a un
tempo e degli incomodi amici, gli antipapi ch'egli era impegnato a
sostenere, e di suo principal avversario, il proprio figliuolo, ma
succedendo in Germania una nuova ribellione di Arrigo suo secondo
figliuolo diventato suo erede [1104]; egli Arrigo IV non iscese piú,
non si die' piú gran cura delle cose d'Italia, e lá morí, deposto in
dieta, e prigione del figlio giá regnante [1106]. Compatito per queste
ribellioni domestiche, parve ad alcuni finir men male che non
incominciò; ma fu pure in tutto pessimo degl'imperatori e re
Ghibellini, pessimo forse de' tedeschi! Nato operoso, e capace dunque
di virtú, ma infelicemente educato, fu di quelli che non solo perdon
l'opera del resistere al secolo loro, ma vi si inaspriscono e
impiccoliscono e viziano: fu non solamente l'avversario, ma tutto
l'opposto di Gregorio VII. Restaurator che avea voluto essere della
potenza imperiale sui papi, lasciò questi liberi per sempre della
antica conferma imperiale; difensore della feodalitá laicale,
oppugnator della potenza ecclesiastica, lasciò quella poco men che
distrutta in Italia, questa poco men che confermata dappertutto; e
sotto l'ombra di lei costituito quel governo de' consoli, che dicemmo
giá solo mancare alla costituzione dei comuni italiani.