16. Coltura.--Nei tre secoli che corsero dal 774 a questo 1073, la

coltura cristiana universale, imbarbarita sotto ai barbari, ebbe un

primo risorgimento incontrastabile da Carlomagno al principio del

secolo nono; si fermò senza progredire, ed anzi di nuovo retrocedette

sotto gli ultimi Carolingi, e tra le contese dei re, regoli e marchesi

lor successori, dalla metá del secolo nono a tutto il decimo: e

ripigliò poi un tal qual moto progressivo nella prima metá, uno certo

e giá rapido in questa seconda metá del secolo undecimo a cui siam

giunti.--L'Italia ebbe poca parte al risorgimento di Carlomagno; tutto

vi fu opera personale di lui e di quell'Alcuino sassone-inglese

[726-804], ch'egli aveva chiamato e tenuto sovente in corte, e tanto

che il vedemmo consigliere forse alla restaurazione dell'imperio. Tra

i due, istituirono nel palazzo una vera academia; i membri della

quale, non esclusi il vecchio e vittorioso imperatore che non sapeva

scrivere, e i suoi figliuoli e forse alcuni di quelli che noi

chiamiamo i «paladini», e non dovevano esser guari piú colti, tutti

quanti preser nomi academici di Davide, Platone od altri; precursori,

piú compatibili allora, di nostre ragazzate del Seicento e Settecento.

Non saprei dire se l'Italia fornisse di questi academici primitivi. Il

piú che si trovi preso da Carlomagno in Italia fu la musica corale, il

canto fermo romano; di che istituí scuole in Francia, e in che,

dicono, facessesi colá poco progresso. Né so s'io mi rida, o s'io

abbia a dar vanto all'Italia di questo antichissimo primato della

musica, il quale solo or ci resta. Direi, che se non fosse solo,

sarebbe da gloriarcene certamente; ma che, finché è solo, piú mi

accuora il difetto degli altri, che non mi rallegra la perseveranza di

questo; e conchiuderei doverci pur esser cara, e poter anche esserci

utile la nostra musica, se da semplice trastullo o da molle

consolazione ch'ella è a' nostri mali, la sapesse alcuno sollevare a'

virili e virtuosi incitamenti. La musica, certo rozzissima, de' greci

antichi fu pur da essi tenuta per mezzo politico non dispregevole a

conformare gli animi loro virili; perché non sarebbe pur tale la

musica tanto progredita? Ad ogni modo, un gran progresso di essa

fecesi in Italia, verso il principio del secolo undecimo, per opera di

Guido d'Arezzo monaco; il quale inventò, non saprei ben dire, e credo

si disputi, se la divisione delle sette note dell'ottava, o la

scrittura di esse che serví d'allora in poi, o se solamente i loro

nomi.--Del resto, poco o nulla produsse l'Italia nei secoli nono e

decimo; e non è se non appunto tra tal mancanza, che restano degni di

essere accennati Agnello, Anastasio bibliotecario ed Erchemperto,

compilatori delle vite degli arcivescovi di Ravenna, de' papi, e de'

principi beneventani; Liutprando, storico di que' brutti tempi de'

marchesi italiani in cui operò; e i due anonimi salernitano e

beneventano, continuatori di Erchemperto. I cronachisti, per poveri

che sieno, hanno sugli altri cattivi scrittori questo vantaggio, di

rimanere preziosi per li fatti serbati. Al principio del secolo

undecimo poi, risplende anche in Italia, dove fu monaco in Bobbio, e

poi papa buono fra molti cattivi, quel Gerberto francese, da cui

alcuni contano il risorgimento delle colture, piú o meno progredite

sempre d'allora in poi; e il quale dicono le prendesse dagli arabi di

Spagna, a cui noi dovremmo dunque originariamente quel risorgimento.

Ma mi pare grande illusione, gran pregiudizio questo dell'origine

arabica della coltura di Gerberto; la quale in gran parte fu teologica

cristiana, e quanto alla parte matematica ed astronomica ed

astrologica, io non so se fosse cosí gran cosa da aver prodotto frutto

di conto allora o poi. Uno scrittor modernissimo attribuisce bensí a

Gerberto l'introduzione delle cifre decimali dette «arabiche»,

attribuita giá a Leonardo Fibonacci; ma appunto il medesimo scrittore

(Chasles) nega che fosse invenzione degli arabi. Il fatto sta, che

questo secondo e vero risorgimento, detto «del mille», non fu se non

del fine di quel secolo undecimo; e fu tutto ecclesiastico, di

ecclesiastici scrittori e d'ecclesiastica coltura; non fu se non come

un episodio, una parte, una conseguenza del gran risorgimento

ecclesiastico che vedemmo incominciare sotto i papi tedeschi, ed

ingrandirsi giá sotto a parecchi italiani, spinti a ciò

probabilissimamente da quel grande intelletto, e massime gran cuore,

grand'animo d'Ildebrando, che lo doveva compiere poi. E il fatto sta,

che la parte letteraria di tal risorgimento fu quasi tutta italiana. I

nomi di san Pier Damiano [988-1072], Lanfranco [1005-1089],

sant'Anselmo di Lucca, oltre parecchi altri, e sopra tutti

sant'Anselmo d'Aosta [1033-1109], che fu per due secoli, fino a san

Tomaso, il piú gran teologo e filosofo d'Italia e della cristianitá,

pongono fuor di dubbio questo antichissimo primato della coltura

italiana; e confermano, del resto, ciò che sará forse giá stato

osservato dagli attenti leggitori; che le grandi opere di Gregorio VII

non furono di lui solamente, ma di parecchi insieme, di tutto il

secolo di lui; che Gregorio VII, come tutti gli altri variamente

grandi, non fu grande solitario ma accompagnato; il piú grande fra uno

stuolo di grandi; un grandissimo che non disdegna né invidia gli

altri, ma se n'aiuta. Del rimanente, e tutti questi, ed altri non

nominati, ed Ildebrando stesso, e tutto il risorgimento vennero senza

dubbio dalle numerose riforme di monaci fattesi in questo secolo, da'

monasteri. Ogni cosa ha il tempo suo, e non è cecitá piú nociva ad

ogni retta intelligenza della storia, che non saper veder la grandezza

antica delle cose impicciolite poi.--Finalmente, fu altra parte del

medesimo risorgimento ecclesiastico, il risorgimento di quella che è

sempre primogenita fra le arti del disegno, dell'architettura. Nei

secoli stessi piú barbari, i papi edificarono per vero dire, ed

ornarono chiese in Roma; ma barbaramente allora. All'incontro nel

secolo decimo i veneziani incominciarono San Marco, e fu certamente

grand'opera, principio di risorgimento. Tuttavia fu ancora

architettura bizantina, greca, non nostra, e d'artisti probabilmente

non nostri; come, del resto, quel poco che avemmo allora dell'altre

due arti. Ma è monumento d'arte giá diversa, e che perciò può

incominciare a chiamarsi «italiana», il duomo di Pisa, incominciato da

Buschetto, italiano, nel 1016, finito nel 1092, edificato in gran

parte di ruderi antichi, e in istile che non si può piú dir né romano

decaduto, né longobardo, né greco, né arabo, ma quasi eclectico e giá

originale. Perciocché questo fu fin da principio, nell'arti, come poi

nelle lettere, il carattere dell'originalitá italiana; che ella

risultò appunto dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che

pareva bello ad ogni volta, senza esclusioni né impegni né quasi

scuola, senza insomma quelle grettezze di nazionalitá che si vanno ora

predicando. Queste non si vorrebber porre nemmen nella politica, dove

son piú dannose; ma caccinsi almeno dalle lettere, o almen almeno

dall'arti, che sono universali di natura loro.--Ad ogni modo e in due

parole, furono notevolissimi due risorgimenti di coltura italiana

nell'etá che or lasciamo; quelli della teologia e dell'architettura;

ed amendue evidentemente ecclesiastici.

LIBRO SESTO

ETÁ SESTA: DEI COMUNI

(anni 1073-1492).

1. Gregorio VII e l'etá seguente, in generale.--Gli uomini veramente

grandi, Camillo, Cesare, Carlomagno, Gregorio VII, hanno il privilegio

di dar principio a nuove etá. È naturale: essi non furono cosí grandi,

se non perché sorgendo i loro grandi animi in mezzo alla piú grande

delle umane occasioni, quando le generazioni, stanche di lor cattive

condizioni, hanno bisogno e desiderio di mutarle, essi seppero porsi a

capo di tale desiderio, lo secondarono, lo guidarono, lo effettuarono.

Gli animi nati grandi ma senza occasioni, gli animi nati grandi ma

rivoltisi contro alle occasioni, non fanno frutto d'utilitá né di

gloria; sono simili a que' semi sovrabbondantemente sparsi anche nella

creazione materiale, affinché ne frutti dei mille uno, e gli altri

manifestino l'oltrepotenza del Creatore.--La grande occasione in che

sorse Gregorio VII, noi, se non ci siamo ingannati, l'abbiamo giá

dichiarata via via. Da presso a tre secoli pativano i popoli, pativano

e s'erano corrotti gli ecclesiastici universalmente, piú quelli

d'Italia, piú di tutti quelli di Roma, per il mal inventato imperio,

per il mal perfezionatosi sistema feodale; popoli e chiese, e chiesa

romana principalmente, avevano desiderio, necessitá di uscir di tali

patimenti e corruzioni, di liberarsi e restaurarsi. Quando uno de'

primi papi buoni che risorsero, Gregorio VI, ebbe innalzato nella

curia romana Ildebrando, da quel dí [1044-1046] tutto, incominciando

da quello stesso papa dubbiosamente eletto, tutto si riforma, si

restaura, si migliora colá e da colá; elezioni e regole di elezioni

dei papi, elezioni dei vescovi, costumi ecclesiastici in generale. E

per trent'anni poi proseguesi l'opera, senza dar un passo indietro;

ondeché tutti gli storici videro qui un'impulsione, un'opera

personale, quella d'Ildebrando presente e potente.--Salito ora esso

stesso Ildebrando al papato [1073], qual fu l'opera di lui? Diciamolo,

come si conviene alla nostra brevitá, ad un tratto: fu né piú né meno

che continuazione dell'opera precedente, della restaurazione della

Chiesa in generale, della chiesa romana in particolare. La quale

restaurazione poi comprendeva: 1^o l'abolizione del concubinato degli

ecclesiastici, il rinnovamento e stabilimento definitivo di lor

celibato; 2^o l'abolizione delle elezioni simoniache feodali; 3^o la

liberazione soprattutto della chiesa romana da quella condizione di

feudo imperiale, che era pretesa dalla corte germanica; 4^o quindi, di

necessitá, la restaurazione della chiesa romana, nella pretesa

contraria, ma antica, ma originaria, ma inevitabile dal dí del Natale

799, d'incoronare e proclamare, e quindi confermare e perciò giudicare

l'imperatore. Pretesa esorbitante, sia pure; ma a chi la colpa? A

Carlomagno che aveva cosí fondato l'imperio, all'imperio cosí fondato;

5^o finalmente, quella che altri chiama perfezione e noi chiamiamo

confusione, caos feodale, aveva da per tutto sottoposti molti feudi

laici a questa o quella chiesa vescovile od abbazia, e n'aveva

sottoposti tanto piú alla chiesa somma romana: parecchi ducati

longobardi e normanni a mezzodí d'Italia, Sardegna, Corsica, alcuni

regni spagnuoli, e via via. E fu quindi anche opera naturale di

Gregorio VII rivendicar tutte queste pretese. Le quali dicansi pur di

nuovo cattive da' filosofi o politici, noi contradiremo loro meno che

mai. Ma che gli storici e biografi di Gregorio VII, non attendendo a

niun fatto precedente, gli attribuiscano un progetto, un'idea,

un'invenzione di non so qual monarchia universale, che sarebbe stata

tutta contraria alle idee, alle possibilitá di questa etá, la quale

giá aveva la monarchia universale dell'imperio; questa mi pare una

delle piú antistoriche fra le molte antistoriche spiegazioni che si

dánno della storia. Gregorio VII non fece questa, non fece nessuna

invenzione nuova; non fece, tutt'al piú, se non il disegno di

restaurar la Chiesa in tutti i diritti suoi allora esistenti; e

siffatto disegno era in tutto legittimo, e in molte parti utile,

grande, e conforme ai bisogni, ai desidèri, di quell'etá; era una

reazione naturalissima. Eccedette egli ne' mezzi? Siam per vederlo e

per dirlo schiettamente, come il vedremo via via.--Ma fin di qua

dobbiamo far osservare a' nostri leggitori italiani, che dal

proseguimento di questo disegno di Gregorio VII, dall'abbattimento

ch'ei procacciò cosí alla potenza imperiale, sorse indubitabilmente e

finalmente (senza che forse ei vi mirasse), sorse, lui vivente o

pochissimi anni appresso, il compimento della costituzione de' comuni

italiani, il loro governo consolare. E perciò qui cominciamo l'etá di

questi comuni. Della quale, copiosissima d'eventi, ci sará piú che mai

necessario distinguere le suddivisioni; e ci pare poterle fare molto

naturalmente, di secolo in secolo, da quest'ultimo quarto

dell'undecimo, all'ultimo quarto via via de' quattro successivi.

2. Pontificato di Gregorio VII [1073-1085].--Gregorio VII era vecchio

d'intorno a sessant'anni, quando, appena sepolto il predecessore, ei fu

(suo malgrado, dicesi) acclamato papa, senz'altra elezione, dal clero e dal

popolo romano. Incominciò con grandissima moderazione verso Arrigo;

sottoposesi, secondo il costume, all'approvazione di lui, non die' séguito

per allora alla citazione fatta dal predecessore; si proferse mediatore tra

esso il re e i principi e popoli tedeschi sollevati; e andato a Benevento e

a Capua, vi ricevette il giuramento da Landolfo ultimo de' principi

longobardi di Benevento, e da Riccardo uno di que' principi normanni che

andavan crescendo [1073].--Nel second'anno [1074] di suo pontificato adunò

un gran concilio; e cosí fece quasi ogni anno poi; onde vedesi essere lui

stato uno di que' principi, che, volendo far molto e contro a molti,

sentono aver bisogno pur di molti, e non temono né avversari né amici: i

concili eran allora ai papi ciò che allora ed ora le assemblee nazionali ai

principi secolari, impedimento ai mediocri, nuova forza agli operosi ed

arditi. E cosí, fin da quel primo concilio, Gregorio depose i sacerdoti

concubinari, impose l'obbligazione del celibato a chiunque s'ordinasse,

anatemizzò i simoniaci.--Poi in nuovo concilio [1075] proibí piú

esplicitamente le investiture ecclesiastiche feodali, quelle specialmente

date col pastorale e l'anello (che erano segni non feodali ma

ecclesiastici) da re o signori secolari a vescovi od abati. E questi

decreti sollevarono fin d'allora in tutta la cristianitá numerosissimi

avversari a Gregorio: gli ecclesiastici concubinari, i simoniaci, e i

signori che aveano date le investiture, cosí dichiarate simoniache. Da

qualunque de' quali fosse mosso Cencio o Crescenzio un potente di Roma,

rapí il papa dall'altare la notte di Natale in Santa Maria maggiore, e il

chiuse in una torre sua. Ma prima di giorno fu liberato Gregorio a furia di

popolo. Tutte queste non eran che tempeste giá provate da altri; e ben

altre s'ammassavano contro a quel gran capo di Gregorio VII. I nemici delle

riforme son sempre molti; perché le riforme non si fanno se non quando son

grandi abusi, e i grandi abusi han sempre grandi e molti amici, quasi tutti

coloro che ne approfittano. L'anno appresso [1076], vittorioso giá Arrigo

in Germania convoca in Vormazia una dieta di signori feodali e di

ecclesiastici inquietati in loro sedi e lor vizi; ed ivi annullano

l'elezione giá riconosciuta di Gregorio VII, e lo scomunicano. Chiaro è;

l'iniziativa degli eccessi venne qui dall'imperatore, e dagli amici degli

abusi. Scende un messo imperiale a portar tale sfida in concilio a Roma;

costui è poco men che ucciso tra l'ira che ne sorge; il papa lo salva; e

lascia poi o fa scomunicare Arrigo, che fu molto naturale e secondo il

costume antico; e poi sciogliere i sudditi di lor giuramento di fedeltá,

che Muratori dice cosa nuova «e creduta giusta in quella congiuntura». Né

mi porrò io a troncar in una riga tali questioni su cui si sono scritte

biblioteche, né a risollevar questioni felicemente cadute; dico sí, che in

quella etá, e secondo l'istituzione di Carlomagno, io veggo molto piú

diritto nel papa di depor l'imperatore, che non nell'imperatore (del resto

non incoronato ed assalitore) di deporre il papa.--Ad ogni modo, qui si

vede per chi stava l'opinione universale. Il papa, che s'era concitati

tanti avversari, non ne fu scosso; il re vittorioso fu abbandonato da quasi

tutti. Adunasi [1077] una dieta a Triburia, si tratta di eleggere un nuovo

re, si rimanda la decisione a una nuova dieta indicata ad Augsburg, e vi

s'invita il papa. Questi vi s'avvia con Matilde la gran contessa; giugne a

Vercelli; e udito che scende Arrigo stesso, indietreggiano, si racchiudono

in Canossa, antico e giá storico castello che era or della contessa.

Intanto scende Arrigo con poca comitiva, ma con Berta, la moglie giá

disprezzata ai dolci dí dopo lo sposalizio, or protettrice di lui al dí

della sventura. S'abbocca oltre Alpi con Adelaide ed Amedeo, la torinese ed

il savoiardo madre e fratello di lei; e per averne passaggio concede loro

nuovi comitati, accrescimento a lor potenza giá grande. Quindi varcano il

Moncenisio; e per Torino e Piacenza arrivano tutti insieme a Canossa. Ivi

stava coll'altra gran contessa Gregorio, ricevendo, penitenziando,

assolvendo scomunicati. Arrigo implora, fa implorar il pontefice. Spoglio

degli abiti imperiali è introdotto oltre una prima, oltre una seconda

cinta; rimane tra questa e la terza tre dí; digiunando, tremando,

avviliendosi. Apreglisi finalmente l'ultima porta, s'inginocchia tra que'

grandi e quelle donne, è assolto. Poi Gregorio pontifica, si comunica, ed

offre l'ostia ad Arrigo, che non osa e ricusa. Brutta, eccessiva scena

senza dubbio in tutto, per tutti due, al re che s'avvilí, al pontefice che

l'avvilí; e di che pagarono il fio tutti e due. Ma gli eccessi son quelli

appunto, che fanno spiccar piú chiara la natura d'ogni uomo; e qui Gregorio

avviliendo l'avversario, e pur non scemandolo, anzi restaurandolo

coll'assoluzione, si mostrò senza dubbio tutt'altro che artifizioso o

profondo politico; non altro che ciò che fu sempre, un teologo o piuttosto

un canonista irremovibile ne' diritti che crede suoi; una coscienza ferrea,

un'anima che fa ciò che crede bene, senza pensare un momento a ciò che

avverrá.--Uscito Arrigo di colá, lombardi e tedeschi lo accolgono dapprima

con dispregio, poi con pietá, poi con interesse, e il fanno risollevar

contro al papa. Ma s'adunano gli avversari d'Arrigo in Germania, e fan re

Rodolfo di Svevia cognato di lui. Risale Arrigo, e si tratta e guerreggia

poi tra' due [1078 e 1079], e il papa non approva né disapprova il nuovo

re. Di nuovo è chiaro qui il cattivissimo politico, l'uomo che si modera

venendo a fatti gravi e pensati, il teologo fermo quando (bene o male) vede

chiaro il diritto suo canonico, ma titubante negli affari

umani.--Finalmente [1080] ei si decide e dichiara per Rodolfo; ed Arrigo

aduna, all'incontro, i suoi a Brixen, e fa eleggere antipapa Ghiberto

arcivescovo di Ravenna, uno de' piú scomunicati. Allora, in situazione giá

estrema, diventa, come sogliono i veri grandi, grandissimo Gregorio VII. Fa

pace con Roberto Guiscardo, il piú potente de' duchi normanni che fosse

stato per anco, vero fondatore di quella monarchia; e se ne fa un alleato,

che fu in breve quasi unico. Perciocché, al medesimo dí 15 ottobre le

schiere di Matilde toccano nel Mantovano una gran rotta dalle imperiali, ed

è mortalmente ferito re Rodolfo in un'altra battaglia in Germania. (Il

ducato di Svevia fu allora dato da Arrigo agli Hohenstaufen, che furono poi

i successori della casa, i continuatori dell'opera de' Ghibellini).--Allora

[1081] fa sua seconda e ben diversa discesa Arrigo, or vittorioso ed a capo

d'un grand'esercito. Pone assedio a Firenze, ma n'è respinto; una prima

gloria di quella cittá, che non diremo ancor guelfa, ma giá papalina ed

anti-imperiale; una prima gloria mal avvertita dagli storici fiorentini,

piú attenti a' pettegolezzi interni o vicini, che non alle opere veramente

nazionali di lei. Arrigo poi venne con Ghiberto a campo dinanzi a Roma; ma

ivi pure, respinto dalla malaria, levò l'assedio, e tornò a Toscana e a

Ravenna, dove poi svernò, mentre in Germania si eleggeva contro a lui un

nuovo re, Ermanno di Lorena.--Alla primavera del 1082, ritorna Arrigo

dinanzi a Roma; e di nuovo se ne ritrae alla stagione della malaria, e

risale a Lombardia. Al terzo anno [1083], pone e leva un terzo assedio.

Finalmente al quarto [1084], ei tratta col popolo romano stanco, o, dicono,

compro da lui. Gli sono aperte le porte; il perdurante pontefice co' grandi

che stavan per lui si racchiude in castel Sant'Angelo; e, intronizzato

l'antipapa Ghiberto, da costui poscia è incoronato l'imperatore. Allora

finalmente a muoversi il tardo alleato, Roberto Guiscardo, che erasi

occupato fin allora nell'ingrandirsi in Puglia, e cacciarne i greci e

perseguirli in lor terre; e che, per volersi far loro imperatore, dicono

trascurasse pur troppo l'offerta del regno d'Italia fattagli da Gregorio.

Quante belle occasioni perdute! Ad ogni modo, accorrendo ora Guiscardo con

un grande esercito e suo gran nome, non fu aspettato dall'imperator

dappoco, che risalí quindi in Germania, né dall'antipapa; ondeché egli

entrò facilmente in Roma con sue bande, fra cui erano saracini, e si pose a

ruba ed a sacco ed a fuoco la cittá; e si ricominciò, sollevatisi i romani,

tre dí appresso. Cosí funestamente si trovò allora liberato il pontefice, e

restituito in Roma mezzo distrutta. Quindi, fosse dolore di tal rovina, o

timor degli instabili e compri romani, ei lasciolla con Guiscardo o poco

dopo, e si ridusse con esso a Salerno. E mentre Matilde, raccolto un

esercito contro all'imperatore, gli dava una sconfitta nel Modenese, e il

Guiscardo tornava a sue imprese contro a' greci, lo sventurato pontefice,

forse aspettando miglior ventura, forse vinto, nell'anima no, ma

nell'infermo corpo (gli uomini non son di ferro), si rimase tutto il resto

di quell'anno e il principio del seguente 1085 a quel rifugio. Finché,

peggiorato e richiesto di levar le numerose scomuniche da lui pronunziate,

dicesi le levasse tutte, tranne quelle di Arrigo, dell'antipapa e de'

principali fautori di questo; ed interrogato di chi potesse essere, tra

tanti pericoli, successor suo, dicesi ne nominasse tre, de' quali due

furono papi poi; e che esclamando: «_Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem,

propterea morior in exilio_», spirasse l'anima invitta. Niuno, ch'io

sappia, fece il ritratto di lui cosí esattamente, com'egli in queste poche

parole, che furono il grido ultimo di sua rettissima coscienza. Ad ogni

modo, cosí cacciato di sua sedia egli che avea rimossi tanti vescovi dalle

loro, cacciato da' concittadini egli che avea sollevati tanti popoli,

lasciando un antipapa nella Chiesa egli che avea voluto restaurare ed

esaltare il papato, lasciando vittorioso l'imperatore da lui giá deposto e

raumiliato, lasciando insomma fallite in apparenza tutte le imprese sue,

morí non iscoraggiato il grand'uomo. E tutta quella turba di anime volgari

devote della ventura, che attestano sempre la Providenza contro ad ogni

malavventurato, videro forse allora il giudicio di Dio pronunciato contro

alle imprese di Gregorio VII.--Ma passati pochi anni, si trovan compiute

tutte le imprese incominciate, ispirate da lui; stabilito il celibato

ecclesiastico; tolte di mezzo la simonia, le investiture feodali delle

chiese; tralasciata la stessa conferma imperiale del sommo pontefice; due

de' tre designati da lui fatti papi; la potenza temporale accresciuta dalle

donazioni di Matilde, giá fatte fin dai dí di Canossa; le crociate, a cui

fin dal primo anno egli aveva invano confortato Arrigo, effettuate; la

potenza imperiale abbattuta cosí, che non si rialzò mai piú ad assoluta in

Italia; e quindi (ciò che importa qui particolarmente) i comuni costituiti;

e il nome di lui bestemmiato dai contemporanei, santificato poi dalla

Chiesa; ribestemmiato ne' nostri secoli da tutti i nemici della Chiesa, da

molti scrupolosi adoratori delle potenze temporali, rionorato oggi nella

storia da alcuni protestanti non illiberali. Cosí s'avanza il mondo

cristiano; a forza di uomini di gran fede che soffrono e muoiono per

avanzarlo; mentre ridono e trionfano i piccoli, credendo averlo fermato o

sviato.--E cosí gioveranno un dí senza dubbio le morti vostre, o Carlo

Alberto, o cari nostri caduti.

3. Ultimi anni d'Arrigo IV [1085-1106].--Pochi mesi dopo Gregorio VII,

morí il suo aiutatore Roberto Guiscardo, e ne rimasero tanto piú forti

Arrigo e Ghiberto antipapa. Né per un anno osò nessuno succedere a

quel terribil Gregorio, che il dolce san Pier Damiano avea chiamato

«santo demonio». Finalmente fu eletto quasi a forza Vittore III, uno

dei designati dal predecessore; e Roma fu a vicenda or di lui or

dell'antipapa.--E morto Vittore [1087], succedette Urbano II,

francese, un altro dei designati [1088], un grand'uomo esso pure.

Rimase parecchi anni ridotto a pochi partigiani oltre a Matilde, che

nel 1098 sposò Guelfo d'Este, figlio del duca di Baviera. Nel 1090

poi, Arrigo, giá vincitore in Germania e liberato di Ermanno che aveva

rinunciato alla corona usurpata, ridiscese per la terza volta in

Italia, non migliorato dalle sventure. Guerreggiò contro ad una donna

quasi sola, Matilde: presele Mantova, Reggio, Parma e Piacenza, ma fu

respinto da Canossa, e risalí a Germania nel 1092. Allora a risorgere

la parte papalina in Lombardia; Milano, Lodi, Cremona, Piacenza

s'allearono per venti anni contro a' tedeschi, e fu un primo esempio

di leghe lombarde, e principio allora di gran novitá. Ché, rifuggito a

que' collegati Corrado, figliuolo primogenito e ribelle ad Arrigo, fu

[1093] incoronato a Monza dall'arcivescovo di Milano. Scese allora

[1094] per la quarta volta Arrigo, ma non fece frutto; anzi, la parte

papalina, giá forte, si rinforzò per il matrimonio di Corrado colla

figliuola di Ruggeri Normanno conte di Sicilia [1095]; ed Urbano tenne

in quell'anno due grandi concili, uno a Piacenza, dove comparí

Adelaide di Russia, seconda moglie d'Arrigo IV pur maltrattata da lui;

e dove si deliberò la prima e maggior crociata, bandita poi al

concilio che seguí in Clermont in Francia. Cosí fu effettuato uno dei

piú grandi, e che parean piú ineseguibili, pensieri di Gregorio VII,

dieci anni soli dopo la morte di lui. Una parte de' crociati, passando

per Italia, cacciarono di Roma l'antipapa, ed imbarcandosi in Puglia

andarono a raggiungere in Asia i rimanenti; i quali tutti insieme

presero poi Gerusalemme, e vi fondarono un regno latino [1099].

Intanto, tornati Arrigo a Germania [1097] e papa Urbano a Italia e a

Roma [1098], morí questi glorioso l'anno medesimo della presa di

Gerusalemme.--Succedettegli (quasi sforzato esso pure) Pasquale II; il

quale, morto Ghiberto antipapa e presi dai normanni due antipapi

fattigli succedere, rimase solo. Morí poi Corrado, il figliuol

ribelle, in Firenze [1101]. E cosí, rimanendo Arrigo IV liberato a un

tempo e degli incomodi amici, gli antipapi ch'egli era impegnato a

sostenere, e di suo principal avversario, il proprio figliuolo, ma

succedendo in Germania una nuova ribellione di Arrigo suo secondo

figliuolo diventato suo erede [1104]; egli Arrigo IV non iscese piú,

non si die' piú gran cura delle cose d'Italia, e lá morí, deposto in

dieta, e prigione del figlio giá regnante [1106]. Compatito per queste

ribellioni domestiche, parve ad alcuni finir men male che non

incominciò; ma fu pure in tutto pessimo degl'imperatori e re

Ghibellini, pessimo forse de' tedeschi! Nato operoso, e capace dunque

di virtú, ma infelicemente educato, fu di quelli che non solo perdon

l'opera del resistere al secolo loro, ma vi si inaspriscono e

impiccoliscono e viziano: fu non solamente l'avversario, ma tutto

l'opposto di Gregorio VII. Restaurator che avea voluto essere della

potenza imperiale sui papi, lasciò questi liberi per sempre della

antica conferma imperiale; difensore della feodalitá laicale,

oppugnator della potenza ecclesiastica, lasciò quella poco men che

distrutta in Italia, questa poco men che confermata dappertutto; e

sotto l'ombra di lei costituito quel governo de' consoli, che dicemmo

giá solo mancare alla costituzione dei comuni italiani.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 14 / 25 段