[1024-1039].--Incomincia quindi la nuova casa detta de' Vibellini, o
Ghibellini, dal castello di Weibelingen lor culla, e de' Franconi,
dalla provincia dove eran cresciuti e fattisi duchi prima di salire al
regno ed all'imperio. E perché le mutazioni di dinastie sogliono
essere insieme effetti e cause di nuove condizioni nazionali, perciò
da esse si dividono opportunamente le storie di parecchie altre
nazioni, e perciò parecchi storici imitatori cosí dividon la nostra.
Ma molto inopportunamente questi, a parer mio. Perciocché, quando i re
son di due nazioni, le mutazioni di dinastie si fanno secondo le
mutazioni della nazione dov'elle sono nazionali, e non di quella dove
elle sono straniere; ondeché queste mutazioni di dinastie, patite e
non fatte da noi, non sono se non segno nuovo di solita sofferenza e
non di mutazioni nazionali nostre. Le quali poi in Italia venner da
altro, e appunto in bel mezzo della presente dinastia.--Eletto dunque
re in Germania Corrado duca di Franconia, egli rimaneva, secondo il
diritto germanico, re d'Italia. Ma non secondo il diritto italico. I
tedeschi eran venuti piú e piú a noia. Appena saputa la morte di
Arrigo il santo, i pavesi avean a furia di popolo distrutto il palazzo
regio di lor cittá. Quindi Maginfredo conte e marchese di Torino,
Alrico vescovo d'Asti fratello di lui, i marchesi d'Este ed altri
grandi offrono la corona a Roberto re di Francia, secondo de' Capezi,
per lui o suo figlio; e rifiutati, a Guglielmo duca d'Aquitania pur
per lui o suo figlio; e il duca viene a Italia, guarda, esamina, e va
via. Tanto era caduta ancor da vent'anni la misera corona, non piú
osata cingere da nessuno di que' marchesi italiani, portata fuori ad
offrir qua e lá, e rifiutata da ciascuno per non mettersi in nostre
divisioni, nostri odii, nostre invidiuzze, direi quasi nostri
pettegolezzi. Intanto Ariberto, arcivescovo potentissimo di Milano,
tronca i dubbi, e va a Germania a far omaggio a Corrado ed incoronarlo
[1025]. Scende questi poco appresso [1026], e con grand'oste muove
contro a Pavia; ma trovatala forte, va a farsi incoronar a Monza, e
poi prende cittá e castella, e viene a Ravenna, dove nasce nuova
baruffa tra tedeschi e cittadini, torna a Milano, passa l'inverno in
Ivrea. L'anno appresso [1027] passa per Toscana e si fa incoronare
imperatore in Roma da papa Giovanni XIX; ed ivi terza baruffa tra
romani e tedeschi. Tutto inutile. Scende a Benevento e Capua, e vi si
fa riconoscere all'intorno, risale a Roma, a Ravenna, a Verona, a
Germania, lasciando tranquilli i pavesi, a patto che riedifichino il
palazzo. Resta Ariberto con quella potenza di vicario imperiale, che
incominciavano a dar gl'imperatori a' lor aderenti principali qua e
lá. Era naturale; gl'imperatori non potendo far valer essi da lungi
lor autoritá indeterminata, sconosciuta, la trasmettevano qual era,
per valer ciò che potesse, a qualche grande che paresse poterlo da
vicino. Nel 1032, egli Ariberto e Bonifazio, marchese di Toscana,
guidano un esercito d'italiani in aiuto a Corrado che prese il regno
di Borgogna finito allora in Rodolfo. Nel 1035, scoppia tra
l'arcivescovo e i suoi valvassori di Milano una guerra grave, e molto
notevole a far intendere le condizioni di quella societá feodale cosí
diversa dalla nostra. Perciocché sembra ne sorgessero allora piú o
meno delle simili in Italia, ed anche fuori, tra i vassalli grandi, o,
come si diceano, «capitani seniori», o signori, e i valvassori piccoli
o «iuniori». Era finito il secol d'oro di quelli, incominciava di
questi; era un principio di quell'emancipazione delle classi inferiori
dalle superiori che dura d'allora in poi. Combattessi in Milano, i
piccoli valvassori n'usciron vinti: ma si fecer forti de' lor pari
alla campagna; e tutti insieme alzarono una lega, un tumulto, che
chiamossi «la Motta» (e voleva probabilmente dire «ammottinamento»), e
andò allargandosi via via. Scende allora [fine 1036] Corrado a
giudicar e compor questi nuovi turbamenti; e favorisce la Motta contra
l'arcivescovo, i valvassori piccoli contro a' vassalli grandi. Era
naturale, era séguito della politica imperiale, che vedemmo dividere i
ducati in comitati; i comitati grandi in piccoli, od in giurisdizion
del vescovo entro alla cittá e il «corpo santo», e comitato diventato
rurale; o piuttosto è politica di tutti i grandissimi, che contro a'
grandi innalzano i piccoli. E cosí Corrado tiene prima a bada Ariberto
accorso in sua corte, e poscia in Pavia fa prender lui, e qua e lá
altri vescovi. Ariberto ubbriaca, dicesi, i tedeschi che gli erano a
guardia, e fugge a Milano. Vienvi a campo l'imperadore, e sfoga il
dispetto contra terre e castella; e poi, rotto dall'arcivescovo e
milanesi, si ritragge a Cremona, e poi a Parma, dove sorge la solita
baruffa tra popolo e tedeschi. E fu durante l'assedio di Milano, addí
28 maggio, che Corrado fece la sua famosa costituzione de' feudi, in
che appunto ei protegge i feudatari piccoli contro a' grandi, e li fa
ereditari: quella costituzione che fu giá detta perfezione del bel
sistema feodale, che noi diremo nuovo passo a libertá. E fu pur da
questo assedio che incominciò Milano ad essere antitedesca; e perciò,
per le solite emulazioni de' vicini italiani, diventò all'incontro
tedesca Pavia; un rovesciamento di parti, onde vedrem sorgere maggiori
pericoli e rovine, ma maggior potenza e gloria a Milano. Sciolto
dall'assedio, l'arcivescovo vittorioso offrí la corona al conte di
Sciampagna; e dicesi questi l'accettasse, ma appunto allora ei morí.
Ad ogni modo, l'imperatore chiamato da papa Benedetto IX, che si
trovava ne' medesimi frangenti co' suoi baroni, fu [1038] a Roma, dove
ripose il papa in potenza, e poi a Capua e Benevento alle solite
contese di colá; le quali poi lasciando, non men che quelle di Milano,
ei risalí a Germania, e vi morí l'anno appresso [1039]. Intanto
Ariberto, pressato da' vicini di parte imperiale e da' propri
valvassori, seguiva la medesima arte che l'imperatore, quella solita
di sollevar contro ai propri minori i minimi, i popolani cittadini o
campagnuoli da lui dipendenti. E perché questi non erano come i militi
a cavallo, ma povera gente a piè, dava ad essi a stendardo, a segno di
raccolta in battaglia, quel carro grave, tirato da buoi, e portante
una campana, che era stato usato giá da' monaci certamente (vedi
_Cronaca della Novalesa_), e forse da' vescovi, a raccoglier le tasse
di lor dipendenti; e che accresciuto quando che sia della croce, e
d'un intiero altare a dirvi messa e dar benedizione a' combattenti, fu
ora chiamato il «carroccio»; e fu usato poi da quasi tutte le cittá
italiane, troppo di rado sacro nelle guerre d'indipendenza, troppo
sovente sacrilego nelle civili di cittá a cittá, o di cittadini a
concittadini, famoso ad ogni modo nelle nostre storie. Sarebbe bello a
qualche principe italiano restaurar, rimodernandola, la nazionale e
devota usanza. Ma, mentre in Germania si rinnovano quanti si possono
di siffatti sussidi allo spirito di nazionalitá, in Italia si
disprezzano come erudizioni del passato, o sogni dell'avvenire.
14. Arrigo III [1039-1056].--A Corrado successe incontrastato oramai di lá
e di qua dalle Alpi il figlio di lui Arrigo III, il miglior forse della
casa Ghibellina. Fece subito pace con Ariberto; e pare che una pure ne
seguisse tra questo e i valvassori o mottesi. Ma rinnovatisi i turbamenti
[1041], fu cacciato l'arcivescovo co' capitani o nobili principali; mentre
rimasero riuniti in cittá i mottesi e il popolo sotto uno di essi o de'
capitani, seguíto forse da altri. Il quale si chiamava Lanzone, e merita
essere nominato qui, perché diede uno de' piú santi esempi rammentati da
nostra storia; un esempio che dicesi imitato a' nostri dí in modo piú puro
ancora, e da un uomo anche piú grande. Stretto Lanzone una volta
dall'arcivescovo e dai capitani, fu a Germania, ed ebbe da Arrigo promessa
d'un forte aiuto. Ma ripatriato persuase i cittadini, mottesi e grandi, a
non aspettarlo, a far accordo tra sé, a depor l'armi civili prima che
giungessero le straniere [1044]. E cosí in quella Milano, che fu (e il
vedremo dimostrato nell'etá seguente) modello alle costituzioni libere
delle cittá lombarde, trovasi questa cosí avanzata fin d'ora, che si
potrebbe quasi dire compiuta; se non che, quanto piú studiammo questa
materia, tanto piú ci parve non doversi dire veramente compiuta, se non
quando, al fine del presente secolo, fu istituito il governo de' consoli. E
quindi diremo questo se non piú che nuovo passo fatto a tale costituzione.
Ma osserveremo intanto, che ei fu fatto far qui, e indubitabilmente pure in
tutte le altre cittá, dalla riunione di tutte le classi o condizioni di
cittadini, de' grandi o capitani, de' medii o valvassori o mottesi o
semplici militi, e de' popolani grassi, come si dissero allora, e si
direbbono ora borghesi, e de' popolani minori delle «gilde» od arti
diverse. Perciocché questo appunto fu accennato dalla parola di «comune» o
«comunio», la quale fin d'ora si vien trovando qua e lá; quest'unione o
comunione o fratellanza delle classi, fu quella che fece la libertá, la
forza, la grandezza, l'eroismo, la gloria delle cittá italiane, finché
durò; fu quella che, cessando poi, lasciolle deboli, impotenti, abbandonate
ad ogni preponderanza e prepotenza straniera. Se io avessi trovato, che la
libertá comunale, gloria dell'etá seguente, fosse dovuta ad una delle
classi cittadine esclusivamente, io avrei adempiuto al dovere ingrato di
dire tal veritá. Ma la veritá, grazie a Dio, ricomincia qui finalmente ad
esser bella a dire; ed è, del resto, veritá trita, montando a ciò, insomma,
che la forza è sempre fatta dall'unione.--Morí Ariberto l'anno appresso
[1045]; men lodevol prelato che non gran signore feodale, ei ci ritrae la
condizione di quasi tutti quei vescovi, abati ed uomini di chiesa di
quell'etá. Disputatane la successione, rimase eletto, benché ingrato al suo
popolo, Arialdo d'Alzate notaio d'Arrigo III. Il quale (conseguenza
dell'esser diventati veri feudi le sedi ecclesiastiche) piú che mai
s'immischiava nelle loro elezioni; e in quella principalmente della Sedia
romana, considerata oramai dagli imperatori quasi sommo di que' feudi,
mentre quella Sedia pretendeva talora, esser l'imperio quasi feudo della
Chiesa romana. A comporre tutto ciò scese dunque Arrigo III nel 1046. Passò
a Milano, venne a Roma. Dove durava, od anzi era giunta al suo estremo, la
corruzione sotto Benedetto IX, terzo di que' papi della casa dei conti di
Tusculo, discendenti di Teodora, Marozia ed Alberico: nella quale, se il
papato fosse ufficio soggetto alle semplici probabilitá umane, esso avrebbe
potuto farsi cosí ereditario. Giovane od anzi adolescente, dissoluto e
scellerato, Benedetto non fu sofferto da' romani, che gli contraposero per
poco un Silvestro III, poi Gregorio VI, un pio e sant'uomo; dal quale fin
d'allora trovasi innalzato nella curia romana quell'Ildebrando, che dominò
non essa sola, ma tutta la sua etá quasi sempre d'allora in poi.--Ma,
giunto ora Arrigo e convocato un concilio, Gregorio depose il pontificato,
e con Ildebrando si ritrasse a Cluny in Francia; e deposti gli altri due,
fu eletto Clemente II, un tedesco, a cui succedettero altri poi (giustizia
a tutti) tutti buoni. Cosí finí lo scandalo dei papi Tusculani e degli
altri corrottissimi, per l'intervenzione imperiale; ondeché non s'oserebbe
dir qui il rimedio peggior che il male, se non fosse che quella
intervenzione era stata causa essa stessa delle cattive elezioni e della
corruzione; e non fu dunque qui se non caso buono di pessima usanza. Ad
ogni modo, fattosi incoronar Arrigo, fece la solita punta a Capua e
Benevento, e poi per Verona risalí a Germania [1047]. Morí nel medesimo
anno Clemente II, dopo aver fatto contro alle elezioni simoniache uno di
que' decreti pontificali, che incominciarono la riforma della Chiesa. E
risalí poi Benedetto IX il Tusculano; ma fu tra breve ricacciato da Damaso,
un secondo tedesco. Il quale pur morto, successe un terzo, Leone IX, eletto
in Germania, che passando a Cluny, s'abboccò con Ildebrando, trasselo seco
a Roma, dove per consiglio di lui si fece rieleggere canonicamente. E con
tal consiglio pontificò poi gloriosamente, e incominciò e proseguí quelle
due guerre ecclesiastiche contro alla simonia ed al concubinato, e quella
temporale contro ai principi beneventani, che furono poi tre delle opere
maggiori d'Ildebrando stesso. E in una di queste guerre [1053] rimase il
papa alcun tempo prigione de' normanni. Morto [1054] il quale, andò
Ildebrando a Germania, a combinare l'elezione del successore, che fu
Vittore II, un quarto tedesco.--L'anno appresso [1055] scese Arrigo III
contra Goffredo di Lorena, giá suo nemico colá, e che avendo testé sposata
Beatrice vedova di Bonifazio marchese di Toscana, ed avendo un fratello
cardinale, era diventato potente in Italia. Arrigo dunque fece prigione o
statica Beatrice, sforzò Goffredo ad uscir a Francia, e il cardinale a
chiudersi in Montecassino. E risalito egli stesso in Germania, vi morí
l'anno appresso 1056.
15. Arrigo IV [1056-1073].--Un tedesco ed acatolico, ma robusto e
sincero scrittore di storia italiana, giudica cosí Arrigo IV, e con
lui gli altri imperatori e re di casa Ghibellina: «Proprio di quella
casa fu il farsi lecito ogni mezzo di potenza. Tuttavia Corrado e i
due Arrighi III e V ebbero forte volontá, coraggio e vasto ingegno;
Arrigo IV, all'incontro, giunse d'una in altra stravaganza giovanile
ad ogni sfrenatezza, all'ultima indifferenza tra mezzi buoni o
cattivi. [1]. Succedette anch'egli senza contrasto colá e qua. Ma
fanciullo di sei anni, la tutela di lui fu prima di Agnese sua madre,
poi di Annone arcivescovo di Colonia, uno zelante anzi austero
prelato, poi di Adelberto di Brema tutto diverso, i quali ei prese in
ira a vicenda, e con essi forse ogni uom di chiesa. D'anni quindici
[1065], fu dichiarato maggiorenne; d'anni diciassette disposato a
Berta figliuola di Odone di Savoia e d'Adelaide di Torino; erede
quello della potenza nuova de' conti di Savoia, questa dell'antica dei
conti e marchesi di Torino; padre e madre amendue di que' principi
alpigiani, che si vedono giá grandi fin d'allora in Italia, che
veggiam ora riunire con felici auspizi tutta l'antica Liguria, tutta
l'Italia occidentale. Ma il giovane corrottissimo disprezzò, e, se si
creda a' contemporanei, vituperò infamemente la sposa fin dal 1069.
Tentò ripudiarla, ma ne fu impedito, tra per la paura di Rodolfo duca
di Svevia che aveva a moglie un'altra Savoiarda sorella della misera
regina, e l'intervenzione di Pier Damiano, un altro zelante e santo
prelato lá mandato dal papa, e per la dolce e sofferente virtú della
giovinetta essa stessa. Ma si rivolse poi colá in Germania contro
l'inviso cognato di Svevia, e contro a' sassoni ribellati per suo mal
governo, e contra un duca di Baviera pur ribellato o temuto
ribellarsi; e spogliò questo del ducato, e diedelo a Guelfo, congiunto
in qualunque modo dello spogliato, italiano ad ogni modo e di casa
d'Este; il quale fu cosí stipite di quegli Estensi tedeschi che
tennero poi e tengono tanti troni settentrionali, di quegli Estensi o
Guelfi che, cosí innalzati dalla casa Ghibellina, furono poi gli emuli
di essa, e diedero il nome a tutti gli avversari di essa.--L'Italia
intanto, mentre tutto ciò si travagliava in Germania, rimaneva, non
tranquilla, ma abbandonata a sé, a' propri destini; e vi si avanzava
in Roma, in Toscana, in Milano, che furono i tre fomiti delle
crescenti libertá italiane; il primo delle ecclestiastiche, il secondo
delle feudali, il terzo delle cittadine. Morto Vittore II nel 1057, fu
eletto, e prese nome di Stefano IX, quel fratello che dicemmo di
Goffredo di Lorena, il marito di Matilde, restituito allor duca di
Toscana; e fu un altro buono di que' papi tedeschi, e piú potente che
gli altri. Perciocché questi duchi toscani erano sempre venuti
crescendo in tutto il presente secolo, e di parecchi di essi si
narrano pompe, sfarzi, ricchezze meravigliose, e che parrebbero
incredibili in quell'etá; se non fosse che, signori supremi essi di
Pisa, ma mezzo libera questa, e operosa oltre ogni altra cittá
contemporanea in traffichi e navigazioni, fu naturale che se ne
accrescessero in qualunque modo le ricchezze di que' Bonifazi antenati
di Beatrice e Matilde. E dicesi anzi che Stefano IX disegnasse far il
fratello re d'Italia indipendente, e giá ne trattasse a
Costantinopoli; ma morí pur troppo, egli il papa, l'anno appresso
1058.--Succedette Nicolò II, italiano, vescovo di Firenze, eletto
dunque, come pare, per la medesima grande influenza toscana. Ed egli
pure avanzò l'opera della riforma dei simoniaci e dei concubinari, e
quella insieme delle libertá ecclesiastiche. Egli fu che in concilio
diede a' paroci, o «preti cardinali», della cittá di Roma la elezione
de' papi, i quali cosí non rimasero piú se non da acclamarsi o
confermarsi dal rimanente clero o popolo romano e poi dagli
imperatori. E trattando e guerreggiando intorno a Roma ed in Puglia,
accrebbe la Sede; e die' la mano in Lombardia a' vescovi di Vercelli,
di Piacenza ed altri zelanti o riformatori, ed ai popoli sollevatisi
via via per la riforma, contro ai vescovi di Milano, di Pavia, d'Asti
ed altri che vi resistevano, od erano di fatto o nell'opinione
simoniaci. Tanto cresceva e poteva giá quest'opinione popolare, la
quale se non si trova cosí chiaramente espressa nella storia de'
secoli oscuri come degli splendidi, in quelli pure si manifesta a chi
non isdegni cercarla. Il piú ardente poi di questi secolari aiutanti
alla riforma fu Erlembaldo di Milano; il quale dicesi vi fosse acceso
per una offesa fatta all'onor di sua donna da uno degli ecclesiastici
corrotti. Venuto a Roma per aiuti, vi trovò morto giá papa Nicolò II
[1061], e succedutogli Anselmo da Bagio uno degli zelanti milanesi,
giá vescovo di Lucca, or papa Alessandro II. Il quale, tra per queste
aderenze di Lombardia e Toscana, e il men breve pontificato, e la
propria fortezza, e i conforti d'Ildebrando sempre piú grande nella
curia romana, fu immediato e degnissimo predecessore, nel tempo di
Gregorio VII, nel nome di Alessandro III, del piú grande e del piú
italiano fra' papi. Eletto nella nuova e piú libera forma, e sia che
trascurasse o no la conferma imperiale, non fu riconosciuto dalla
parte tedesca, che gli oppose Cadaloo vescovo di Parma. Quindi a
complicarsi in tutta Italia le parti dei due, e dell'imperio e delle
cittá, e degli zelanti e de' nemici della riforma, e d'italiani e
tedeschi, e duchi di Toscana e Normanni di Puglia, fino al 1066, che
per opera di Annone di Colonia e d'Ildebrando fu deposto Cadaloo.
Crebbe piú che mai la parte papalina poco appresso [1069] per le nozze
di Matilde, la giovane e ricca figlia di Beatrice, con Goffredo
Lorenese, figlio del marito di questa e successore di lui nel ducato
di Toscana. Se non che, deforme e dappoco costui, non par che fossero
felici e non furono feconde tali nozze; e Goffredo fu piú sovente a
sua Lorena che non in Italia, dove rimase e poté poi molto Matilde.
Finalmente, se non prima, certo al principio del 1073, papa Alessandro
si rivolse a comporre le cose di Germania peggio che mai sconvolte.
Venuti di lá lo zelante Annone con due altri arcivescovi tedeschi, ei
li ricevette a Lucca, presso alle sue alleate, le due grandi contesse;
e forte di tal aiuto, e di quello dell'opinione italiana, e del grande
accrescimento preso da venticinque anni dalla potenza papale, rinnovò
ed oltrepassò l'esempio de' papi giudici de' re Carolingi. Rimandando
a Germania gli arcivescovi tedeschi, citò a render conto degli atti
simoniaci e degli altri misfatti Arrigo imperatore eletto, re di
Germania e d'Italia. Cosí s'aprí la gran contesa dell'Imperio e della
Chiesa. E morendo poco dopo [1073] papa Alessandro II, lasciolla in
retaggio a un successore degno, anzi maggiore, di lui.
[1] LEO, I, 406, ediz. tedesca.]