7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico, Rodolfo

[888-924].--Eppure, per noi, tutto ciò diventa anche peggiore e piú

brutto. Questa era senza dubbio una grande occasione d'indipendenza,

come all'altre, cosí alla nazione italiana. Se non che questa era men

nazione che l'altre; non solamente, come l'altre contemporanee e

feodali, non avea popolo formato né potente, ma nemmeno feodalitá

nazionale. Que' conti, marchesi o duchi (a cui fu aureo questo secolo,

ferreo per ogni altro) erano almeno in Francia francesi, in Germania

tedeschi; ma erano in Italia francesi o tedeschi di nascita o

d'aderenze; ondeché l'Italia non italiana incominciò allora a

dividersi in quelle parti francese e tedesca, che duraron d'allora in

poi e dureranno fin tanto che l'indipendenza compiuta non c'insegni a

usar le nazioni straniere come alleate straniere e non come capiparti

nazionali. Se qualunque di questi principi stranieri avesse saputo

staccarsi dall'aderenze straniere e farsi italiano, egli e i suoi

nipoti avrebbero probabilmente regnato a lungo sull'Italia; o

rimarrebbero almeno benedetti nella memoria degli italiani. Ma, perché

a costoro, come a tanti poi, parve piú facile accettare un aiuto

bell'e fatto da fuori, che non farsene uno addentro col buon governo e

colla virtú, perciò non poser radice nella nazione, perciò ebbero a

moltiplicare, a mutar ricorsi, e cosí s'avvilirono nell'opinione e

nella realtá; e l'avvilimento li fece crudeli, scempi, perduti di vizi

essi e lor donne, corrotti insomma e disprezzati in quella stessa

corrottissima etá. Alcuni de' papi del secolo scorso aveano, è vero,

dato esempio di questi ricorsi stranieri; ma quelli n'avean dato uno,

e questi ne dieder molti; quelli l'avean dato contro altri stranieri

greci o longobardi, e questi li diedero contro nazionali e compagni di

potenza; quelli poi avean pur dati molti esempi di appoggiarsi alla

nazione, alle cittá, data a molte cittá l'indipendenza, e questi non

la diedero; ondeché dee far meraviglia, che si accumulino gl'impropèri

a que' papi, e si risparmino a questi principi italiani, i quali anzi

talor si lodano o compatiscono quasi vittime, di quella dipendenza di

che furono strumenti od autori. Non compatiamo mai i potenti, che mal

usarono la potenza. E sopratutto poi, giustizia eguale per tutti.--I

tre duchi potentissimi fin da' longobardi, Friuli, Spoleto e

Benevento, eran rimasti tali sotto a' Carolingi. Ma staccato l'ultimo

oramai dal regno ed occupato contro alle cittá greche, Napoli, Amalfi,

ecc., restavan dunque principali nel regno longobardo o d'Italia, i

duchi del Friuli e di Spoleto. Duca del Friuli era quel Berengario

affine de' Carolingi che prese la corona d'Italia fin dal febbraio

888, ma che dicesi l'avvilisse subito riconoscendola feodalmente da

Arnolfo re di Germania. E duca di Spoleto era Guido; pur affine,

dicesi (ma si disputa come), de' Carolingi. Questi tentò prima la

corona di Francia e andovvi; ma respintone, tornò tra noi con aiuti

francesi. S'impadroni dell'occidente, e mosse contro a Berengario

forte all'oriente. Combatterono a Brescia [888], ricombatterono sulla

Trebbia [889]; e vinto allora Berengario, si ridusse intorno a Verona,

mentre Guido si fece incoronar re in Pavia, e quindi imperatore in

Roma [891], e s'aggiunse all'imperio suo figliuolo Lamberto [892].--Ma

Arnolfo il re tedesco, signore del re italiano Berengario, mandava in

aiuto a costui suo figliuolo Sventebaldo [893]; e scendeva egli poi

con Berengario ito a sollecitarlo. Prendeva Bergamo; uccideva,

prendeva o mutava conti e marchesi; e facevasi incoronar esso re

d'Italia; a ragione, io direi, poiché era signor del re; era vero re,

poiché sommo. Poi prendeva Ivrea, e moveva a Borgogna contro Rodolfo

alleato di Guido; ma respinto di lá, e respinto o noiato d'Italia,

tornava a Germania, mentre moriva Guido imperatore.--E cosí rimaneva

Italia con un imperatore, Lamberto succeduto al padre; e tre re

competitori, il medesimo Lamberto, Arnolfo e Berengario [894]. Quindi

ridiscende Arnolfo, e spoglia questa volta intieramente Berengario del

regno e de' contadi [895]; ed egli muove a Roma, la prende e si fa

incoronare da Formoso papa. E qui, se non prima, incominciano a

peggiorar que' papi barcheggianti in mezzo a tutte queste brutte

vicende d'Italia, e alle bruttissime di Roma, e tra i potenti e

scellerati cittadini od anche cittadine di essa. E cosí, da questo

fine del secolo nono a tutto il decimo e mezzo l'undecimo,

succedettersi poi, con poche eccezioni, i peggiori papi che sieno

stati mai, e come papi e come principi; finché non li vedremo corretti

e ravviati da parecchi santi e da uno grandissimo. Ma ciò notato a

compiutezza di veritá storica, noi non ci crediamo obbligati a

fermarci, come desidererebbono alcuni, in queste turpitudini, piú che

non abbiam fatto in quelle degli imperatori romani, o sarem per fare

in quelle de' principotti italiani. Non sarebbe gran male quando per

«reverenza delle somme chiavi» s'usasse un po' di mantello figliale.

Ma insomma i papi son uomini; e se ne furono de' corrotti in secoli

corrotti, de' deboli in secoli deboli, niuna serie di principi

cristiani ha pur, come la loro, tanti nomi di rigeneratori della

civiltá cristiana; niuna di principi italiani, dell'italiana. E noi

ciò gridammo, e n'avemmo nome di «papalini», quando giá pareva

ingiuria; e ciò ripetemmo quando, mutati gli auspíci nel 1846,

gridavasi papalina Italia intiera; e ciò ripetiamo rimutati ora

auspici, grida ed opinioni popolari. La storia non muta a seconda

delle popolaritá: tenta guidarle, ed alla peggio, le sfida.--Ad ogni

modo, nell'896, s'ammala Arnolfo il nuovo imperatore, e torna a

Germania; risorgono Lamberto e Berengario; e corretti una volta fan

pace tra sé, e ne riman divisa Italia, l'occidentale a Lamberto,

l'orientale a Berengario. Ma muoion Lamberto a caccia a Marengo [898],

e Arnolfo in Germania [899], e resta finalmente solo re

Berengario.--Ma per poco; sorge a nuovo competitore Ludovico re di

Borgogna, risuscita la parte di Lamberto. Scendono gli ungheri (non

piú gli unni-ávari antichi, ma i magiari fattisi lor signori e

chiamati sempre da noi col nome di lor soggetti), vincono Berengario e

saccheggiano Lombardia. Quindi cresce Ludovico, batte anch'egli

Berengario e si fa incoronar re [900], e poi imperatore a Roma; e

Berengario fugge a Germania [901]. Ma Ludovico torna a Francia, e

Berengario a Italia, e la tien tutta di nuovo alcuni anni [902-904].

Poi torna Ludovico appoggiato principalmente da Adalberto, uno di que'

marchesi o duchi di Toscana che eran venuti grandeggiando al paro o

giá sopra i maggiori del regno; e signoreggia in tutta Italia e a

Verona stessa, la capitale di Berengario. Ma Berengario rientra in

questa a tradimento, spaventa i borgognoni, fa prigione Ludovico e il

rimanda con gli occhi cavati in Borgogna, ove serbò il titolo

d'imperatore, ma onde non tornò piú [905].--Allora per la terza volta

Berengario tien tutta Italia, e se ne mostra meno indegno. Respinge o

piuttosto termina con doni una seconda invasione di ungheri; e contra

essi poi fa o lascia fortificare le cittá, le castella, i monasteri di

Lombardia; fatto notevole, che alcuni dicono origine, noi diremo

solamente aiuto alle libertá cittadine future. Ei regna del resto

tranquillo, quasi glorioso; e, tranne una terza ma breve invasione di

ungheri, l'Italia settentrionale respira sotto lui un diciassette

anni. Non la meridionale, stracciata al solito tra principi

beneventani, cittá greche poco men che libere, greci che venivano di

tempo in tempo, e saracini che stanziavano e grandeggiavano. Una mano

di costoro scesi e stabilitisi a Frassineto presso a Nizza, trafilò

tra alpe ed alpe fino a Susa, e poi fin nel Vallese. E contro a'

meridionali fu da papa Giovanni X chiamato Berengario, che venuto a

Roma ne fu incoronato imperatore [916]; a' saracini non pare facesse

altro che paura.--Ma il regno italico settentrionale fu alla fine

riperduto da alcuni di quegli scellerati marchesi, a cui non giovava

aver tranquillitá ne' re. Chiamano Rodolfo re della Borgogna

trasiurana, cognato di Bonifazio di Toscana principale tra essi; lo

traggono a Italia e l'incoronano re a Pavia [922]. Berengario chiama

ungheri; fa battaglia a Firenzuola, è sconfitto [923]; ne chiama altri

che prendono e saccheggian Pavia ed altre cittá, e passan fino in

Francia ad assalir Rodolfo; e muore egli intanto, assassinato da uno

de' suoi in Verona [924]. Di costui, che fin da principio fece

vassalla la corona d'Italia, che dal principio al fine per trentasei

anni di regno interrotto fu il piú gran chiamatore e soffritore d'ogni

sorta stranieri, fecero alcuni moderni un eroe d'indipendenza

italiana! Povera storia, povera politica, povera indipendenza

italiana! come s'interpretano!

8. Tre re francesi [924-950].--Or qui peggio che mai si sporca la

storia nostra. Non bastavano conti, marchesi, duchi scellerati, non

vescovi e papi tanto peggiori di quanto è piú santo l'ufficio loro;

sorsero donne, pessime di tutti, corruttrici di tutto, quando lasciano

il dolce e pio ufficio loro di consolare colla virtú domestica dalle

pubbliche corruzioni, e si fan furie virili. Allora, avvilito l'amore,

avvilita la famiglia, s'avvilisce il piú gran motore che sia a far

risorgere una patria.--Mariuccia o Marozia, Ermengarda, nomi fatti

infami dalle storie contemporanee, passano nella nostra a malgrado

nostro. Marozia figlia di Teodora, una nobile romana giá potente tra

le parti di quella cittá e le elezioni dei papi, aiutava e succedeva a

siffatta potenza della madre, ed era or moglie di Alberico conte di

Tusculo prepotente in Roma. Ermengarda, sorella di Guido marchese di

Toscana e di Ugo conte o marchese di Provenza, era or moglie di

Adalberto marchese d'Ivrea; ed era prepotente appresso a Rodolfo

tornato, e rimasto solo re d'Italia dopo la morte di Berengario [924].

Ma costei stringe pratiche per suo fratello Ugo; il quale, fuggito giá

Rodolfo a sua Borgogna, scende a Pisa, si fa incoronare a Milano,

occupa tutto il regno [926], e vi si fa aggiunger suo figliuolo

Lotario [931]. Poi l'empie di provenzali, incrudelisce contro

agl'italiani congiuranti contro a lui, e sposa la Marozia, vedova giá

del conte di Tusculo, e poi di Guido di Toscana suo secondo marito, e

cosí cognata di questo terzo [932]. Il quale trovandosi in Roma, e

facendosi servir l'acqua alle mani dal suo figliastro, un secondo

Alberico, questi il fa di cattiva grazia, e re Ugo gli dá uno

schiaffo, e il giovane esce, solleva il popolo, fuga in castel

Sant'Angelo il re, che ne scampa a Lombardia, ed ei si fa patrizio e

consolo cioè tiranno in Roma, e tien prigione sua madre Marozia, e

poco meno suo fratello, che era (vergogna a dirlo) papa Giovanni XI.

Ugo ridiscende contra lui e l'assedia, ma è respinto e risale a

Lombardia. Allora gl'italiani richiamano Rodolfo l'altro re francese,

ma s'accomodano i due; e ne resta anzi disposata Adelaide la figliuola

di re Rodolfo a re Lotario figliuolo di re Ugo [933]. Gl'italiani,

cioè al solito i grandi, chiamano un altro competitore, Arnoldo detto

«il cattivo», di Baviera; ma Ugo il batte, e non se ne parla piú

[934]. Quindi Ugo torna a campo a Roma; e non potendo sforzarla, si

pacifica col figliastro Alberico, e gli dá a sposa sua figlia; poi

andandosene, saccheggia Toscana [936], e fa poi (vedovo o no di

Marozia?) una gita in Borgogna, a sposar Berta vedova di Rodolfo

[937]. Scendono intanto gli ungheri, e saccheggiano mezza Italia fino

in Campania. Finalmente, nel 940, volendo Ugo spogliar conti e

marchesi e fra gli altri Berengario d'Ivrea, questi avvisatone, fugge

a Ottone sassone re di Germania; il quale qui s'introduce nella storia

nostra con una bella risposta fatta a re Ugo che offriva gran danaro

per riavere il rifuggito: «poter far senza i danari altrui, ma non

ricusar protezione a chi gliela domandava». Quindi a temerne Ugo.

Torna a Roma per rientrarvi, ma non gli riesce; paga gli ungheri

ridiscesi, perché se ne vadano; muove contra i saracini di Frassineto,

ma fa accordo con essi e dá loro a tener i passi contra il temuto

Berengario. Finalmente [945] questi, disceso per Trento, trova

disposti tutti gli animi, aperte tutte le porte, giunge a Milano, e,

lasciando regnar di nome Ugo e Lotario, governa egli. Ugo fugge quindi

a sua Provenza [946] e tra breve vi muore [947]. E cosí regnano i

giovanetti Lotario e Adelaide; e Berengario governa tre anni, tranne

un'invasione di ungheri, indisturbati. Ma nel 950 muor Lotario II

frenetico, e, gridasi, di veleno.

9. Berengario II [951-964].--Il trono restò vacante presso a un mese;

poi furono regolarmente eletti re in assemblea nazionale Berengario II

e suo figliuolo Adalberto. E quindi nasce un sospetto favorevole, che

re e nazione fossero finalmente piú uniti, e che Berengario non fosse

cosí cattivo come i predecessori, né come ce lo rappresentano gli

storici dediti a' nemici di lui. Ma il séguito de' fatti sembra

togliere anche questa consolazione. Ad ogni modo, egli e sua moglie

Villa (detta pessima donna, essa pure, da un contemporaneo) si

rivolsero contra Adelaide bella, santa, giovane, vedova e regina, per

farla sposare ad Adalberto. Fugge ella in una selva, poi nel castello

di Canossa (scena destinata a drammi anche maggiori), ed indi implora

aiuto da Ottone re di Germania. Scende questi nel medesimo anno, non

incontra resistenza, si fa proclamare re in Pavia, libera Adelaide, la

sposa, e in breve la conduce seco a Germania, richiamatovi dal mal

contento di un suo figlio per queste seconde nozze [952]. Quindi

Berengario avrebbe avuto gran gioco, se fosse stato uom di cuore e

unito colla nazione. Ma, mancassegli l'uno o l'altra, ei rinnova

l'esempio di Berengario I, va a Germania due volte, ed alla seconda

egli e Adalberto fanno omaggio della corona d'Italia a quella di

Germania. Cosí tornano bruttamente confermati nel regno; e regnano

poi, volgendosi contro a' vescovi e marchesi lor contrari, ma

principalmente contro a quell'Alberto Azzo conte o marchese di Canossa

(stipite di casa d'Este), che avea ricoverata Adelaide. Tuttociò

finché Ottone fu occupato in Germania. Ma nel 956 scende Liutulfo

figliuolo di lui, libera il signor di Canossa dell'assedio ond'era

stretto dai due re, prende l'un dopo l'altro; ma li rilascia liberi e

di nuovo re. E pare che fosse per allora approvata siffatta clemenza

da Ottone stesso. Ma continuando Berengario a tiranneggiar vescovi,

conti e marchesi, o forse a volerne un'obbedienza che essi non

volevano, e a far correrie nel territorio di Roma, ed a ritener

l'Esarcato e la Pentapoli, usurpate giá da re Ugo ai papi, s'unirono

ora papa e grandi a chiamare un'altra volta Ottone, e questi scese

l'anno 961 per il Tirolo. Adalberto l'aspettava alle Chiuse d'Adige

con un esercito, dicesi, di sessantamila italiani. Ma questi, di mala

voglia contro Berengario, domandavano ad Adalberto di farsi lasciare

il trono; e ciò parrebbe accennare il figlio miglior del padre.

Berengario ricusa, l'esercito si scioglie, Ottone viene a Pavia e a

Milano; e qui, in dieta, deposti Berengario e Adalberto, ei riceve di

nuovo la corona regia d'Italia in Sant'Ambrogio. L'anno appresso

riceve l'imperiale in Roma [962], e fa nominare re Ottone II figliuol

suo. Chiudonsi Berengario II in San Leo, Adalberto in un'isola del

lago di Garda, Guido fratello di lui in una del lago di Como, e Villa

in una del lago d'Orta. Ottone assale gli uni dopo gli altri; ed

intanto si rivolge contra Giovanni XII, il papa che l'avea testé

incoronato, ma uno de' pessimi fra que' cattivi, che si rivolgeva di

nuovo ad Adalberto; e fattolo deporre in concilio, fa eleggere Leone

VIII. Finalmente, presi Berengario e Villa [964], li tien prigioni

dapprima in Lombardia, poi in Germania. Nuovo Adelchi, Adalberto fugge

a Costantinopoli, poi, dicesi, alla corte di Borgogna, dov'egli e il

figliuolo di lui ebber parecchi comitati in su' limiti d'Italia. Ad

ogni modo, la corona d'Italia prostituita da que' principi, che non so

s'io dica italiani né d'animo né di sangue, passò cosí ai tedeschi.

10. I tre Ottoni [964-1002].--Nella storia come nella realitá non è

peggior dolore, che d'aver a lodar il governo degli stranieri sopra

quello degl'italiani. Ma prima di tutto la veritá. Dalla quale sola

sempre risultano i buoni insegnamenti, e qui questo: che all'ultimo

risultato un governo straniero, quantunque buono, è piú fatale alla

nazione che non uno nazionale, quantunque pessimo; perché questo

passa, e lascia la nazione a' suoi destini migliori; ma quello,

quant'è men cattivo, tanto piú fa comportabili e suggella col tempo i

ferri stranieri. Dal grande e buono Ottone in qua, e salvo

un'eccezione cosí breve che quasi resta tacciata di ribellione, la

corona imperiale romana rimase ottocentoquarant'anni a' tedeschi, la

regia lombarda non n'è uscita tuttavia; e tutta la nazione fino a

nostri dí, fu or piú or meno, ma sempre dipendente. Le cittá che siam

per vedere talor liberate, talor liberarsi, non furono mai pienamente

libere, nemmen di nome, nemmeno nelle loro pretese: sempre riconobbero

la supremazia dell'imperatore straniero, e la riconobbero molti papi,

e i piú dei principi; e i pochi che non riconobbero la dipendenza,

patirono la preponderanza, che in realtá diventa lo stesso. Senza

queste avvertenze non si capirebbe la storia nostra ulteriore, diversa

da tutte le altre contemporanee e piú liete. La spiegazione di ciò che

ebbe o non ebbe d'indipendenza una nazione, è la principale

spiegazione o ragione o filosofia della storia di lei; e perché quella

non si volle far mai, perciò non abbiamo niuna satisfacente storia

d'Italia, perciò mi è dovere insistervi in questo sommario.--Prigione

Berengario, fugato Adalberto, e aggiunta dopo trentotto anni di

vacanza la corona imperiale alle due regie di Germania e d'Italia,

Ottone I, o il grande, potente in quella, conquistatore ed estensore

della cristianitá in Danimarca, fu in Italia tutt'altro imperatore e

re che non i regoli stranieri od italiani precedenti. Restituí

l'imperio-regno, e a ciò usò tre modi principalmente. 1^o Quello di

Carlomagno: scemare i grandi ducati e marchesati ricresciuti, e

ridividerli in comitati anche minori degli antichi, comitati d'ogni

cittá, od anche comitati «rurali» di semplici castella. E quindi

ebbero lor castigo que' principi italiani, che non volendo patire niun

pari diventato superiore, avevano iniziata la lunga storia

dell'invidie italiane. 2^o Ai conti o marchesi delle cittá grandi, che

sarebbon rimasti troppo grandi ancora, non lasciò, per lo piú, se non

il comitato esterno o contado; e tolse loro (non egli primo ma piú

frequentemente) la cittá e il distretto vicino intorno alle mura, e

sottopose l'una e l'altro ai vescovi, alla chiesa vescovile, onde quel

distretto fu detto poi «_Weichbild_» o «de' corpi santi». E perché

sotto al vescovo, ed al «_vogt_» od «avvocato» o «visconte» di lui,

poterono poi nelle cittá i «valvassori» o «capitani» o «cattani»

principali di ciascuna, e sotto a questi non solamente tutti i militi

ed arimanni nipoti de' conquistatori vari, ma (secondo la natura

sempre democratica della potenza ecclesiastica) anche i nipoti de'

conquistati risaliti dalle condizioni piú o men servili a piú o men

compiuta libertá, tutti gli «uomini» in somma o «vicini» della cittá;

perciò Ottone fu da non pochi detto fondatore delle libertá, de'

governi municipali, dei «comuni» italiani. Ma il vero è, che questo

non fu se non un passo a tal libertá; e che, forse il nome, certo

l'essenza del comune (la quale fu d'aver governo indipendente dal

vescovo come dal conte) non vennero se non un cento anni appresso. 3^o

Finalmente, Ottone e tutti i suoi successori usarono un modo tutto

contrario a quello de' Carolingi, fondatori ed ampliatori della

potenza papale; la scemarono facendo piú che mai valere in effetto

quella che prima era poco piú che pretesa d'imperio, d'approvare e

perciò dirigere l'elezione dei papi; e cosí facendoli e disfacendoli,

a lor pro, a lor talento, simoniacamente. E cosí è, che continuarono

ad eleggersi papi cattivi, e d'uno in altro peggiori.--Nel 964 stesso,

morto Giovanni XII in Roma, onde egli avea cacciato Leone VIII, i

romani eleggon Benedetto e cosí rimangon due papi. Viene Ottone,

assedia Roma, v'entra; e deposto Benedetto, vi restaura Leone VIII; e

dimorato il resto dell'anno in Lombardia, torna a Germania. Ma morto

Leone, e succeduto Giovanni XIII, e turbandosi Roma di nuovo, e

sollevandosi alcuni signori per il re esule Adalberto, ridiscende

Ottone [966], viene a Roma, punisce severamente o crudelmente i

turbatori, e fa incoronare imperatore suo figliuolo Ottone II [967].

Quindi passa a mezzodí, dove continuavan quelle guerre, che ci

stancammo di menzionare ad ogni regno, tra' principi longobardi di

Benevento e di Salerno, e Napoli, Amalfi e le altre cittá greche o

mezzo libere, e i greci che pur venivano di tempo in tempo a far

sentire il resto di lor signoria, e i saracini che or predavano ora

stanziavano tra tutto ciò. Or venner gli Ottoni di soprappiú a tentar

d'ivi estendere il regno-imperio. E perciò, oltre al guerreggiarvi,

Ottone I volle maritar suo figliuolo Ottone II a Teofania, figlia

dell'imperator greco. Liutprando vescovo (lo storico di questa etá) va

invano ambasciatore a Costantinopoli [968]. Continuasi a guerreggiar

quattro anni; poi conchiudesi la pace tra i due imperatori [971], e si

fan le nozze desiderate [972]. Ma tornato a Germania, muore vecchio e

glorioso Ottone il grande [973]. La grandezza di lui fu certamente una

delle maggiori calamitá d'Italia.

11. Continua.--Succede Ottone II giá imperatore, e re di Germania e

d'Italia; non iscende per parecchi anni, e intanto continuano le

guerre tra' principi beneventani, cittá, greci e saracini. Ma scende

nel 980, e l'anno appresso viene a Roma; e spinto da Teofania muove a

mezzodí, si frammette di nuovo a quelle guerre, vi prende parecchie

cittá, fa gran battaglia contra greci e saracini; e vincitor prima,

vinto poi, rifugge sconosciuto a una galea greca; è conosciuto, e ne

scampa arditamente a nuoto [982]. Quindi egli risale a Lombardia; ed

indi e di tutto l'imperio stava facendo grandi apparecchi, a finire

una volta quella lunga guerra, quando morí, giovane di grandi

speranze, degno del padre [983].--Succedegli Ottone III fanciullo di

quattro anni, giá eletto in dieta a Verona re di Germania e d'Italia,

e probabilmente imperatore. Governano per lui prima Teofania madre di

lui, fino al 991, e, morta essa poi, Adelaide di lui ava, ambe con

nome ed autoritá d'imperatrici. Intanto si succedono papi, antipapi, e

guerre civili cosí moltiplici da non poterne nemmen fissare la

cronologia; e in mezzo a tutto ciò s'innalza Crescenzio, uno de'

capitani di Roma, a tirannia. Né molto diversamente a Milano, a

Cremona sollevansi popoli contro a lor vescovi; princípi di cose

maggiori. Finalmente, nel 996, giovanetto giá di diciassette anni,

scende Ottone III a Italia; e morto intanto papa Giovanni XVI,

s'avanza a Roma, fa eleggere suo cugino Gregorio V, da cui è poi

incoronato imperatore. Poi risale a Lombardia e vi si fa incoronar re

in Milano, e rientra in Germania. Ma risorge Crescenzio, fuga Gregorio

V e fa un antipapa. Ottone III ridiscende [997], compone gli affari di

Cremona, visita da privato Venezia, a cui tutti gli Ottoni

concedettero privilegi, ma in cui pur non regnavano; poi viene a Roma,

vi restaura Gregorio V, ed assediato e preso Crescenzio in castel

Sant'Angelo, fa troncare il capo a lui e dodici de' suoi partigiani.

L'anno appresso [998] muor Gregorio, e gli succede, per opera

dell'imperatore, eppur papa buono finalmente, Gerberto, un francese

giá precettore di esso Ottone, e cosí gran letterato rispetto all'etá,

che ne fu detto negromante. Prese nome di Silvestro II; se avesse

vivuto, forse avrebbe avuta egli la gloria di preparar la

restaurazione del pontificato, che vedremo toccar mezzo secolo

appresso ad alcuni tedeschi. Ma non pontificò che quattro anni. L'anno

1000 (quell'anno aspettato con grande ansietá dalla ignorante

cristianitá, che credeva dovesse essere del finimondo), Ottone III va

a Germania e ne torna; l'anno 1001, ei muove guerra a Tivoli ribellata

a Roma, e perdonando a quella si guasta con questa; ma si ripacifica.

E quindi, mentre, come il padre, apparecchia forse un'impresa a

mezzodí, ei muore [gennaio 1002]. Tutti questi Ottoni proseguirono

evidentemente, e quantunque lentamente pur felicemente, i due disegni

di pacificare e riunire l'Italia; e perciò dimorarono molto in essa, e

furono in tutto i migliori, i piú italianizzati tra gl'imperatori e re

stranieri. Se l'idea che fu poi de' ghibellini, di far grande l'Italia

sotto agli imperatori germanici, fosse stata l'idea della Providenza,

ella sarebbesi compiuta sotto gli Ottoni piú facilmente che sott'altri

mai. Ma il primo era vecchio quando imperiò, e i due ultimi morirono

di ventotto e ventidue anni. Qui, sia lecito dire, è il dito di Dio.

12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore

[1002-1024].--Alla morte dell'ultimo Ottone, scoppiò uno dei movimenti

piú incontrastabilmente italiani che si trovino. Assalgono per via la

scorta del feretro portato a Germania; e in men d'un mese, addí 15

febbraio, s'adunano a Pavia, e gridan lor re un italiano; uno di nuovo

de' potenti marchesi, Arduino d'Ivrea, di quella famiglia degli

Arduini di Torino, la quale, venuta al tempo de' re francesi, e

cresciuta sotto essi e gli Ottoni, teneva ora tutti i comitati a manca

del Po da Vercelli a Saluzzo. Ma i tedeschi eleggono Arrigo di

Sassonia consanguineo degli Ottoni, che pretende alla corona d'Italia;

era naturale, dopo le vili infeodazioni di essa fatte dai Berengari. E

perché Arrigo fu bensí in Italia il primo re di questo nome, ma fu in

Germania, e cosí è per lo piú nella storia chiamato il «secondo»;

perciò noi lo chiameremo pur cosí, cercando chiarezza anziché

precisione diplomatica o cancelleresca; e se ci resta vergogna il

prender numeri e nomi altrui, ella è per certo delle minime che ci

vengano dalla straniera signoria. Arduino si mostra dapprima pronto e

prode; va incontro a un esercito tedesco che scende per Tirolo, e lo

sconfigge; e regna, come pare, indisputato un anno e piú. Scende

Arrigo al principio del 1004, e Arduino va pure ardito contro a lui;

ma è allora abbandonato da' suoi conti e principalmente da' vescovi.

Fu in quelli invidia solita italiana, e in questi vendetta delle

angarie ed usurpazioni giá esercitate contro essi da Arduino marchese

o da Arduino re? Difficile a risolvere questo punto di uno de' piú

interessanti episodi di nostra storia. Certo, Arduino è accusato dagli

annalisti poco men che unanimemente. Ma questi scrissero, spento lui,

e furono tutti ecclesiastici, e la inimicizia tra vescovi, e conti o

marchesi, non che consueta allora, era natural conseguenza di quelle

concessioni delle cittá comitali a' vescovi, che dicemmo fatte e

moltiplicate dagli Ottoni. Ad ogni modo, conti e vescovi italiani

quasi tutti abbandonarono il re italiano per il tedesco; e conducono

questo a Pavia, l'eleggono, l'incoronano, addí 14 maggio. Ma il popolo

ha talor sentimento di nazionalitá piú che i grandi; peccato che

quando è solo ei l'eserciti, per lo piú, male e inutilmente! La

medesima sera nasce una baruffa tra' cittadini e soldati stranieri; si

combatte, s'appicca il fuoco, e Pavia ne rimane incendiata. Esce

Arrigo di essa e d'Italia, in gran fretta. E quindi qui una condizione

nuova; un re lontano ed uno non guari riconosciuto; Milano per quello,

e Pavia per questo (origine o almeno uno de' primi fatti della

rivalitá tra le due); una confusione, una mancanza di re e governo, un

armarsi, un guerreggiarsi le cittá, che fu nuovo e gran passo alle

libertá loro future. Cosí va il mondo; quella che avrebbe potuto

essere magnifica occasione d'indipendenza nazionale, non fu che di

libertá cittadine; se ne contenti chi voglia. Trovansi guerre allora

tra Pisa e Lucca; e Pisa saccheggiata una notte da' saracini, e

liberata, secondo le tradizioni, da Cinzica Sismondi, una sua

cittadina; un'altra guerra tra Fiesole e Firenze, e quella distrutta e

i cittadini trasportatine in questa (èra principale della storia

fiorentina); e papa Benedetto VIII cacciato di Roma raggiungere in

Germania presso Arrigo lo stuolo dei vescovi colá rifuggiti; e Mele e

Datto, due nobili cittadini di Bari, liberar del tutto lor cittá da'

greci. Chiaro è, un ardor di libertá scoppiava dall'Alpi a Cariddi.

Tutto ciò fino al 1013; quando ridisceso Arrigo, veniva a Pavia

abbandonatagli da Arduino, e quindi a Roma dove fu incoronato

imperatore [1014] con Cunegonda moglie sua. Ma, ciò fatto, o non

volesse o non potesse altro, tornava a Germania. Quindi si trova

Arduino risalito in forze ne' suoi comitati soliti, e prender Vercelli

e forse Novara, ed allearsi con Oberto II d'Este ed altri potenti

conti e marchesi, e porre un parente suo vescovo in Asti, ed opporvisi

Arnulfo l'arcivescovo di Milano, il gran nemico di lui. E quindi a un

tratto, senza che si veda bene il perché, Arduino piú che mai

abbandonato, ovvero stanco o infermo, si fa monaco all'abazia di

Fruttuaria, dove poi muore addí 29 ottobre 1015. Uno degli uomini piú

variamente giudicati nella nostra storia, re legittimo, usurpatore,

scomunicato, santo fondator di monasteri; ad ogni modo ultimo italiano

che abbia osato por mano alla corona d'Italia.--Né, rimasto solo re

Arrigo II, se ne mutano le condizioni nostre. Egli continua in

Germania, e l'Italia resta abbandonata a sé. I saracini di Sicilia

fanno una discesa contra Salerno; ed ivi dicesi combattessero per la

prima volta in Italia alcuni normanni (di quelli giá stanziati nella

provincia francese detta da essi Normandia) lá capitati tornando

pellegrini da Terrasanta; e seguissero alcuni altri pellegrini a San

Michele del monte Gargano in aiuto a Mele, il cittadino liberatore di

Bari, ed a' principi longobardi: piccoli inizi di gran regno. I

saracini di Sardegna (giacché questa e Corsica, passate giá

dall'imperio orientale all'occidentale, erano state occupate da que'

barbari) scesero a Luni, e furono cacciati da un naviglio raccolto dal

papa [1016]. Poi genovesi e pisani scendono in Sardegna, e ne cacciano

i saracini; e difesala contro nuove discese, vi si stabiliscono, e se

la disputano a lungo [1017]. E vedesi quindi, anche piú che dagli

altri fatti precedenti, come le cittá italiane, non libere ancora nel

loro interno comunque retto da' loro conti o vescovi o capitani,

avessero pure al di fuori una qualsifosse autonomia. Nel 1020, papa

Benedetto e Mele vanno alla corte imperiale tedesca ad implorar aiuto

contro a' greci; ma il lento imperatore non iscende se non al fine del

1021. Entra quindi con un grand'esercito in Benevento, fa riconoscer

il suo imperio da que' duchi e dagli altri longobardi, e da Napoli ed

altre cittá greche e libere; e distribuiti colá contadi e castelli,

risale a Toscana, a Lombardia, a Germania [1022]; dov'egli muore nel

1024. Egli e la imperatrice sua Cunegonda furono poi amendue

santificati. E, morti senza figliuoli, terminò la casa imperiale e

reale di Sassonia.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 12 / 25 段