questi di Carlo, tra quelle lettere de' papi che rimangono documento
preziosissimo di tutta questa storia sotto il nome di _Codice
caroliniano_, trovansi cenni da lasciar credere via via concepito e
maturato tra' Carolingi e i papi il gran disegno della restaurazione
dell'imperio occidentale. Ora, aiutato, o, direm meglio, sofferto
dalla Providenza, scoppiò. Carlo ricevette con gran pompa e gran
rispetti il papa rifuggito; e con pompa e rispetti ed accompagnamento
di vescovi e conti franchi il rimandò restaurato a Roma. Quindi egli
Carlomagno (continuando intanto pe' suoi capitani le guerre di
Germania e d'Ungheria) partivasi d'Aquisgrana, faceva un giro per sue
province francesi, abboccavasi a Tours con Alcuino, il maggiore
scolastico e filosofo di quell'etá, che pare essere stato consultato
in tutto ciò; tornava ad Aquisgrana, scendevane in Italia, fermavasi a
Ravenna, giungeva a Roma al fine di novembre. Ed ivi teneva primamente
un'assemblea di grandi, e vi giudicava (come patrizio e capo della
repubblica senza dubbio) i nemici del papa, a cui richiesta li
graziava; ed assisteva alla giustificazione del papa stesso, fatta,
come fu dichiarato, secondo il costume de' maggiori, con semplice
giuramento di lui.--Quindi, al gran dí del Natale 799, assistendo
Carlomagno coi due figli suoi Carlo il primogenito e Pipino re
d'Italia alla messa, il papa, finita questa, rivolgevasi al re, gli
metteva in capo una corona, e gridava, gridando il popolo tre volte
con lui: «A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico
imperatore, vita e vittoria»; poi, secondo alcuni, ungeva Carlomagno,
e Carlo il giovane designatogli successore.--Cosí consumavasi il piú
grande evento che sia stato per mille e piú anni nella storia europea;
quello che la dominò primamente tutta di fatto, poi di nome fino a'
nostri dí; quello che, felicissimo come parve senza dubbio a que' dí,
fece poi, pur senza dubbio, l'infelicitá di molti popoli, ma
principalmente degli italiani. Certo, i romani e tutti gli italiani,
soggetti al papa, si rallegrarono allora d'avere spogliato ogni resto
di dipendenza dall'imperator greco lontano, di non aver piú se non
quella che giá aveano da Carlo, giá patrizio, or imperatore. La
diminuzione dei gradi di dipendenze è sempre guadagno reale. Ma forse
che i romani e gl'italiani, sempre sognatori del rinnovamento del
primato antico, sperarono, credettero riaverlo sotto quel nome
d'«imperator romano». E forse alcuni altri sudditi di Carlomagno qua e
lá fecero fin d'allora quell'altro sogno, che veggiam fatto
retrospettivamente a' nostri dí stessi da alcuni poeti politici: il
sogno, dico, di una cristianitá riunita intorno a due centri, due
capi, l'imperatore e il papa; il sogno della perfetta feodalitá,
risalente dall'ultimo valvassino ai valvassori, ai vassalli diretti,
ai re, all'imperatore. Ma i fatti, i secoli dimostrarono poi, che
tutto questo era un edifizio durevole sí, ma poco piú che nel nome e
ne' vizi suoi, non in nessuna delle supposte sue virtú. I due centri,
le due somme potenze, mal determinate ne' limiti vicendevoli,
incominciarono fin d'allora ad urtarsi, e s'urtarono e combatterono
per secoli. Gl'imperatori risuscitarono a poco a poco l'antica pretesa
imperiale di approvare l'elezione del papa; e i papi, che dal dí del
Natale 799 incoronarono gl'imperatori, n'ebbero naturalmente la
pretesa di approvare gl'imperatori; e cosí imperatori e papi
dipendettero l'un dall'altro continuamente, e dipendettero senza
riconoscere bene né l'un né l'altro la dipendenza. I re poi, che non
debbono, che non possono, per esser re veri, aver superiore, l'ebbero
negl'imperatori; le sovranitá non furono piú sovrane, le nazionalitá
non compiute. La feodalitá sí, se si voglia cosí dire, si perfezionò,
si compiè; ma questa fu sventura; sventura la perfezione d'un ordine,
in cui non entravano se non i signori, i governanti, fuor di cui erano
i governati, i piú, il grosso del popolo. E tutto ciò, da per tutto
dove s'estesero la potenza, le pretese imperiali. Ma in Italia, sedia
sempiterna e reale del papa, sedia nominale e troppo a lungo de' nuovi
imperatori, gli urti furono immediati e infinitamente piú sentiti; fu
sentita e segnata di sventure e sventure ogni elezione d'imperatore,
ogni elezione di papi; e ne sorsero cattivi e stranieri imperatori,
cattivi e simoniaci e corrotti papi per oltre a due secoli; e poi papi
grandi e grandissimi sí, ma allora le contese della Chiesa e
dell'Imperio, le parti guelfa e ghibellina, la debolezza d'Italia,
Italia aperta a nuovi stranieri, Italia divisa, anche dopo caduto ogni
nome d'imperio, tra nazionali e stranieri.--La storia di quest'etá non
fa che svolgere i primi de' fatti qui accennati; tutta la rimanente, i
successivi. E chi tema nel nostro compendio la preoccupazione della
indipendenza, ricorra ad altri. La preoccupazione della indipendenza
fu pur anima di tutte le storie nazionali scritte da Erodoto o
piuttosto da Mosé in qua. Della sola storia d'Italia si fece sovente
un'apologia od anche un panegirico della dipendenza; sappiamo, almeno
in ciò, porci al par degli altri. Usciam dalla servilitá fino a questo
punto almeno di pronunciare e lasciar pronunciare la parola
d'«indipendenza», nella storia.
4. Continua.--Il novello imperatore romano rimase in Roma il tempo
d'inverno che soleva in qualsifosse cittá, da Natale a Pasqua; e non
tornovvi mai piú. Aggravato dall'etá o dalla dignitá, dimorò poi quasi
sempre in Aquisgrana sua capitale vera, la nuova Roma o futura Roma,
come trovasi allor nominata. Fece molte leggi dette «capitolari»,
meravigliose per quell'entrar ne' particolari senza perdere i disegni,
che è proprio di tutti i grandi. Guerreggiò pe' suoi figli e capitani
co' sassoni, che soggiogò finalmente del tutto; con gli slavi, che
tenne di lá dell'Elba; con gli unni-ávari, che spinse di lá della
Theiss; co' musulmani fino in sull'Ebro e sul Mediterraneo, dove
costoro pirateggiavano; co' normanni o danesi e scandinavi, che
pirateggiavano sulle coste oceaniche. In Italia, Pipino re guerreggiò
contra il duca di Benevento, ma senza frutto; contra greci e
veneziani, con questo gran frutto per gli ultimi, che tra guerre e
paci coll'imperatore occidentale, essi scossero piú che mai lor
dipendenza dall'orientale.--Nell'806, Carlomagno fece una prima
partizione de' suoi regni tra' figliuoli, Carlo destinato imperatore e
re de' franchi, Ludovico re d'Aquitania, e Pipino re d'Italia. Ma era
destinato altrimenti. Morí Pipino a Milano nell'810, lasciando un solo
figliuol maschio, Bernardo. Carlomagno fece una nuova partizione
nell'811. Ma nel medesimo anno morí senza figliuoli Carlo il giovane,
il primo e come pare il piú belligero de' suoi figliuoli. Non rimaneva
piú al vecchio imperatore se non un figliuolo, Ludovico, ch'ei
prevedeva probabilmente poco degno di lui.--E perciò forse s'affrettò
a far pace con tutti; coll'imperator greco, da cui fu definitamente
riconosciuto l'imperio occidentale nell'812; col principe di
Benevento, che si riconobbe tributario; e fin co' califfi spagnuoli di
Cordova. Poi mandò re in Italia il giovane Bernardo. Poi nell'agosto
813, in gran placito ad Aquisgrana, riconobbe a successore in tutti
gli altri regni e nell'imperio Ludovico; e dicono che (negletto giá il
papa) gli facesse prendere da sé sull'altare la corona imperiale. E
languente fin d'allora, languí quindi pochi altri mesi; e addí 28
gennaio 814 spirò. I posteri unanimi a dargli nome di «magno», mille
anni di storia empiuti delle cose bene e mal create da lui, le voci
del popolo e la poesia che lo cantano, fanno di lui tali lodi vere,
che inviterebbono a tacere anche uno storico retore o panegirista.
5. I Carolingi [814-888].--Sotto ai Carolingi, principi gli uni
miseramente pii, gli altri sfacciatamente scellerati, tutti mediocri,
tutti contendenti per li numerosi ed instabili regni in che si divise
e ridivise l'imperio, e quasi tutti per la dignitá d'imperatore che li
dominava ed infermava, seguono settantaquattro anni i piú poveri che
sieno stati mai di fatti veramente nazionali. I papi che incoronavano
gl'imperatori, i re che entravano in quelle contese di famiglia,
furono i soli che operassero. La nazione italiana v'era (e lo vedremo
poi), ma non faceva nulla: serviva, soffriva, generava e moriva.
Quindi molti abbreviatori, ed anche scrittori distesi di nostre
storie, fuggon su tali complicazioni ingrate. A noi pare accennarle,
perché sono il carattere principale dell'etá; e perché la noia stessa
dello scriverle e del leggerle ci fará meglio entrare nella miseria di
coloro che le soffrirono.--Ludovico dunque, detto dagli uni «il pio»,
dagli altri meglio «il bonario», incominciò a imperiar solo [814] su
tutto l'imperio, tranne Italia che era di Bernardo re. Nell'817 egli
spartí i regni a' suoi tre figli: Baviera a Lotario suo primogenito
che associò all'imperio, Aquitania a Pipino, Francia (tutta o parte) a
Ludovico, rimanendo Italia a Bernardo. Ma questi pretende egli
all'imperio, s'apparecchia con gl'italiani, vede non esserne sostenuto
(come era naturale, poiché non era causa nazionale), s'arrende, va a
Francia, v'è giudicato in placito ed accecato, e tra l'incrudelito
supplizio muore. Piangene il Bonario, e manda a succedergli Lotario,
re cosí d'Italia e Baviera. Nell'822, l'imperatore fa penitenza
pubblica della morte di Bernardo, in dieta ad Attigny. Nell'829,
natogli un nuovo figliuolo, Carlo, gli fa un regno di pezzi stracciati
da quelli degli altri. Costoro ribellansi nell'830, fan guerra al
Bonario, lo prendono; poi, tra lor discordie, il lasciano restaurare.
Nell'833, l'imperatore muove contra Pipino, lo spoglia d'Aquitania che
dá a Carlo. Nuova sollevazione dei tre re; gli eserciti sono in
presenza, il Bonario è abbandonato dal suo; e quindi tratto a far
nuova e vergognosa penitenza a Compiègne, e poi dato in mano a Lotario
imperatore aggiunto e re d'Italia. Nell'834 è restaurato, e tocca a
Lotario a domandargli perdono. Nell'835 è annullato quanto era stato
fatto contro a lui; nell'837 ei dá quasi tutta Francia a Carlo, suo
figlio ultimo e diletto. Nell'839 (morto giá Pipino d'Aquitania) egli
spartisce un'ultima volta gli Stati; e ne rimangono, imperatore e re
d'Italia con parte di Francia Lotario, re di Francia con molta
Germania Carlo, re solamente di Baviera Ludovico. Questi se ne lagna e
ribella, ma è vinto; e Ludovico muore nell'840.--In Italia, suddita
insieme di Ludovico imperatore primario e di Lotario imperatore
aggiunto e re, noteremo che i papi incoronarono l'uno e l'altro, ed a
vicenda domandarono sempre o quasi sempre ad essi le conferme di loro
elezioni; che essi i papi, e i vescovi, e gli abati si frammischiarono
in quelle guerre di famiglia e v'accrebbero loro autoritá; che
contesero tra sé papi e vescovi di Ravenna, papi e romani in Roma, e
le due parti greca e franca in Venezia. E guerreggiassi tra' principi
di Benevento e le cittá greche, Napoli, Amalfi ed altre. I saracini
infestarono mare e marine. Bonifazio, conte di Lucca e forse marchese
di Toscana, fu con un naviglio ad infestarli essi in Africa. Ma,
intorno all'828, Eufemio, un greco di Sicilia, innamorato d'una
fanciulla (monaca dicono alcuni), e minacciato di perderla, fugge ai
saracini, li invita, li trae, li aiuta a Sicilia ed essi in pochi anni
se ne fan signori; e quindi infestano peggio che mai le marine
italiane; e Gregorio IV, papa, rifá Ostia per guardare contro essi le
bocche del Tevere. Né, oltre a tali fatti, è altro piú importante a
notare, che un capitolare dell'829; il quale ordina studi centrali di
varie province (quasi giá universitá) in Pavia, Ivrea, Torino,
Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Vicenza e Cividal del Friuli.
6. Continua [840-888].--Seguono contese di re, miserie di popoli,
peggio che mai.--Lotario rimasto imperatore primario (perciocché oltre
la confusione di tutti que' gradi di sovranitá non sovrane che
dicemmo, essendo pur questa degli imperatori in primo ed in secondo,
ei ci è forza distinguere), Lotario, dico, va in Francia e Germania
contro a' fratelli Carlo il calvo e Ludovico, e ne tocca una gran
rotta a Fontenay. Si ripacificano i tre [843] a Verdun, e Lotario n'ha
oltre Italia tutta Francia occidentale. Nell'844 egli fa dal papa
incoronar re di Italia Ludovico II suo figliuolo, e nell'849 l'associa
all'imperio; e morendo poi nell'855, lascia gli altri Stati agli altri
due suoi figliuoli, Lotario e Carlo. Durante questo regno, nuove
guerre dei duchi di Benevento e di Spoleto, e delle cittá greche e de'
saracini, e nuovi turbamenti in Roma. I saracini vengono fino a
questa, e depredano a San Pietro e San Paolo, ambe allora fuor delle
mura; re Ludovico accorre, allontana la guerra; si cingono di mura le
due basiliche; e il quartier di San Pietro ne prende da papa Leone IV
il nome di «cittá leonina».--Ludovico II succede dunque alla dignitá
d'imperatore primario, ma alla sola potenza reale di re d'Italia con
Provenza. E cosí attese all'Italia, fu re piú italiano che gli altri;
meno male quando un re straniero ha nazionali il piú degli Stati.
Risedette in Pavia, l'antica capitale. Guerreggiò nel Friuli contra
gli slavoni invadenti; e, durante quasi tutto il regnar suo,
guerreggiò contro a' saracini, alle cittá greche e al duca di
Benevento. Prese Capua, Bari; fu fatto e rimase alcuni giorni prigione
del duca; alcuni normanni infestarono quelle marine. Morí nell'875
senza figliuoli maschi.--Accorrono alla successione dell'imperio e del
regno d'Italia Carlo il calvo re di Francia, Carlo e Carlomanno
figliuoli di Ludovico re di Germania. Ma Carlo il calvo se ne libera
per allora; ed è incoronato imperatore a Roma da papa Giovanni VIII, e
poi re a Pavia. Ripassa in Francia, ritorna in Italia contro
Carlomanno tornatovi; n'è cacciato, e fuggendo pel Moncenisio, muore
lí nell'877. E continuano le depredazioni de' saracini, le guerre
complicate al mezzodí.--Carlomanno regna allora in Italia e l'anno 879
s'associa Carlo il grosso suo fratello giá re di Svevia, e muore
nell'880; e continuano i saracini, le guerre di mezzodí, e i
turbamenti di Roma.--Rimasto solo re d'Italia Carlo il grosso, prende
l'imperio vacante da tre anni, ed è incoronato dal papa. Nell'882 ei
succede all'altro suo fratello Luigi, e cosí riunisce, oltre Italia,
tutta Germania. E nell'884 succede a Carlomanno cugino suo re di
Francia; ond'egli riunisce, terzo dopo Carlomagno e Ludovico il
bonario, tutto l'imperio. Sarebbe potuto credersi, che n'uscisse una
restaurazione di questo; n'uscí la rovina ultima. La quale attribuita
da quasi tutti all'incapacitá di Carlo il grosso, debbe forse
attribuirsi anche piú alla tendenza naturale che aveano le diverse
nazioni europee a ricostituire le loro nazionalitá, or riunite or
divise ma sempre offese contro la natura delle schiatte e de' limiti,
da tutti i Carolingi. Niuna causa piú di questa operò a far finir cosí
presto e cosí male quella dinastia giá cosí grandemente iniziata e
dilatata in tutta la cristianitá. E noi viventi vedemmo una simile
causa produrre un simile effetto, anche piú presto. Le nazionalitá
poterono sí estinguersi nell'antiche barbarie, e talora nelle stesse
antiche civiltá, perché queste erano poco meno che barbare. Ma la
civiltá cristiana, nelle stesse sue etá dette «barbare» od «oscure», e
tanto piú nelle progredite, fu sempre ed è tale, che non somministra
mezzi alle distruzioni delle nazionalitá, non lascia possibili (almeno
nel proprio seno) quelle estreme barbarie che sono a ciò
necessarie.--Le nazionalitá cristiane si comprimono, ma non si
distruggono; e le compresse si vendicano, sempre occupando e scemando
le forze a' compressori; e talora poi abbattendoli. I successori
degeneri pagano allora i peccati di lor grand'avi: cosí Carlo il
grosso quelli di Carlomagno. Ito Carlo a Francia nell'885, poi a
Germania, gli è rapita Francia da Odone conte di Parigi, e Germania da
Arnolfo duca di Carintia e bastardo di Carlomanno, nell'887; ed egli
muore poi, naturalmente, o strozzato, in gennaio 888. Allora levasi
ultima Italia; e di febbraio è incoronato re in Milano Berengario duca
o marchese del Friuli, figlio di Gisela figlia di Ludovico il bonario.
Cosí trovansi ridivise, ricostituite Francia, Germania e Italia; la
prima per sempre fino a' nostri dí; le due altre a rimescolarsi e
impedirsi e nuocersi finora a vicenda. Qual secolo, qual confusione,
quale storia, ci si conceda ripeter qui, come giá al tempo degli
strazi dell'antico e vero imperio romano!