19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi re longobardi

[744-774].--Segue, sotto uomini tutti mutati, e, salvo i franchi, tutti

minori, la caduta dei longobardi. Regnava da parecchi anni aggiunto a

Liutprando il nipote di lui Ildebrando; or gli successe, ma per sette mesi

soli, cacciato che fu da Rachi duca del Friuli.--Regnò questi serbando

cinque anni una tregua di venti fatta giá da Liutprando col papa e le

cittá; ma rottala nel 749, stava a campo contro a Perugia, quando accorse a

rattenerlo papa Zaccaria, e il tenne e mutò cosí, che egli il re barbaro si

fece monaco. Era, è vero, una smania di quei tempi, in che si videro un re

anglo-sassone venire a Roma e morirvi vestito da pellegrino, e farsi monaci

un duca d'Aquitania, un d'Austrasia ed un del Friuli.--Succedette a Rachi

Astolfo fratello di lui, uno di quegli uomini che avventati alle cose

facili, avviliti nelle difficili, paion mandati apposta da Dio quando vuol

perdere i regni. Fin dal 751 o 752 riaprí la guerra, prese Ravenna, tutto

l'Esarcato ed Istria, e in somma tutta l'Italia greca, tranne le lagune di

Venezia, Roma, Napoli, ed altre cittá di quella marina, e Sicilia. Le quali

sole rimasero d'allora in poi all'imperio greco, perdute per sempre quelle

prime. E proseguendo Astolfo in tali conquiste, facili a farsi contro a

nemici deboli, ma difficili a serbarsi contro a vicini forti, assalí Roma;

e allora papa Stefano II ricorse per aiuti a Costantinopoli invano, a

Francia efficacemente.--Ivi era succeduta intanto una grandissima novitá;

ché, deposto e ridotto a monaco Childerico l'ultimo re merovingio, Pipino

figliuolo di Carlo Martello s'era fatto gridar re in campo di marzo a

Soissons, in quel medesimo anno 752. E forse il vano Astolfo sperava nelle

difficoltá di quelle mutazioni. Ma invano; ché, andato Stefano II a Francia

nel 753 e 754, vi consagrava i nuovi re Pipino e i suoi due figliuoli Carlo

e Carlomanno, aggiungendo loro (con consenso o no dell'imperatore o de'

romani, non consta) il titolo di patrizi romani. Quindi, rendendo servigio

per servigio, scendea Pipino in persona per Moncenisio alle Chiuse di Susa,

fatali a' longobardi; e rottovi Astolfo e assediatolo in Pavia, n'ottenea

promessa di pace a Roma, e restituzione delle conquiste, e poi tornava a

Francia.--Ma, non corso un anno, Astolfo ricominciò la guerra, e tornò a

campo a Roma, e ricominciarono le doglienze, le lettere del papa a Pipino;

il quale ricalcava sua via, ribatteva i longobardi alle Chiuse, riassediava

Astolfo in Pavia; e ridottolo, prendeva il terzo del tesoro regio, gli

imponeva un tributo annuo, e fattesi ora restituire in effetto le

conquiste, ne faceva egli poi donazione a San Pietro, alla Chiesa romana ed

ai papi, in perpetuo e per iscritto. Anastasio, scrittor di due secoli

appresso, dice aver veduto esso tuttavia lo scritto; e compresevi Ravenna,

Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi, Forlimpopoli, Forlí, Castel

Sussubio, Montefeltro, Acerraggio, Monte Lucaro, Serra, Castel San Mariano,

Bobro, Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Comacchio e Narni; non Roma, come si

vede, la quale reggevasi di nome sotto l'imperador tuttavia, di fatto da sé

sotto al papa e sotto al re franco patrizio, ed affettando il nome ambiguo

di «repubblica romana». E morí poco appresso Astolfo, perdute le conquiste,

lasciato tributario, ma tuttavia intiero ne' limiti antichi, il regno

longobardo [756].--Successe Desiderio, duca, come si crede, di Brescia, che

il dovea perdere intiero. E dapprima ebbe a contrastarlo con Rachi, il re

monaco; ma scartò questo in breve per intervenzione del papa, a cui promise

di «compiere le restituzioni». Comprendevansi elle in tal promessa alcune

cittá comprese giá nella donazione, ovvero altre? Non vengo a capo di

discernerlo. Ad ogni modo, qualunque fosse tal restituzione, diventò

occasione di nuove contese tra Desiderio e i papi, di nuove lettere papali

a Pipino; il quale tuttavia, o invecchiato od occupato in altro, non

ritornò piú.--Ma morto esso nel 768, e succedutigli dividendosi il regno

que' due figliuoli suoi giá re e patrizi, Carlo e Carlomanno, il primo che

è Carlomagno sposò e fecesi venir a Francia una figliuola di Desiderio; ma

tenutala poco, o forse nulla, la ripudiò e rimandò al padre l'anno 771.

Poi, morto Carlomanno, Carlomagno facevasi eleggere a succedergli nella

parte ch'era stata di lui; e i figli spogliati colla madre vedova

rifuggirono a Desiderio. E rifuggivvi in quel torno Unaldo, un antico duca

d'Aquitania spogliato da que' Carolingi. E moriva papa Stefano III, che

s'era tenuto bene co' longobardi; e saliva a pontificare Adriano I, un

romano di gran conto e che pendeva a' franchi. Tutti i nembi s'accumulavano

contro a quella reggia di Pavia, fatta refugio de' nemici di Carlomagno.

S'aggiunse l'imprudenza, che sembra stoltezza, di Desiderio. Aprí egli la

guerra, prese o corse le cittá papaline, fin presso a Roma; poi, dubitando

o giá minacciato, indietreggiò a settentrione. Né Carlomagno si fece

aspettare. Tornato appena d'una prima di quelle imprese di Sassonia ch'ei

moltiplicò poi in quasi tutta sua vita, tenne l'anno 773 il campo di marzo

in Ginevra. E quindi, diviso l'esercito in due, e mandata per il Gran San

Bernardo l'una parte di che non si sa altro, egli stesso coll'esercito

principale scese per la via giá solita del Moncenisio e della Novalesa; e

venne alle solite Chiuse tra il monte Caprario e il Pircheriano, quello su

cui torreggiò poi e torreggia il monastero di San Michele detto appunto

della Chiusa, allo sbocco della Comba o valle di Susa ne' piani di Torino.

Ivi erano, dietro le fortificazioni innalzate a sbarra, il vecchio

Desiderio e il giovane e prode Adelchi figliuol suo, re egli pure associato

al padre. Combattessi molte volte; Adelchi a cavallo colla mazza d'armi

facea prodezze, macello di franchi. Dicesi Carlomagno trattasse giá

d'accordi, od anche d'indietreggiare. Quando, fosse per cenno d'un

giullare, o d'un diacono di Ravenna mandatovi apposta, o per tradimento

d'alcuni infami longobardi, o meglio per perspicacia ed arte militare, che

certo non mancò in Carlomagno; ad ogni modo ei metteva una schiera per le

gole laterali e non guardate di Giaveno, intorno al Pircheriano, e cosí

prendeva a spalle i longobardi, che se ne spaventarono, e fuggirono

sbaragliati. Chiusersi i due re e i grandi in Pavia e Verona; e Carlomagno

assediò la prima fin dal giugno 773; e prese la seconda al fine di

quell'anno. Combattevasi tuttavia alla campagna; e dicesi si facesse un

gran macello di longobardi su un campo, dettone poscia Mortara. E

resistente ancora Pavia, Carlomagno s'avviava per la pasqua del 774 a Roma;

dove intanto papa Adriano stava accettando dedizioni di cittá italiane, e

di longobardi che correvano a farsi tosare a modo romano, e perfino d'un

duca di Spoleto che gli si faceva vassallo. L'incontro fu qual di

vittoriosi; feste, funzioni di chiesa, giuramenti di guarentigie ed

amicizie eterne, e soprattutto conferma delle donazioni di Pipino, ed

aggiunte fattevi probabilmente, benché non negli estesi limiti riferiti da

alcuni. E quindi tornò Carlomagno dinanzi a Pavia, e la prese finalmente in

maggio o giugno 774. Desiderio ed Ansa, re e regina spogliati, furono

mandati a Francia, dove vissero in pie opere e forse monaci; Adelchi o

Adelgiso rifuggí in Costantinopoli, presevi il nome greco di Teodoro, e

tornato da venturiero in Italia fu famoso nelle fiabe del medio evo, e

fatto illustre a' di nostri dal Manzoni.--E cosí cadde, con poca gloria,

come avea signoreggiata, la nazione longobarda. La quale tenutasi, finché

signoreggiò, piú che le altre barbare, diversa, divisa dagli italiani, si

mescolò, si confuse con essi poi nella comune servitú. Distrutta

l'esistenza politica indipendente, non distrutte né cacciate le schiatte di

lei, molte leggi, molte usanze ne rimasero per parecchi secoli; molto

sangue nelle vene, molte parole nella lingua e ne' dialetti di quasi tutta

Italia fino ad oggi. E ne rimane il nome ad una grande, bella, buona, ricca

provincia italiana, or suddita imperiale e reale austriaca.

20. Coltura.--Al principio dell'etá dei barbari, due scrittori

rappresentano insieme la condizione delle popolazioni e delle lettere

romane: Boezio [470-525] che vedemmo perseguitato, fatto morire da'

goti, Cassiodoro [470-562] che fu ministro di tre o quattro de' lor

re. Il primo scrisse parecchi ristretti di filosofia, rimasti famosi

ne' secoli seguenti fino alla restaurazione degli originali, e in

carcere poi il bel libro _Delle consolazioni della filosofia_; ondeché

si può dir ultimo dei romani antichi e primo degli scolastici. Il

secondo piú retore, piú intralciato, piú barbaro in tutto, non

interessa quasi se non per li fatti che si trovano nelle lettere di

lui, e nel ristretto della sua _Storia dei goti_ compendiata da

Iornandes.--Gregorio magno [542-604], scrittore ecclesiastico

copiosissimo, si può giá dire scolastico intieramente. San Colombano

[540-615] monaco d'Irlanda venuto di colá in Francia, poi in

Longobardia sotto Agilulfo e Teodelinda, e fondator del monastero di

Bobbio dove furon ritrovati a' nostri dí parecchi codici d'autori

antichi, accenna l'ultimo precipizio delle lettere italiane, che

ricevean cosí quasi una restaurazione dall'ultima Irlanda. Paolo

Diacono [740 circa-790 circa] il solo scrittore di qualche conto che

abbiamo di nazione longobarda, e scrittor unico della storia di essa,

ci è prezioso perciò, ci è caro per l'amore ch'ei mostra, scrivendo

sotto Carlomagno, a sua gente caduta; ma è, del resto, o pari o di

poco superiore ai piú meschini cronachisti dell'etá seguente. Misero

ritratto di tre secoli di letteratura! ma che si potrebbe argomentare

dalla storia politica; allor sí veramente i barbari distrussero le

poche lettere antiche, le molte cristiane che rimanevano.--Delle arti,

l'architettura trova sempre qualche modo di fiorire sotto a principi

potenti quantunque barbari; e cosí fiori sotto Teoderico, e poi sotto

Teodelinda ed Agilulfo. Fu architettura romana, decadente via via piú,

non dissimile, ma meno splendida della bizantina; ondeché si vede

chiaro qui ciò che del resto ognun sa oramai, quanto sia falso il nome

di «gotica», dato poi a quell'altra architettura molto posteriore,

tutto diversa, anzi contraria, degli archi acuti e delle colonne

sottili. Nella vera architettura gotico-longobarda, l'arco viene anzi

abbassandosi, e le colonne ingrossando, e tutto lo stile diventando

tozzo e goffo. Il quale poi ritrovandosi tra' sassoni in Inghilterra e

in Francia e Germania fino appunto alla diffusione dello stile acuto e

sottile, convien dire che tutto quel primo stile pesante chiamato

«sassone» da alcuni, venisse dal romano-gotico-longobardo. E ciò si fa

tanto piú probabile, che dalle leggi longobarde abbiamo un cenno di

una quasi societá di maestri muratori settentrionali d'Italia

(_magistri comacini_), i quali aggirandosi tra noi e probabilmente

anche fuori, mantennero e diffusero l'architettura, lo stile italiano

imbarbarito; e furono forse origini di quelle societá o confraternite

o _gilde_ di muratori od architetti, che si ritrovano quattro o cinque

secoli appresso; e che si pretendono origine esse di quella societá o

setta segreta de' franchi-muratori, modello poi o madre stolta e

brutta di piú brutte e piú stolte figliuole. Del resto, que' maestri

scolpivano probabilmente e dipingevano quel pochissimo che era da

scolpire e dipingere ne' poveri edifizi edificati da essi. Onde anche

quell'altro nome di «stile greco», dato alle pitture e sculture tozze

e goffe di que' tempi, sarebbe forse da mutarsi tutt'insieme in quello

di «stile italiano imbarbarito»; piú brevemente, «stile comacino».

21. Legislazioni.--Questa etá è poi molto piú notevole per un genere

di libri o compilazioni, le quali sono sí elle pure parte della

coltura, ma piú che coltura poi all'effetto, dico i codici di leggi.

Strano fatto, che le leggi le quali servirono a tutta Europa nelle etá

piú civili e piú colte fino a' nostri dí, e che anche oggi servono in

gran parte all'Inghilterra, cioè alla nazione piú avanzata in civiltá

e coltura, e che diedero origine a' codici nuovi nelle altre, sieno

state compilate tutte lungo l'etá dei barbari, in Oriente od

Occidente. Ma il vero è che non sono di tale etá se non le

compilazioni; e che le leggi stesse, e i responsi de' giureconsulti

che le accompagnano, sono frutti di lunghe etá precedenti, sono

risultato complessivo ed ultimo delle due grandi civiltá europee fino

allora disgiunte, e allora riunite, la romana e la germanica, la

imperiale e quella delle genti. E quindi appunto fu naturale, che

allora, nel riaccostarsi le due civiltá, volesse ciascuna serbare i

propri risultati; naturale che li compilassero; e naturale poi, che

tali compilazioni ritardassero le fusioni fino alla etá nostra piú

unificante.--Le leggi, la giurisprudenza romana, furono raccolte,

primamente (e prima dell'etá de' barbari, ma invadenti giá essi), da

Teodosio II in un _Codice_ che porta il nome di lui [438]; poi da

Giustiniano in un nuovo e piú ampio _Codice_ [529], in una

compilazione di leggi e decisioni antiche detta _Digesto_ o _Pandette_

[533]; in un'aggiunta al _Codice_ detta _Novelle_ [534], e in un

ristretto detto _Istituzioni_. E tutta questa legislazione

giustinianea fu, senza che non ne resti dubbio oramai, recata in

Italia; ovvero giá da Belisario e dalla prima conquista (essendo

presumibile che il legislatore autore imponesse quanto prima l'opera

sua in tutto l'imperio suo), ovvero nel 554, insieme colla prammatica

che dicemmo; ovvero anche piú tardi nelle province rimaste greche. Ma,

voluminoso tutto questo _Corpus iuris_, non s'adattava alla poca

coltura delle etá seguenti, né al poco e impedito uso che ne aveano a

fare i miseri italiani soggetti e poco men che schiavi di barbari

germanici od imbarbariti greci; ondeché essi usarono vari ristretti

fattine via via, e principalmente quello d'Alarico re de' goti di

Spagna.--De' codici barbarici poi, lasciando quelli fatti fuor

d'Italia, e venendo a' nostri goti, ci basterá accennare, che

Teoderico e gli altri re loro fecero senza dubbio non poche leggi; ma

non restano testi, se non di due editti di Teoderico e d'Atalarico,

oltre poi molti cenni nelle lettere di Cassiodoro. E, cacciati i goti,

non ne restò probabilmente traccia nelle giurisprudenze posteriori. I

longobardi sí, compilarono, come accennammo, contemporaneamente con

gli altri barbari lor leggi od usanze (dette con parola loro antica

«_anclab_» od «_anclap_», che forse significava «connessione»,

«collegazione», e sarebbe cosí sinonimo di «_lex_»); e la prima

compilazione fu di Rotari intorno all'anno 643, e seguirono le

aggiunte di Grimoaldo, di Liutprando, di Rachi e d'Astolfo.--E lodinsi

pure tutti questi principi codificatori: le pubblicazioni di codici

sono sempre benefizi a' popoli che han bisogno di conoscere quanto piú

facilmente le leggi buone o cattive onde son retti. Ma non diasi ad

essi, nemmeno a Giustiniano, quella lode di legislatori veri, che

Machiavello pone sopra tutte le umane. Perciocché i legislatori veri

sono, non quelli che compilano leggi vecchie o ne aggiungon poche

nuove conformi, ma quelli (come Mosé, Licurgo, Solone ed anche, bene o

male, Augusto, Diocleziano, Costantino e pochissimi altri) i quali

inventano, e con leggi in parte antiche e in parte nuove, ordinano,

rinnovano uno Stato comunque invecchiato, conformemente alle

condizioni delle civiltá e de' tempi nuovi. E siffatta somma lode fu

meritata (non corsi due anni dacché io cosí ne parlava primamente) da

quattro principi italiani; ma non rimane che ad uno, Carlo Alberto. E

cosí Dio ispiri i tre altri a riacquistarsela, ad onore, od anzi forse

a salvezza propria e di lor successori e lor popoli.--Del resto,

sapientissima, elegantissima ne' particolari la legislazione romana,

ma tutta imperiale, tutta assoluta nel principe, tutta ciecamente

obbediente e quasi adorante ne' sudditi, pagana pe' tre quarti,

cristiana qua e lá per aggiunta, ella contribuí certo molto ed a

quelle stolte pretensioni di monarchia universale, ed a quelle di

dispotismo civile ed ecclesiastico degli imperatori, onde sorsero poi

tanti danni in tutti i secoli che siam per vedere; mentre le

legislazioni barbariche contribuirono a quella dispersione della

potenza regia in potenze via via minori e poco men che assolute, onde

vedremo sorgere l'ordine feudale, uno de' peggiori disordini sociali

che sieno stati mai. Miseri secoli in tutto, quelli che straziati

continuamente tra i due assolutismi del concentramento e della

dispersione, non trovavan riposo dalle violenze della guerra, se non

nei disordini della pace; quelli, in cui questi disordini eran fonte

perenne di quelle violenze, e quelle violenze, di disordini nuovi.

Quando impareremo noi a tener conto de' tempi presenti, ad esserne

grati alla divina Providenza, a non farne stolti, od anche empi

piagnistei?

LIBRO QUINTO

ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE

(anni 774-1073).

1. Carlomagno re [774-814].--Carlomagno sí che fu vero legislatore,

vero e grande rinnovatore ed ordinator di popoli e d'imperio, vero e

buono intenditore delle condizioni di suo tempo, dei desidèri, delle

necessitá de' suoi popoli. E cosí è, che gli ordinamenti di lui

durarono gli uni alcuni, altri poi molti secoli, fino al nostro. Durar

sempre non è dato a niuna istituzione umana, è distintivo di quelle

divine, anzi di quella sola dalla ragione di Dio destinata a

raccoglier nel grembo suo tutte le schiatte e tutti i secoli umani;

quella che alcuni effimeri scrittori o politici vanno di dieci in

dieci anni predicendo finita, ma che ha giá raccolti diciotto secoli e

mezzo, e raccoglierá, Dio guarante, gli avvenire. Degli ordinamenti

umani, all'incontro, i migliori sono fatti insufficienti dai tempi

progrediti: e quindi la storia debbe sapere insieme ed ammirarli

finché furono propizi a' tempi loro, e notar ciò che li fece caduchi,

e segnare i tempi quando diventarono inetti. Ciò tenteremo far qui

accennando l'operato di Carlomagno, e piú tardi via via.--I Carolingi

s'erano innalzati, il dicemmo, come capi del palazzo, maggiordomi,

_pfalz-graf_ di que' re franchi oziosi che avean divise le conquiste

di Clodoveo in vari regni, e lasciato dividere ogni regno da parecchi

grandi duchi. Quindi, la prima opera di Carlomagno fu sempre tôr di

mezzo i duchi che rimanevano potenti, dividere i loro territori in

parecchi _gau_ o _pagi_ o comitati sotto altrettanti conti dipendenti

direttamente dal re, ma giudice sommo ciascuno nel proprio comitato, e

capitano dell'eribanno o raccolta degli arimanni viventi in esso. Era

ritorno all'antica costituzione germanica, ordinaria; vivente

Carlomagno, vi si trovano poche eccezioni; e queste alle frontiere

dove il conte d'un sol comitato non sarebbe stato potente abbastanza

contro agli stranieri; e dove perciò furono riuniti parecchi comitati

sotto un conte de' limiti (_mark-graf, marchio_, marchese), che talor

ebbe pure (forse nell'uso piú che legalmente) il titolo di «duca».--Ma

i maggiori di Carlomagno s'erano innalzati in que' palazzi regi,

principalmente come capi dei gasindi o fedeli del re, a' quali si

davan quelle terre regie che furon dette «benefici» o «feudi»; e

queste terre erano ora tanto piú numerose nelle mani di Carlomagno,

che egli ebbe tutte quelle e de' regni franchi e del longobardo e dei

duchi qua e lá aboliti. E seconda opera di Carlomagno fu dunque,

distribuire questi benefici o feudi da per tutto a' suoi gasindi o

fedeli, che con nome esclusivo chiamaronsi ora «_bassi_», «_vassi_»,

«vassalli»; e che, sia dimorando in corte, sia trovando a ciò piú

profitto, divisero poi quelle terre in simil modo ad uomini loro,

detti quindi «_vassalli vassallorum_» o «valvassori»; i quali poi

suddivisero ancora le terre a' «valvassini» via via minori, senza che

sia possibile determinare a quanti gradi scendesse tale

sminuzzamento.--Chiaro è poi, che tutto ciò era, giá fin dal tempo di

Carlomagno, una gran dispersione della somma potenza; e Carlomagno,

come ogni gran dominatore, sentí certo la necessitá di riunirla,

centralizzarla. Quindi una terza, una quarta ed una quinta delle opere

di Carlomagno: far visitar di continuo i vari Stati da alcuni suoi

grandi detti «_missi dominici_», superiori e quasi ispettori dei conti

e de' vassalli: corrervi egli stesso di sua persona frequente e

rapidissimamente, accompagnato d'una schiera eletta di conti e

guerrieri palatini, che sono i paladini de' romanzi: e soprattutto, in

questi suoi viaggi fermarsi egli due volte all'anno alle due pasque di

Natale e di Resurrezione, piú sovente al cuor di sua potenza, in

Aquisgrana o in altri luoghi del Basso Reno, talora in Italia o agli

altri estremi; ed ivi adunare le assemblee nazionali dei grandi, e di

quanti minori vi volessero venire a portar domande, doglienze o

consigli; men numerosa al consueto, e de' soli grandi l'assemblea di

Natale; piú numerosa per il concorso universale quella di primavera,

detta «campo» or «di marzo» or «di maggio». Ed anche ciò fu

rinnovazione degli antichissimi ordini germanici giá accennati da

Tacito.--Finalmente una sesta ed importante opera politica fu

proseguita sempre da Carlomagno: favorire, ingrandire que' papi, que'

vescovi, tutti quegli ecclesiastici che aveano aiutata sua casa,

consacrati re suo padre e lui, e datagli or l'Italia; e per ciò porre

sotto la propria tutela immediata (_mundiburgium_) i benefici

posseduti da essi, e darne loro dei nuovi; e in tutto, porre a

contrappeso o correttivo della potenza secolare de' conti e dei

vassalli la potenza temporale della Chiesa, tanto piú grande, che

traeva seco tutte le popolazioni antiche romane, galliche od

italiche.--Questi furono i sommi capi della politica di Carlomagno;

questi gli strumenti di sua grandezza; e questi gli elementi delle

dissoluzioni feodali posteriori.--S'intende, che in Italia, paese di

conquista, le miserie incominciaron subito; le miserie de' conquistati

sono parte fondamentale e perenne della grandezza del conquistatore.

2. Continua.--Quando all'anno 774 Carlomagno giovane di trentadue anni

ebbe spogliati i re longobardi, egli regnava su tutta Francia, tra'

Pirenei, il Reno e le Alpi; su Baviera, Svevia e Turingia; e

sull'intiero regno longobardo, meno il ducato di Benevento titubante

nell'obbedienza. Sul papa, su Roma e sulle cittá date alla Chiesa

romana, dominava come patrizio e donatore. Erano in Italia, sole fuori

d'ogni giurisdizione di lui, Venezia, Napoli e le altre cittá

meridionali, Sicilia, Sardegna e Corsica, di nome imperiali-greche, di

fatto e secondo le occasioni (Venezia principalmente) indipendenti.

Non distrusse dapprima il regno longobardo, non ne tolse i duchi, non

vi mutò nulla se non il re, che fu egli. E lasciando solamente un

presidio, una schiera di franchi in Pavia, se ne fu del medesimo anno

ad una delle sue numerose imprese di Sassonia. E allora, fosse o no

per restaurare Adelchi, congiurarono parecchi duchi longobardi; e,

dicesi, tutti e tre, quelli di Benevento, di Spoleto e del Friuli, che

erano stati i maggiori del regno.--Avvisatone Carlomagno, accorse dal

Reno all'Alpi, discese una seconda volta in Italia [principio del

776], si volse contra il duca del Friuli piú scopertosi o piú

pericoloso, lo vinse e fece morire, e prese parecchie cittá di lui. E

allora dicesi distruggesse i ducati, ordinasse i conti; ma trovansi

pur tra breve nomati duchi o marchesi non solamente del Friuli, di

Spoleto e di Benevento, ma altri ancora; ondeché resta dubbio se

l'ordinamento de' comitati fosse o cosí subitano come è qui detto, o

cosí costante poi in Italia come nell'interno di Francia. Ad ogni

modo, del medesimo anno ei ripartí.--E quattro anni rimase fuor

d'Italia, facendo tre imprese contro a' sassoni, ed una in Ispagna.

Alla quale, fra l'altre, andarono (come mille e piú anni appresso

sotto Napoleone) parecchie schiere longobarde; ed onde tornando poi,

toccò Carlo la famosa e sola sua rotta di Roncisvalle, e quella in cui

cadde Rutlando, l'Orlando de' romanzi, stavo per dire l'Orlando

nostro, fattoci popolare da' nostri poeti.--Ridiscese per la terza

volta in Italia [a. 780]; e, lasciando in Francia suo figliuolo

primogenito Carlo, condusse seco i due minori, Pipino che fece dal

papa incoronare a re d'Italia, e Ludovico a re d'Aquitania. Erano

fanciulli di quattro e due anni; ondeché, ciò non mutò nulla, ma

accenna il principio del disegno di dividere i regni, e forse giá di

far loro centro un imperatore. Né si fermò guari in Italia. N'uscí del

781.--Fece poi quattro altre imprese successive contro a' sassoni; i

quali, martellati cosí, parvero pacificarsi, e si fecero battezzar

molti, e fra gli altri Vitikindo lor duca, il gran propugnatore di

loro indipendenza.--E allora, ornato di nuova gloria, di quella che

piú rifulge nel corso de' secoli cristiani, che meglio ne segna i

progressi, e che, rarissima ne' tempi da noi qui corsi, è forse troppo

poco cercata negli stessi nostri, in che sarebbe tanto piú facile;

ornato, dico, della gloria di propagatore della cristianitá, Carlo

veramente magno ridiscese al centro di questa, a Italia per la quarta

volta [a. 786]. E qui fece un'impresa contro al duca di Benevento non

assoggettato per anco, e l'assoggettò; ma lasciògli intiero il ducato,

e la soggezione non fu durevole né mai compiuta. I duchi longobardi di

Benevento sempre rimaservi duchi, e presero anzi nome di principi; e

vi fecero dinastie piú o meno indipendenti, secondo le occasioni per

tre secoli all'incirca. Carlo poi, risalita Italia, e lasciato a Pavia

Pipino il re fanciullo, tornò a Francia.--Quindi mosse a Baviera

contra Tassilone duca, genero di Desiderio, mentre il faceva assalir

pel Tirolo da un esercito longobardo. E avutolo nelle mani, lo spogliò

e fece monaco; e divise pur quel ducato in contadi. Ebbersi a

respinger poi una invasione di unni-ávari da Baviera e dal Friuli; ed

un approdo di Adelchi e di greci alle coste di Napoli e Calabria; e si

allargò il regno fino all'Istria. E per dieci anni poi Carlomagno

rimase fuor d'Italia a far imprese contro agli slavi e agli unni,

diventati vicini suoi, dappoiché era signor di tutta Germania, a

reprimere ribellioni di sassoni, ed eresie interne, e ad abbellir

Aquisgrana. In Italia l'esercito longobardo l'aiutò piú volte contro

agli unni, e l'«esercito romano» talor contro ai greci. Morí dopo un

lungo pontificato Adriano I [795], quegli che avea giá chiamato Carlo,

ed era poi stato sempre amico e quasi luogotenente di lui in Italia;

benché pur sempre si dolesse a lui (come s'esprime nelle sue lettere)

delle «giustizie non restituite», e vuol dir senza dubbio di quelle

cittá, quali che fossero, che Carlo gli avea promesse e non date.

Successegli Leone III, e pontificò dapprima tranquillamente. Poi, nel

799 (principio di quelle guerre civili che turbarono per secoli Roma

mal ordinata tra repubblica, principato del papa, e supremazia

imperiale straniera), una mano di potenti romani assalí, prese il

papa; il quale, liberato dal duca di Spoleto e da un altro messo

regio, rifuggí prima a Spoleto e tra breve a Francia. E giá poco prima

[797] l'altra signoria che sussisteva ancora di nome in Roma, quella

dell'imperatore orientale, aveva sofferto un nuovo crollo, uno

scandalo non mai veduto. Irene imperatrice, mal cacciata dal marito

Costantino, mal cacciò lui, e fecesi imperatrice regnante. Gli eventi

precipitavano, le occasioni s'accumulavano ad una nuova grandezza di

Carlo. E Carlo, giá il vedemmo, non soleva lasciarle passare.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 10 / 25 段